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La Bibbia del Potere ~ Numeri 2.6 - Larghe intese

61 risposte in questa discussione

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La Bibbia del Potere di Diego Deva è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.pokemon.com/it/.

Genere:
Drammatico, Thriller politico

Trama:
«Se dovessero mai scrivere una biografia su di me dovrebbero intitolarla "La Bibbia", o meglio, "La Bibbia del Potere". Perché nessuno meglio di me sa cosa sia il vero potere».
Giovanni Silviosi nasce nel 1955, a Smeraldopoli, in una Kanto povera, sconvolta dalla Seconda Guerra Mondiale e dalle dure sanzioni che i Paesi Alleati le hanno imposto a seguito della sua capitolazione. La povertà dilaga, il disagio è una pentola a pressione pronta ad esplodere e il vuoto, lasciato dalla politica, è ricoperto da un’inquietante organizzazione che si fa chiamare Team Rocket.
Per alcuni un criminale la cui potenza va oltre le solite inchieste giornalistiche, per altri un imprenditore brillante. La Bibbia del Potere è la storia dell’uomo che è riuscito a piegare un’intera nazione al suo cospetto.

Prefazione e note dell'autore varie:
Quando si pensa di scrivere un romanzo, un autore sa già se sarà composto da una o più parti. Ebbene, io no. Il pessimo lavoro di organizzazione che ha caratterizzato “Lost And Found” mi ha portato a considerare solo al ventesimo capitolo tutte le storie che avrei potuto raccontare ma che non avevano uno spazio adeguato alla loro importanza.
“La Bibbia del Potere” è quindi lo spin-off di L&F, ma non è necessario aver letto quest’ultimo per capire la trama e i suoi personaggi.
Un racconto drammatico, un thriller politico che porta al centro dell’attenzione Giovanni, l’uomo che abbiamo conosciuto come il capo del Team Rocket e Capopalestra di Smeraldopoli, personaggio con cui abbiamo familiarizzato grazie ai giochi di prima e seconda generazione e che trova qui il suo passato e il suo futuro visti da me.
Come appunto ho scritto in precedenza, si tratta di un thriller politico. Ci saranno riferimenti alla storia contemporanea, ci saranno giochi di potere, parlamenti e partiti politici fittizi. Sarebbe forse inutile sottolineare come una grande ispirazione me l’abbia data la serie “House Of Cards”. Sarebbe forse impossibile scrivere un racconto di questo genere senza lasciarsi influenzare dal suo capostipite. Un’altra importante è stata costituita dalla serie cinematografica "Il Padrino" e anche, più banalmente, i fatti di cronaca che hanno costellato la storia del nostro paese dal 1946 ad Oggi. Ho studiato e approfondito molto gli avvenimenti più oscuri che hanno riguardato l’Italia. Utilizzare quindi la dicitura “Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale” sarebbe una bugia, una falsità di cui non ho intenzione di macchiarmi. Mi ispiro ma lo faccio stravolgendo i personaggi, “La Bibbia del Potere” non sarà un mero riassunto degli Anni di Piombo, non sarà e non intende essere una lezione di storia.
Vorrei infine porre in evidenza che, sebbene io sia l’autore di questo racconto e i personaggi si sviluppano in un contesto da me ideato, essi NON espongono la mia cultura, la mia moralità o i miei ideali. Trovo divertente creare dei soggetti che sono il mio esatto opposto, con cui non ho punti in comune. Racconto, non espongo la mia visione delle cose. Spero, di conseguenza, che nessuno possa lasciarsi turbare dal suo contenuto.
Ringraziamenti speciali vanno a NomaiD e al mio amico Davide, che formano il mio team di correzione delle bozze, a Ted e NoceAlVento che mi aiutavano nei momenti in l'incertezza e l'insicurezza regnavano sovrane.
Ora vi lascio, spero che “La Bibbia del Potere” sia di vostro gradimento.
Con affetto,
Impossible Prince.
 

Capitoli
Antico Testamento
Prologo
La tela del ragno | PDF - MOBI - EPUB

Libro della Genesi
Genesi 1.1 - La Caduta del Seme
Genesi 1.2 - Predisposizioni e Virus
Genesi 1.3 - Il funerale dell'innocenza
Genesi 1.4 - Il tramonto

Download del Libro della Genesi: PDF - MOBI - EPUB

Libro dei Numeri
Numeri 2.1 - Capaci di tutto | PDF - MOBI - EPUB

Numeri 2.2 - Piegato | PDF - MOBI - EPUB
Numeri 2.3 - (Un)Changed | PDF - MOBI - EPUB
Numeri 2.4 - Oltre i Confini | PDF - MOBI - EPUB
Numeri 2.5 - Questione di debolezza | PDF - MOBI - EPUB
Numeri 2.6 - Larghe Intese | PDF - MOBI - EPUB
Numeri 2.7 (22/06/2016)
E il Monte Corona si tinse di nero (Agosto 2016)
Numeri 2.8 (14/09/2016)

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Interesting, sai già che mi piace molto la tua scrittura e non può che farmi piacere questo annuncio ^^

 

A domani con il primo capitolo ^^

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Antico Testamento
La tela del Ragno

« Giovanni Silviosi è una persona buona, lo conosco bene. Non è un criminale, non so perché lo pensiate. Io l’ho sempre visto aiutare gli amici che gli chiedevano favori e lui molto cortesemente, con una certa dose di genuina allegria e soddisfazione provocata dal vedere che riponevano in lui della fiducia, faceva del suo meglio per aiutarli. E il suo meglio era IL meglio. Chiedete pure, non conoscerete una persona insoddisfatta di Giovanni» (Adina Swenson, segretaria di Giovanni fino al 1998. Assolta nel processo che la vide coinvolta per false dichiarazioni sotto giuramento).

«Le fiamme si alzavano in cielo, mai visto un incendio così grosso. L’ordine era partito proprio da Giovanni. Voleva che crollasse tutto e noi obbedimmo. Lo facemmo crollare.
Se mi state chiedendo se l’abbia mai visto, no, mai. So che faccia abbia solo perché lo vedo sui giornali» (Mark Gonzalez, condannato a 15 anni per l’attentato al Museo della Scienza di Plumbeopoli).

«Il Team Rocket? Ma il Team Rocket non esiste, è tutta un invenzione dei partiti extraparlamentari per far cadere i governi, andare alle elezioni e provare a vincere.
Ma io di questo Team Rocket sento solo parlare quando c’è qualche strage. Arresti, indagini, indagati ma mai un condannato, mai niente di niente. I processi cominciano ma non finiscono. Persino gli stessi PM che chiedono il rinvio a giudizio si dimenticano della causa e si occupano di altro, delle cose più importanti, più serie. Parliamo del nulla, parliamo di acqua fritta. E io non bevo l’acqua, figuriamoci quella fritta. Io sono un amante dei vini pregiati, quelli che vengono dalla Toscana, dall’Italia» (Archer Jardine, accusato di aver ordito un colpo di Stato nel 2001. Indagato e poi prosciolto).

«Giovanni? Giovanni Silviosi? Ma chi? Il Campione? Sì, lo conosco solo per questo. Cosa? Il Team Rocket? No, guardi, io non conosco nessun Team Rocket, è un’organizzazione? No, io non sono iscritto a nessun partito, figuriamoci ad un’associazione benefica. Cosa? Fanno attentati? No, macché, io sono solo un umile operaio, potete controllare la mia busta paga. Non ho niente a che fare con attentati, omicidi ed esperimenti sui pokémon» (Friedrich Nucci, responsabile dell’attentato di Zafferanopoli. Condannato all’ergastolo).

«Il Team Rocket è meno pericoloso della banda delle giovani marmotte» (Milas Sholes, accusato di aver ordito un colpo di stato nel 2001 a Johto. Indagato e poi prosciolto).

«Siamo entrati in città di notte e abbiamo aperto tutte le case, una ad una, con mitra e altre armi da fuoco e ci siamo fatti consegnare tutti i pokémon. Se non obbedivano li picchiavamo e lo facevamo con tutta la forza che avevamo in corpo.
Da chi è partito l’ordine? Non ne ho idea, ho ricevuto un messaggio e basta.
No, non posso fare nomi. Non li so» (Mitra Alvarez Portillo, condannata a 8 anni per l’attacco al villaggio montanaro nei pressi del Monte Argento).

«Giovanni a me pare un semplice idiota, devo essere molto sincera. Dubito che possa essere il capo di una temibile organizzazione criminale che vuole prendere il controllo dello Stato. Ma insomma, guardatelo: un uomo con un collo taurino, due spalle sproporzionate, dei capelli che paiono disegnati da un mangaka giapponese e una pelle perennemente abbronzata, manco fosse di origine africana. Senza offesa per gli africani, a cui ho accostato un soggetto di questo spessore. Secondo me, l’unica colpa che potrebbe essere attribuita a Giovanni è quella di essere rimasto Capopalestra di Smeraldopoli dopo che sia Blu che Rosso lo hanno sconfitto. Ma li avete visti Blu e Rosso? Sembrano le gemelle di Shining. Uno più inquietante dell’altro. No, non nel look, nella comicità. Il primo sembra che abbia inventato i pokémon, sembra che siano stati partoriti dalla sua mente – e magari usciti dalla bocca, anche perché è l’unico buco che si può nominare in televisione –; il secondo, al contrario, non sa dove si trovi, non sa perché si trovi in quel determinato posto. Ha partecipato alla Lega Pokémon e si guardava attorno come fanno i bambini ai supermercati quando perdono la mamma» (Leslie Benson, comica televisiva e teatrale).

«La missione del Team Rocket non era un mero ritorno economico per le operazioni illecite che compivano e portavano avanti: il Team Rocket aveva il preciso obiettivo di sottomettere il potere statale e porlo alle sue dipendenze. L’organizzazione inseriva poi i suoi uomini in posizioni di grande importanza mediante clientelismi, atti di corruzione, conoscenze e amicizie, permettendo di intaccare il tessuto politico con questi germi criminali sovversivi» (Procuratore Generale di Zafferanopoli, Franco Gabriello).

«Lo dico con tutta sincerità e onestà intellettuale, il sindaco di Azzurropoli non era mica Roberto Toscani, ma era Giovanni, Giovanni Silviosi. Se volevi parlare di progetti che riguardassero la città, dovevi andare da lui. Toscani non valeva nulla, nulla. Anzi, Toscani era il primo che spesso andava in pellegrinaggio da Silviosi, per avere consigli e direttive su come trattare la maggioranza, l’opposizione, e su come parlare agli imprenditori. Sì, insomma, il sindaco di Azzurropoli era Silviosi, mica Toscani» (Marco Parto, giornalista per “Il Corriere di Fiordoropoli”).

«Io dubito seriamente che gli arrestati e i condannati siano i reali artefici del Team Rocket. No, no, io penso invece che le vere menti dell’organizzazione siano ancora a piede libero, protette da chissà quale potere occulto. Ricompariranno da un giorno all’altro, ci saranno altre falangi armate del Team Rocket che faranno tutto quello che hanno sempre fatto. Magari intensificando la loro forza terroristica, sempre spinte da persone che rimangono tutt’ora sconosciute e chissà per quanto altro tempo lo saranno» (Vincent Dedri, giornalista per “Critica Intellettuale”).

«Dopo aver letto le notizie provenienti dalle procure, un brivido mi è sceso lungo la schiena. Abbiamo sempre pensato che il Team Rocket fosse qualcosa legato alla piccola criminalità, come i furti di quartiere. Abbiamo sempre sottovalutato il suo reale potenziale e per questo ha saputo celare bene la sua reale missione: sovvertire lo stato. Noi giornalisti ne siamo i reali complici, siamo sinceri!
All’interno del Team Rocket figurano oggi esponenti dell’Esercito, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, politici della maggioranza e dell’opposizione, pubblici ministeri e giudici. Tutti coloro che dovrebbero insegnare ai cittadini cosa sia la moralità e comportarsi di conseguenza, sono i primi ad esser indegni di sedere in certe istituzioni. Siamo un Paese marcio. Johto e l’Arcipelago Orange dovrebbero far saltare gli accordi di Celestopoli e ripudiarci» (Trevor Prescott, direttore de “Il Quotidiano”).

«Guardate, io non so niente di omicidi, stragi e attentati. Io non mi sono mai occupato della cronaca nera, io mi occupo della cronaca politica ed economica, la cronaca bianca e verde. Verde come i dollaroni, s’intende.
Ma battute a parte, permettetemi di dire che vedere determinate personalità tra gli indagati e gli arrestati, ha destato in me un lieve stupore che mi ha permesso di capire tante cose che mi erano sempre state poco chiare.
Se le notizie di reato a carico delle persone viste nel servizio appena mandato in onda fossero confermate, saremmo di fronte ad una gigantesca operazione criminale che va avanti da quasi due decenni. Il Team Rocket ha oliato Unione Pokémon Repubblicani per anni. Perché le stesse persone arrestate con l’accusa di appartenere a quell’organizzazione criminale, sono le medesime che finanziavano il nostro Partito. O meglio, loro portavano le valigette cariche di denari che noi della tesoreria, molto diligentemente, raccoglievamo e spartivamo all’interno del gruppo. Era una cosa ampiamente risaputa in Parlamento che fossimo nutriti da schiere e schiere di lobby, che pagavano affinché realizzassimo determinati punti o evitassimo un certo tipo di politica. Ma non siamo mica gli unici a finanziarci grazie a questo sistema. Non pensiate mica che il Partito Comunista Repubblicano trovi i suoi fondi solo grazie alle iscrizioni, nient’ affatto. La Repubblica Popolare Cinese, tramite giochi di fondi esteri, fa arrivare mensilmente un assegno direttamente nelle mani nel loro tesoriere, come fa un marito con una moglie da cui ha divorziato. In cambio di queste ingenti somme, sono presenti anche favori non solo a livello… legislativo, ma anche di tipo giudiziario.
Lo sapete, la magistratura dovrebbe essere indipendente. In realtà quando sei un politico, e il tuo obiettivo è il potere e non lo stipendio, fai in modo di avere uomini piazzati anche al Palazzo della Presidenza della Repubblica, per avere informazioni su come si muovono quelle che dovrebbero essere le figure di garanzia, anticiparle e muoverti di conseguenza, in modo da avere sempre tutto sotto controllo. Ebbene, nel momento in cui fosse esistita anche semplicemente un’ipotesi di ipotesi di ipotesi di reato, noi avremmo avvertito i nostri contatti e loro avrebbero fatto quello che facevano sempre: insabbiamenti, depistaggi, concussioni di tutti i tipi per tutti i fatti. È per questo che il bubbone non è mai scoppiato… fino ad oggi. La peste è sempre rimasta in incubazione, non si è mai manifestata perché noi facevamo in modo che non si diffondesse. Lo facevamo perché così era meglio per tutti, perché questo sistema garantiva e garantisce tuttora benessere per tutti, dal primo all’ultimo, anche per colui che protesta dicendo che la politica non fa nulla per aiutarlo. Ma non è vero. La politica si muove, anche per lui, perché le cose potrebbero andargli peggio di come vanno. È inutile quindi scandalizzarsi, è inutile dirsi sorpresi: siamo tutti qui perché qualcuno ci ha voluto qui, non per le nostre capacità.
E per quanto riguarda quelle persone ora in manette, sono abbastanza sicuro che non agivano per conto proprio, non avevano interessi diretti. Finanziavano per qualcun altro. Sì, ma per chi? Chi c’è davvero dietro a tutto questo? Insomma, non rubi dei pokémon da un Centro Medico e poi ti metti a fare del finanziamento illecito, parliamoci chiaramente, gente. Loro sanno per chi lavoravano? La magistratura se lo deve chiedere. Forse anche noi Repubblicani dovremmo chiedercelo: per chi abbiamo lavorato per tutti questi anni? Stiamo, secondo me, camminando su un terreno pericoloso e scivoloso, come quello in cui camminammo quando lasciammo salire al potere un partito fascista che ci portò dritti dritti in guerra prima e all’occupazione americana dopo. Forse è davvero troppo tardi e i buoi sono scappati tutti dal recinto, e ora si stanno organizzando per farla pagare ai contadini che li hanno curati fino a poco prima» (Alessandro Arcuri, Parlamentare e Tesoriere di Unione Pokémon Repubblicani, condannato a 5 anni per corruzione).

Che cosa fosse quest’entità chiamata “Team Rocket” non lo si capì mai con certezza. C’era chi diceva che fosse una potentissima e pericolosissima organizzazione criminale, chi riteneva che fosse una combriccola di ladri da quartiere e chi al contrario ne parlava come un’invenzione giornalistica ben congegnata e studiata, ma era certo che in realtà questo famigerato Team Rocket non esistesse neanche.
Le questioni, le domande che gravitavano attorno a questo nome, che ben presto divenne tristemente familiare, trovavano una differente risposta in base alla faccia che la stessa organizzazione assunse all’interno delle menti dei cittadini nel corso degli anni. Perché la particolarità era proprio quella di mutare il proprio volto con il passare del tempo: mostrarne uno piuttosto che un altro, dando però al contempo e costantemente l’impressione di nascondere molto di più. Non a caso, la faccenda del Team Rocket rimane il più grande e controverso mistero della storia di Kanto prima e della Repubblica Federale di Pokémon dopo.
Le cronache giudiziarie che riguardano il movimento sono cominciate sul finire degli anni novanta, quando esso ottenne visibilità nazionale. Inizialmente, solo i giornali locali si occupavano degli atti di piccola criminalità messi in atto da questo famigerato Team Rocket, ma è solo nel 1998 che lo scandalo si allarga a macchia d’olio fino a colpire l’opinione pubblica. Lo stesso 1998 che vedeva l’Estremo Oriente in preda ad un collasso economico per Paesi come l’Indonesia, la Thailandia e la Corea del Sud. Lo stesso 1998 in cui si combatteva una guerra fratricida sui Balcani, mossa per questioni territoriali, ideologiche e etniche, che vedeva risorgere sul territorio del Vecchio Continente la brutalità dei campi di concentramento e di sterminio. Lo stesso 1998 in cui gli Stati Uniti si vedevano governati da un Presidente fedifrago portato ad un passo dell’impeachment per falsa testimonianza. Lo stesso 1998 in cui la Repubblica di Johto e l’Arcipelago Orange si preparavano con numerosi atti legislativi ad abbandonare la loro struttura costituzionale per entrare in un uno stato federale che vedeva come terzo membro la Repubblica di Kanto, con già diversi Stati Osservatori, come la Repubblica di Hoenn, il Regno di Fiore e il Regno di Sinnoh, interessati al progetto economico e politico.
Sì, la stessa Kanto che scopriva di avere in casa un nemico pressoché invisibile, qualcosa che si era mosso per moltissimi anni senza che nessuno se ne accorgesse. Un ninja letale che agiva nell’ombra, capace di portare a termine il suo obiettivo senza lasciare traccia, senza lasciare segni del suo passaggio.
Eppure, sebbene la presenza del nemico fosse accertata, i magistrati non riuscivano a sbrogliare la matassa. Serviva forse interrogare più persone? Ecco allora che le procure si riempivano di individui di cui la presenza era giustificata dalla dicitura “persona informata sui fatti”, con l’unico risultato, però, di complicare ulteriormente l’annosa questione. Frasi discordanti, frammenti di verità che non combaciavano l’una con l’altra, bugie e contraddizioni avevano reso la questione un gigantesco puzzle con le tessere assolutamente sconnesse l’una dall’altra.
La Kanto di fine anni ‘90 era questo: una Nazione in preda ad una grandissima e furiosa confusione, priva di identità e incapace di fidarsi di se stessa, delle sue istituzioni che fino a quel momento l’avevano solidamente guidata. Ingannata, umiliata, disillusa, arrabbiata e impaurita.
Eppure, fa sorridere pensare che tutto questo nacque dall’arresto di alcuni piccoli criminali che si mostrarono connessi all’attività di finanziamento dei partiti illustrato nel discorso di Alessandro Arcuri, in uno dei molteplici talk show politici che quotidianamente affliggevano le televisioni dei cittadini. Le sue frasi erano il terremoto che di fatto avevano preannunciato un’eruzione vulcanica con tanto di lahar. La gigantesca e abnorme colata di fango colpì tutti, indebolendo, frantumando, trascinando a valle ogni istituzione e generando orde di proteste sempre più massicce e violente contro il sistema politico e giudiziario. Forse era questo il terzo segreto di Fatima, forse era questa una delle predizioni di Nostradamus.
Eppure, nonostante tutti questi inganni, umiliazioni e disillusioni c’era qualcuno che festeggiava. Sì, l’uomo che aveva creato tutto questo, il ninja letale e capace di tutto, anche di disorientare un intero Stato. Un uomo che forse non discendeva dalle scimmie ma dagli aracnidi. La sua tela era così densa, ben studiata e strutturata, che qualsiasi animale, grande o piccolo che fosse, vi veniva intrappolato per poi finire fagocitato da un ragno che possedeva una fame insaziabile, incommensurabile.
A fronte della situazione venutasi a creare, le parole contenute in Isaia 59 suonavano come un avvertimento: «3Le vostre palme sono macchiate di sangue e le vostre dita di iniquità; le vostre labbra proferiscono menzogne, la vostra lingua sussurra perversità. 4Nessuno muove causa con giustizia, nessuno la discute con lealtà. Si confida nel nulla e si dice il falso, si concepisce la malizia e si genera l'iniquità. 5Dischiudono uova di serpenti velenosi, tessono tele di ragno; chi mangia quelle uova morirà, e dall'uovo schiacciato esce una vipera. 6Le loro tele non servono per vesti, essi non si possono coprire con i loro manufatti; le loro opere sono opere inique, il frutto di oppressioni è nelle loro mani.
7I loro piedi corrono al male, si affrettano a spargere sangue innocente; i loro pensieri sono pensieri iniqui, desolazione e distruzione sono sulle loro strade. 8Non conoscono la via della pace, non c'è giustizia nel loro procedere; rendono tortuosi i loro sentieri, chiunque vi cammina non conosce la pace».
Una mattina del 1998, tutti si scoprirono pedine di una perversa partita di scacchi, tutti si scoprirono intrappolati, senza possibilità di salvezza nella tela del Ragno. Immobili, privati inconsciamente della loro libertà. Aspettavano il compiersi del loro destino, aspettavano il loro sacrificio all’altare per il volere di Uno.

