Cerb

Albo d'Oro della Fic Challenge

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All'incirca ogni anno su Pokémon Central Forum si tiene la Fic Challenge, una competizione di fan fic (racconti) scritte ed ideate dagli utenti del forum.

Qui di seguito verranno riportati i vincitori di ogni edizione con tanto di bannerino-premio e i racconti/ il racconto con il quale si sono distinti tanto da arrivare alla vittoria.

L'edizione 2007 non si è tenuta.

Nell'edizione 2008 la giuria ha deciso di premiare tre racconti per essersi distinti, in ordine: nello stile di scrittura; per i voti discordanti dei giurati; e per il voto del popolo (introdotto quell'anno).

2002: Gjc

2003: Carmageddon

2004: Thundershock

2005: Shaka

2006: Mens (Menshay)

2007: non tenuta

2008: Quello_Nello_Specchio

2009: deynon

2010: Menshay (premio della giuria), Umbreon_91 (premio del pubblico)

2011: Biaf

Fic Challenge I Edizione (2002)

Vincitrice: Gjc

Racconti [Grazie a Mens ora ci sono!]:

CAPITOLO 1

Ricca... ora ero ricca... "una rivelazione nel campo della paleontologia". Ricchezza, notorietà, un Pokemon che si considerava estinto in squadra... cosa volevo di più?

Beh... non considerate questo un lieto fine, perchè io non ero "per sempre felice e contenta". Anzi, ero piuttosto depressa. Quindi se volete le storie COMPLETAMENTE a lieto fine , rivolgetevi altrove. Ma, dato che devo raccontare come mi è andata inizio... dall'inizio, appunto...

- O - O - O - O -

Licenziata dopo tre giorni... un record... Tipico.

No, evidentemente l' aver fatto un liceo linguistico invece di uno scientifico non andava bene x fare la paleontologa... "Signorina Cecyl Johnson, le nozioni che ha non sono sufficienti per fare questo lavoro..." Così mi avevano scritto sulla lettera di licenziamento... E poi non ero una vera paleontologa, ma una semplice apprendista. Che poi era una definizione generosa, dato che l' unica mansione che avevo svolto era spolverare le vetrine dove erano esposti i fossili... Ah, e pulire la lente del microscopio. La verità è che il capo, anzi la capa, mi aveva odiato da subito. E così me ne stavo su una panchina, gli occhi lucidi, il mio fedele Ledian vicino a me...

Fin da piccola sono stata appassionata di fossili e minerali. Mio padre era stato x anni un ricercatore di fossili Pokemon, e una volta aveva persino trovato quelli che (anche gli scienziati erano d' accordo), sembravano proprio due artigli di Kabuto. Uno, abbastanza grande, lo tenevo a casa, in un bauletto; l'altro , piccolissimo , mio padre l' aveva forato per farci un anello. "Tienilo sempre con te... arrivarà il giorno in cui potrebbe servirti". Guardai il fossile, che ora era semplicemente un ornamento del mio dito mignolo, ma mi venne un attacco di depressione e decisi di tornare a casa. Passarono tre giorni, in cui nella mia mente lanciavo in continuazione minacce di morte contro la mia (ex) capa. Poi decisi di partire... perchè no, il mio babbo non avrebbe voluto che me ne stessi a casa a poltrire...

- O - O - O - O -

Così ora camminavo lungo una strada di campagna, diretta verso una grotta chiamata Ancient Cavern ,situata vicino a un fiume, nei paraggi della quale qualcuno giurava di aver visto un gruppetto di Omanyte nuotare. Avevo con me solo sacco a pelo, manuale sui fossili, bauletto con artiglio, anello , zainetto con cibo , qualche soldo e delle Pokè Ball. E, naturalmente, i miei adorati Pokemon: Ledian, Vaporeon, Houndour, Bulbasaur e Flaaffy. Alla " va dove ti porta la testardaggine..."

