La Forza Superiore [Pokémon, fiction a capitolo unico]

Ellemme

Passante
Posto un lavoretto senza pretese che ho ultimato in soli tre giorni. E' una fiction autoconclusiva, ossia a capitolo unico, di durata relativamente breve. Non ci sono scene poco indicate a pubblico di tenera età, quindi è alla portata di chiunque voglia leggerla, senza restrizioni.

No, non ho dimenticato il fic challenge, sto lavorando anche a quello xD

Vi anticipo tuttavia che:

- Dovrete avere pietà per la mia povera grammatica, se n'è andata in vacanza alle Maldive.
;

- ...Soprattutto nella stesura del finale, che è decisamente sconclusionato dal punto di vista della sintassi.

- Il tema trattato dalla fan fiction può essere considerato estremamente banale, qualora non si capisca seriamente ciò che essa vuole esprimere.

- In base a queste considerazioni, vi chiedo di motivare un qualsivoglia commento, soprattutto se negativo: le critiche sono bene accette, ma vorrei poter imparare cosa ho sbagliato!


E penso sia tutto. Buona lettura! [Edit: dimenticavo di formattare il titolo]

La Forza Superiore



Cos'era stato prima, contava poco... ma i ricordi continuavano a perseguitarlo. Non che fosse un male, dato che la sua infanzia non era macchiata da episodi disonorevoli, ma non riusciva a dimenticare.

Nato da un comune, pallido uovo Pokémon dalle chiazze verdastre, si era subito rivelato un esemplare di Scyther dalle eccezionali potenzialità combattive: falci lunghe e taglienti, ali sottili e affusolate. La giovane allenatrice che assistette alla schiusa si compiacque subito del neonato, da tempo immemore ne cercava uno così votato alle battaglie! Costantemente incoraggiato da lei, egli passò i suoi primi mesi a rafforzarsi contro bersagli progressivamente più difficili: non di rado sfidava Pokémon di livello ben superiore al suo, e nonostante ciò riportava vittorie sorprendenti.

Poi, un giorno, si accorse che non aveva mai desiderato diventare un combattente. Perlomeno, non in quel modo.

Tuttavia, il profondo legame che lo vincolava alla sua allenatrice gli impedì di manifestarle subito e apertamente il suo disagio. Non poteva certo fingere che non fosse stata lei a instradarlo verso la competizione, a formare il suo spirito orgoglioso e a plasmare il suo carisma.

Repentinamente, la scena cambiò: tormento e indecisione assunsero la forma di un vecchio punching ball, lacero dai continui colpi. E lui era lì che lo fissava, inerte... finché lei non sopraggiunse.

"Arthur?"

Il piccolo guerriero arrossì e si girò di scatto, manovrando goffamente le sue lame.

"Ehm ciao Marian." Rasentava il paonazzo.

"C'è qualcosa che non va?" lei si fece subito seria. "Intendo dire... ti ho visto, negli ultimi tempi. Sembra proprio che tu stia con la testa fra le nuvole. Mangi poco, non tocchi un pezzo di carne da giorni, ti stanchi dopo cinque minuti di allenamento... ne vuoi parlare?".

"A dire il vero... sì" esordì. "Apprezzo tantissimo le tue preoccupazioni, il tuo impegno e tutto il sostegno che mi hai dato, ma... penso di aver sbagliato sin dall'inizio. Guardami! Cosa diventerò quando mi toccherà affilare le lame non più su un punching ball, ma su un avversario in carne e ossa?".

Ansimava per la foga delle sue stesse affermazioni. Non aveva mai osato rivolgersi così alla sua allenatrice. Si aspettava una strigliata per i toni altisonanti, come minimo... ma la strigliata non ci fu.

"La colpa non è solo tua" sospirò lei. "Ho sempre cresciuto tutti i membri della squadra presupponendo che le doti nel combattimento bastassero per tutto... anche per far piacere le competizioni." Gli pose una mano sulla spalla. "Arthur, hai mai pensato di imparare a leggere?".

"A leggere?" Introdurre un Pokémon alla lettura, una pratica degli esseri umani?