«Effettivamente non mi sono mai visto come un ragno che tesse la sua tela. È un’immagine affascinante, lo ammetto, la prenderò in considerazione nel momento in cui scriverò la mia biografia.
In verità, per capire quello che penso di me devo guardare tutta la mia vita, tutta la mia storia. È riduttivo cercare una definizione osservando solo gli ultimi anni della mia esistenza.
Ad esempio, mi sono sempre domandato se Dio esista. È una domanda comune, no? Tutti se la pongono almeno una volta nella loro vita. Specie quando... affronti momenti davvero, davvero difficili. “Dio, dove sei?” domandi... e non ottieni risposta. Allora mi sono proposto di viaggiare, forse così avrei trovato la risposta alla mia domanda. Ma muovendomi per il mondo, camminando per i continenti e osservando quello che ho potuto vedere io con questi miei occhi, capisci che no, Dio non esiste. E allora puoi metterti in un angolino a piangere oppure fare. E io, seppur con le limitazioni che caratterizzano ad ogni esser umano, ho deciso di fare. Ho cercato di prendere in mano le redini della situazione. Forse qualcuno penserà che io, con questo discorso, voglia prendere il posto di Dio... glielo lascerò credere, sarò sincero. E sa perché? Perché non trovo volgare che qualcuno mi accosti ad una figura considerata “potente”. D’altra parte, se dovessero mai scrivere una biografia su di me dovrebbero intitolarla “La Bibbia”, o meglio, “La Bibbia del Potere”. Perché nessuno meglio di me sa cosa sia il vero potere.
» (Giovanni Silviosi. Campione della Lega Pokémon di Kanto, già Capopalestra di Smeraldopoli, capo del Team Rocket, Presidente di Repubblica Nuova e Presidente del Consiglio).


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Trovate qui le versioni PDF - MOBI - EPUB del capitolo

Modificato da Dream
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Un lieve di stupore.

Non a caso, la faccenda del Team Rocket rimane il più grande e controverso mistero della storia di Kanto prima e della Repubblica Federale di Pokémon dopo. La frase alla fine non ha senso.

Mi sei decisamente mancato. Solo una persona al mondo può mischiare in una fanfic Pokémon, politica e religione. E farlo senza scadere nel banale.

L'universo è lo stesso di Post and found, certo, ma allo stesso tempo è profondamente diverso. Ho apprezzato molto questo capitolo di introduzione con tutti tutte le deposizioni dei vari indagati, nonché la chiusura glaciale di Giovanni, il Giovanni di cui si è sentito tanto parlare nell'opera precedente, qui entra in scena. Inutile dire che è un fottuto badass, si capisce che è un uomo con i controcoglioni (d'altronde, per dire di accettare di essere paragonati a Dio bisogna avere del gran pelo sullo stomaco).

Questa è una sorta di prefazione giusto? Dal prossimo capitolo dovrebbe iniziare la narrazione vera e propria? Sono curioso di capire lo stile che adotterai. Sai scrivere bene Dream, e l'hai dimostrato ancora una volta. Bravo, continua così.

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Un lieve di stupore.

Non a caso, la faccenda del Team Rocket rimane il più grande e controverso mistero della storia di Kanto prima e della Repubblica Federale di Pokémon dopo. La frase alla fine non ha senso.

Mi sei decisamente mancato. Solo una persona al mondo può mischiare in una fanfic Pokémon, politica e religione. E farlo senza scadere nel banale.

L'universo è lo stesso di Post and found, certo, ma allo stesso tempo è profondamente diverso. Ho apprezzato molto questo capitolo di introduzione con tutti tutte le deposizioni dei vari indagati, nonché la chiusura glaciale di Giovanni, il Giovanni di cui si è sentito tanto parlare nell'opera precedente, qui entra in scena. Inutile dire che è un fottuto badass, si capisce che è un uomo con i controcoglioni (d'altronde, per dire di accettare di essere paragonati a Dio bisogna avere del gran pelo sullo stomaco).

Questa è una sorta di prefazione giusto? Dal prossimo capitolo dovrebbe iniziare la narrazione vera e propria? Sono curioso di capire lo stile che adotterai. Sai scrivere bene Dream, e l'hai dimostrato ancora una volta. Bravo, continua così.

Sei stata la mia prima recensione fuori da collaboratori e chat IRC. COME TI SENTI AD ESSERE IL PRIMO?

 

Cagate a parte, veniamo a noi due.

> La prima cosa corretta;

> La seconda invece ha senso. Capitolo... 18 di Lost And Found. Racconto che Kanto fosse una nazione indipendente che nel 2000/2001 - ora non ricordo la data precisa -  si è poi unita facendo una federazione di stati, appunto la Repubblica Federale di Pokémon. Questa frase simboleggia che il Team Rocket non è un qualcosa che è nata e morta con Kanto, ma è qualcosa che ha poi afflitto la Repubblica Federale. E' come dire "Hai rovinato la vita di Dario prima, e quella di Gabriele dopo".

 

Una volta un mio amico, recensendo il capitolo 13 di Lost And Found scrisse:

 

- E dopo La caduta ecco che Dream (lo scrittore) torna a fare paragoni religiosi sul Diavolo. C’è un pattern dietro, solo non sono sicuro di quale sia. Uno psicologo direbbe che hai problemi irrisolti con il cristianesimo (tipo l’invidia del pene nelle bambine), ma sappiamo tutti che la psicologia è una cagata.

 

Effettivamente trovo la religione molto interessante - ho una copia della Bibbia qui affianco a me mentre scrivo - e come ben sai trovo anche la politica dannatamente intrigante, affascinante. E sebbene Pokémon non sia neanche una delle mie saghe di videogiochi preferita, è l'unica che riesce ad ispirarmi elementi e trame di questo genere. Troverei molto complesso, ad esempio, vedere una Lara Croft che viene condannata all'esilio da un governo autoritario come invece accade a Dream in L&F.

L'universo è lo stesso di Lost And Found, esatto, ma al contempo è più cupo. Già da questo prologo si possono notare che i temi sono differenti e il prossimo capitolo, che ci condurrà nella narrazione della storia, ci mostrerà un contesto ambientale completamente differente. Lost And Found si apriva con città finanziarie e un vuoto generato dalla modernità. Lost And Found narrava dell'ipocrisia della società benestante - e questa frase può farmi sembrare addirittura comunista, ma non lo sono. La Bibbia del Potere, per lo meno nella prima parte, è molto più cruda, reale

In effetti la scena finale la volevo così, glaciale. Nelle dichiarazioni precedenti c'è una gran confusione. Il Team Rocket esiste? E Giovanni? In tutto questo che ruolo ha? Ed eccola, la dichiarazione di un uomo potente. Un uomo che non intende scendere a compromessi neanche nelle parole.

Sarà il personaggio più crudele che io abbia mai ideato, tanto da voler provare a porre nel lettore il dubbio su chi tifare. Per il male, protagonista o per il bene?

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Uhm, rileggendo la frase mi rendo conto che ha senso, magari una virgola aiuterebbe però...

Mi sento molto figo, ma perché sono admin del wiki, non perché ti ho recensito il capitolo.

 

Le atmosfere dark ho notato che si sposano bene con l'universo Pokémon (Dxs docet), quindi non posso che essere felice di questa tua scelta, però resto un supporter del bene, quindi abbasso Giovanni e viva Rosso!

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Uhm, rileggendo la frase mi rendo conto che ha senso, magari una virgola aiuterebbe però...

Mi sento molto figo, ma perché sono admin del wiki, non perché ti ho recensito il capitolo.

 

Le atmosfere dark ho notato che si sposano bene con l'universo Pokémon (Dxs docet), quindi non posso che essere felice di questa tua scelta, però resto un supporter del bene, quindi abbasso Giovanni e viva Rosso!

Rosso, eh? :awesome:

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Ciao, ho letto il prologo e devo dire che trovo il tutto molto interessante e scritto in maniera impeccabile.

 

Prima di appassionarmi e dilungarmi in opinioni più articolate vorrei chiedere una cosa.

Mi pare di capire che vi sia un'altro scritto antecedente a questo e che i due scritti siano collegati, il che giustificherebbe il mio disorientamento nell'essere lanciato in un mondo che sembra una fusione tra il nostro e quello Pokémon, con la nostra religione/storia/geografia e l'aggiunta delle isole e dei Pokémon.

La mia domanda è se i due scritti sono collegati solo in quanto ad ambientazione o se per comprendere "La Bibbia del Potere" devo leggere prima l'altro.

 

Nel mentre ti faccio i complimenti vivissimi, aldilà dei temi trovo il tuo modo di scrivere assolutamente, uhm... sì, completo, credo sia l'aggettivo giusto. Potrà non sembrare un complimentone, ma trovo sia una bellissima cosa da dire ad uno scrittore.

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Se non erro l'aveva detto Dream nel prologo che non è necessario aver letto lost and found per seguire la bibbia del potere. Anche perché questo è un prologo che si svolge appunto prima dell'altra fic. Ci sono personaggi comuni, certo, Giovanni in primis, ma sono seguiti da altri punti di vista e le vicende qui presenti sono state solo accennate nell'altro lavoro.

Insomma, non hai scuse e ora fila a leggere :P

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Ho riletto la prefazione ed effettivamente vi era scritto esplicitamente.

*si sente un cretino*

Aspetto con gaudio il prossimo capitolo allora :)

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Eccomi, scusatemi per il ritardo ma è stata una giornata che definire sfiancante è dir poco.

 

 

Ciao, ho letto il prologo e devo dire che trovo il tutto molto interessante e scritto in maniera impeccabile.

 

Prima di appassionarmi e dilungarmi in opinioni più articolate vorrei chiedere una cosa.

Mi pare di capire che vi sia un'altro scritto antecedente a questo e che i due scritti siano collegati, il che giustificherebbe il mio disorientamento nell'essere lanciato in un mondo che sembra una fusione tra il nostro e quello Pokémon, con la nostra religione/storia/geografia e l'aggiunta delle isole e dei Pokémon.

La mia domanda è se i due scritti sono collegati solo in quanto ad ambientazione o se per comprendere "La Bibbia del Potere" devo leggere prima l'altro.

 

Nel mentre ti faccio i complimenti vivissimi, aldilà dei temi trovo il tuo modo di scrivere assolutamente, uhm... sì, completo, credo sia l'aggettivo giusto. Potrà non sembrare un complimentone, ma trovo sia una bellissima cosa da dire ad uno scrittore.

Allora.

Come hai giustamente notato, "La Bibbia del Potere" è un racconto collegato a Lost And Found, ma la lettura di Lost And Found non è un requisito per apprezzare questo nuovo racconto. Per svariati motivi:

  • I protagonisti - Lost And Found ha protagonista un ragazzo che si chiama Dream che tra gli amici ha un Rosso e una Vera, ci sono personaggi creati da 0 e altri propri della fanfiction con personalità e caratteristiche leggermente differenti sebbene comunque mi sia attenuto molto al canone originale; In questo racconto il protagonista principale sarà Giovanni, sarà il Team Rocket con i personaggi che abbiamo conosciuto tramite i giochi e altri personaggi sempre creati da me. Anche la situazione familiare del Boss sarà completamente rivista, ho deciso di non utilizzare ad esempio le vicende del manga, ad esempio. Nessuna Madame Boss. E al momento, ma potrei cambiare decisione in seguito, non ci saranno neanche Jessie & James.
  • Il periodo in cui è ambientata - Lost And Found si svolge sostanzialmente in un arco di nemmeno sei mesi che copre l'agosto del 2016 fino al suo tardo autunno. La Bibbia del Potere, già dal prologo in cui appare un 1998, parte addirittura molto prima, con salti temporali ovviamente funzionali al racconto.

La connessione tra Lost And Found e La Bibbia nel Potere specialmente, sta in alcuni avvenimenti politici che accadono nel primo racconto e che si ripercuotono inevitabilmente sulla vita dei suoi protagonisti, ma tutti questi eventi verranno poi riproposti e approfonditi poiché adesso posso dare un'ottica differente, più appropriata.

L'altra connessione è quindi inevitabilmente l'ambiente geografico in cui si muove tutta la mia narrazione. Come hai sottolineato c'è una miscela tra mondo Pokémon e mondo reale. Ci sono gli Stati Uniti, c'è l'Unione Europea (in Lost And Found ci fu proprio una battuta sarcastica che mi causò un fiume di critiche ai tempi), c'è il Giappone. Kanto, Johto e compagnia bella si collocano nell'Oceano Atlantico settentrionale, tra America e Europa. Riconosco che a Violapoli c'è ad esempio una pagoda che cozza insomma con l'architettura occidentale oppure Kalos è palesemente ispirata alla Francia, ma posso garantire che ho contestualizzato e spiegato il perché di queste cose. Tengo molto ai dettagli e non lascio assolutamente nulla al caso.

Ti ringrazio molto per aver letto il capitolo e per i complimenti! Non ti preoccupare per le domande, nel caso ne avessi altre sarei ben lieto di rispondere. Spero di ricevere ancora la tua lettura :D.

Modificato da Dream
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[...] Spero di ricevere ancora la tua lettura :D.

Assolutamente sì, grazie della risposta molto comprensiva :)

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Genesi 1.1 – La caduta del seme

 

«E l’ottavo giorno Dio creò la persuasione e vide che ciò era buona. Il nono giorno creò le menti deboli e vide che ciò era buono, perché solo così sarebbe stato capace di dominare sull’umanità intera»

Spoiler

Il piccolo Corradino correva nell’erba alta del Percorso 22. Una stradina che si districava tra i monti che posavano le loro radici ai bordi di Smeraldopoli e che si alzavano poi imponenti a ovest, nella catena chiamata Alpi Argentate, raggiungendo il loro picco massimo con il Monte Argento, un vulcano ormai inattivo che separava le nazioni di Kanto e Johto.
I suoi amici non distavano molto, erano poco più avanti. Con i loro passi pesanti fecero sollevare due esemplari di Spearow che si allontanarono starnazzando inferociti. Si chiedeva come facessero a camminare così veloci, se non avessero paura di cascare con tutto quel dannato ghiaccio che copriva il terreno. Camminava in maniera incerta, con uno sguardo ai suoi compagni e uno sguardo su dove avrebbe messo i piedi, cercando di posarli dove gli altri erano già passati, sicuro che in questa maniera non sarebbe incorso nel rischio di scivolare.
La fine dell’autunno del 1941 si stava rivelando, per gli abitanti di Kanto, particolarmente duro e gelido. La temperatura superava lo zero solo nelle prime ore del pomeriggio, mentre crollava appena il Sole si nascondeva tra le montagne, affondando nel mare a ovest di Fiorlisopoli. La notte precedente era caduta anche una leggera spruzzata di neve, che era giunta persino a lambire la solitamente tropicale Isola Cannella. A render più complessa la situazione vi era anche la disposizione del governo di un taglio delle forniture di molte materie prime, tra cui il gas metano, per contenere i consumi e creare scorte con un’ottica di lungo termine per far fronte alla guerra appena cominciata. Le mire militari del governo anti-democratico erano volte alla conquista di Johto prima e di Hoenn dopo. Le due Nazioni, facenti parti degli Alleati, grazie alla loro posizione nell’oceano Atlantico erano strategicamente importanti: l’obiettivo del regime era quindi quello di conquistare e utilizzarle poi per sferrare, assieme alle altre Potenze dell’Asse, un attacco diretto agli Stati Uniti d’America.
Era il 5 Dicembre 1941. Le truppe militari di Kanto avevano sfondato nella notte il confine sulle Alpi guidate dal generale John Windermand, mentre diverse portaerei si erano poste tra Olivinopoli e Fiordoropoli, pronte a bombardare con l’aviazione le due città costiere in modo da sferrare un attacco a tenaglia e far capitolare Johto.
Corradino e i suoi amici si arrampicarono sui monti e seguirono i percorsi nell’erba che erano abituati a frequentare, districandosi tra i sentieri più o meno ripidi, incrociandosi con ruscelli d’acqua gelida, cascine messe a fuoco, bussolotti di proiettili e alberi abbattuti. La curiosità che li muoveva era di vedere la guerra. Sì, che cos’era la guerra? Gli abitanti di Kanto non lo sapevano. L’unico cambiamento era nella razione di alcune risorse. Il cioccolato era divenuto raro, il gas era prezioso e anche il grano era un bene che non andava sprecato. A Kanto non si sapeva cosa fosse un bombardamento aereo, “subire un’invasione” era una locuzione del tutto sconosciuta. Le potenze Alleate non consideravano di grossa importanza la questione Atlantica, ritenendo che il grosso pericolo per la democrazia mondiale fosse all’interno dell’Europa. Secondo le ambasciate Alleate, le diatribe militari tra Johto, Kanto e Hoenn erano relegate a questioni di antica data, di origine egemonica e che il secondo conflitto mondiale non era nient’altro che l’ennesima scusa per l’ennesimo scontro a fuoco; un conflitto che sarebbe cessato una volta che il fronte europeo avesse visto terminare la sua battaglia. Le guerre tra i tre stati andavano avanti dalla fine del ‘600 e a turno provavano a conquistarsi a vicenda, finendo sempre per dover ripiegare e tornare all’interno dei loro confini originali. Lo scenario mutò nei primi anni del Novecento, quando venne stipulata l’alleanza tra Johto e Hoenn, che trovarono il loro primo banco di prova durante la Grande Guerra, quando entrambe decisero di marciare compatte alla conquista di Kanto, senza però riuscirci. I contingenti mandati al governo di Fiordoropoli e a quello di Porto Alghepoli da parte di Unione Sovietica e Inghilterra, erano del tutto insufficienti e formati da uomini scarsamente preparati e da mezzi che non venivano definiti “di fortuna” solo per non scatenare incidenti diplomatici.
Così a Kanto la vita procedeva tranquilla, come se fuori dai confini la situazione non avesse già toccato il fondo, fondo pronto ad esser scavato. Non importava che nel Mar Mediterraneo le navi venissero affondate con la medesima frequenza respiratoria di una persona. Non importava che la Germania Nazista, al fianco dell’Italia Fascista avessero sferrato un feroce attacco contro l’Unione Sovietica e fossero arrivati a pochi chilometri da Mosca. Non importava che i Giapponesi fossero a qualche miglia di distanza da Pearl Harbor, pronti a condurre un attacco da provocare l’entrata in guerra degli Stati Uniti al fianco degli altri Paesi Alleati. La gente moriva, i cannoni sparavano, gli aerei bombardavano ma a Kanto niente di tutto questo importava. La borghesia di Azzurropoli continuava a sorseggiare il proprio caffè nella terrazza del Centro Commerciale Nazionale, un palazzo di cinque piani costruito in stile liberty. Dalle ampie vetrate si poteva osservare la visione di tutto il centro cittadino, fatto di negozi e boutique di marche famose e costose. All’angolo tra “Via Liberal” e “Via Roma” si poteva vedere l’insegna color verde sottobosco con scritto in oro “Hannabeauty”, un negozio noto per le sue pellicce di alta qualità fatte con visone, volpe e coniglio Rex; ma anche con la pelle di Eevee, Umbreon, Lillipup, Vulpix, Ninetales o di qualsiasi altro pokémon che avesse un pelo considerato pregiato. Le particolarissime Pellicce Pokémon erano di gran lunga preferite perché maggiormente costose. In “Via New York” invece, c’era “Les Chaussures de Krokorok”, un piccolo negozietto che si occupava della vendita di scarpe ottenute utilizzando la pelle di Krorokok, un materiale molto simile al cuoio, ma preferito, perché maggiormente costoso. Un’altra meta per le persone di alta classe, in voga inizialmente solo tra gli uomini e poi marchio di fabbrica dei movimenti femministi di Kanto era “Happiness Of Koffing”, un’attività commerciale in “Piazza Monte Argento” ex “Piazza Fiordoropoli”, che si occupava della vendita di foglie di Exeggutor, fatte essiccare e poi fumate. Un prodotto molto utilizzato dai ceti sociali meno umili perché più costoso, e quindi preferito. Chi era regolare cliente di “Happiness Of Koffing”, riceveva poi in omaggio o dei porta-sigarette in alluminio con il simbolo del negozio o di un Exeggutor, o borse in pelle con i medesimi simboli in modo da poter far riconoscere a tutti che loro non fumavano il tabacco come le persone ritenute “meno fortunate”. E le signore, che parevano delle piccole formichine dalle vetrate del Centro Commerciale, entravano con i portafogli carichi di banconote e uscivano seguite da facchini che caricavano le automobili con i loro acquisti. «Grazie per i suoi acquisti, signora», «Torni presto da noi, signora», «È stato un piacere averla come nostra cliente, signora».
Anche nella città di Zafferanopoli, la Capitale di Kanto, la vita proseguiva. I trader si accalcavano, si ammassavano nel gran salone della Borsa, alzando le mani e gridando di acquistare o di vendere quell’azione, quell’obbligazione per far soldi. E quanti soldi si facevano! Nel 1941, la Repubblica Sociale di Kanto era uno degli stati mondiali con maggiori traffici finanziari.