Dopo aver stabilito di essermi persa mi fermai per mangiare un boccone e per nutrire i Pokemon. Houndour ebbe il suo daffare per cacciare gli Spinarak, le mosche, le formiche e i millepiedi che gironzolavano attorno allo zainetto delle vivande, ma riuscimmo lo stesso a ingozzarci discretamente. Ebbi l' occasione anche di dare un' occhiata al manuale sui fossili regaltomi dai nonni tre anni prima, in occasione del mio diciassettesimo compleanno. Poi mi addormentai pensando al momento in cui avrei mostrato la foto di me attorniata da Omanyte e Omastar a P.R., la mia ex capa.

Al risveglio mi accorsi che: 1) Non riuscivo a trovare la strada x la caverna

2) Aveva iniziato a piovere

3) Avevo fatto solo incubi

Procedevo per meta ignota dando calci a una lattina di Pepsi piena x metà che spandeva liquido tutto attorno. E intanto, rimuginavo. No, questa non è una storia come quelle dei cartoni: "Lei va in cerca di fossili, Lei inciampa in un Kabuto, Lei riceve il Nobel per la scienza". Anche perchè, anche se prima non volevo dirvelo, non facevo tutto questo solo per passione. Insomma, una Ventenne Indipendente deve pur mantenersi, in qualche modo. E, per mantenersi, servono SOLDI. Pensate a quanto mi avrebbero fruttato due o tre foto di quei Pokemon... No. Non siamo in un cartone. Nei cartoni non hanno problemi economici.

La sera, avevo finalmente trovato la strada giusta e mi accampavo proprio nei pressi del fiumiciattolo, godendo di una bella vista sulla Ancient Cavern. Il posto era bello e, in quella sera illuminata dalla Luna tutto sembrava antico: la grotta... bella, così misteriosa, ormai buia e che sembrava uscita da uno di quei film horror di serie B dalla quale ti saresti aspettata di veder uscire uno zombie o un vampiro e... il fiume che scorreva li da non so quanto e poi... la quercia secolare sotto la quale mi ero accampata, che avrebbe avuto ancora più facino se qualche idiota non ci avesse scritto "Liza ti amo". Mmm, si, un riposino e poi...

CAPITOLO 2

Quella mattina mi svegliai alle 6.00. Mi tirai su, lottando con il mio cervello che non aveva alcuna intenzione di iniziare la sua attività così presto.

Feci colazione, mi vestii e mi spruzzai la lacca sui capelli (l'andare a esplorare una grotta non era un buon motivo per avere i capelli in disordine). Poi radunai "la Banda".Quando parlo ai miei Pokemon mi rivolgo sempre a loro come a "la Banda".

Dissi loro che, se d'ora in poi volevano avere di che vivere , avrebbero dovuto metterci l' anima quanto me, poi li abbracciai (alla "tutti uniti come una vera famiglia"), e mi feci dare uno strappo da Vaporeon per oltrepassare il fiume.

Camminai per una trentina di metri lungo un sentierello costeggiato da alberi osservandomi attorno, mentre il mio Ledian svolazzava qua e la, come per godersi gli ultimi minuti di aria fresca prima di entrare nella grotta. Eccola, la Ancient Cavern.

Vi entrai e feci mente locale. La grotta era alta e larga circa 3 metri, buia fin dall'inizio e la volta era ricoperta da stalattiti e stalagmiti che sgocciolavano umidità. Decisi subito che non mi piaceva. Dato che naturalmente avevo scordato la pila e non avevo nulla con cui illuminarmi la strada, uscii , presi un bastone, gli diedi fuoco a mo' di torcia e rientrai nella Caverna, chiamando Flaaffy perchè la sua coda luminosa avrebbe potuto migliorare la scarsa illuminazione.

Camminai tutta la mattina, fino a che non arrivai a un bivio.

Destra o sinistra? Boh, apparentemente era uguale , così optai per il solito metodo infallibile: Ambarabàciccìcoccò... Destra.

Mi incamminai per la direzione prestabilita. Di li a 50 metri però la strada era interrotta: la volta doveva aver ceduto e c'era solo un cumulo di macerie.

Tornai indietro , presi l' altra strada e camminai per un bel po', scoprendo che anche quel cunicolo era un vicolo cieco...non per una frana, ma perchè era finita la caverna. Stupida, schifosissima Grotta... e che cavolo... E ora? non potevo torna

re a casa, perchè sarei stata nella situazione di partenza, ma stare in una grotta che fino ad allora non aveva presentato alcun aspetto vagamente interessante... Mi concedetti tre giorni ancora, appuntandomi mentalmente di iscrivermi a "Saranno Famosi" in caso di fallimento, giusto x sbarcare il lunario...