"Certo!" Il sorriso tornò a splenderle sulle labbra. "Per esempio, ti potrebbe interessare l'apprendere la storia..."

Le sue prime letture furono a dir poco comiche: lui, abituatissimo a brandire liberamente le braccia letali, si trovò costretto a fare attenzione ad ogni singolo movimento, poiché poteva arrecare danni permanenti alla fragile carta. Per non parlare del problema del voltare pagina! Si arrese all'evidenza: per non prenderle con la bocca, le dovette girare soffiandoci sopra.

Passate queste e altre gag, la lettura cominciò ad essere scorrevole e, in breve tempo, la passione per la storia lo spinse a divorare tomi su tomi. E quando ne ebbe saputo abbastanza della storia, si lanciò nello studio dell'epica; dopo l'epica venne la storia dell'arte, poi la matematica, le scienze... apprendeva a velocità fulminea, come se fosse nato per i libri.

Finché, un giorno, trovò un libro che lo lasciò perplesso.

"Marian?"

L'allenatrice stava riposando in riva a un laghetto, sotto un pesco, ad occhi socchiusi. Ne aprì uno e disse: "Sì?".

"Ho imparato tantissimo riguardo al passato e letto trattati d'ogni genere, ma... mai come questo. E' una raccolta di frasi e spiegazioni. Non ci sono verità universalmente riconosciute. Solo... opinioni."

Marian balzò in piedi e aggrottò le sopracciglia. "Ne sei sicuro? Passamelo un secondo..."

Arthur, obbediente, glielo passò, e nel giro di quindici secondi Marian scoppiò a ridere.

"Caro Arthur, hai appena scoperto la filosofia!"

Fu così che apprese una delle verità più antiche: l'importanza di ogni cosa non si celava nell'aspetto dottrinale di ciascuna disciplina, bensì nel proprio modo di concepirla.

Ancora un cambio di scena. Si era allontanato per la prima volta dal campo erboso dove soleva allenarsi, incuriosito da cosa ci fosse al di là della collina.

Giunto nel bosco, si innamorò all'istante dell'immensa pace che vi trovò all'interno...

E desiderò di non tornare più indietro.

...

Inclinazione del busto di trentacinque verso sinistra. Lama destra dietro la schiena. Su il ginocchio sinistro. Lama sinistra a un dito dal muso. Su in punta la gamba sinistra, e controbilanciare subito con le ali.

Questo, da qualche mese, era diventato il suo allenamento: un lento e progressivo cambio di posizione, che favorisse l'aumento della flessibilità corporea. Nessun luogo favoriva la sua concentrazione più di quella magnifica foresta d'acero, che per qualche motivo si trovava lì da chissà quanto. In base ai suoi studi, la crescita degli aceri non avrebbe dovuto essere possibili in climi come quello.

Finalmente, pensò, potrò dedicarmi con più attenzione ai movimenti. Aveva rovistato nel suo passato per delle ore buone: come ogni mattina, il suo allenamento era iniziato alle sei; ora, a giudicare dall'inclinazione dei pochi raggi di sole filtrati dalle fronde, dovevano essere almeno le nove.

Oscillazione del busto, spostamento dell'ala sinistra, rotazione del ginocchio destro. Sembrava una danza, e lui un ballerino provetto.

Un anno. Era già passato un anno dal suo esilio volontario. Nessuno gliel'aveva detto, ma sentì che era il momento di tornare.

Il rientro tra le allegre chiacchiere, i giochi e le sfide dei suoi compagni non fu facile. Si era ormai abituato a tutt'altra routine.

"Arthur!" Lo chiamò a gran voce una bellissima Swellow dalle piume lucide e dal color dell'oceano. "Arthur, quanto tempo!"

Scese in picchiata e atterrò proprio davanti a lui, sferzandolo con delle amichevoli ventate. Erano stati compagni di molte lotte in passato.

"Ciao, Kami" salutò educatamente, con una pacatezza che lei non riconobbe. "Già, sono stato via un po'."

Kamikaze lo sommerse subito di racconti di sfide contro ogni tipo d'avversario. In passato, Arthur aveva amato tanto i pomeriggi passati a pavoneggiarsi vicendevolmente degli avversari sconfitti... ma questo era passato, e ora lui era molto diverso...