I bambini continuarono a camminare fino ad arrivare davanti a due baracchini completamente distrutti. Era la zona in cui sorgeva la frontiera tra Kanto e Johto. Prima della guerra i soldati controllavano quotidianamente centinaia e centinaia di documenti dei cittadini che volevano oltrepassare il confine, rilasciando i lascia-passare. Sì, prima della guerra. Delle due piccole costruzioni dove stavano i soldati non era rimasto che un cumulo di macerie. Non c’erano neanche dei soldati a presidiare la zona. Gli unici esseri umani erano loro, con i loro occhi vispi e curiosi, alla ricerca di cosa significasse guerra, alla ricerca di un qualcosa che permettesse loro di capire cosa stesse accadendo aldilà delle montagne. Nessun adulto a fermarli, a spiegargli.
Silenzio. Un irreale silenzio in quella che un tempo era una strada trafficata. Persino il vento era fuggito via per non osservare l’orrore che si stava compiendo sotto di lui. Gli alberi, con i loro rami secchi, erano inermi, fermi, come pietrificati.
Continuarono ad avanzare. L’odore di bruciato si fece più intenso e più frequenti si fecero gli alberi abbattuti e le cascine messe a fuoco. La scena che si mostrava ai loro occhi era così irreale, sembrava uscita fuori da un racconto di quelli che si leggevano sui banchi di scuola nelle ore di narrativa, quelle storie ritenute noiose, inutili, perché «Certe cose a noi non succedono», «Sono distanti da noi», «Non capiteranno mai, perché studiarle?».
Non si accorsero immediatamente delle grosse buche presenti sui grandi prati dove una volta pascolavano i Mareep, i Flaaffy e gli Ampharos, i Miltank o i Tauros. «Mio padre ha detto che le scavano gli Onix e gli Steelix per oltrepassare le linee nemiche e sorprenderli da dietro» gridò uno dei ragazzini, Giulio, cominciando a correre evitando di finire all’interno delle voragini create. Il padre aveva ragione: i pokémon si infilavano dentro e poi sorprendevano l’esercito avversario stringendolo in una presa a tenaglia. L’unica controffensiva in grado di fermarli era di riempire il terreno di mine a vari livelli che i pokémon Ferrosasso e Ferroserpe facevano attivare con vibrazioni che emettevano strisciando nel sottosuolo. Funzionava in parte, spesso la terra tremava, si sollevava e i pokémon, privi di vita, venivano lanciati per aria e fatti cadere con un grosso tonfo. Altre volte, il pokémon scaraventato dall’esplosione rischiava di cadere sopra le trincee e i militari abbassavano la guardia per evitare di venir colpiti così che l’esercito nemico ne approfittava per avanzare e coglierli di sorpresa. Era grazie a questa strategia che Johto aveva cominciato ad arretrare e Kanto aveva sfondato il confine, arrivando nei pressi dello stadio dove annualmente veniva tenuta la Conferenza Argento, la Lega Pokémon dello Repubblica di Johto.
Si aspettavano di incontrare qualche soldato lungo il percorso e invece erano gli unici esseri viventi nei paraggi. Le montagne erano il più grande alleato dell’esercito di Kanto e permetteva di concentrare tutte le forze sulle valli che collegavano le due nazioni. Nessun attacco aereo veniva sferrato da Johto che si trovava impreparata a gestire un esercito così ben equipaggiato, sia di terra che navale ed aereo, e il tanto atteso aiuto di Hoenn tardava nell’arrivare a causa di enormi problemi con la leva obbligatoria.
«Silenzio! Silenzio un attimo» gridò Aldo.
«Cosa c’è?» chiese Corradino.
«Fa’ silenzio ho detto!» ripeté lui stringendo gli occhi e alzando la voce.
Corradino obbedì, ammutolendosi di colpo.
Si sentì un forte rumore, secco, rimbombare tra la valle, nelle loro teste, nella loro cassa toracica. Come quando si osserva uno spettacolo pirotecnico a pochi metri di distanza e il rumore ti penetra dentro, raggiungendo le ossa, il midollo spinale, facendoti sentire però vuoto. Poi altri colpi, sempre secchi ma più leggeri, più frequenti. Il suono non scoppiava dentro come prima.
E poi di nuovo, quello che pareva un tuono a ciel sereno, che rintronava all’interno di tutta la valle, rintronava all’interno del loro petto. E poi un altro, ancora più forte che fece vibrare la terra, che fece vibrare i fili d’erba, i rami degli alberi secchi e i rami degli alberi bruciati. Dinanzi a loro una colonna di fumo cominciò ad innalzarsi in maniera irregolare verso il cielo bianco. Poi l’ennesimo boato, l’ennesimo vibrare di terra, dei fili d’erba, dei rami degli alberi secchi e bruciati e ancora una colonna di fumo, un’altra, un’altra e ancora un’altra.
«Ci siamo!» gridò Luigi e tutti cominciarono a correre verso le colonne di fumo, verso i tuoni, verso i suoni secchi. Verso la guerra.

Il rumore delle esplosioni venne interrotto da cinque elicotteri che, posti in perfetta linea orizzontale, volarono verso il fronte caldo che ormai si stava cominciando a stagliare davanti agli occhi dei piccoli. L’artiglieria formata da cannoni di vario genere e forma era impegnata a sparare, il fracasso picchiava nei loro timpani mentre i velivoli, ormai sopra le linee nemiche, cominciarono a sganciare oggetti di colore scuro che toccando terra esplodevano, unendo a quel fracasso altri rumori. Le chiamavano bombe.
«Penso che dovremmo andarcene» gridò Giulio tappandosi le orecchie.
«Sì, lo penso anche io» rispose Antonio coprendosi la testa con ambo le braccia.
Poi l’ennesimo fracasso e videro sollevarsi in aria Salamence e Dragonite e anche qualche esemplare di Hydreigon. Sulla terra invece dei Metagross, Tyranitar e Garchomp si muovevano rapidi e minacciosi verso le linee nemiche. Ed ecco che cominciò un’altra battaglia pokémon, tipica nel momento in cui le truppe umane si trovavano di fronte ad uno stallo.
«E voi chi siete?» fece un uomo quasi squarciandosi le corde vocali. Lui e altri quattro soldati imbracciarono il fucile e si diressero tenendo sottomira i ragazzini.
«Alzate le mani o spariamo, alzate le mani o spariamo!» cominciarono a urlarono i militari mentre i bambini obbedirono prontamente, alzando le mani al cielo come erano soliti fare quando giocavano a “Guardie e ladri”. Solo che questa volta le armi da fuoco non erano formate da delle mani congiunte tra loro, con gli indici e i medi ben stesi e colpi che partivano all’accendo di «BANG! BANG!». No, queste erano armi fatte di ferro e altri materiali ferrosi. Armi che non facevano semplici «Bang», ma che contenevano proiettili che una volta usciti dalla canna, si iniettavamo nei corpi delle persone ruotando, distruggendo, tritando la pelle, le vene, le arterie, i muscoli e le ossa.
Dentro di loro cominciarono a pentirsi di esser arrivati così vicini alle trincee, di aver voluto scoprire cosa fosse la guerra. Forse era quella cosa in cui i pokémon si attaccavano senza alcun limite e vincolo di umanità. Forse era quel posto in cui anche i bambini, ritenuti tendenzialmente indifesi e incapaci di essere un pericolo, venivano ritenuti soggetti considerati da osservare con un occhio dentro al mirino. Sì, era quella condizione in cui i dubbi e i sospetti si insidiavano nella mente umana, si appropriavano di ogni fibra del corpo, e rendevano l’uomo una bestia al pari delle altre bestie selvagge che si potevano trovare nella savana o nella giungla.
«Mark perquisiscili, muoviti» ordinò quello che pareva essere il capo del piccolo gruppo di combattenti.
Un soldato giovane, dagli occhi azzurri annuì con un cenno impercettibile del capo e poi cominciò a perquisire i piccoli.
«Da dove venite? Documenti? Che cosa ci fate qui? Siete spie? Siete tutti in arresto» fece il comandante con uno sguardo che esprimeva disgusto.
Corradino fu il primo dei bambini a scoppiare a piangere e anche gli altri, che fino a quel momento si erano mostrati coraggiosi, lo emularono. Avevano paura di morire, avevano paura di non tornare più a casa dalla loro madre, dal loro padre. «Siamo di Kanto, veniamo da Smeraldopoli. Frequentiamo la scuola elementare».
«Qual è il suo nome?» chiese con voce bassa uno dei soldati.
«Giuseppe, tu sei di Smeraldopoli, giusto?» chiese il capo. Il ragazzo annuì.
«“Scuola elementare Kabutops e Omastar”» fece Corradino tentando senza successo di smettere di piangere. La sua voce tremava, le lacrime continuavano a scendere rapide sul suo viso e cominciò a tirare su con il naso.
Andrea abbassò il fucile: «Sono di Kanto, Caporale».
«Ma santo cielo! Che cosa volete?! Tornate a casa» ricominciò a l’uomo aggredendo i ragazzi con il tono di voce particolarmente alto.
«Volevamo vedere che cosa fosse la guerra» ammise Giulio.
«Volevate vedere che cosa fosse la guerra? Questa è la guerra – disse spostandosi leggermente e mostrando lo scenario con l’indice della mano sinistra – un posto non adatto ai bambini. Muovetevi a tornare a casa prima che succeda qualcosa di brutto».
Le parole del caporale John Tyrinti suonarono come una sorta di previsione. Un Salamence di Johto morse le ali di un Dragonite di Kanto mentre questi stava preparando un Iper Raggio. Il Drago arancione perse la stabilità e cominciò a roteare su se stesso.
«A terra! A terra!» gridò uno dei soldati abbassandosi improvvisamente. Tutti si sdraiarono comprendonsi la testa e la stessa cosa fecero i bambini. Tutti, tranne Corradino. Troppo terrorizzato per muoversi, per sviluppare un pensiero razionale. Le gambe erano dure come il marmo, la sua mente così confusa, così impaurita che non riusciva a rendersi conto di quel che stesse succedendo. La mossa Normale lo centrò in pieno petto, dove una volta sentiva rimbombare i tonfi dei fuochi d’artificio, delle bombe e dell’artiglieria pesante, ora riceveva su di sé il peso di quella guerra. Il corpo venne scagliato a decine di metri di distanza, atterrando sul prato. Non emise neanche un grido, un suono, talmente era privo di forze. Lui che quella dannata guerra non la voleva neanche vedere, lui che avrebbe preferito giocare a “Guardie e ladri” con le mani che simulavano le pistole che esplodevano al grido di «BANG! BANG!». Lui, accusato di essere una spia quando la prima volta che conobbe quella parola era su un romanzo rosa della madre, posato sul tavolino della sala. La vista cominciò ad annebbiarsi, i rumori e i suoni diventarono sempre meno forti, sempre più densi, confusi, come i suoi pensieri. La luce, ecco, la luce diventava intensa, accecante. Il cielo si allontanava da lui, il prato su cui era posato sembrava allontanarsi, le voci degli amici, dei militari, dell’artiglieria. L’intero mondo si stava allontanando, sempre più distante, sempre di più. Poi gli occhi si chiusero, ormai privi di forze. E non si riaprirono più.

14 Marzo 1945.
«Erik sei il primo a partire, guiderai tu il gruppo. Ti hanno dato le mappe?» chiese il Sergente di istanza nella base aerea americana di Fiorlisopoli.
«Sì, Sergente. Azzurropoli, giusto?»
«Corretto. Radete al suolo quel covo di Nazisti. Passo e chiudo» disse soffocando malamente una risata.
La guerra aveva ormai assunto una dimensione mondiale a seguito dell’entrata degli Stati Uniti nel conflitto, avvenuto proprio pochi giorni dopo l’invasione di Kanto nei confronti di Johto. Le sorti si erano ormai invertite: l’Asse, che sembrava vicino alla conquista sia dell’Europa, che dell’Asia e dell’Atlantico aveva ormai perso il suo vantaggio iniziale. La liberazione degli Alleati era iniziata e l’Europa stava cominciando a liberarsi, non senza difficoltà, dal cancro del Nazifascismo. In estremo oriente, sotto la pressione di Stati Uniti, URSS e Cina, l’Impero Giapponese aveva perso tutti i territori conquistati.
Nel dicembre del 1944, Washington aprì il fronte Atlantico, decisa nell’affrontare il problema Kanto verso cui aveva ricevuto una dichiarazione di guerra senza che però alcun atto bellico si concretizzasse. L’inizio delle operazioni si ebbe intavolando una collaborazione politica con il Regno di Sinnoh. Il Governo di Giubilopoli era stato, sino a quel momento, un attore piuttosto ambiguo sia nei confronti degli Alleati, verso cui non nutriva particolari simpatie, sia nei confronti della Germania Nazista, la Spagna Franchista e l’Italia Fascista, con cui continuava a mantenere rapporti politico-economici. A Sinnoh gli americani costruirono le loro basi militari e da qui, nel gennaio del ’45, diedero inizio alla liberazione della Repubblica di Hoenn prima e della Repubblica di Johto poi, ormai completamente occupate dal regime di Kanto. Il Governo di Zafferanopoli non aveva semplicemente preso il controllo militare dei territori, ma aveva addirittura riscritto le mappe geografiche sancendo la fine delle due Repubbliche sotto il proprio controllo. Parte della strategia bellica statunitense prevedeva l’insorgere della popolazione nei confronti di Kanto. Le sacche della resistenza avevano, ormai sempre più frequentemente, sferrato attacchi di guerriglia nei confronti dell’esercito che ormai sopportava con fatica gli ordini provenienti da Zafferanopoli. I servizi di intelligence americana avevano infatti scoperto che era allo studio un piano per organizzare un colpo di stato da parte dei soldati, al fine di istituire un governo di transizione per far terminare la guerra e riportare, lentamente, le forze politiche al centro della scena istituzionale.
L’esercito non era certamente mosso da sentimenti profondi, democratici e amorevoli nei confronti dei cittadini: era semplicemente ben cosciente che, una volta che le forze Alleate avessero conquistato i territori senza un loro minimo aiuto, avrebbero perso il posto e le preziose e invidiabili carriere. L’obiettivo era quindi neutralizzare una possibile esautorazione da parte degli americani.
Proprio nel marzo del ’45 cominciarono i raid aerei su Kanto, in vista di una futura invasione militare per distruggere completamente anche l’ultimo fortino fascista dell’Atlantico, tutto in previsione delle successive, ma ormai inevitabili, liberazioni europee che si sarebbero susseguite in poco più di un mese.

Erik mise in moto il suo aeroplano grigio chiaro e iniziò le operazioni di decollo. L’elica nera cominciò a girare sempre più velocemente mentre le ruote del carrello consumavano sempre più rapidamente l’asfalto sotto di loro. In un istante la prua dell’aereo si alzò verso il cielo seguita dalle prue di altri aerei diretti tutti verso Azzurropoli.
«Buona fortuna laggiù, che Dio vi benedica» pronunciò il Sergente osservando l’aereo che si sollevava nel cielo.
«E che Dio benedica gli Stati Uniti d’America, Sergente» pronunciarono in coro i soldati all’interno dell’interfono. Riposta la rice-trasmittente al suo posto, Erik si abbassò la mascherina con le lenti vetrate e la montatura in silicone per assicurarsi di avere la miglior visuale possibile. Erik era un giovane di ventisei anni arruolato ormai da un poco più di dodici mesi nell’esercito americano. Era abile alla guida degli aeroplani, sia in funzione di ricognizione sia in funzione di bombardiere. Prima di prestare servizio nel fronte Atlantico – dove, a detta dei superiori era uno dei migliori uomini – aveva servito il proprio Paese per diversi mesi nel Pacifico combattendo l’esercito Giapponese.
«Erik, è vero che il Sergente ha detto che non ti fa radere i capelli se fai un buon lavoro?» chiese Richard, un compagno a pochi metri distante da lui.
«Affermativo, più distruggo e meglio è per la mia chioma» rispose Erik leggermente divertito, sorridendo e facendo un cenno con la mano al compagno, che rispose dalla cabina del proprio aereo.
Dopo chilometri e chilometri di boschi cominciarono a poter visualizzare il loro obiettivo. Le ville lentamente cominciarono a raddoppiare, triplicare, quadruplicare. Quella che una volta era una costruzione isolata, circondata da distese di campi una volta coltivati e ora lasciati a loro stessi, divenne affiancata da altre villette, sempre più vicine l’una all’altra. E un’altra, un’altra ancora. E la strada, prima sterrata, assunse una forma più ordinata, quasi a suggerire un leggero accenno di asfalto. E la stradina di campagna smise anche lei di essere solitaria, intrecciandosi con altre strade, e altre ancora. Villetta dopo villetta, tetto dopo tetto, condominio dopo condominio, strada dopo strada. Ecco che sotto i loro occhi prendeva forma Azzurropoli, la seconda città più popolosa di Kanto.
Gli aerei si disposero, pronti a sferrare il loro attacco. I sistemi anti-aerei si misero in funzione e le sirene cominciarono a suonare potenti lungo tutte le strade. Non c’era zona della città in cui gli allarmi non fossero udibili. Appena entrava in azione, il rumore provocato dagli apparecchi elettronici si mescolava alle grida delle persone, che correvano come formiche quando si sta distruggendo un formicaio. Correvano senza un ordine verso i vari bunker anti-aerei coprendosi nel frattempo la testa con mani, cappotti, quotidiani e qualsiasi cosa gli capitasse a tiro, come se questi fossero sufficiente per ripararsi dalle bombe.
La vita a Kanto era cambiata ormai da un anno. La spensierata Nazione che andava alla guerra senza sapere che cosa fosse realmente aveva lasciato spazio a cittadini impauriti, affamati, arrabbiati. L’insegna di “Hannabeauty” era ormai completamente sporcata e malridotta; all’interno del negozio le uniche cose che potevano esser trovate erano qualche manichino danneggiato e una gran quantità di polvere. In “Via New York”, rinominata ora “Via Ferruggipoli” a seguito dell’annessione di Hoenn, “Les Chaussures de Krokorok” aveva cessato l‘attività per cui era famoso diventando un negozietto che vendeva beni di prima necessità come cibo e medicinali. Anche “Happiness Of Koffing” aveva dismesso l’esercizio dopo che un violento scontro tra la polizia e i manifestanti sfociò in un incendio che distrusse interamente il condominio dove era situata l’attività commerciale.
Il semplice camminare per strada era diventata un’azione che esponeva ad un rischio. Chi ad esempio indossava una pelliccia, poteva venire aggredito e derubato della pelliccia stessa, che sarebbe stata rivenduta, guadagnandoci qualche spicciolo, con cui sfamarsi. Chi, invece, non mostrava alcun oggetto di particolare valore, rischiava di trovarsi in mezzo a qualche manifestazione e di venire arrestato dalla polizia e condotto in carcere senza la possibilità di ricevere un giusto processo. Il Governo di Zafferanopoli aveva infatti imposto la legge marziale ristabilendo la pena di morte e applicando i tribunali politici – che nove volte su dieci davano un verdetto di colpevolezza – anche per reati minori che fino a quel momento erano stati trattati dalla magistratura ordinaria.
Gli ospedali erano ormai saturi e impossibilitati nel lavorare dato che le industrie farmaceutiche erano ferme a causa dell’embargo sui prodotti chimici. La maggior parte dei pazienti non era ricoverata tanto per le ferite relative agli scontri armati, ai bombardamenti aerei o gli attacchi di guerriglia civile che avevano cominciato ad attanagliare tanto le campagne come le grandi città, ma erano i casi di malnutrizione a farla da padrone nelle strutture ospedaliere.