Decisi di accamparmi li nonostante fossero solo le 4 e mezzo del pomeriggio, e fino a sera inoltrata meditai sulle mie disgrazie... la mia capa, da gran sadica che era, sarebbe stata felice di vedermi così, pensai. Tentai di tirarmi su di morale, ma da una stalattite mi cadde su un occhio una goccia d'acqua ( letteralmente " la goccia che fa traboccare il vaso"), mi venne una crisi isterica e scoppiai a piangere.

"Potessi averci io Vent'anni come te , che sei una così bella giovane" dicevano i miei parenti quando mi vedevano. Considerando che erano quasi tutti ricchi e in carriera non avrei esitato a fare cambio, a costo di ritrovarmi con 15 anni in più sul groppone.

Che bello essere Giovani & Indipendenti...

Restai sveglia fino a tardi, poi da masochista,tirai fuori dallo zaino la foto del mio ragazzo, Jack, che si era trasferito in un'altra regione due mesi prima, e decisi di andare a letto per non deprimermi ancora di più.

- o - o - o - o -

Quella mattina mi svegliai presto. Prima di fare colazione decisi di stare sdraiata ancora un po', a rilassarmi ascoltando i rumori della grotta: qualche sporadico stridio di Zubat... il rotolare di un Geodude... il russare di una persona...

Mi alzai di scatto e uscii dalla tenda.

Li vicino vidi una specie di coperta, fradicia dall'umidità, su cui stava dormendo, rannicchiato, qualcuno.

Osservai attentamente la figura russante davanti a me... la persona era magra, e con lunghi capelli rossi... una ragazza. Ti pareva. Mai un bel figo che si perda nelle grotte.

"Ehi" dissi "ti conviene tirarti su, che li ti vengono i reumatismi"

La ragazza si tirò su, di malavoglia. Potei vedere che aveva due begli occhi blu, come i miei, solo un po' a mandorla. A giudicare dall' aspetto dimostrava uno o due anni meno di me. Doveva avene più o meno 18.

"Tu preoccupati dei reumatismi tuoi che ai miei ci penso io." rispose lei, alzandosi in piedi e squadrandomi dall'alto in basso. "Ah...quindi sei tu quella della tenda li in fondo... Peccato. Mai un bel figo che passi da queste parti."

"Grazie." dissi io seccamente "ma se cerchi Brad Pitt, temo dovrai aspettare a lungo. Io sono Cecyl"

Quella ragazza (che in seguito scoprii chiamarsi Sinead) non mi piaceva granchè. Troppo piena di sè. Comunque ero li in cerca di fossili, e decisi di unirmi a lei per proseguire. Ma per dove?

Fic Challenge II Edizione (2003)

Vincitrice: Carmageddon

Racconti:

OTTO E LOLA

Otto era un ragazzo molto insolito sotto molti punti di vista, impiegato diligente ma sfigato.

Era sfigato perché ogni giorno, o a casa o in ufficio, gliene capitava una.

Se la mattina era in ritardo, si precipitava verso l'uscita del condominio con un calzino

bianco e uno marrone, scivolava sulla cera appena passata dalla portinaia e si beccava una

secchiata di protesta contenente dai sei agli otto litri di Ace Casa negli occhi.

In ufficio il distributore di caffè gli dava il caffè senza il bicchiere, oppure gli veniva

fuori il bicchiere senza caffè ma con due uova di Spinarak dentro. Guai a premere il

pulsante del resto: il distributore gli faceva un rutto con vocoder e si teneva i soldi.

Ma una mattina, nonostante il bruciore agli occhi appena candeggiati, entrò in ufficio

felice come una Pasqua.

"Oggi arriva la Lola! Me la manda il mio caro zio Nanni da Bergamo!"

I colleghi rimasero sbigottiti ma non gli domandarono niente; tutti sapevano che era un po'

pazzerello e aveva delle strane manie, ma appena Otto uscì per una commissione, tutti si

misero a fare congetture.