Si sforzò di ascoltarla comunque, per evitare di ferirla, ma al posto di ricambiare con racconti altrettanto entusiasmanti la liquidò con un "Complimenti, me l'aspettavo". Poi si allontanò: svolazzò via solo, vicino all'albero di pesco e al piccolo specchio d'acqua che, quella sera, gli sembrò eccezionalmente profondo.

"Ehi, Marian!"

Kamikaze si posò piano sul davanzale della finestra del salotto, scrutando nella penombra alla ricerca dell'allenatrice.

"Kami? Sei tu?"

Lei continuava a non vederla. "Sì, sono io! Esci fuori!"

Marian accese il lampadario e subito il salotto s'illuminò di vividi riflessi azzurrini. Era seminascosta dalle scale, mentre scendeva al pianterreno.

"Vieni dentro, prenderai freddo!" Le raccomandò, apprensiva come sempre. "Cosa ti porta qui a quest'ora?"

"Ma come, non hai visto?" sorrise, gonfiando il pregiato piumaggio con aria spavalda. "Arthur è tornato!"

Solo dopo un lungo periodo, speso a riflettere sotto il pesco, decise di alzarsi e osservare il lago più da vicino. L'anno passato nei boschi non lo aveva cambiato solo psicologicamente: i suoi antichi, aguzzi lineamenti si erano addolciti, gli erano cresciuti simpatici baffetti, la sua corporatura aveva un aspetto molto più slanciato e atto al volo, piuttosto che alla battaglia.

Una foglia cadde dove si specchiava il suo muso, ondulando il riflesso per qualche secondo. Concentrò il suo sguardo, pensando di non vedere bene: una chiazza biancastra con delle leggere sfumature verdi faceva capolino sullo specchio del lago proprio dal lato opposto al suo. Vi guardò: non era solo.

Dall'altra riva si sporgeva una ragazza con una lunghissima, candida veste terminante in uno strascico che nascondeva perfino i piedi. Le lunghe maniche, dello stesso colore dei suoi corti ma fluenti capelli, erano d'una tonalità di verde del tutto simile al colore di Arthur. Non la poté vedere in viso, poiché aveva il capo chino, ma immaginò che avesse lineamenti molto aggraziati.

"Arthur!"

In quell'istante, poco prima che egli si voltasse verso la sua allenatrice che lo chiamava, i loro sguardi si incontrarono: il viso di lei era pallido e chiarissimo, come la sua veste, e un vago bagliore scintillava negli occhi blu scuro. Sembrava quasi che le sue pupille fossero un lembo di cielo che aveva imprigionato per sbaglio due stelle.

Marian arrivò verso di lui a velocità record, abbracciandolo forte. "Torni dopo un anno e neanche passi a salutare!" Lo rimproverò scherzosamente, stuzzicandogli il muso. Gli eccessi di allegria lo avevano quasi infastidito la mattina prima, ma nel sentire quel rinnovato e sincero affetto provenirgli da una persona che tanto aveva stimato, e stimava, si sentì felice come forse non lo era mai stato. Delicatamente, ricambiò l'abbraccio facendo attenzione a non ferirla con le falci.

"Dovresti conoscere qualcuno, sai?" disse lei ad un tratto, guardando la misteriosa figura vestita di bianco. "Vieni, Elysian!"

Lenta e leggiadra, la giovane si alzò, fluttuando a mezz'aria. Attraversò il lago come se nulla fosse, sorvolandolo; e mentre si avvicinava, Arthur si convinse che non potesse essere un umano: era completamente bianca anche in viso, e le mani erano parte integrante delle verdi maniche del suo vestito. Aveva già visto una creatura simile, in uno dei suoi tanti libri, ma i suoi ricordi erano vaghi e indistinti... un nobile dovere accompagnava quelle creature fin dal concepimento... un dovere di protezione, di guardia...

Gardevoir!

"E' entrata a far parte della famiglia da poco. Penso che potreste diventare buoni amici" continuò Marian. "Te la affido, intesi?".