Gli aerei si piegarono in avanti e cominciarono la minacciosa discesa riducendo la loro altitudine in maniera rapida, avvicinandosi sempre di più alle strutture di terra. Quelli che erano palazzi con le loro forme rettangolari, precise e dritte, ora si confondevano agli occhi di Erik, Richard, Mark, George e Bill in uno spettacolo che univa cielo e terra in un grande fusione visiva.
Erik premette il pulsante rosso sulla sua sinistra e il suo aereo sganciò le bombe che andarono dritte a posarsi sul tetto del “Centro Commerciale Nazionale”, che aveva appena sorvolato. La struttura cominciò a piegarsi al suo interno, crollando parzialmente. Dopo l’inizio dei bombardamenti ogni struttura pubblica era stata ricoperta di sistemi anti-aereo e la stessa sorte era capitata al centro commerciale che ormai da mesi non aveva più la borghesia a sorseggiare bevande calde osservando la città dall’alto ma militari pronti ad attivare l’artiglieria al minimo accenno di presenze nemiche. Erik riprese quota, si allontanò leggermente e poi tornò a puntare l’edificio colpito poco prima sganciando altre bombe su di esso, assicurandosi di averlo completamente reso inoffensivo. Gli altri compagni si stavano concentrando su luoghi come la Palestra, il Grande Hotel e altre strutture militari che erano state costruite in città.
«Danni?» chiese Bill alla squadra.
«Negativo» rispose Erik, seguito dagli altri.
«Ok, torniamo alla base» annunciò il ragazzo riprendendo altitudine e virando verso il Percorso 16 alla volta di Johto.

Arrivati sui cieli di Smeraldopoli vennero sorpresi da un boato e un forte spostamento d’aria. Una dozzina di Hydreigon apparve attorno a loro pronti ad attaccarli. Erano inferociti, privi di un qualsiasi controllo, e cominciarono a sferrare i loro terribili e temibili attacchi contro l’aviazione di Erik.
Immediatamente Erik portò il proprio mezzo in picchiata, tentando di recuperare velocità con cui seminare i nemici e la medesima cosa fecero gli altri piloti, ma i Pokémon Brutale non demordevano e continuavano a scagliare ferocemente i loro colpi come Dragopulsar o tentando di afferrare la fusoliera con l’intento di far precipitare il velivolo.
«Non ci lasciano, non ci lasciano!» gridò Richard nella ricetrasmittente.
«Dividiamoci e tentiamo di disperderli. Finché sono in gruppo...» ma Erik non riuscì a terminare la frase. Uno degli Hydreigon si posò sullo stabilizzatore di quota facendogli perdere il controllo del mezzo. Incominciò una discesa incontrollata, che riuscì ad essere stabilizzata solo nel momento in cui Erik riuscì a spingere verso il basso l'alettone sinistro, rovesciando l'aereo verso la sinistra e facendo così staccare il Drago dal mezzo. Quando tornò in quota, ormai molto vicino a terra, un Iper Raggio lanciato da un Garchomp lo colpì all’ala destra. Stava ormai precipitando e non c’era possibilità di tornare alla base, né di riparare in territorio amico.
Prima che l’aereo potesse schiantarsi al suolo, si lanciò con il sedile eiettabile e aprì il paracadute imbracando il fucile appena i piedi toccarono terra. In quel momento ci fu un tremendo boato seguito dall’alzarsi in aria di una gran fiammata a forma di fungo.
Era nel panico. La fanteria nemica sarebbe giunta a momenti nella zona in cui si era lanciato con il paracadute, lo avrebbero sicuramente arrestato e condannato a morte se non addirittura ucciso sul momento. Si liberò immediatamente della cuffia e della mascherina che indossava, lanciandola in direzione della città e poi corse verso la boscaglia che circondava la città. Il cuore batteva così forte che aveva l’impressione che sarebbe potuto esplodergli nel petto. La testa pulsava, il sudore grondava, bagnandogli la fronte, le palpebre, il naso, le guancie, le labbra, il collo. I passi sfondavano il terreno e facevano allontanare, spaventato, qualche esemplare di pokémon. Dopo alcuni interminabili minuti, decise di cambiare direzione di corsa. Non aveva senso correre verso quel direzione. Forse qualche membro della resistenza sarebbe corso nel luogo dello schianto per verificare la presenza del pilota americano. Fu lì che trovò una serie di anziani accompagnati tutti da dei Growlithe che esaminavano quello che era rimasto del velivolo.
«Non c’è il corpo. Sarà scappato, Franco».
«Sì, sono americani: puff puff e si lanciano in aria quando qualcosa non va».
«Povero diavolo, se lo trovano lo uccidono».
«Non farti sentire che se no t’arrestano e ammazzano te, Franco».
«Mi uccidessero pure, a me non frega nulla... Manderò Raffaele e gli amici a cercarlo» concluse l’uomo più vicino all’aeroplano.
«Dove si nasconde tuo figlio, Franco? Non in città, vero?».
«Macché, macché – pronunciò lui cominciando ad allontanarsi e a dirigersi verso il centro abitato – sta sulle montagne del 22».
«Sono io» pronunciò Erik uscendo fuori dalla boscaglia e lasciandosi vedere. Erano persone collegate ai moti di guerriglia anti-regime. Erano la sua unica salvezza, nel caso questa fosse esistita.
«Il soldato dell’aereo?» chiese uno degli anziani.
«Sì, l’americano».
«Oh benedetto ragazzo. Sparpagliatevi, andate via. Gabriele, va a casa a prendere dei tuoi vestiti, noi ci nasconderemo nel bosco prima che vengano i militari. Ci troverai lì».
«Cos’hai intenzione di fare?» domandò Gabriele perplesso.
«Lo nascondiamo, no? Come ti chiami, giovanotto?» fece Franco, piegandosi leggermente in avanti per mettere meglio a fuoco il viso del soldato.
«Io sono Erik, Erik Silviosi».

 

Modificato da Dream
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Glaciale e spietato, senza bisogno di cadere nel macabro. Questo è il tuo stile e ti riesce molto bene seguirlo. Ottime le descrizioni, l'introspettiva dei personaggi, la descrizione della morte è un qualcosa di semplicemente sublime. Molto bello anche il contrasto tra l'ipocrisia di azzurropoli prima e lo scontro con la dura realtà dopo.

Dopo aver detto un ultima volta che il tuo stile mi piace molto, passiamo nella trama: considerando che le vicende principali si svolgono negli anni 90 questo incipit durante la seconda guerra mondiale lascia inizialmente spaesati. Inutile dire che sei riuscito ancora una volta a gestire in modo impeccabile il mescolamento di vicende storiche con il tuo universo di parallelo, rendendo del tutto verosimile l'ingresso in guerra delle regioni dei giochi Pokémon. De facto questo capitolo sembra non avere nulla a che fare con la storia in sé, finché non si arriva all'ultima parola, quando si capisce che quel soldato dell'aviazione altri non è che il padre (o nonno?) di Giovanni, lasciando basiti i lettori, perché Giovanni viene descritto come uno pseudofascistoide, mentre Erik è un soldato americano con ideologie etico/politiche diametralmente opposte. Cosa aggiungere, ottimo lavoro e e continua così!

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Stile molto gradevole, davvero, vorrei che i libri di storia fossero scritti così ahahah, è difficile mantenere alto l'interesse del lettore per così a lungo narrando di cose come eventi storici eppure ci sei riuscito in pieno. Bravo, davvero.

Per il resto...

Dopo aver detto un ultima volta che il tuo stile mi piace molto, passiamo nella trama: considerando che le vicende principali si svolgono negli anni 90 questo incipit durante la seconda guerra mondiale lascia inizialmente spaesati. Inutile dire che sei riuscito ancora una volta a gestire in modo impeccabile il mescolamento di vicende storiche con il tuo universo di parallelo, rendendo del tutto verosimile l'ingresso in guerra delle regioni dei giochi Pokémon. De facto questo capitolo sembra non avere nulla a che fare con la storia in sé, finché non si arriva all'ultima parola, quando si capisce che quel soldato dell'aviazione altri non è che il padre (o nonno?) di Giovanni, lasciando basiti i lettori, perché Giovanni viene descritto come uno pseudofascistoide, mentre Erik è un soldato americano con ideologie etico/politiche diametralmente opposte. Cosa aggiungere, ottimo lavoro e e continua così!

Quoto quanto detto da Dany, senza ripeterlo per non scadere nella ripetitività.

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Faccio un unico post per rispondere ad entrambi, con un discorso che tocca tutti i punti da voi toccati,

Glaciale e spietato, senza bisogno di cadere nel macabro. Questo è il tuo stile e ti riesce molto bene seguirlo. Ottime le descrizioni, l'introspettiva dei personaggi, la descrizione della morte è un qualcosa di semplicemente sublime. Molto bello anche il contrasto tra l'ipocrisia di azzurropoli prima e lo scontro con la dura realtà dopo.
Dopo aver detto un ultima volta che il tuo stile mi piace molto, passiamo nella trama: considerando che le vicende principali si svolgono negli anni 90 questo incipit durante la seconda guerra mondiale lascia inizialmente spaesati. Inutile dire che sei riuscito ancora una volta a gestire in modo impeccabile il mescolamento di vicende storiche con il tuo universo di parallelo, rendendo del tutto verosimile l'ingresso in guerra delle regioni dei giochi Pokémon. De facto questo capitolo sembra non avere nulla a che fare con la storia in sé, finché non si arriva all'ultima parola, quando si capisce che quel soldato dell'aviazione altri non è che il padre (o nonno?) di Giovanni, lasciando basiti i lettori, perché Giovanni viene descritto come uno pseudofascistoide, mentre Erik è un soldato americano con ideologie etico/politiche diametralmente opposte. Cosa aggiungere, ottimo lavoro e e continua così!

 

Stile molto gradevole, davvero, vorrei che i libri di storia fossero scritti così ahahah, è difficile mantenere alto l'interesse del lettore per così a lungo narrando di cose come eventi storici eppure ci sei riuscito in pieno. Bravo, davvero.

Per il resto...

Quoto quanto detto da Dany, senza ripeterlo per non scadere nella ripetitività.

 

Sono molto, molto soddisfatto di leggere questi pareri a proposito dello stile utilizzato. Narrare avvenimenti di questo tipo, come la guerra, non è esattamente facile, specie nel momento in cui l'autore non l'ha vista con i propri occhi.

Ho dovuto quindi immedesimarmi non solo in un contesto culturale lontano da quello odierno, utilizzando quindi quelle che erano le conoscenze storiche, ma ho poi dovuto mutare punto di vista e osservare la realtà con gli occhi di un bambino prima e di un soldato poi.

E' stato davvero impegnativo, ma devo ammettere che sono molto contento del risultato anche alla luce dei vostri pareri.

La doppia-faccia di Azzurropoli è un altro elemento su cui ho puntato molto. Un'Azzuropoli prima immersa nella sua dolce vita e poi trascinata a terra dal conflitto bellico, con aerei che bombardano gli edifici che una volta erano proprietà esclusiva della borghesia. Mi hanno anche definito eccessivamente crudele per la fine che ho fatto fare ai pokémon tra pellicce, sigarette e impieghi sul campo di battaglia.

Alla conclusione del capitolo 2 ero piuttosto scettico su questo capitolo per una serie di motivi. E' un capitolo fondamentalmente storico, perché ambientato in un contesto quale la Seconda Guerra Mondiale e i riferimenti sono quindi abbastanza specifici e vicini alla realtà. Ci sono giochi di alleanze tra Paesi e due enormi schieramenti che si muovono sulla base di queste. Stati Uniti, Kanto, Johto, Hoenn assieme a tutti i Paesi dell'Asse e degli Alleati. Temevo che qualcuno avrebbe potuto non apprezzare anche una certa pesantezza di fondo, che riconosco. Nel momento in cui descrivo una guerra, non posso utilizzare delle riflessioni che ho utilizzato raccontando Dream ai party aristocratici, ad esempio.

L'altro motivo per cui ero in dubbio era che questo, fondamentalmente, è il primo capitolo dell'intera vicenda dopo aver scritto un prologo che tentava sia di creare hype sia di spingere in alto la tensione. Ho sempre giocato, in questo senso, con i lettori. Dargli un'idea e poi uscire con un capitolo che tratta di tutt'altro (pur essendo tutto collegato e niente viene mai lasciato al caso). Alla fine mi sono reso conto che valeva la pena inserire questo capitolo perché permetteva di capire maggiormente le vicende che prenderanno vita con i prossimi capitoli. I prossimi avranno comunque contenuti leggermente più leggeri, pur rimanendo questa una fanfiction dai toni che, come avrete potuto certamente capire, non sono quelli che vengono utilizzati nelle shipping.

Le vicende della storia però, mi permetto di dire, non avvengono negli anni '90. Nel prologo specifico che la vicenda giudiziaria e lo scandalo sorgono in quegli anni, tutto però potrebbe avvenire sia negli anni '90, ma anche prima (e pure dopo, volendo).

Vi ringrazio moltissimo per la lettura e per la vostra recensione, a presto!

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Mi hanno anche definito eccessivamente crudele per la fine che ho fatto fare ai pokémon tra pellicce, sigarette 

Se esistessero i pokémon sono abbastanza convinto che sarebbe proprio così, non penso che sia tu scrittore che le descrivi crudele, quando più chi le fa ahahah.

 

Ad ogni modo capisco, devo dire che la tua auto-critica ha senso, forse dopo un incipit del genere sarebbe stato più interessante catapultarsi subito nel vivo della storia.

Magari la prossima volta puoi inserire questo aneddoto della guerra mondiale in maniera diversa, ad esempio come un flashback tra un capitolo e un'altro, oppure inserirne frammenti all'inizio di ogni capitolo, magari in corsivo per distaccarli dal capitolo effettivo.

 

Comunque son solo idee buttate là, in quanto aspirante scrittore a mia volta sarebbero cose che avrei considerato durante un ipotetico brainstorming.

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Se esistessero i pokémon sono abbastanza convinto che sarebbe proprio così, non penso che sia tu scrittore che le descrivi crudele, quando più chi le fa ahahah.

 

Ad ogni modo capisco, devo dire che la tua auto-critica ha senso, forse dopo un incipit del genere sarebbe stato più interessante catapultarsi subito nel vivo della storia.

Magari la prossima volta puoi inserire questo aneddoto della guerra mondiale in maniera diversa, ad esempio come un flashback tra un capitolo e un'altro, oppure inserirne frammenti all'inizio di ogni capitolo, magari in corsivo per distaccarli dal capitolo effettivo.

 

Comunque son solo idee buttate là, in quanto aspirante scrittore a mia volta sarebbero cose che avrei considerato durante un ipotetico brainstorming.

Ovviamente ci sono infiniti modi di raccontare un qualcosa.

Avrei anche potuto glissare il tutto con un "C'è stata la guerra e tutti erano povery", per dirti :°. Però questo avrebbe però fatto immergere in maniera molto superficiale il lettore (ma anche me stesso!) all'interno di quello che stava accadendo.

Non voglio fare l'utente del mistero e neanche quello che dice "segui e saprai, ehehehe", ma effettivamente posso dire che, alla luce dei capitoli successivi, questa è stata la scelta migliore.

Per i flashback, tu non lo sai, ma ad esempio Lost And Found è un racconto in cui il buon 70% viene narrato per mezzo di flashback. Ora, in questa fanfiction non dovrebbe avvenire, però dato appunto che io non sono tipo da spiegazioni sintetiche ma da narrazioni approfondite, immersioni totali, ho preferito raccontare al "presente" quello che potevo e lasciarmi i flashback per i capitoli in cui potevano davvero servirmi. Utilizzare due flashback in un capitolo, che narrano due cose completamente differenti, ad esempio, può esser molto pesante.

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Sono su cell, dunque perdonate l'assenza di citazioni.

Sonl assolutamente d'accordo con Eni10 per quanto riguarda l'aspetto dell'uso dei Pokémon in maniera diciamo "cruenta", perché è assolutamente verosimile che gli esseri umani li userebbe in questo modo piuttosto che per le lotte Pokémon dei giochi.

Discordo per la questione flashback, anzi, essendo questo un antenato del protagonista, secondo me sarebbe stato abbastanza riduttivo descrivere le sue vicende tramite flashback che, per loro stessa natura, più sono lunghi e più sono pesanti e scollegati dalle vicende personali. Aggiungo anche che vedere Erik protagonista dei prossimi capitoli sarebbe comunque una scelta che supporterei molto, diciamo che il primo capitolo era una sorta di prefazione e questo è un prologo delle vicende, pertanto è concesso che sia avvenuto in tempo passato rispetto alla timeline principale, nonché che abbia un certo spessore, e quindi occupi più di un capitolo. Non mi resta che aspettare di vedere che cosa combinerai Dream ^^

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(modificato)

Manca ancora una settimana alla pubblicazione del secondo capitolo (partirà da oggi il processo correttivo) e per non far calare l'interesse ho deciso di fornire, nel mercoledì di pausa, una breve anteprima di quanto si potrà leggere.
Ero indeciso su due tipologie di anteprima. La prima che prevedeva pubblicare una serie di frasi, le più interessanti, direttamente dal capitolo oppure creare da zero qualcosa di nuovo.
Ho optato per quest'opzione.
L'anteprima che leggerete qui sotto (lunga metà paginetta di Word) non la leggerete all'interno della Genesi 1.2. L'anteprima vi racconterà, con un punto di vista alternativo, ed estraneo alla narrazione canonica, uno degli avvenimenti che si svilupperanno.
Fatemi sapere se questa metodologia vi convince, se avete altri consigli per le anteprime e se vi è salito l'hype (ma può esserci hype per una fanfiction?).