Moglie, non ce l'ha; fidanzata, l'ultima era del '79; parenti, nessuna Lola; i suoi ultimi

Spinarak si chiamavano Luciana, Giuseppe ed Elisabetta...rimaneva in piedi una sola

ipotesi: Otto si era preso una cagnolina.

Lui nel frattempo era in giro per la città: doveva consegnare una lettera in un altro

ufficio. Era a piedi ma non faceva caso a niente, pensava solo alla sua Lola. Aveva perfino

dato le chiavi di casa alla portinaia per provare il piacere di trovare Lola in salotto, al

suo ritorno dall'ufficio. Mentre camminava venne sfiorato da uno Scania e caricato in

ambulanza al posto di un altro ma non si accorse di una TV lanciata dal sesto piano da un

bambino incazzato perché stavano per trasmettere Braccio di Ferro anziché lo speciale su

Craxi. Era solo un 14 pollici ma gli piombò diretto sul cucuzzolo facendogli perdere i

sensi.

"Ne avrà per un mese" disse il dottore a Luciana, Giuseppe ed Elisabetta.

In ufficio i giorni passavano monotoni. Due impiegati, Alex e Gino, cazzeggiavano davanti

al distributore.

Alex ebbe un sussulto."E Lola?!!" "Boooh...".

Intanto Otto in ospedale delirava. "Lolaaaa, Lolaaaa..." ed Elisabetta e i suoi fratelli

scuotevano il capo sconsolati.

Dopo una settimana Alex disse a Gino: "Andiamo a casa sua, forse a quella povera bestia

nessuno ha portato da mangiare...". Ma mezz'ora dopo andarono a vedere una partita di

basket NBA alla TV clandestina con decoder taroccato nello stanzino delle scope e si

dimenticarono di andare a casa di Otto.

"Povera la mia Lola, ormai è andata..!" gemeva Otto.

Due settimane dopo, un Ariados alto mezzo metro morse Gino sul mignolo sinistro, lo

scaraventò giù dalla sedia e si mise davanti al suo PC a giocare a Spider. "Maledizione

Alex, andiamo a prendere sto cadavere..."

Entrarono nell'atrio del condominio di Otto.

"Che cosa volete??" La portinaia era già in agguato col secchio di Ace Casa.

"Cerchiamo il cane del signor Otto." "Otto non ha cani" disse la portinaia ringhiando. "Come no? Era

stato mandato qui due settimane fa!" disse Alex.

Come aveva visto fare tante volte nei film polizieschi, Gino si chinò e annusò il buco

della serratura della porta. Sentì una puzza tremenda. "Infatti è qui dentro..." disse

Gino. La portinaia diede loro le chiavi e si rintanò nella sua guardiola. "Tenete" disse,

"Io non so niente, fate quello che vi pare, adesso c'è Beautiful."

Aperta cautamente la porta, venne su una zaffata ancora più puzzolente. All'ingresso

guardarono per terra ma non videro nessun cane. In salotto trovarono qualcosa sul tavolo.

Era un pacco di forma circolare. Lo aprirono e per poco non svennero dalla puzza che

mandava quella roba. Accanto c'era un biglietto:

"Caro Otto, eccoti la mia ultima creatura: Lola, la torta alla robiola! Con affetto, NANNI"

E allora si ricordarono delle strane manie di Otto e della sua famiglia, tra cui quella di

dare i nomi alle cose da mangiare.

"Quello è deficiente forte" disse Alex.

"La portinaia di più."

"Nooo, Otto di più!"

"Scommettiamo 5 euro?"

"Okay!"

Presero Lola e si diressero quatti quatti verso la guardiola.

La portinaia era ipnotizzata dalle mandibole di Ridge.

Alex si avvicinò e disse a voce alta: "Oh ma Beautiful è proprio una merda, vero Gino??"

"Vero, vero!Chi lo guarda è proprio deficiente!" gli echeggiò Gino.

La portinaia incazzata lanciò la sua secchiata di Ace Casa ma Alex fu più veloce, schivò il

getto e le spiattellò Lola in piena faccia.

Uscirono dallo stabile ridendo fino alle lacrime per mezz'ora buona. Cercarono poi, senza

riuscirci troppo, di fare una faccia un po' seria per andare a trovare Otto.