Kamikaze sbadigliò, svolazzando a terra. "Si è fatto alquanto tardi, Marian. Penso che andrò a riposare."

Anche lei si accorse di avere sonno. "Vengo con te, Kami. Voi due, riparatevi, fra poco farà freddo."

Era rimasto solo, al cospetto di un essere che non aveva mai conosciuto personalmente. Come desiderava rompere il ghiaccio! Ma in che modo?

Fu lei a cominciare. "Piacere, Arthur. Marian non mi ha parlato molto di te, sai?".

"Io?" parve cadere dalle nuvole. "Ah, sì, ehm... è che sono stato via parecchio tempo."

"...Perché?"

Fu così che la rese partecipe di tutto il suo percorso precedente. Non era un essere umano, ma la sua intelligenza la avvicinava molto più agli umani che ai Pokémon: imparò a leggere quasi subito, appassionandosi in modo particolare alla biologia. Arthur non le consigliò che una minima parte di tutti i tomi che aveva letto e riletto nel corso degli anni, poiché pensava di essere eccessivamente invadente.

"Sono bellissimi" commentava lei al termine di ogni libro, affascinata.

"Sai, Elysian..." da tempo voleva raccontarle del suo passato, ma la timidezza lo vinceva sempre. "Beh... non sono sempre stato così. Un tempo, il campo di battaglia era la mia vita. Non facevo altro che allenarmi, allenarmi e allenarmi, per ore, tutti i giorni." Arrossì. "Ecco... volevo che tu lo sapessi. Anche se ora mi guarderai con un occhio diverso."

Lei parve non capire. "Per quale motivo dovrei considerarti diversamente?"

Arthur soppesò bene le parole. "Nel mio lungo cammino ho capito che tutto ha un prezzo, ma nulla può equiparare le ripercussioni della verità."

E silenzio fu, per molto a lungo.

"Penso che non ci sia nulla di più bello della sincerità" disse lei infine, e ad Arthur parve quasi che gli occhi le brillassero più del solito.

Ambo le lame dietro la schiena, inclinate verso l'alto. Raccolta delle ali. Su il ginocchio destro, a incrocio col sinistro. Leggera pressione e piegamento graduale del busto verso il basso.

Elysian osservava silenziosamente la routine di Arthur, cercando di imitare i suoi gesti. Non avrebbe raggiunto il suo livello facilmente, ma la corporatura snella le facilitava gli esercizi. Finalmente, si fece coraggio e domandò: "Arthur, come mai hai deciso di abbandonare tutto per dedicarti... a questo?"

Lui si bloccò, poi tornò in posizione eretta normale. "E' stato diverso tempo fa. Allora avevo un'idea molto vaga del cammino che avrei intrapreso. Col tempo, ho capito che esistono forze e forze superiori".

Lei lo guardò in modo strano.

"Intendo dire..." riprese lui, imbarazzato dal suo silenzio "intendo dire che per me ci sono forze di diverso tipo. La forza dispiegata nei combattimenti è potenza fisica, è vigore, è energia, ma non è forza superiore. La forza superiore non può che venire da una lunga ricerca spirituale e dal rifiuto della forza, diciamo, profana."

"E come hai capito il modo di cercare la forza superiore?" chiese lei, candida.

"Non saprei bene come spiegartelo. Penso che ognuno abbia un proprio modo di cercarla, e io personalmente ho ritenuto giusto usare questo. Ed è qui il punto, sostanzialmente."

Riprese ad allenarsi, poco a poco.

"Sai, Arthur..." mormorò Elysian, sottovoce "sei molto saggio." E per la prima volta da quando si erano conosciuti, abbozzò un sorriso.

Lui cercò di balbettare qualcosa, ma gli uscì un semplice "Grazie".

L'eremitaggio finì per sfumare con l'andar del tempo. Di sera, Elysian si recava spesso al laghetto, e Arthur la seguiva incuriosito.

"Stavo giusto pensando che ho imparato moltissimo da te, Arthur" disse lei. "Ma io non ho mai avuto occasione di insegnarti nulla. Però, ho un'idea."