 

Genesi 1.2 – Anteprima

Mi chiamo Elizabeth. Elizabeth Collier. Abito a Smeraldopoli, una cittadina a Kanto, sede dell’ottava Palestra Pokémon.

Ricordo chiaramente che quella sera, quando sentii le persone gridare per strada, pensai subito ai miei vicini, sa hanno due bambini. Chiusi la tapparella in maniera veloce, rapida, poco ci mancava che la rompevo, talmente feci scorrere rapidamente la corda tra le mani. Lo feci appena sentii per strada gridare, quando sentii il loro nome.

Lo abbiamo sempre fatto, rintanarci come topi appena li sentivamo di sera. E’ di sera, alla fine, che escono fuori i mostri, è la sera che prendono forma le nostre peggiori paure.

Tirai anche le tende davanti la finestra e ma, presa dalla curiosità, le scostai delicatamente, cercando di osservare la scena da uno degli spioncini delle tapparelle.

Erano in quattro... o cinque, non ricordo. Tutti vestiti di nero, accompagnati da un... credo fossero Clefairy. Avevano gli occhi luminosi, stavano usando Flash e li dirigevano dentro le case, per capire se qualcuno stesse nascondendo l’uomo che cercavano.

E gridavano quel nome a gran voce, bisognava consegnarlo e non avrebbero fatto del male a nessuno. Non so se fidarmi, non ho mai avuto a che fare con loro. Certo che anche solamente il nome della loro... associazione mi fa venire i brividi e spero di non averci mai a che fare.

Team Rocket, santo cielo! Che Dio ce ne scampi.

 

A Mercoledì prossimo, con la Genesi 1.2 - Predisposizioni e Virus!

Modificato da Dream
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Certo che può esserci hype per una fanfiction ;)

Comunque sì, mi convince questo modo di fare anteprima ^^

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E allora vada così!

Sto pensando anche di mettere un "puntate precedenti", vediamo se mi convince.

Ah, dimenticavo di aver sognato di ricevere una recensione negativa:

"Non mi piace quesga fanfiction, mancano Vera, Clem e Dedenne".

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(modificato)

Nei precedenti capitoli de "La Bibbia del Potere": Erik Silviosi è un americano, pilota di aerei militari impegnato nei bombardamenti di Kanto. Durante una missione nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale, dopo aver compiuto la missione di bombardare alcuni edifici di Azzurropoli, il suo aereo viene colpito dal sistema di difesa di Smeraldopoli e fatto precipitare. Corrono in suo aiuto, persone legate alla Resistenza di Kanto, combattenti contrari al regime fascista.


Genesi 1.2 – Predisposizioni e Virus
«Il vero errore di Adamo ed Eva andrebbe ricercato non nell’aver mangiato la Mela ma nell’aver creduto che Dio avesse creato un frutto da cui poter attingere al Suo potere. Il modo migliore per scovare i traditori è testare la loro voglia di sostituirti»
 
Spoiler

Dapprima le mani lo afferrarono alle spalle, poi l’avambraccio cominciò a circondargli il collo. Ai fianchi sentì il peso delle ginocchia del suo assalitore, mentre la nuca toccava contro il petto. Iniziò a gridare.
«Mamma! Giovanni continua a non lasciarmi stare!».
«Giovanni! Sta’ buono o chiamo tuo padre» gridò una voce femminile proveniente dalla cucina.
La mano destra di Giovanni, chiusa a pugno, cominciò a sfregare sulla testa di Riccardo, suo fratello.
«Mamma! – continuò a gridare Riccardo – Mamma, non mi lascia stare!».
La donna uscì dalla stanza e si avvicinò al tavolo della sala da pranzo dove si trovavano i due figli; lo fece con calma, con naturalezza, con un accenno di sorriso sul volto. Quel volto privo di qualsiasi trucco. Nessun mascara, ombretto, rossetto o cipria. Le rughe che descrivevano la sua fronte, che attanagliavano le sue palpebre inferiori erano sempre messe in evidenza, mai nascoste. Le labbra sottili, il naso con un accenno di piccola gobba, gli occhi castano scuro, le sopracciglia curate. Posò il mestolo di legno, ancora insaponato, e si tolse il grembiule asciugandovi le mani, appoggiandolo poi a fianco al cucchiaio.
Giovanni lasciò il fratello e comincio ad osservare la madre con fare sospettoso. Sempre con calma, sempre con naturalezza, sempre con un accenno di sorriso sul volto, la donna si legò i lunghi capelli neri, formando una coda di cavallo. I suoi abiti erano semplici: un leggero maglioncino nero e una gonna viola, con un paio di zoccoli di legno ai piedi. Riprese in mano il mestolo, e quel sorriso appena accennato si tramutò in una smorfia di rabbia, la bocca dalle labbra sottili si aprì a tal punto che avrebbe potuto essere benissimo la rappresentazione umana del Mightyena che mangiava Cappuccetto Rosso. Gli occhi si aprirono di colpo, quasi uscendo dalle orbite. Non importava che indossasse una gonna, non importavano gli zoccoli ai piedi, la sua agilità era tale da riuscire a correre verso Giovanni che cominciò a scappare.
«Hai rotto le palle, hai capito? Ora vediamo se continui a rompere i coglioni!» gridò lei, mentre Giovanni, dopo aver corso per un paio di volte attorno al tavolo, raggiunse a gran velocità il corridoio, aprì la porta d’ingresso, uscendo prima sul giardino e fuggì poi per strada.
«Torna qui, pagliaccio! Perché devi dare spettacolo in tutto il quartiere? Torna adesso e ti faccio la grazia, ti prendi solo le mestolate sul culo! Ma se tu torni oggi pomeriggio ti prenderai cucchiaio e mattarello!» sbraitò lei osservando il figlio che correva per strada.
«“Tornassi”, mamma!» urlò di risposta il figlio, correggendola divertito.
Una testa fece capolino dalla porta della casa affianco. Una donna in carne, con le guance e le labbra rosse, gli occhi azzurri e i capelli ricci, riccissimi, biondi: «Giovanni ti ha fatto ancora disperare, Anna?» domandò divertita.
«Un criminale, Elizabeth. Ho un figlio criminale» rispose, scuotendo la testa amareggiata e tornando in casa.

Giovanni continuò a correre per le strade di Smeraldopoli, sorridendo furbescamente ai vari passanti che incrociava per strada e che lo guardavano severi.
Le vie di Smeraldopoli erano generalmente molto ampie, dei veri vialoni e tendenzialmente in pessimo stato di manutenzione. Il governo centrale aveva infatti ridotto i già discreti trasferimenti, e l’amministrazione comunale dovette quindi sacrificare un aspetto della gestione cittadina per rientrare nel magro bilancio.
D’altra parte, un taglio ai trasporti pubblici, ai servizi scolastici o concernenti i Centri Pokémon, avrebbero comportato proteste e scioperi, riducendo la popolarità dei partiti della Giunta.
Nonostante Smeraldopoli fosse un’importante crocevia per Kanto, la situazione economica della città era tutt’altro che brillante. L’indotto generato dall’ottava Palestra, dal passaggio dei cittadini verso l’Altopiano Blu o verso la regione di Johto, aiutava i portafogli solo di un ristretto gruppo di persone. La maggioranza della popolazione non sbarcava il lunario; non era un fatto raro vedere le persone aspettare la fine della giornata per mettersi a cercare frutta, verdura e altri alimenti, che erano scartati dai venditori del mercato rionale. Era ormai la prassi, la consuetudine, nessuno si stupiva più, nessuno provava più compassione o indignazione. Il disagio era diventato un elemento caratterizzante Smeraldopoli, la normalità. Eppure, chi leggeva i giornali e chi seguiva i telegiornali, veniva a sapere che le performance del Paese, nonostante le importanti sanzioni chieste dagli Alleati per la guerra mondiale, erano tutt’altro che scadenti e il prodotto interno lordo era molto, molto alto.
Tutta questa serie di elementi aveva portato ad un fenomeno di migrazione cittadina che aveva assunto dimensioni importanti: negli ultimi dieci anni, il venticinque percento della popolazione tra i venti e i quarant’anni aveva lasciato la città. Chi partiva da Smerladopoli non faceva quasi mai ritorno. E quante volte si veniva a sapere “per sentito dire” che aveva fatto fortuna in città come Zafferanopoli o Aranciopoli. Sempre più giovani partivano, allora, alla ricerca di migliori condizioni di vita, schiantandosi contro la realtà che mostrava a loro come tutto mondo era paese, specialmente se per “mondo” si intendeva la medesima nazione.

Quando Giovanni sgattaiolava per strada con quel ghigno, significava che aveva mandato su tutte le furie sua madre Anna, una storia che si ripeteva abbastanza spesso.
Si avvicinò alla vetrina di un piccolo negozio, riuscì a specchiarsi. I capelli erano corti, così scuri da sembrar neri, con la riga sul lato destro e tenuti in ordine dalla lacca. Gli occhi vispi, il naso dritto, ma non alla francese e privo di una qualsiasi gobba, la bocca sottile, come quella della madre. Nato il primo aprile del 1955, dieci anni dopo la fine della guerra e quattro anni dopo il matrimonio di Erik Silviosi e Anna Martufelli, la figlia di Franco Martufelli, l’uomo che salvò il soldato italo-americano dopo lo schianto dell’aereo.
Era il 6 settembre 1964, la vigilia del quinto ed ultimo anno alla Scuola per Allenatori di Smeraldopoli, frequentata da Giovanni. Il settembre dell’anno successivo, compiuti i dieci anni, si sarebbe imbarcato per il suo viaggio come Allenatore di pokémon, con l’obiettivo di catturarli, sfidare le Palestre e ottenere le relative medaglie per tentare, infine, la scalata alla Lega Pokémon e diventarne il Campione. Assieme a lui c’erano altri cento bambini che avrebbero lasciato le loro case con l’ottica di entrare nella storia, di diventare qualcuno il cui nome sarebbe stato ricordato negli anni, nei lustri e nei decenni a venire.
Spinse la porta di vetro del negozio e ci infilò la testa: «Signora May, Phillip è qui?». La donna spense il phon con cui stava asciugando i capelli capelli ad una cliente e scosse la testa, guardando il ragazzino con faccia sorpresa: «No, Giovanni, Phillip è a casa a pranzare! Tu hai già mangiato?». Un flash mentale e Giovanni ricordò cosa lo stesse aspettando tra le mura domestiche: il Mightyena umano che brandiva in una mano un mestolo di legno e nell’altra un matterello, le grida, le punizioni e chissà quali altre piaghe d’Egitto avrebbe dovuto sopportare solo per aver dato un po’ di fastidio al fratello. Un brivido percorse la sua schiena, provò a sorridere anche se il suo sguardo era ricolmo di terrore: «Sì, ho già mangiato, ciao!».
Ricominciò a vagare per la città, saltellando sulle buche che caratterizzavano i marciapiedi e le strade, prive del passaggio delle automobili a quell’ora della giornata. Si tenne lontano dalla scuola. La visione di quel cancello di ferro gli avrebbe sicuramente provocato una sorta di irrequietezza, uno sconforto misto a disagio che non voleva percepire, non in quella condizione di clandestinità. Gli venne in mente la comunicazione ricevuta qualche settimana prima dalla segreteria scolastica: per contenere i costi, la nuova riforma dell’istruzione stabiliva che il diploma della Scuola per Allenatori non era condizione sufficiente per ricevere uno Squirtle, un Charmander o un Bulbasaur, ma i tre pokémon elementali sarebbero stati regalati agli studenti più meritevoli, agli altri spettava un pokémon come Rattata, Pidgey, Caterpie o Weedle. Il sogno di cominciare la sua avventura con un Charmander rischiava di infrangersi sugli scogli che avevano la forma di “valutazioni” delle materie scolastiche e della “buona condotta”, il vero tallone d’Achille di Giovanni. Sì, sin dal primo anno, il piccolo aveva dimostrato una certa tendenza nel rispondere agli adulti e nel vendicarsi con delle vere e proprie ritorsioni nei confronti dei coetanei che gli avevano fatto qualche torto.

Aprì la finestra che dava sul cortile. Una leggera brezza primaverile si insinuò all’interno della classe, passando tra i suoi capelli, sfiorando il suo viso, accarezzando le sue spalle e inoltrandosi nel resto dell’aula. Le mani si posarono sul davanzale, sporse in avanti la schiena e i suoi occhi cominciarono a cercare una persona in particolare, tra quelle che giocavano nel grande cortile che circondava l’istituto scolastico. Correvano, si rincorrevano, saltavano, si nascondevano dietro gli alberi. Gridavano divertiti, davano calci al pallone oppure improvvisavano avventure immaginarie dove erano degli allenatori alla ricerca dei misteriosi pokémon leggendari.
«Lugia! Distruggili!» e il bambino si chinava in avanti e con la bocca faceva un verso strano, imitando il pokémon Psico Volante in uno dei suoi oscuri e potenti attacchi.
«No!» gridarono in coro altri bambini che cominciarono a roteare, con le braccia ai lati, su loro stessi, allontanandosi dal Lugia immaginario.
Da un’altra parte giocavano a campana, saltellando su un piede solo all’interno delle caselle numerate: uno, due, tre, quattro... E poco distanti un gruppo di bambine era impegnato nel salto della corda scandendo, a ritmo, una vecchia filastrocca: «Charmander, Kakuna, Pachirisu, Combee, Snorunt, Jigglypuff...».
Lo vide, era seguito da Phillip.
«Hey, Giovanni, hey!».
Giovanni si fermò e guardò nella direzione da cui proveniva la voce che lo stava chiamando. Terzo piano, ultima finestra sulla destra, la sua classe. C’era Giulio alla finestra. Giulio era un suo compagno, i due non si erano mai sopportati: due caratteri forti tendono a prender fuoco facilmente, specialmente quando si è piccoli. La voglia di prevalere l’uno sull’altro era costante, e ogni qualvolta i due si trovano a pochi metri di distanza, nell’aria si avvertiva una sorta di elettricità, come quei momenti che precedono qualcosa di importante, di adrenalinico. Giovanni, negli ultimi tempi, aveva però tentato di cambiare atteggiamento: aveva deciso di lasciar correre, di non rispondere alle provocazioni e ai piccoli dispetti. Tutto con enorme fatica, perché la voglia di replicare e fargliela pagare era tanta, tantissima; ma si auspicava che nel profondo, questi comportamenti da parte dell’odiato compagno, sarebbero venuti meno in seguito ad una mancata attenzione.
Tutti i bambini, nel frattempo, si erano fermati ad osservare quello che voleva fare Giulio. «Giovanni, lo sai che tuo fratello è un bastardo? Lo sai, vero?» pronunciò mostrando un quaderno del rivale alla finestra. Lo aprì e cominciò a strappare le pagine, lanciandole per aria e facendole volare.
«Giovanni – gridò Phillip – ma è il tuo quaderno!»
«Già» rispose lui impassibile, osservando la carta che fluttuava per aria.
«Non farai niente neanche questa volta? Vallo a fermare, dillo alle maestre!».
Giovanni guardò l’amico e sorrise.
«Perché ridi? Sono sporco in faccia?» domandò cominciando a mettersi le mani sul volto, pulendolo da eventuali residui di cibo o di terra.
«No, non sei sporco, tranquillo. Però... – disse tornando ad osservare la finestra – questo Giulio mi sta proprio stancando...».
«Facciamo qualcosa, allora!».
Giovanni tornò a guardare l’amico. La misura era colma, i buffetti, le palline di carta bagnate con la saliva erano una cosa. Insultare il fratello e la propria famiglia facevano parte di un universo, di un mondo che nessuno doveva toccare, di cui nessuno poteva parlare. Sì, Phillip aveva ragione: bisognava fare qualcosa. Ed eccola lì, l’idea. Eccola che si stava formando in testa, eccola che la stava visualizzando. Lo prese per un braccio e lasciarono insieme quella zona, dirigendosi tra gli alberi e le siepi, tentando di trovare un posto isolato, mentre i fogli continuavano a fluttuare lentamente sul cortile, giungendo a terra e sporcandosi con il terriccio e la polvere sollevati dai piedi dei piccoli.
«Phillip, lo sai che dopo aver pulito i bagni, non controllano mai se ci sia qualcuno dentro?».
«No, non lo sapevo» rispose l’amico.
«E Phillip, sai che l’anno scorso si pensava che un bambino fosse scomparso e invece era semplicemente rimasto bloccato nei bagni? Ci era andato dopo la pulizia e... nessun bidello, prima di lasciare la scuola, passò a controllare se qualcuno avesse sporcato, fatto casini o fosse rimasto chiuso dentro».
«Giovanni… dove vuoi arrivare?» chiese l’amico perplesso, osservando quel ghigno malvagio che piano piano si forava sul volto di Giovanni.
«Phillip, da quella volta non hanno cambiato i controlli. Non tornano a verificare che sia tutto in ordine».

Scomparso. Il suo zaino era scomparso, così come i suoi libri, il suo astuccio e anche i quaderni. Tutto scomparso. Non poteva rivolgersi all’insegnante, era già andata via e anche il resto della classe. In tutto il piano, l’unico essere vivente, oltre a delle piccole piantine utilizzate durante le ore di scienze, era lui. Nonostante ciò, tornato dalla sua abituale visita ai servizi prima di tornare a casa, non aveva trovato più niente. Eppure glielo dicevano sempre i genitori che non doveva andare al bagno prima di uscire da scuola perché poteva essere pericoloso. Ma lui non dava mai ascolto, e ora era tutto scomparso. Si mise le mani tra i capelli, il respiro si fece più frequente, il panico invase la sua mente, gli occhi diventarono lucidi. Poi, tutto d’un tratto la porta dell’aula si chiuse e Giulio sobbalzò spaventato, correndo immediatamente ad aprirla. Lungo il corridoio erano ora sparsi in fila, sul pavimento, il quaderno blu, il diario per le comunicazioni scuola-famiglia, una penna, una matita, il righello. Portavano al bagno, lo stesso bagno da cui era appena uscito. La scia portava in una delle cabine che separava un water dall’altro. Ecco lì lo zaino, sopra una delle cassette dello scarico. Si addentrò per prenderlo. Appena ci mise piede, però, la porta di legno laccata di bianco si chiuse alle sue spalle. Provò a spingerla per uscire ma senza successo. Era bloccata dall’esterno.
«Aiuto! Fatemi uscire!» implorò con voce tremante.
«Giulio, Giulio, Giulio. Giulietto il giulivo, oggi hai fatto il cattivo» disse Giovanni osservando la porta bloccata con somma gioia, trattenendo la soddisfazione di aver portato a termine il suo piano.
«Silviosi fammi uscire! Muoviti» sbraitò il compagno, sempre più spazientito per la situazione in cui si stava trovando.
«Se no? Glielo dici alla mamma? Oh, e chi se ne frega?! Nessuno saprà che sei qui, per lo meno fino a domattina» continuò Giovanni pacatamente.
«Mi farai passare qui la notte?!» domandò Giulio terrorizzato.
«Certo, solo così potrai riflettere sugli errori».
Ci fu un istante di silenzio, si era forse arreso? Giovanni cominciò ad avviarsi verso l’uscita, quando la voce del compagno lo fermò un’altra volta: «Mi troveranno quando verranno a pulire i bagni».
«Ed è qui che ti sbagli: puliscono questi bagni poco prima della fine delle lezioni e non ci tornano. Tranquillo, so come si fanno i dispetti».
«Beh, ti scopriranno! E… e mio padre è un carabiniere» continuò Giulio sempre più nel panico.
«Tuo padre non è un carabiniere, Giulio, lavora come portinaio in un condominio. Comunque, mio fratello Riccardo, quello bastardo, mi proteggerà e Phillip dirà a tutti che ti ha visto uscire da scuola, non c’è ragione per cui ti vengano a cercare qui.
Ora, se non vuoi vedere tutte le tue cose bruciare ti conviene tacere, sai quanto sono bravo con i pokémon Fuoco!». Lasciò i bagni mentre Giulio gridava di farlo uscire, chiuse la porta che conduceva al salone, per ridurre al minimo la possibilità che lo sentissero e lasciò la scuola assicurandosi che nessuno lo vedesse.