Otto era in delirio più del solito, credeva di essere lì da appena due giorni. "Come sta la

mia Lola?"chiese a Gino e Alex. "Lola sta bene sì...sta proprio bene...in faccia alla

portinaia!!" e giù di nuovo a ridere come pazzi.

"Aah, ahaha..." Otto rideva ma ovviamente non aveva capito una mazza, rideva così forte che

a un certo punto Elisabetta lo punse amorevolmente alla gola facendolo addormentare di

colpo.

Gino e Alex ripassarono davanti all'entrata del condominio e videro la portinaia correre

dietro a una dozzina di Spinarak liv. 5 che la prendevano per i fondelli, le mostravano il

dito medio e la facevano scivolare sulla sua stessa cera.

"Hai vinto tu, è più deficiente la portinaia" disse Gino ad Alex, allungandogli un

biglietto da 5 euro.

"Ci facciamo una pizza?" "Okay, c'ho una fame.."

Si sedettero e diedero un'occhiata al menù. Arrivò il cameriere. "Desiderate?"

"Che cosa ci consiglia?" chiese Gino. "Aaah, se volete ho la novità della casa: Lola, la

pizza alla robiola!"

"NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!"

Un doppio urlo disumano fece vibrare tutti i vetri della pizzeria.

Gino e Alex fuggirono in preda al panico.

"Ma sono pazzi?!!" si chiese il cameriere.

Eeeh, non poteva capire...!

PROVACI TU, OTTO!!

Faceva caldo, quella mattina. Otto se l'era presa decisamente con calma, così che si ritrovò alle 7.55 ancora in mutande e con zero voglia di accelerare. Timbrare il cartellino in ritardo non lo preoccupava più di tanto, e perfino l'avvicinarsi della temutissima "Ora di Agenore", che normalmente getta nel panico tutti gli altri condòmini, non gli metteva fretta.

Antenore, un gatto siamese, era la new entry della guardiola della terribile portinaia. A sentir parlare di "gatto siamese" di solito viene in mente una bestiola snella, aggraziata, sinuosa e dalla voce soave. Antenore pesava sei chili e mezzo, aveva dei bracciali di cuoio con borchie a punta su tutte e quattro le zampe e quando miagolava (o meglio, ruggiva) vibravano tutti i vetri dello stabile. Si sussurra che con una zampata riesca a deformare la portiera di un'auto.

Ogni mattina, per un'oretta appunto, Antenore scendeva al pianterreno e faceva compagnia alla portinaia mentre questa effettuava il consueto battesimo all'Ace sulle scale, sull'atrio e su chiunque si trovasse su di esso in quel momento.

Otto si ritrovò fuori tempo massimo e quindi passò sull'atrio ancora bagnato: la portinaia cominciò a tirar giù tutti i Santi del calendario, quindi prese Antenore, glielo tirò addosso e Otto entrò in ufficio con la cartina di Bologna al posto della faccia.

Quel giorno i colleghi erano tutti con la testa tra le nuvole; Otto avvertì una vaga scia di profumo e capì tutto. "Aaah, la nuova segretaria...Ehi ragazzi, state sbavando troppo, tra un po' l'igrometro collassa!...."

"Giuliaaaanaaaaa...!!"

Un sospiro generale si levò per tutto l'ufficio.

Dissero ad Otto che la mega sfida fra tutti i colleghi era riuscire ad offrire un caffè alla segretaria. Solo un caffè, precisarono, perché per ora sembrava una tipa che se la tirava assai, e ad uscire una sera con lei non se ne parlava proprio.

Allora ciascuno cominciò ad esaltarsi, a fare discorsi tipo "io ce la farò e tu no perché non hai la Harley-Davidson", "alle belle donne piacciono i fusti abbronzati, mica te che sembri un grumo di Vallelata", ecc.ecc., perciò ben presto i mouse aziendali cominciarono a volare per tutto lo stanzone principale.

Era una delle usanze tradizionali dell'ufficio: ad ogni discussione su calcio o donne, i mouse fischiavano sulle teste degli impiegati. La battaglia dei mouse, tutti contro tutti.

L'unico che ancora non ha capito una mazza è il direttore, che continua a cambiare i mouse una volta al mese perché crede che i suoi impiegati lavorano sodo.