"Idea? Che idea?" Il modo in cui aveva pronunciato quella parola l'aveva inquietato.

"Dammi la mano!"

Questa frase lo spiazzò ancora di più. "Cosa?!? Scherzi, spero! Rischierei di mutilartela in modo orribile!"

"Non sto scherzando" replicò, composta e per niente intimorita. "Tu non mi faresti mai del male. Sei stato nascosto molto a lungo, da solo, rinnegando ciò che eri per diventare un essere nuovo. Hai deciso di non competere più, di professare la non violenza e valorizzare le scelte consapevoli. Come potresti ferirmi senza volerlo?"

L'argomentazione parve convincente, tanto che lui non replicò. Sollevò piano la mannaia destra, tremolante, cercando di controllarla. Lei le tese il suo palmo sinistro e, come se nulla fosse, gli afferrò il braccio dal lato tagliente.

Arthur vide un aspetto di se stesso con occhio nuovo: dimenticò di essere un portatore di armi mortali, perché nelle mani di Elysian le lame sembravano meno pericolose della gommapiuma.

"Andiamo" bisbigliò lei piano, quasi non volesse farsi sentire, e levitò verso il lago. Arthur la seguì volando leggero, e sfiorando lo specchio d'acqua col braccio libero. Visto così, non era quasi più un Scyther.

Arthur si andava convincendo sempre più di essersi perso una notevole quantità di esperienze, tanto era concentrato sul suo nuovo allenamento. Il confino tra gli alberi, dove solo qualche rado raggio di sole filtrava tra le folte chiome di foglie, lo aveva reso abilissimo a vedere al buio; ma a cosa gli sarebbe servito saper vedere al buio, se non si fosse soffermato ad ammirare le stelle?

Steso sul prato, rifletteva su quanto stava vedendo.

"Sai Elysian" esordì poi "da un certo punto di vista, le stelle sono solo delle bellissime illusioni."

Lei si girò, incuriosita. "Davvero?"

"Ogni stella dista un diverso numero di anni luce dal nostro pianeta. Col sistema degli anni luce, gli esseri umani hanno indicato il tempo che la luce dei corpi celesti impiega a raggiungere la Terra, attraversando distanze variabili. Dato il tempo impiegato, dalla Terra vediamo ogni stella esattamente come era il numero di anni luce fa che dista. Immagina le nove lontane millenni luce: anche se estinte, continuiamo a vederle dopo decine di secoli!".

Elysian le guardò con rinnovato interesse. "Affascinante!"

Si addormentò prima che lui potesse rendersene conto, occupato nelle sue considerazioni sulla possibile età di una qualche stella. Non l'aveva mai vista dormire: le rare volte che si riposavano in luoghi vicini Arthur si svegliava sempre per secondo, pur addormentandosi per primo. Quella volta non erano vicini, ma vicinissimi, e lui era ancora sveglio.

La guardò, pervaso da una sensazione strana, ma non completamente nuova. Da tempo aveva compreso che quella sua giovane apprendista, candida di spirito almeno quanto la sua veste, era entrata a far parte non solo della sua vita, anche di lui stesso.

"Art..."

Incominciò a parlare nel sonno.

"Arthur... ho capito... a cosa è servito..."

Lui rimase sbalordito, incerto se parlare e cercare chiarimenti, o tacere per non rischiare di svegliarla.

"Cosa?" Si decise infine.

"Il tuo allenamento... i libri... le stelle..."

"Elysian... non capisco!" affermò, sentendosi allievo molto più che maestro.

"La forza superiore che hai tanto cercato... è in te... e in me..."

Non chiese altri chiarimenti. Rifletté sulle sue parole tutta la notte.

"Art? Art, sei sveglio?"

Si alzò. Non seppe dire se avesse dormito appena qualche ora o fino alla notte dopo, ma era molto buio attorno a loro.

"Art, sono preoccupata. Penso di aver avuto qualche visione in sogno..."

Elysian lo osservava, con aria interrogativa e indifesa, come se si aspettasse di saperne qualcosa in meno di lui.