Il campanello suonò. Erik posò il giornale sul tavolino di vetro, affianco alla poltrona su cui era seduto, e si diresse ad aprire la porta di casa.
Una donna in lacrime sostava davanti a lui. I capelli erano sciolti lungo il viso, tondo, e legati sopra con una piccola frangetta che le copriva la fronte.
«Signora Fedoreva, cosa succede?» chiese l’uomo preoccupato, «Prego, si accomodi pure».
La donna rifiutò, scuotendo la testa e ponendo le mani in avanti: «Giulio è scomparso. Non è tornato a casa questo pomeriggio da scuola».
Erik venne raggiunto da Anna che aveva sentito le parole della donna e ne era rimasta sconvolta.
«Non è che vostro figlio Giovanni lo ha visto?» continuò disperata Brigitte Fedoreva.
«Giovanni, Giovanni vieni qui presto» chiamò Anna, facendo alcuni passi e rientrando in casa, con la testa rivolta verso il piano superiore, dove si trovava suo figlio.
«Ci siamo intesi, quindi?» pronunciò sottovoce Giovanni osservando intensamente, quasi minacciosamente Riccardo, che annuì prontamente.
Dal piano di sopra si sentirono dei passi pesanti che si dirigevano verso le scale, ed ecco che Giovanni le scese, raggiungendo l’ingresso, simulando perfettamente uno sguardo curioso alla vista della madre di Giulio.
«Salve signora Fedoreva, cosa accade?» chiese candidamente.
«Giovanni, per favore. So che tu e Giulio avete problemi, ma ti prego aiutami. È scomparso da questo pomeriggio».
Il volto del bambino si illuminò di un’espressione sconvolta e rispose prontamente che era uscito immediatamente da scuola al suono della campanella e che con Phillip, sulla strada del ritorno, gli era parso di averlo visto per strada, ma non ne era certo.
La mattina dopo Giulio venne trovato, stremato e disperato, ma non fece il nome di Giovanni Silviosi. Era irreale, specie perché di prima mattina l’acerrimo rivale gli aveva aperto la porta, portandolo in classe e dicendo alla maestra, estasiato, di averlo trovato nei bagni. Avrebbe potuto certamente rivelare che era stato intrappolato da qualcuno, ma se erano già stati capaci di chiuderlo per un’intera notte, le minacce di dar fuoco ai suoi averi assumevano contorni sempre più reali e meno fantasiosi. Senza contare che rivolgersi agli adulti era vista come una debolezza, qualcosa che lo avrebbe escluso da tutti gli altri compagni, e con un viaggio da Allenatore alle porte bisognava evitare l’isolamento. Lo avrebbero sicuramente distrutto non appena avrebbe messo piede fuori Biancavilla. Decise di tacere. Decise anzi di unirsi al duo di Phillip e di Giovanni e di portare ai due una sorta di riverenza e rispetto.

Il Sole iniziò a tramontare, colorando d’arancione il cielo e illuminando di una luce calda i palazzi, le aiuole, i prati, gli scivoli, le altalene, le fontane e le panchine. I lampadari all’interno delle case cominciarono ad accendersi, le biciclette venivano legate ai grossi pali della luce mentre le automobili, posizionate ai lati della strada, si riposavano in vista del mattino successivo.
Giovanni girò la maniglia della porta di casa e vi entrò.
Le sue orecchie furono immediatamente colpite dalle urla della madre: «Eccolo, è arrivato, pensaci tu». Un brivido scese lungo la sua schiena e decise di correre verso le scale e salire al piano di sopra.
«Giovanni, dobbiamo parlare» pronunciò freddamente Erik. Il ragazzino chiuse gli occhi e lentamente si girò voltandosi verso il genitore.
«Di cosa?» chiese candidamente.
«Siediti, subito» disse indicando il divano.
Giovanni obbedì a testa bassa, sedendosi sul sofà di stoffa color magenta.
«Per quale motivo continui a non obbedire a tua madre? Devi portare rispetto».
«Ma papà, stava…» un cenno della mano di Erik lo fermò.
«Quando parlo devi stare in silenzio.
Quando tua madre ti dice di finirla tu la finisci, non è che continui come se nulla fosse. Quando tua mamma decide che ti meriti un ceffone, tu ti prendi il ceffone, perché sai perché te lo meriti. Non corri per la città facendo credere a tutti che siamo dei pessimi genitori e che tu sei un criminale. Ho combattuto i criminali in questo Paese e non permetterò che mio figlio diventi come loro. Per le prossime due giornate nonno Franco ti accompagnerà a scuola e ti verrà a prendere. Il tragitto sarà solo Scuola-casa, non potrai uscire a giocare con nessuno dei tuoi amici e non potrai usare neanche i tuoi giochi. Testa sui libri, anche se siamo all’inizio e non ci saranno molti compiti. Ci siamo intesi?» Gli occhi di ghiaccio penetravano dentro Giovanni, lo annichilivano, lo facevano sentire piccolo-piccolo. La voce del padre, così profonda e tagliente, lo feriva, procuravano in lui la sensazione che stesse precipitando tra i cuscini del divano.
«Ma papà…» provò a dissuaderlo lui.
«Niente “ma”. Ora va in camera tua fino all’ora di cena».

La sera scese rapida su Smeraldopoli. Giovanni e Riccardo erano ormai in camera loro, Anna e Erik erano nel salotto seduti sul divano l’uno a leggere il giornale l’altra a leggere un romanzo, “Vox”.
Alcuni fasci di luce cominciarono a posarsi sulle tende bianche che coprivano le finestre. Erano di forma sferica e si muovevano rapidamente su quel tessuto bianco. Poi, come apparvero, scomparvero.
«Erik, hai visto?» domandò la donna perplessa e sospettosa.
L’uomo si alzò e lentamente si avvicinò alla porta di casa, aprendola leggermente e osservando fuori.
Degli uomini vestiti di nero, accompagnati da dei Clefairy che stavano utilizzando la mossa Flash, si muovevano lentamente e infidi per strada.
«Chi sono?» chiese la donna avvicinandosi.
Sì, chi erano? Dietro di loro c’erano altri due uomini, anche loro vestiti di nero e anche loro accompagnati da dei Clefairy, con gli occhi illuminati dalla mossa Normale.
Uno di loro tossì leggermente, prese aria e poi cominciò a parlare ad alta voce: «Chiunque abbia visto Paolo Vertone ce lo segnali, ce lo venga a dire. Ha mancato di rispetto a Don Foster. Ripeto: chiunque abbia visto Paolo Vertone e abbia una qualsiasi informazione sul suo attuale nascondiglio, ce lo venga a dire. Chiunque lo nasconda se la vedrà direttamente con il Team Rocket. Consegnatecelo e non vi verrà fatto del male».
Bastarono quelle due parole, “Team Rocket”, per far sì che il cuore di Anna palpitasse più forte, come un tamburo all’interno del proprio petto. «Il Team Rocket? Ancora?! Erik presto, chiudi la porta e spegni le luci della cucina, ci vediamo al piano di sopra».
Il Team Rocket era una presunta organizzazione che aveva cominciato a svilupparsi a Smeraldopoli e Biancavilla nell’immediato secondo dopoguerra. Ufficialmente, si occupava di aiutare le persone che erano in difficoltà e non ricevevano alcun aiuto poiché invisibili agli occhi dello Stato. Secondo alcuni, i loro mezzi di aiuto erano contrari ai principi della legalità e spesso, chi si opponeva al loro cammino veniva fatto sparire. Ucciso o portato all’esilio con atti intimidatori e minacciosi. Per altri, questo Team Rocket, era qualcosa di cui non valeva la pena occuparsi.
Il capo di quest’organizzazione era tale James Foster, chiamato con l’appellativo di “Don”, per indicare il grande rispetto che le comunità di Smeraldopoli e Biancavilla avevano nei suoi confronti. Nonostante le sparizioni e i furti fossero aumentati da quando il Team Rocket aveva fatto la sua prima comparsa sulla scena, Foster non venne mai sospettato dalle forze di polizia, perché, ufficialmente, mancava sempre una qualsiasi prova che lo collegasse a quanto avvenuto.
Si muovevano sempre in gruppi di due-tre persone, vestivano sempre di nero e chiunque li incontrasse per strada era tenuto a salutarli. Era un comportamento automatico perché chi non lo faceva veniva tacciato di maleducazione e la popolazione locale smetteva di avere rapporti con chi si era macchiato di questo delitto.
«Papà! Il Team Rocket, papà!» gridò Giovanni scendendo rapidamente le scale facendo dei grossi tonfi per ogni passo che compieva sugli scalini.
«Fa’ silenzio, Giovanni – lo riprese il padre parlando a bassa voce – torna immediatamente in camera tua».
Ma non voleva andarsene, non ne voleva sapere. Era elettrizzato all’idea che potesse finalmente vedere il celeberrimo Team Rocket, quell’entità tra la realtà e la leggenda presente in alcuni discorsi degli adulti.
«Giovanni, muoviti» ripeté il padre andando a spegnere la luce della cucina come gli era stato ordinato dalla moglie.
Il ragazzino obbedì e raggiunse il piano superiore, infilandosi sotto le coperte nel buio della sua stanza.
Sulla moquette bianca della camera era proiettata l’immagine delle fessure della persiana chiusa. La luce proveniente dal lampione dall’altra parte della strada si insinuava tra gli piccoli spazi di legno che la costituivano. Suo fratello Riccardo dormiva profondamente, non aveva sentito niente di quello che era accaduto poco prima. Eppure, la mattina dopo si sarebbe mangiato le mani alla notizia che il misterioso gruppo si era materializzato poco lontano da casa senza che potesse vederlo.
La porta che dava sul corridoio si aprì leggermente e la luce, della plafoniera installata sul soffitto, colpì il viso di Giovanni che chiuse gli occhi con una smorfia di fastidio.
«Sei ancora sveglio...» pronunciò il padre sottovoce, chiudendosi alle spalle la porta.
«Sì» rispose Giovanni.
«Non era una domanda, era una constatazione – si avvicinò al letto e tastò la coperta, colpendo i piedi – spostati».
«Che c’è?».
«Non mi piace che tu abbia visto quella scena poco fa».
«Che scena, papà? – domandò lui tra il curioso e il sospettoso – quella degli uomini in nero per strada?»
Erik annuì: «Sì, non mi piace neanche tu sia così affascinato dal Team Rocket, ma lo capisco, è una cosa che ti terrorizza, è misterioso ed è per questo che ti interessa. Ma voglio che ti sia chiara una cosa. Non c’è nulla di affascinante in quello che fa il Team Rocket perché...» ma venne interrotto prontamente.
«Perché? Che cosa fa?».
«Sono dei criminali, Giovanni. Dei criminali in piena regola. Fanno tutto quello che non devono fare, si approfittano delle persone in difficoltà. Si fingono eroi ma non lo sono, Giovanni, non lo sono. Uccidono, rapiscono le persone e chissà che fine gli fanno fare. Non scherzare con il Team Rocket». Si alzò, gli diede un bacio sulla fronte e poi si avviò verso l’uscita.
«Papà, perché ci sono delle persone in difficoltà?».
L’uomo rimase sorpreso dalla domanda. Quanto era normale che un bambino di nove anni facesse pensieri simili? Erik si trovò in difficoltà. Non era un discorso che si faceva spesso con i bambini, come poteva abbassarlo al loro livello? Spiegare cos’era il Team Rocket calibrando attentamente le parole, senza riuscirci poi molto, fu una gran fatica. Questo, ai suoi occhi, sembrava pure peggio. Come poteva uscirne?
«Beh, vedi. Non tutte le mamme e i papà hanno un lavoro e senza lavoro non hai uno stipendio. Se non hai uno stipendio sei in difficoltà» cominciò, sedendosi nuovamente accanto al figlio.
«Anche la mamma non lavora. Siamo anche noi in difficoltà?».
«No, Giovanni, no. Io, fortunatamente, guadagno abbastanza da non aver bisogno che mamma lavori. Ma per tante persone non è così. Non tutti lavorano per l’esercito degli Stati Uniti e con la guerra lo stato ha dovuto pagare tante... punizioni. E per pagare le punizioni lo Stato chiede ai cittadini, a tutti i cittadini, di donare parte del loro stipendio per contribuire. Ma capisci, che se non hai uno stipendio non puoi contribuire, e quella famiglia si trova in grosse difficoltà. Allora si rivolgono a queste persone criminali, come il Team Rocket, che aiutano in un primo momento le persone che si trovano in situazioni di problematicità. Ma poi chiedono delle cose in cambio. È come se io ti regalassi una figurina del pokémon del tuo Campione preferito e poi te ne chiedessi quattro in cambio. Cosa ti sembra?».
«Qualcuno che ho rinchiuso in un bagno per una notte».
«Cosa?» domandò Erik con uno sguardo che si fece improvvisamente molto più severo.
«Niente. Mi sembra una persona cattiva, molto cattiva».
«Esatto... il Team Rocket è così. Ti regala una figurina ma in cambio vuole l’intero album completo».
«Ma allora lo Stato non potrebbe non chiedere a queste persone di non partecipare al pagamento delle punizioni? Così non ci sarebbero i criminali del Team Rocket, no?».
«Questa è una grande domanda, Giovanni. Ma purtroppo nessuno lo capisce ai piani alti. E quindi si creano le situazioni che ti ho detto».
«Beh, allora io quando sarò il capo di Kanto impedirò che le persone senza lavoro debbano pagare le punizioni della guerra».
Erik sorrise, diede un altro bacio sulla fronte del figlio e si alzò in piedi, imboccando le coperte.
«Spero che per quando tu sarai grande non ci saranno ancora queste “punizioni”. E poi, prima di diventare il capo di Kanto pensa a diventare allenatore con Charmander».
Il padre uscì dalla stanza, lasciando Giovanni solo con i suoi pensieri. Gli occhi continuavano a posarsi su ogni angolo della camera. Il suo corpo continuava a rotolarsi nel letto, che ormai era diventato una sorta di prigione. La schiena era intorpidita e il sonno lontano dal presentarsi.

Ci sono una serie di malattie che possono manifestarsi per una predisposizione genetica. Si fanno alcuni test e poi si agisce assumendo dei farmaci o intervenendo chirurgicamente, in modo da ridurre che quel determinato problema di salute si verifichi. In questo caso si dice che si ha una predisposizione per quella malattia.
Altre malattie invece si sviluppano perché si viene a contatto con certe sostanze o alcuni batteri che si infilano nel proprio corpo. E cellula dopo cellula si sviluppano, si evolvono e innescano la patologia. Molto spesso si tratta di un virus.
Eppure, predisposizione o virus che sia, in tutte le occasioni bisogna fermare il proliferare della malattia in tempo prima che degeneri, prima che si diffonda in tutto il corpo e contagi tutti gli organi. Prima che si arrivi al punto di non ritorno, prima che diventi metastasi.
Era stato un discorso così devastante quello sentito da Giovanni per portarlo a pensarci in continuazione nei giorni a venire? Era stato un discorso così sorprendente, così privo di anticipazioni che la sua mente non poteva far a meno di posarsi su quanto detto da Erik? Eppure da quella notte qualcosa gli si era formata dentro, o qualcosa che aveva sempre avuto gli si era semplicemente svegliato. Quella che assumeva la forma della classica cellula dell’antistato. Quel piccolo organismo che ti fa dubitare della bontà delle istituzioni, che ti rende indifferente davanti ai suoi coinvolgimenti politici. Sì, perché la vedi come qualcosa di negativo, qualcosa da combattere in qualche modo, sempre e comunque.
Era una predisposizione genetica? Era stato forse un virus trasmesso per via orale? Era sempre stato interessato alla politica, Giovanni, per quanto fosse giovane. Era una caratteristica piuttosto comune nella sua generazione, visto e considerato quanto era successo solo pochi anni prima. Prima di cena, era solito prendere il giornale e provare ad informarsi, cercare, in maniera molto blanda, di capire chi fosse chi e a cosa servisse il suo incarico. Eppure, da quella sera, cominciò a osservare la realtà delle cose che lo circondava con uno sguardo diverso, critico, in una forma di primordiale cinismo.
E l’interesse per il Team Rocket? Quello permase. Non poteva far a meno di cercare tra la folla di Smeraldopoli gente vestita di nero e fantasticare su chi fosse realmente, se appartenesse a quella banda che suo padre e suo nonno chiamavano “criminali”. Lo erano davvero? Non lo era anche lo Stato visto quanto raccontava suo papà?

My two cents


Mi prendo questo piccolo spazio, a fine capitolo, per alcune comunicazioni di servizio.
Prima di tutto vorrei ringraziare tutti coloro che hanno letto i primi due capitoli de “La Bibbia del Potere” e che ora hanno letto il terzo capitolo, aspettando due settimane.
Mi rendo conto che quindici giorni siano un’infinità di tempo, purtroppo, come ho ribadito in altre sedi, mi trovo schiacciato tra le priorità, come gli esami universitari, e le passioni. Devo giungere ad un compromesso.
Un altro ringraziamento, non meno importante del primo, va ovviamente a Davide e NomaiD che continuano con il loro lavoro, alle mie spalle, di correzione degli scritti. Volevo precisare che non prendo il vostro aiuto per scontato e vi sono davvero tanto, tanto, tanto grato.
E ora, veniamo alle novità succulente della settimana. Non sono sicuro di inserire questo spazio in ogni capitolo, anzi, magari è l’unica volta che questo accadrà. Però vorrei raccontarvi quello che è successo in questo lasso di tempo dall’ultima volta che ho aggiornato il lavoro.
Nelle due settimane trascorse è successo un po’ di tutto. Ho messo in correzione il capitolo sbagliato che tra l’altro non era neanche concluso e, rullo di tamburi, hanno anche tentato di copiarmi il lavoro! Ora a qualcuno lo avevo raccontato, mostrando messaggi privati, prove e dimostrazioni che non sono semplicemente paranoico.
Non parlo di ispirazioni. Parlo di gente il cui modus operandi era: copiare, incollare, sostituire i nomi dei personaggi e i riferimenti spaziali al mondo dei Pokémon e inserire riferimenti spaziali nel mondo del fandom di cui si era appena affiliato.
Fortunatamente, credo e spero, sono riuscito ad evitare che questo fenomeno riguardasse anche me. Ma, purtroppo, NoceAlVento è stato vittima di questo geniaccio.
Geniaccio che mise sotto osservazione anche il mio lavoro, chissà, magari per farlo diventare “La Bibbia dei Sith”, sostituendo Giovanni con Palpatine e chissà che altro.
A seguito di questi eventi ho quindi deciso di porre l’intera opera sotto licenza Creative Common, un atto di forza ma che risulta necessario, ringrazio, in tal proposito, MxY per avermi aiutato nella scelta della licenza. D’ora in poi seguirò attentamente la pubblicazione dei capitoli cercando, settimanalmente, frasi su Google, in modo da stanare questi copycat (perché questo soprannome si meritano) che non hanno neanche la dote di copiare.
Non è corretto che ci facciamo il culo (penso di parlare anche a nome di NoceAlVento) scrivendo trama, delineando i personaggi e le loro evoluzioni, creando storie complesse in cui crediamo tanto per poi venir derubati del nostro lavoro dal primo pirla che passa. Sono fanfiction, non lo metto in dubbio, non avranno alcuna valenza nella storia e non verranno studiate da nessuno. Non ci facciamo neanche soldi, su questi lavori. Ma non per questo allora il nostro impegno e il nostro sudore può essere calpestato da inetti senza arte né parte; tutto al fine di prendersi meriti e complimenti.
The truth is outhere” diceva il motto di X-Files. Ecco, cari Mulder e Scully, state attenti: lì fuori ci sono pure un sacco di stronzi.

 

Ci vediamo Mercoledì 10 Febbraio con Genesi 1.3 - Il Funerale dell'Innocenza.

Modificato da Dream
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Mi scuso per il ritardo ma sono disponibili le versioni PDF, EPUB e MOBI di Genesi 1.2!

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Sono da cellulare quindi mio malgrado non mi dilungo troppo nel commento.

Nulla da dire se non che la storia continua con lo stesso tenore dei capitoli precedenti, senza annoiare.