Gino fu il primo a tentare l'abbordaggio in segreteria ma venti minuti dopo lo videro tornare mogio mogio, con la camicia mezza fuori dei pantaloni e la cravatta piena di punti metallici passo 10.

"Che è successo?"

"M'ha tirato una scarpata in testa".

"Ora ci penso io!" disse Alex con un sorriso smagliante. Si spalmò mezzo chilo di brillantina sul riporto e scattò in segreteria. Cinque minuti dopo si sentì un botto tremendo e Otto vide per una frazione di secondo una sagoma vagamente umana volare giù da una finestra.

Tutti, nei giorni seguenti, caddero vittime della terribile segretaria. Il copione era più o meno lo stesso: un impiegato entrava in segreteria tutto baldanzoso e usciva con una compilation di ematomi sulla faccia.

Otto era l'unico che ancora non ci aveva provato. Non osava farlo: gli bastava già il buongiorno di Agenore.

I colleghi per un po' lo spronarono ma poi rinunciarono perché pareva irremovibile: Otto aveva troppa paura di lei, non le aveva ancora mai rivolto la parola; le piaceva tantissimo ma aveva paura che lei lo sgamasse dalla faccia e lo tempestasse di legnate come gli altri.

Una mattina però successe l'inevitabile: toccava a Otto annaffiare le piante della segreteria.

Non erano molte ma la cosa non era facile perché c'era da far le acrobazie in mezzo a un mucchio di scartoffie, ed era un attimo farsi scappare l'annaffiatoio e sputtanare qualche pratica.

Otto svolse la sua missione nel modo più preciso e diligente possibile. Infatti al terzo passo si trovò lungo disteso per terra con l'acqua che gli colava esattamente nel cavallo dei pantaloni.

La segretaria rise di gusto. Si avvicinò e gli porse la mano.

"Su, la aiuto a rialzarsi" disse con tono più che amichevole.

Nella stanza adiacente tutti gli impiegati armati di stetoscopi firmati ULSS 9 non si perdevano una sillaba e si rodevano di brutto perché capivano che Otto stava per fare il colpaccio.

Otto si rimise in piedi e si guardò le braghe imbarazzatissimo.

"Hehehe, ma sì, è solo acqua, vedrà che si asciugherà presto!". Il viso di Otto riacquistò un po' di colore.

"Ci vuole proprio una pausa: che ne dice di un caffè?"

Cosa? LEI che chiede un caffè ad un uomo?!! Non ci posso credere! Otto sentì le campane suonare a festa e l'umore gli schizzò alle stelle.

Già si immaginava la scena: lei che lo baciava e lui che faceva il gesto dell'ombrello a tutto il personale.

Ma sapeva che ancora non doveva cantar vittoria: c'era qualcuno, o meglio qualcosa, con cui doveva fare i conti.

Il distributore aziendale.

La macchina più bastarda e perversa mai creata da un essere umano.

Si diressero verso di esso,e il cuore di Otto batteva allo stesso ritmo di Smooth Criminal.

Otto guardò il distributore e mentalmente lo implorò: "Tipregotipregotiprego, almeno questa volta, mi basta questa volta solamente, fammi uscire un caffè normale per Giuliana! Ci tengo tantissimo! Se me lo dai ti giuro che ogni mattina ti tiro a lucido e ti metto anche il dopobarba!!"

Giuliana attese pazientemente che Otto infilasse la monetina.

Non si sentiva volare una mosca.

Il momento tanto attteso e sognato da tutto il personale era arrivato, anche se solo per Otto.

I colleghi erano tutti pigiati nello stanzino delle scope, con la porta semiaperta: non potevano accontentarsi del solo audio, questa volta.

Otto con mano tremante mise la monetina nell'apparecchio e premette il pulsante. Venne fuori un bicchiere e si sentì il rumore del liquido che sgorgava. "Grazie! Grazie! E' il momento più bello della mia vita!!" esultò Otto col pensiero.

Si chinò, prese il bicchiere e lo porse trionfante a Giuliana.

Lei lo prese, fece per bere ma vide uno Spinarak schizzare fuori dal caffè e infilarsi dritto dritto nella sua scollatura.