"Credevi di non avermi insegnato nulla... invece mi hai insegnato il più importante dei segreti. Il segreto della forza superiore." Si preparò il discorso, mentre le gote gli si tingevano di rosso. "Ebbene... non avrei mai potuto trovare la forza superiore da solo. Perché non c'è niente di più bello di... ecco..."

Il coraggio gli venne a mancare. "...Nulla è più bello d'essere amici come noi lo siamo. Grazie, maestra."

Parve cadere dalle nuvole. Poi comprese che, in fondo, anche lei l'aveva sempre saputo. Sorrise, e il viso le si illuminò come mai era successo.

"Grazie a te, Arthur."

Si adagiò di nuovo sull'erba, e si addormentò.

L'assenza di Arthur era stata lunghissima, ma mai pesante quanto le sue repressioni. Quella notte tornò al lago e pianse in silenzio, pianse tutte le lacrime che si era conservato nei suoi anni di vita. Pianse, e le gocce amare scivolarono sulla superficie dell'acqua deformando i bellissimi riflessi luminosi, e diventando esse stesse luci sullo specchio blu scuro, stelle sulle onde. E pensò che, dopotutto, non c'era nulla di male nel piangere, osservando il gioco di luci che si venne a creare.

Non si sentì nobile, anche se sapeva di esserlo. Aveva da poco determinato la sua più grande rinuncia, e si sentiva già un grande vuoto che lo divorava inesorabile. Il cuore... quanto l'aveva sottovalutato, e quanto aveva sottovalutato il suo potere...

Quel giorno scoprì che lui l'amava. Forse sapeva fin dal loro primo incontro che sarebbe successo, ma all'improvviso tutto aveva perso importanza attorno a lui. La sua Elysian, la sua donna bambina! E tutta la sua voglia d'imparare! Con che cuore avrebbe potuto rovinare tutto questo, ciò che lui stesso aveva creato? Come avrebbe mai potuto renderla felice? Erano così diversi, eppure... così vicini...

"Arthur... sei ancora sveglio..."

Si era destata di nuovo.

"C'è qualcosa che ti tormenta?"

Venne il momento della scelta decisiva.

"Nulla d'importante, tranquilla. Riposati."

Si sforzò di sorridere anche lui. Me ne sarà grata, pensò, anche se non se ne renderà conto. Arthur aveva appena rinunciato al suo bene più grande, ma sapeva benissimo che a lei la felicità non sarebbe mai mancata, per tutta la vita. E lo sapeva per certo, perché le aveva appena donato la sua, per sempre.
 

Lord Bel

prof Tarassaco Tassofrasso
Mod
... oh, mamma mia....

Finalmente ora conosco la storia di Arthur.

E... che storia!

L'ho trovata commovente come poche, e non scherzo.

La decisione finale di Arthur... "Nulla d'importante, tranquilla. Riposati." ... mi ha fatto venire le lacrime agli occhi.

Anche se così Elysian sarà felice per sempre... Arthur ha dovuto soffocare i suoi sentimenti, per lei... ç_ç

*sigh*sob*

Si, sono troppo emotivo.

Spero di rileggere altre opere del genere, in un prossimo futuro, perchè questa ... è davvero scritta con il cuore.
 

Pariston

马 炎 凯
Admin
Complimenti, la storia è davvero ben costruita e narrata... ero partito con l'idea di reggere questa fic "a puntate", ma sono stato catturato dal testo.

Mi auguro di poter leggere qualcosa di simile, almeno nello stile, approfittando della Fic Challenge: le premesse sono davvero molto buone.
 

Ellemme

Passante
Mille grassie ;P

Lo stile proposto è sostanzialmente lo stesso, ma quanto a storia ho parecchio cambiato la trama per il chall...

Un parere: il passato remoto è troppo "ripetitivo"? Perché ho provato a usare il presente, ma dopo qualche riga me ne dimentico e ricomincio col passato remoto, accorgendomene solo a metà racconto. ç_ç
 

Mens

Amministratore di condominio
Ellemme ha scritto:
Un parere: il passato remoto è troppo "ripetitivo"?
È uno dei tempi standard per la narrazione usato da un numero enorme di libri. Non vedo perché dovrebbe essere considerato ripetitivo.
 
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