La figura di Giovanni finalmente inizia a rivelarsi e devo dire che mi piace com'è strutturata.

E nulla, mi aggrego all'indignazione contro questi parassiti che sfruttano il lavoro altrui per mettersi in luce, è agghiacciante. Non mi sentirò tranquillo a pubblicare mai piu nulla ahahah

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Sono da cellulare quindi mio malgrado non mi dilungo troppo nel commento.

Nulla da dire se non che la storia continua con lo stesso tenore dei capitoli precedenti, senza annoiare.

La figura di Giovanni finalmente inizia a rivelarsi e devo dire che mi piace com'è strutturata.

E nulla, mi aggrego all'indignazione contro questi parassiti che sfruttano il lavoro altrui per mettersi in luce, è agghiacciante. Non mi sentirò tranquillo a pubblicare mai piu nulla ahahah

Hey!

Sono molto contento di legere queste cose. Anzi, come forse avevo già affermato precedentemente, ero molto preoccupato più per Genesi 1.1 che per Genesi 1.2 . Spero ovviamente e vivamente che i prossimi capitoli possano essere interessanti e assolutamente non noiosi.

 

Beh, dai, anche camminando sulle strisce potremmo venir investiti. Ma non per questo ci rintaniamo in casa, rifiutandoci di uscire :°.

 

Ti ringrazio molto per la lettura e per la recensione!

Alla prossima :D!

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Genesi 1.3 – Anteprima

 

Sono nato in questa città. Sono cresciuto in questa città. Probabilmente morirò in questa città. Non ho molto girato in vita mia, sono nato durante il Regime e non è che le libertà individuali fossero garantite, anzi.

Di orrori ne ho visti e sentiti tanti prima della guerra, durante la guerra, dopo la guerra... Bombardamenti, fucilazioni, impiccagioni. C’era un periodo, nel ’43, in cui i traditori venivano appesi ai rami degli alberi del Bosco Smeraldo.

Eppure, quel cadavere nell’aprile del ’65 mi ha lasciato disgustato. Mi sono chiesto per un momento se fossimo tornati in Guerra. No, la risposta era no.

Nessuna guerra, soltanto la follia umana e forse le cose si assomigliano.

Come Vice-Sindaco di Smeraldopoli, in accordo con il Sindaco, ho dato l’ordine di coprire la Statua. La polizia sta ancora facendo tutti i rilievi. Speriamo che lascino stare in pace la famiglia ora.

Prove degli assassini? Non diciamo sciocchezze, i fantasmi non lasciano impronte, non lasciano segni del loro passaggio.

Stiamo combattendo le ombre.

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Ti dirò, fa molto strano leggere di cose come impiccagioni, guerre e cadaveri e subito vicino leggere di luoghi della mia infanzia come il bosco smeraldo...

Non prenderla come una critica perché non lo è assolutamente, constatavo solamente che è una cosa a cui è difficile abituarsi xD

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Ti dirò, fa molto strano leggere di cose come impiccagioni, guerre e cadaveri e subito vicino leggere di luoghi della mia infanzia come il bosco smeraldo...

Non prenderla come una critica perché non lo è assolutamente, constatavo solamente che è una cosa a cui è difficile abituarsi xD

Devo ammettere che l'introduzione copre una sola parte del capitolo, ed è un capitolo abbastanza corposo, si coprono in maniera eterogenea diverse tematiche, senza però - a mio parere - risultate abbozzate o trattate in maniera superficiale.

Dicevo, sì, ho preso la parte più dark però mi sa che l'ho resa più dark del capitolo stesso :'

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(modificato)

Genesi 1.3 – Il funerale dell’innocenza  

«Salvare Caino è un’azione tanto nobile. Ma è quello che vuole il Paese? No, la pancia del Paese vuole la vendetta, vuole vedere il sangue grondare e le teste capitolare. Quando ti domanderai a chi parlare, se alla pancia o alla testa del Paese, ricorda che solo la prima ti farà vincere le elezioni.»
 
Spoiler

DONG!
È così che si dice da bambini.
«Come fanno le campane?»
«Dong Dong Dong Dong».
DONG!
Poi però si cresce, non rispondiamo con il «Dong Dong Dong Dong» perché più nessuno ci chiede più come fanno le campane.
DONG!
Nessuno se ne accorge, non esiste una data in cui smettiamo di imitare le campane, non esiste un evento specifico che fa smettere alle persone di chiederci quale sia il loro suono. Non c’è una legge che dice “Da tale giorno in avanti, non si chieda più ai bambini come fanno le campane”, no. È un processo spontaneo, lento, tanto lento da essere impercettibile e invisibile. Ma nonostante sia invisibile non significa che non esista. Il fatto che Joltik deponga uova tanto piccole da essere, solitamente, nascoste alla vista umana, non significa che da quelle uova non nasceranno altri pokémon Coleottero-Elettro. No, esiste tutto a questo mondo, anche le cose piccole, le cose nascoste. Ed esiste anche quel processo spontaneo, lento, tanto lento da essere impercettibile e invisibile, che un giorno ci porterà a smettere di dire «Dong Dong Dong Dong».
DONG!
Ma cosa significa crescere?
Significa forse non entrare più in determinati vestiti?
Significa forse provare sentimenti ed emozioni che una volta ci erano sconosciuti, quasi preclusi?
Significa poter partecipare a determinate discussioni dove prima venivamo allontanati perché erano “discorsi da grandi”?
Oppure significa vedere il mondo con occhi diversi, osservare l’universo circostante indossando un paio di occhiali da vista che hanno il nome di “realismo”?
Significa forse capire che le cose che ci hanno raccontato da bambini, sin da piccoli, erano solo bugie, fandonie? Sì, ci rendiamo conto che Walt Disney, piuttosto che propugnare i suoi film d’animazione dove il bene vinceva sempre, avrebbero meritato una condanna per aver illuso generazioni e generazioni di piccoli: Biancaneve, Cenerentola e Aurora non avrebbero trovato per caso l’amore della loro vita. I matrimoni, nel Medioevo, erano tutti combinati, decisi in base alle esigenze geopolitiche che i Re e le loro casate avevano. Crescere è anche chiedersi per quale motivo Re Stefano non abbia invitato la fata più cattiva e malvagia di tutte al battesimo della figlia Aurora. A Smeraldopoli si invitano sempre i potenti ai battesimi dei propri figli o ai propri matrimoni. Altrimenti questi si arrabbiano e poi te la fanno pagare, e non c’è mai un Principe Filippo poi a salvare capre e cavoli, no.
E per non parlare de “L’amore”: ci è sempre stato detto che trionfava su tutti e tutto! Ora, questo misterioso sentimento non riesce mia a trionfare davanti ad un giudice, quando questo emette una sentenza di divorzio dei coniugi.
Crescere vuole dire anche smettere di credere che il bene esista e al contempo significa smettere di vedere il male incarnato dal diavolo, ovvero un nanetto basso, con le corna e un forcone che ride malvagiamente saltellando sulle sue gambine.
Sì, crescere significa capire che il male è di questo mondo e pervade ogni singolo aspetto della vita umana.
DONG!
Non tutti però crescono. Non tutti si rendono conto dell’inesistenza del bene e della dominanza del male su tutti gli aspetti della realtà terrena. Alcuni continuano a credere che un giorno questo mondo si sistemerà, che i poveri non saranno più poveri, che i ricchi continueranno ad essere ricchi e che coloro che sono senza cibo e senza casa avranno un pasto caldo e un tetto sopra la loro testa per tutto il resto della loro esistenza. Altri ancora desiderano la fine della guerra, la fine della crudeltà dell’uomo, la fine della sua cattiveria. Desiderare, sperare che questo avvenga è alla stregua di sperare che i film di Walt Disney siano storie vere e replicabili per tutti i secoli a venire. Lo desiderano, lo sperano coloro che rimangono bambini. Anche se i vestiti ora gli stanno stretti, anche se ora sono molto più alti, hanno un vocabolario più forbito e provano quelle emozioni o sentimenti che una volta gli erano preclusi.
Le loro speranze, quando pronunciate ad alta voce, sono solo suoni buttati nel vento. Un inutile spreco di fiato, un inutile spreco di tempo. E sprecare è male, ce lo insegnano sempre da bambini. Meglio rendersi conto che le cose non sono come ce le hanno sempre descritte. Meglio imparare, sin da subito, che la realtà del mondo è diversa dalle fiabe, dalle favole. Prima avviene e meno si soffrirà, perché è naturale provare del dispiacere quando si scopre che Alice, molto probabilmente, il Paese delle meraviglie l'ha visto solo grazie a dei funghetti allucinogeni. Ma quanto è naturale voler nascondere la testa sotto la sabbia e non accorgersi che il mondo attorno sta crollando? Quanto è salutare farlo?
DONG!
Ad un certo punto della nostra vita dobbiamo tutti far i conti con la crescita. Dobbiamo tutti ammettere che la realtà delle cose è diversa da quanto ci abbiano sempre detto. E quando lo faremo i nostri occhi saranno più spenti, stanchi, meno luminosi e brillanti. Ma ci si fa l’abitudine; come quando ci abituiamo a non sentirci più domandare “Come fanno le campane?”.
 
Un urlo squarciò il silenzio di Smeraldopoli. Il Sole doveva ancora alzarsi quella mattina. Il cielo era appena illuminato, carico di nuvole alte e grigie. Un altro urlo, sempre proveniente dalle stesse corde vocali, veniva accompagnato questa volta delle campane, che cominciarono a suonare indicando l’ora.
I loro “DONG!” riempivano le strade e le piazze, oltrepassavano i vetri, giungendo nelle orecchie delle persone che, fino a quel momento, erano cullate dalle braccia di Morfeo. Nessuno faceva più caso ai “DONG!”, colpa dell’abitudine. Eppure quel giorno avevano un suono differente. Sì, sporco, distorto. Era mischiato a delle grida di dolore.
Una donna era inginocchiata davanti al piccolo monumento ai caduti. La statua, in pietra, raffigurava un Dragonite che teneva tra le braccia un soldato morto infilzato da un bastone che gli perforava lo sterno. Era una commemorazione per tutte le vittime del secondo conflitto mondiale. L’opera era stata costruita su un basamento, di pietra anch’esso, di grosse dimensioni e di forma cubica. Su tutti i lati erano stati scritti i nomi delle vittime.
«Me lo hanno ammazzato! Paolo, chi ti ha fatto questo, Paolo!» pronunciò lei, con la voce strozzata dalle lacrime.
Le porte di ferro e vetro dei portoni si aprirono, alcune persiane si spalancarono, mentre le tapparelle vennero alzate. E testa dopo testa, fecero tutti capolino sul grande spiazzo per capire chi stesse emettendo quei suoni così laceranti, ricolmi di terrore, tristezza e paura.
Gridava la donna, piangeva. Il viso era coperto dalle mani che ogni tanto venivano aperte e voltate con i palmi al cielo, la testa lanciata all’indietro e gli occhi domandavano a qualcuno Lassù il perché.
Il corpo di un uomo era stato infilzato nell’asta presente nella statua. Era stato posato sul corpo dell’umano della scultura, con la testa voltata verso la piazza, lo sterno verso il basso, la mano a penzoloni, gli occhi aperti, la lingua di fuori e un rivolo di sangue che sporcava tutta la pietra, giungendo fino alle ginocchia della moglie.
Ed ecco che i più prodi la raggiunsero, le tesero una mano sulla spalla e provarono ad alzarla, alcuni si avvicinarono al cadavere per vedere se ci fosse qualcosa da fare. Ma era troppo tardi, quel corpo pesava ormai ventuno grammi in meno.
E le grida, prima di una sola donna, divennero due, tre, quattro, di tante e tante altre persone che tutti all’unisono esclamavano: «Oddio!», «Santo Cielo!», «Non ci posso credere!».
 
Una mano bussò tre volte di fila, rapidamente, alla porta di casa. Erik l’aprì in una frazione di secondo, mostrando di essere già vestito, con la classica divisa grigia mimetica.
«Cos’è successo, Franco?» domandò all’anziano che aspettava sull’uscio.
Indossava un borsalino di color marrone. I suoi occhi, nonostante il colore castano scuro, esprimevano freddezza. Il volto era rugoso, il naso grosso, i baffi erano brizzolati e le labbra sottili. Anna le aveva prese da lui. E oltre alla freddezza, il suo sguardo esprimeva severità ma anche un pizzico, seppur impercettibile, di preoccupazione.
«Assassinio» rispose freddamente.
Erik inarcò le sopracciglia, rimanendo per qualche secondo stupito da quella notizia. Poi il volto divenne scuro e si chiuse la porta alle spalle: «Andiamo, muoviamoci».
Camminavano velocemente, facendo un leggero cenno con il capo in segno di saluto quando incrociavano lo sguardo di qualcuno. Quel qualcuno che dentro di sé li osservava come se fossero dei salvatori della Patria, che sarebbero riusciti a metter l’intera città in salvo. Una supplica mentale, una preghiera che speravano qualcuno potesse sentire.
Franco Martufelli era il vice-sindaco di Smeraldopoli, partecipava alla gestione della città ininterrottamente dal 1948, in una coalizione tripartitica composta da una lista civica, un partito di centro-destra, “Unione Pokémon Repubblicani” e una lista di centro-sinistra, il “Partito Socialista di Kanto”.
«Ho parlato con il tuo capo stamane, Erik: gli ho detto che non si può continuare così, che bisogna intervenire e fare qualcosa attivamente» cominciò a parlare, non distogliendo lo sguardo dalla strada.
Girarono l’angolo e videro la piazza gremita di persone, tutte attorno al monumento, spettatori di quel macabro evento.
«E scommetto che ti ha risposto che le priorità sono altre, che non possono far assolutamente nulla e che dovete affidarvi alle forze di polizia, giusto?».
L’uomo annuì, osservando sempre più sconsolato e irritato la scena che si presentava davanti ai suoi occhi: «Che poi vorrei capire quali siano le priorità, sinceramente. Rimanete in caserma tutto il giorno e non potete alzare la testa al cielo se non ve lo dice Johnson. Il vostro obiettivo era di limitare la criminalità dovuta al dopoguerra. Questa che cos’è? Che cosa state aspettando? Tanto vale che smantellino l’esercito, come hanno fatto in Giappone o in Italia».
«Ah, Franco, ci smantelleranno presto, fidati. Mi sono portato avanti, ho già fatto richiesta di rimanere qui, hanno sempre bisogno di un paio di soldati all’ambasciata di Zafferanopoli».
Erik fece un profondo sospiro e poi cominciò a domandare alle persone di allontanarsi, avvicinandosi al monumento un passo alla volta.
«Ah sì? Vogliono farvi tornare in Patria?» chiese Franco, tra una richiesta di lasciarlo passare e l’altra.
«Certo che no. Vietnam!» rispose lui sorridente, finalmente arrivato alla elegante ringhiera di ferro battuto che avrebbe dovuto impedire che qualcuno potesse avvicinarsi alla statua. Entrambi scavalcarono la piccola recinzione, avvicinandosi al corpo.
«Paolo Vertone è tornato a casa allora» disse Franco, piegandosi leggermente in avanti e osservando negli occhi, ormai privi di vita, il cadavere.
«Lo conosci?» chiese Erik perplesso, mentre si osservava attorno, chiedendosi quando sarebbero arrivate le forze di polizia.
«Veniva sempre a vedere il consiglio comunale. So che era scappato a settembre... lo cercavano perché aveva fatto un torto a Foster». Franco si rimise in piedi, tirò fuori tre pokéball e chiamò al suo fianco un Primeape, un Machamp e un Haryama. «Allontanate le persone, per favore».
I tre pokémon Lotta si misero in fila orizzontale e cominciarono a spingere le persone per farle allontanare.
«Che tipo era?» chiese Erik, guardando con disappunto il ritardo della squadra di polizia, che finalmente era giunta.
«Chi? Vertone? Una brava persona... salutava sempre» rispose Franco cercando un accenno di complicità negli occhi del genero.
 
Sgattaiolava tra la folla, si infilava tra le persone, le spingeva e le faceva spostare con le sue mani ossute, così capaci di infastidire da permettergli di farsi strada. E quando arrivò a Machamp, si abbassò di colpo e cominciò a gattonare, passando tra le gambe del Megaforza.
Ed ecco lì, davanti ai suoi occhi, l’oggetto dei suoi nuovi desideri. Per strada aveva sentito parlare di un omicidio, per strada aveva sentito parlare di un cadavere infilzato, con il sangue che ancora gocciolava. La bocca aperta, la lingua di fuori, gli occhi sgranati. Sì, era tutto vero, le voci non dicevano menzogne, non raccontavano falsità.
Quegli occhi, così aperti, sembravano guardarlo, sembravano cercare la sua anima. E quel braccio bluastro, pareva girarsi e allungarsi, fino ad arrivargli al collo e stringere, stringere maledettamente forte, così forte che gli occhi sarebbero schizzati fuori dalle orbite.
Era quello, quindi, un cadavere. Era quello l’effetto che faceva. La testa cominciò a girargli, la vista diventò leggermente sfuocata, tendente al giallognolo, la lingua cominciò ad intorpidirsi e, per una frazione di secondo, perse anche l’equilibrio.
«Giovanni! Che ci fai qua?» gridò una voce familiare. Era la voce di un uomo, qualcuno che spesso lo riprendeva.
Si destò dal suo senso di smarrimento, e lo vide davanti. Alto, con due occhi a fessura, le narici che parevano emettere fumo nero e la bocca che rilasciava fiamme rossissime.
Lo afferrò per il colletto, strattonandolo: «Che cazzo ci fai qui, ho detto!». Questa volta il tono di voce era più basso, ma non meno aggressivo e minaccioso.
«È che ho sentito parlare di un cadavere, ho sentito la gente gridare e volevo venire a vedere, papà».
«Bene» pronunciò inferocito Erik. Lasciò il colletto della maglia di Giovanni e lo prese per mano, tirandolo in avanti. Lo portò fuori dalla cerchia di persone e poi gli diede una leggera spinta in avanti: «Benissimo, ora che hai visto com’è fatto un cadavere tornatene a casa, faremo i conti più tardi».
Punizione.
I “conti” vennero fatti rapidamente e la decisione era che nonno Franco avrebbe accompagnato e preso da scuola Giovanni per i due mesi a venire. Cosa c’era di peggio per un bambino che amava la scuola quasi esclusivamente per la libertà che aveva per fare la strada che voleva, con chi voleva, impiegandoci il tempo che voleva?
Non provò nemmeno a ribattere, a giustificarsi, non cercò neanche qualche scusa. Sarebbe stato inutile, avrebbe solo peggiorato la sua già precaria situazione, insomma, niente di niente. Accettò silenziosamente e sommessamente. In fondo se lo era meritato. Era uscito di casa di soppiatto di mattina presto per vedere un cadavere. Si rese conto da solo che era un gesto non tanto immaturo quanto pericoloso.
 
Camminava sul muretto, con le braccia completamente aperte e fischiettando, mentre Franco gli camminava affianco non degnandolo di uno sguardo. Il Sole era finalmente sorto e le nuvole avevano lasciato alla stella qualche spiraglio per filtrare. Gli occhi di Giovanni erano socchiusi, infastiditi dalla luce. Li riapriva solo quando le foglie di un albero gli facevano ombra, assicurandosi che il suo cammino fosse completamente libero da intralci di qualsiasi tipo.
Franco era silenzioso. Neanche lo ammoniva di far attenzione, di scendere e camminare «Come i Cristiani normali», no. Eppure lo faceva sempre. Quel dannato mutismo lo imbarazzava, doveva far qualcosa.
«Sei arrabbiato, nonno?».
«No» rispose l’anziano telegraficamente.
«Possiamo parlare, quindi?».
«Forse».
«Chi è l’assassino?».
Franco indugiò per un momento. Era già la millesima volta, dall’inizio della giornata, che doveva rispondere a quella domanda. Questa volta era diverso, però. Si trattava di un bambino, non di consiglieri politici, non di adulti responsabili. Un bambino. Un bambino curioso, certo, un bambino per certi versi perspicace e forse, proprio questo, amplificava il senso di pericolo nel rispondere erroneamente ad un quesito così delicato.
«L’uomo nero, Giovanni».
«Ah, il Team Rocket!» esclamò il piccolo con gli occhi sgranati e un sorriso di sorpresa.
La testa di Franco si girò rapidamente verso il nipote, osservandolo spaventato. Cosa doveva rispondere se non “l’uomo nero”, autentico elemento terrorizzante nell’infanzia di ogni bambino?
«Non si parla più, Giovanni. Silenzio fino a scuola. E niente “ma”» fece freddamente Franco, tentando di riprendere il controllo della situazione e voltando la testa, cercando di non far capire a Giovanni che aveva proprio indovinato: gli artefici dell’assassinio di Paolo Vertone erano proprio gli uomini in nero, il Team Rocket. A far impensierire l’uomo c’era il classico elemento che caratterizzava l’operato della banda criminale: tutto si basava sulle supposizioni, una totale assenza di prove.
Arrivati al cancello dell’istituto scolastico, i due si salutarono.
«Giovanni, un’ultima cosa prima che tu vada. Non mi ritroverai al cancello, quando esci. Sarò alla piazzetta del chiosco, devo discutere di alcune cose. Ma ti aspetto puntuale, ci siamo intesi? O manderò Pidgeot a cercarti», concluse sempre in maniera distaccata Franco.
 