"UNO SHINYYYYYYYYYY!!!!!!!!!!!!!"

Otto, fuori di sé per la felicità, si dimenticò totalmente di Giuliana e tuffò tutto l'avambraccio nella sua scollatura per acchiappare il pokémon brillante che attendeva da almeno venticinque anni.

Quello che successe nei secondi successivi è ancor oggi motivo di discussione in ufficio, ma la versione che più prevale è questa: lei cacciò un urlo disumano perché credeva che Otto fosse un maniaco e lui fuggì nel corridoio inseguito dal distributore volante (perché scagliato da lei) e volò da una finestra, quella che dava sui bidoni dell'azienda.

Alex restituì i 5 euro a Gino. "E' davvero impossibile essere più deficienti di così...Mandare all'aria un caffè con la donna più bella del mondo per un dannato Spinarak!...."

"Hehehe signor Otto, vedo che si è affezionato al nostro reparto!" disse ridendo l'infermiera di turno di Ortopedia.

I degenti della stessa stanza di Otto, quando vennero dimessi, raccontarono di non aver mai sentito un vaffanculo più grande in vita loro.

"Stasera pizza?" buttò lì Gino.

"Meglio cinese, non si sa mai °_°" rispose Alex.

Fic Challenge III Edizione (2004)

Vincitrice: Thundershock

Racconti:

Prima Manche

-Arrivederci! Spero ci risentiremo presto! – Salutò Adam in direzione di tre figure che si allontanavano

-A presto Adam! – Rispose Ash, il ragazzo più alto del gruppetto, voltandosi leggermente

-E’ stato un piacere conoscerti – Strillò Vera, l’unica ragazza

- Ti scriveremo – disse Max, che non rinunciava mai ad aprire bocca

-Ci conto! – concluse Adam gioviale

Ash, Vera e Max sparirono dalla vista di Adam, che tirò un sospiro di sollievo. Si sentiva un grandissimo ipocrita: per lui non era stato affatto un piacere conoscerli, solo una grande seccatura. In fondo erano simpatici. Certo, Ash era un po’ sbruffone, Max faceva troppo il saputello e Vera troppo ingenua, ma non era questo il problema. In fondo a disturbarlo era che loro avessero dei pokémon per le sfide e lui no. Non che gli importasse granché (odiava le lotte), ma gli sarebbe piaciuto avere un pokémon di compagnia. Tornò a casa e decise di non pensarci più.

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Quella mattina lo svegliò il silenzio. Aprì gli occhi e si guardò introno. Un raggio di luce entrava dalla finestra, era una buona giornata che si annunciava noiosa come tutte le altre buone giornate. Anzi, sarebbe stata peggiore: era il suo compleanno, e fin da quando aveva compiuto 10 anni i suoi genitori non facevano altro che rinfacciargli il fatto che lui non aveva pokémon da far combattere. Erano passati 9 anni, ma sua madre e suo padre non avevano dimenticato il fatto. Adam cercò di pensare positivo, dicendosi che forse ormai si erano rassegnati. Scese le scale e si accomodò per la colazione.

-auguri, tesoro! – cinguettò allegramente sua madre

Adam la guardò perplesso. Forse nella notte è stata sostituita dagli alieni, non poteva esserci altra spiegazione. Arrivò anche suo padre, che gli rivolse un sorriso a 32 denti. Adam era disorientato: ma che stava succedendo?

-sai – buttò lì suo padre – il prof Birch ha ancora un pokémon. Perché non lo alleni per le lotte?

-NO! Assolutamente no, no, no e ancora no! Non lotterò mai con i pokémon, mettetevelo in testa!

Detto questo Adam scappò al piano superiore. Il telefono squillò; Adam rispose: era suo cugino Thomas, un famoso ricercatore che lavorava a porto Alghepoli.

-Auguri, cuginetto! Ti ho mandato un bel regalo, ti piacerà, vedrai! L’ho mandato tramite corriere, và e aspettalo fuori.

Adam obbedì. Thomas, anzi, Tommy, era il suo parente preferito perché non gli faceva pesare il fatto di non essere un allenatore, e anzi lo difendeva sempre con convinzione.