«Buongiorno!» iniziò la lezione la maestra Rossella Nignoli. Era una donna sulla quarantina, con lunghi capelli neri, un naso a patata, la pelle olivastra, il viso pienotto e una gentilezza e dolcezza che raramente facevano spazio alla collera dettata dai cattivi comportamenti del gruppo classe. Aggiornò il calendario, strappando il foglio del giorno precedente e mostrando la data odierna, “15 aprile 1965”. Poi si posizionò affianco ad un uomo, qualcuno che i bambini non avevano mai visto prima di allora. Vestiva un completo grigio, una camicia bianca e una sobria cravatta blu. Indossava un paio di occhiali dalle lenti particolarmente grandi. I capelli, neri, erano interamente laccati e portati all’indietro. E sul volto, le labbra, formavano una sorta di sorriso che emanava un nauseante senso di superiorità.
«Quest’oggi non faremo la nostra classica lezione perché è venuto a trovarci una persona molto, molto importante».
Le parole della docente non fecero altro che ingigantire l’ego dell’uomo al suo fianco e quel ghigno presente sul volto si tramutò in una vera e propria smorfia compiacente.
«Si tratta di una persona che lavora per il Governo, in particolare per il Ministero della Previdenza Sociale. Si chiama François Saucier e oggi ci insegnerà come funzionano le tasse, gli stipendi e le pensioni!».
«Allora, cari bambini» iniziò l’uomo facendo un passo in avanti, «Oggi fingeremo tutti di essere delle persone adulte. Per prima cosa dovete dirmi che lavoro vorreste fare da grandi!».
Tutti i bambini alzarono educatamente la mano e uno ad uno presero la parola per parlare: il primo voleva fare l’allenatore di pokémon, il secondo voleva fare l’allenatore di pokémon, il terzo voleva fare l’allenatore di pokémon e anche il quarto voleva fare l’allenatore di pokémon.
François si rese così conto che alla Scuola per Allenatori, tutti volevano fare gli allenatori di pokémon, altrimenti non avevano ragione di trovarsi lì. Allora interruppe il gioco e specificò che l’allenatore di pokémon era un lavoro tanto bello, impegnativo e gratificante, ma che avrebbero dovuto forse scegliere uno dei mestieri che svolgevano i loro genitori. E allora c’era chi faceva l’operaio, c’era chi insegnava, chi faceva il pompiere, chi il poliziotto, chi il cuoco in un bar, chi il bar lo gestiva, chi il mercante.
«Tu come ti chiami?» chiese François al bambino nell’angolo in fondo a destra.
«Giovanni Silviosi».
«E che lavoro farai?»
«Il militare per gli Stati Uniti».
François sorrise: «Questo è un po’ complicato. La mamma che lavoro fa?».
«La casalinga».
«Umh, bene, bene, molto bene. Ma purtroppo, ai fini del nostro gioco non potrai fare il… casalingo. Quindi, decidi un lavoro a piacere!»
«Il Campione della Lega Pokémon!» pronunciò Giovanni sicuro di sé!
L’uomo strabuzzò gli occhi, voltandosi verso la maestra, che scosse la testa sconsolata: «Giovanni, non è un mestiere quello, è un titolo... una carica».
«Oh» fece lui deluso. Si mise a pensare a qualche lavoro che conosceva e che avrebbe voluto fare, quindi. Ripensò ad una conversazione avuta con suo padre, prima di addormentarsi.
«Non so se sia veramente un lavoro… altrimenti mi arrendo, eh! Ma mi piacerebbe fare il… Capo di Kanto».
«Il Presidente del Consiglio?» chiese ancora più sorpreso l’uomo del Ministero.
«Sì, quello che gestisce le tasse, che fa le leggi, che comanda tutti».
«Beh, signora Nignoli, lei ha un alunno sicuramente molto ambizioso» rispose sorridente François. Il gioco proseguì in questa maniera: a ogni bambino che aveva un lavoro nel settore privato, aveva guadagnato 4 banconote: «Questo è il vostro stipendio». E giusto il tempo di finire la frase, che i bambini che interpretavano i lavoratori del settore pubblico, cominciarono a tartassare il dipendente governativo di «Ed io?».
«Calma, calma, fate silenzio, non ho ancora finito! Come potete vedere, metà dei vostri compagni non ha ricevuto il salario. Questo perché sono i cosiddetti “dipendenti pubblici”, ovvero alle dipendenze dello Stato. Come può allora un dipendente statale ricevere la propria paga? Mediante le tasse che lo Stato applica sul vostro guadagno».
Passò allora tra i banchi dei piccoli e tolse a tutti loro due banconote, dandole a chi non ne aveva, Giovanni incluso. Cominciò quindi a spiegare la bontà delle tasse e la loro importanza nel sistema, su quanto fosse bello e fondamentale pagarle e su come l’evasione andasse combattuta e anche denunciata.
L’intervento dell’uomo era all’interno di una serie di iniziative governative per poter insegnare l’onestà fiscale ai bambini e tentare, così, di ridurre l’enorme quantità di illeciti di quel tipo che erano molto presenti nella Repubblica di Kanto. La classe lo ascoltava, erano tutti affascinati, tutti incantati da questo incredibile potere del bene che stava nelle loro mani. Pagando le tasse avevano aiutato qualcuno a comprare il pane per placare la fame, l’acqua per colmare la sete, i giochi per allontanare la noia. Si poteva render qualcuno felice pur rimanendo felici. Ma Giovanni no. Giovanni sapeva che le tasse venivano chieste anche a chi, quelle quattro banconote non le aveva, a chi non era felice, a chi non poteva comprare il pane per placare la fame, l’acqua per colmare la sete, i giochi per allontanare la noia. Giovanni sapeva che se il Team Rocket proliferava e viveva, se il Team Rocket uccideva i Paolo Vertone, infilzandoli nelle statue, era perché le persone non avevano più soldi da dare allo Stato. Voleva davvero fidarsi di quell’uomo, alla luce di quanto visto?
Il suo sguardo si spostò dapprima sulle banconote che aveva sul banco. Poi, di nuovo, su François, che continuava a parlare, con il suo fare spavaldo e gesticolando in quella maniera così particolare, ponendo la mano destra come se fosse la mano di un vigile che fa cenno, ad un pedone, di attraversare la strada.
Voleva davvero credere alle parole così belle, quando la realtà assumeva la forma di un cadavere con gli occhi aperti, le braccia bluastre e il sangue che colava lento?
No, non ci avrebbe creduto.
Di soppiatto, nascose una delle banconote, infilandola nel proprio zainetto.
«Lo Stato però non si preoccupa solo dei dipendenti del settore pubblico, ma anche del futuro di tutti i lavoratori. I vostri nonni che lavoro fanno?» tornò a domandare Saucier.
In coro, tutti i bambini, pronunciarono: «I pensionati».
«Il mio no» disse Giovanni.
«E che lavoro fa tuo nonno, Presidente?» disse divertito l’uomo.
«È il vice-sindaco di Smeraldopoli» rispose candidamente.
«Presidente, tu sfuggi ai giochi della probabilità. Beh, facciamo che anche tu diventerai anziano e perderai le elezioni, non venendo più eletto neanche in Parlamento». Giovanni sollevò le sopracciglia e lo guardò perplesso, decidendo di non ribattere.
«La pensione la si forma prelevando una quota di stipendio dalla busta paga. La si inserisce in questa grossa scatola e quando sarete degli anzianotti, andrete alla scatola dove ci sarà un signore che vi dirà “Ecco, questa è la tua pensione”».
Ed ecco che François passò ancora tra i banchi, ritirando una sola banconota questa volta. Arrivò al banco di Giovanni e prese in mano l’unica banconota presente.
«Però ora io non ho più soldi» fece notare Giovanni, con un tono di voce leggermente malinconico. La frase fece partire le risate della classe.
«Ma no, è impossibile! Le banconote erano contate apposta per ventiquattro bambini!» esclamò sorpreso. Il sorriso da uomo sicuro di sé, sparì all’improvviso. E incominciò a fare i calcoli, contando una ad una le banconote che aveva in mano e poi quelle presenti sui banchi. Ne mancava una.
E allora via a cercare sotto i tavoli, a cercare per terra e quella maledetta banconota non si trovava! Le risate dei bambini diventavano via via sempre più forti, sguaiate e provocatorie nei confronti di quell’uomo che ora non era poi così tanto entusiasta di se stesso. Sapeva di aver fatto una pessima figura e lo sguardo severo di Rossella non faceva altro che farlo sentire un fallimento, lei che cominciava a pensare di aver perso importanti ore di lezione per prestarsi a quella buffonata.
«Questo è ciò che accade quando esiste la cosiddetta “evasione tributaria”, ovvero si nascondono dei soldi che andrebbero consegnati alla scatola. Il primo che andrà in pensione avrà sicuramente il suo gruzzolo mensile, ma chi, invece, andrà in pensione per ultimo, si ritroverà con un pugno di mosche» disse con un sorriso tirato ed in evidente imbarazzo il dipendente ministeriale. Il sistema aveva fallito, anche in un’aula da scuola elementare.
La campanella suonò, segnando l’iniziò dell’intervallo. I bambini corsero nel grande salone fuori dall’aula, mentre un sempre impacciato Saucier si scusava con l’insegnante per l’accaduto.
Giovanni uscì per ultimo, avvicinandosi alla cattedra e facendo strisciare sul tavolo, in direzione dell’uomo, la banconota scomparsa.
«L’ho ritrovata, eccola qui».
«Oh, ecco, finalmente. Così anche tu avrai la tua pensione» rispose, inserendola nel blocchetto, con le altre banconote.
«Ah, ma non ce n’è bisogno. Tanto io verrò rieletto, anche da vecchio» e corse fuori, salutando con un frettoloso «Ciao!».
 
La scuola di Riccardo Silviosi era situata affianco all’istituto di Giovanni. I due frequentavano scuole differenti, dettate dalla ragione che solo Giovanni era stato ammesso alla Scuola per Allenatori. I due edifici erano, però, amministrati dalla stessa presidenza.
Al suono della campana nel pomeriggio, Giovanni uscì rapidamente, imboccando la strada che conduceva al cancello della scuola di Riccardo. Era il modo più veloce per arrivare alla piazzetta del chiosco, dove suo nonno Franco lo aspettava.
«Silviosi, sei un bimbo bastardo, lo sai?». Lo sguardo di Giovanni si voltò all’indietro, cercando chi lo stesse insultando, ma non vide nessuno.
Poi ancora qualcuno pronunciò il suo cognome: «Silviosi, prendi questo» e immediatamente, fece eco la voce di qualcuno che gridava dal dolore. Una voce familiare: quella di Riccardo.
I suoi occhi si posarono qualche metro più avanti, dove era presente un gruppo di ragazzini, che formavano un cerchio al cui centro c’era qualcuno.
«Silviosi, sei un bambino senza mamma e papà».
Un calcio e Riccardo cadde a terra, con la testa rivolta in direzione del fratello. I capelli ricci, castani, erano schiacciati sulla fronte. Il naso, con la punta rivolta verso l’alto, aveva un rivolo di sangue che scorreva dalla narice sinistra. Gli occhi azzurri, sofferenti, cercavano aiuto nelle persone che stavano camminando ma che si fermavano ad osservare la scena senza muovere un singolo muscolo in suo aiuto. Ma ecco, che tra i vari passanti incrociò lo sguardo del fratello e quegli occhi, ricordarono a Giovanni, le occhiate che aveva ricevuto dal corpo di Paolo Vertone, quella stessa mattina.
Lasciò lo zaino a terra e cominciò a correre con tutta la forza che aveva in corpo. I piedi battevano con incredibile forza sull’asfalto, quasi volesse sfondarlo, si muoveva velocissimo, rapidissimo e per un momento perse anche il contatto con la realtà. Il suo unico obiettivo erano diventati quei bulli. Prese di mira quello era girato di schiena, in quanto più vicino. Gli saltò alle spalle e gli tirò un pugno sulla nuca, staccandosi prima che cadesse all’indietro, come accadde.
«Oh, abbiamo anche il fratellino, Giovanni Silviosi. Anche tu sei un bimbo bastardo oppure sei naturale?».
Giovanni strinse i pugni con rabbia, serrò le labbra con altrettanta foga e poi fece cenno, con il capo, di avvicinarsi al ragazzino che gli aveva appena rivolto la parola.
«Vuoi davvero batterti con tutti noi?» chiese sarcastico, dandosi due manate sul petto in segno di forza.
«L’alternativa è che ve ne andiate» pronunciò impassibile Giovanni.
Lui era Gonzalo Pizzarro, un ragazzino di dieci anni che frequentava la stessa scuola di Riccardo. Capelli corti biondi, occhi azzurri, un naso francese e un volto molto magro, con le guance scavate.
Gonzalo si avvicinò a Giovanni, osservandolo dritto negli occhi. I loro respiri si mischiavano e intrecciavano nell’aria, fino ad arrivare l’uno sulla pelle dell’altro.
Il sangue ribolliva nelle vene di Giovanni, il cuore pulsava forte, e sentiva il suo battito all’interno della testa, come un tamburo taiko.
Gonzalo fece per andarsene, tornando poi alla carica, sferrando un pugno nella pancia di Giovanni, che si piegò in avanti, strabuzzando gli occhi e aprendo la bocca, non riuscendo neanche a gridare per il dolore del colpo ricevuto. Sì, per un istante anche la sua respirazione venne bloccata. Riprese il controllo rapidamente, prendendo il pugno destro del ragazzo e cominciando a ruotarlo ulteriormente verso destra, finché non si inginocchiò, poi gli tirò una ginocchiata sul mento, facendolo cadere a terra stordito.
«Riccardo, riesci ad alzarti?» chiese Giovanni, continuando ad osservare con ira gli avversari. Il fratello rispose con un gemito dolorante, provando a rimettersi in piedi, non senza fatica. Il naso aveva smesso di sanguinare, pur essendo diventato molto rosso e gonfio. «Chi è il prossimo, quindi?» domandò questa volta rivolgendosi agli aggressori.
«Nessuno» pronunciò una voce adulta, severa.
Si voltarono all’indietro, guardando terrorizzati il preside della Scuola, Arturo Scottelli: «Non si piccherà nessun altro fuori dal mio istituto come delle scimmie comuniste qualsiasi.
Tutti a casa, coraggio, e se vi vedo ancora qui attorno, chiamo la polizia. Rompete le righe, imbecilli». Il preside era un uomo di circa cinquant’anni, sempre vestito di tutto punto: giacca e cravatta, occhiali da sole, anche al chiuso. Quasi completamente calvo, tranne per i capelli ai lati della nuca.
Tutti si allontanarono. Giovanni prese il braccio del fratello e se lo mise attorno al collo, cominciando ad avviarsi verso la piazza dove il nonno lo stava aspettando.
«Giovanotto, ricordati il tuo zaino, lì in fondo. E domattina nel mio ufficio con i tuoi genitori». L’uomo si voltò e tornò all’interno del cortile, dirigendosi verso l’edificio a tre piani color verde smeraldo.
 
«Dove vi eravate ca...» ma la sua voce si interruppe di colpo. I suoi occhi indugiavano sui volti dei figli. Erano sporchi, una sostanza rossa scura, tendente al marrone.
Terra?
«Cosa diavolo vi è capitato?» domandò Anna vedendo i figli tornare a casa accompagnati da suo padre. Riccardo era ancora spossato, con tracce di sangue, secco, su vari punti del volto. Anche Giovanni presentava un graffio sotto l’occhio destro, ottenuto quando era saltato via dalle spalle di uno dei bulli.
«Li hanno aggrediti» rispose stanco Franco, entrando nella casa e dirigendosi immediatamente sulla destra, raggiungendo la cucina e sedendosi su una sedia posta attorno al tavolo. Gli altri tre lo seguirono.
«Chi?» fece lei, osservando attentamente e in maniera preoccupata i figli.
«Bulli». Franco si tolse il cappello, posandolo sul tavolo. Si passò la mano tra i capelli, stanco, stravolto per la giornata cominciata male e che stava volgendo anche peggio.
«Perché? Avete dato fastidio a qualcuno?» chiese la donna, rivolgendosi attentamente prima a Riccardo e poi Giovanni.
«No, non hanno dato fastidio a nessuno. Il problema è quello che sapete, che ho sempre detto a te ed Erik e voi non mi avete mai ascoltato, mai. Pulisci i tuoi figli, dagli una sistemata e poi ti racconto, per l’ennesima volta, cosa è successo».
La donna annuì e li spedì a giocare in camera loro.
«Riccardo è un bambino adottato, Anna! A-dot-ta-to! Voi e questo stupido principio irrealizzabile di uguaglianza, avete messo alla gogna vostro figlio! Ma vi rendete conto che è da pazzi mandarlo in una scuola pubblica? Bisognava mandarlo in una privata, bisogna mandarlo, domani stesso!» fece l’uomo adirato.
«Papà! Ma non ce la possiamo permettere la scuola privata!» fece la donna alzandosi, come se non volesse sentire il padre.
«E la mensilità che vi passavano per aver preso in casa Riccardo? Che fine ha fatto?».
«Durava cinque anni, abbiamo smesso di riceverla da un po’...».
«Beh – fece l’uomo riprendendo il discorso con un tono adirato – Giovanni è costantemente messo sotto torchio dai compagni per questo fatto. È un bambino già vivace di suo, l’essere vittima di questi attacchi da bulli non fa altro che... amplificare i suoi comportamenti scorretti.  I quaderni strappati, i furti nella cartella. Ora l’aggressione a Riccardo, dove è stato l’unico essere umano ad intervenire, prendendosi un pugno nello stomaco e un richiamo, da parte del preside che vuole vedere te ed Erik domattina.
Fate studiare da privatista Riccardo o non...».
La porta di casa si aprì con un gran tonfo. Le mura tremarono e anche il pavimento. Anna e Franco sobbalzarono ed entrambi guardarono spaventati verso l’ingresso.
«Anna, Anna dove sei» proruppe Erik.
Anna e Franco corsero immediatamente verso l’ingresso dell’abitazione, osservando l’uomo particolarmente agitato. Era rosso in viso, sudato, respirava a fatica.
«Erik, cosa succede?» chiese la moglie preoccupata, avvicinandosi e ponendogli una mano sulla spalla.
L’uomo la abbracciò forte, chiudendo gli occhi e scoppiando a piangere. Le lacrime, che scorrevano sul suo volto, bagnavano il maglione giallo paglierino di Anna che non capiva cosa stesse accadendo.
«Cosa succede, Erik? Stai calmo, per favore».
L’uomo lasciò la moglie e osservò le due persone presenti nella stanza: «Devo partire».
Franco si mise le mani tra i capelli, chiudendo gli occhi, perché aveva capito esattamente cosa intendesse il genero
«Dove Erik? Dove devi andare?» disse Anna molto preoccupata, con la voce rotta.
«Vietnam. Devo partire per il Vietnam».

 

Modificato da Dream
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