Uscì e intercettò il corriere, prese il pacchettino e la lettera e tornò di corsa in camera sua.

"Ciao, Adam! Non arrabbiarti, sono convinto che ti farà piacere. Tranquillo, non è adatto alla lotta (così hai una scusa, eh,eh!) ma spero ti terrà compagnia. Con affetto, Tommy"

-Oh, mio Dio!!! Beh, tanto vale darci un’occhiata…

Detto questo prese il pacchettino: conteneva una pokéball.

-Chiunque tu sia, vieni fuori! E speriamo bene…

Seconda Manche

Una sagoma scura circondata di luce bianca si materializzò sul tappeto.

- Ui?

Il pokémon si guardò attorno dubbioso. Era un Eevee. Adam si avvicinò lentamente, la mano destra tesa davanti a se. Il piccolo Eevee indietreggiò intimidito, ma Adam riuscì a toccare il cucciolo. Eevee si tranquillizzò, e dopo nemmeno mezz’ora era comodamente accomodato in braccio ad A Adam.

La porta si aprì.

-E’ tuo questo bellissimo pokémon? – domandò speranzosa la madre

-Già, me l’ha mandato Thomas…

-Adam e Eevee. Suona bene, non credi?

Adam sorrise continuando ad accarezzare il suo cucciolo.

******************

eevee era entrato a far parte della vita di Adam da quasi un mese, cresceva benissimo ed era anche molto, molto bello. Fu così che, vedendo una pubblicità sui Pokémon Contest, Adam decise che il suo pokémon avrebbe fatto parte della banda dei concorrenti. Iniziò quindi un allenamento mirato, ed in poco tempo Eevee apprese le mosse giuste per far bella figura ad una gara

*******

Arrivò il giorno della partenza. Adam era un po’ preoccupato, e guardava la sua ciotola di latte come se volesse affogarci dentro senza indugi; considerando però che c’erano meno di due dita di latte decise pensò con un sorriso che anche volendo non ci sarebbe riuscito. Afferrò pokéball e zaino, aprì la porta ed uscì in strada. Girò intorno alla sua casa e raggiunse la strada principale. Si accomodò sulla panchina della fermata dell’autobus che lo avrebbe portato a Petalipoli. Da lì avrebbe preso un battello che andava a Porto Selcepoli, dopo una breve sosta a Bluruvia.

Durante il viaggio non fece altro che ripetersi mentalmente di essere un idiota: aveva sotto i piedi un mondo bellissimo come Hoenn e non l’aveva mai saputo.

Arrivò a Selcepoli. Da una casa vide uscire un allenatore dall’aria concentrata. Adam voleva raggiungere Mentania (sede della prima gara) a piedi, ma non gli andava di viaggiare da solo. Decise di chiedere all’allenatore appena uscito se voleva accompagnarlo. Incrociò le dita nelle tasche e si avvicinò.

-Ehm… ciao… io… ehm… io… Oh, insomma! Mi chiamo Adam, sto andando a Mentania e non amo viaggiare solo. Quindi mi chiedevo se ti va di viaggiare con me.

-Piacere! Io sono Alexandra, ma tutti mi chiamano Alex, quindi puoi chiamarmi anche tu così e si, mi va di venire a Mentania con te, sto andando anch’io lì.

Adam e Alex si misero in cammino in direzione nord. Uscirono rapidamente dalla città e si avviarono verso il percorso battuto dagli allenatori, fatto di campagne e boschi.

Arrivarono a Mentania durante la notte, quindi cercarono rifugio al centro Pokémon. Adam guardava il soffitto: chi l’avrebbe mai detto che lui, proprio lui che aveva sempre rifiutato un pokémon ora era in viaggio proprio con un rappresentante della specie? Si addormentò: in fondo aveva macinato chilometri su chilometri in pochissimo tempo, ed era veramente molto stanco.

Il giorno dopo si svegliò per primo; era troppo teso per pensare anche solo di mangiare, quindi ciondolò per la reception del centro. Anche Alex si alzò. Insieme si diressero verso l’edificio sede del Contest. Adam si registrò. L’addetta lo accompagnò verso una piccola porta, lo invitò ad entrare e tornò dietro al bancone per ricevere nuovi sfidanti. Adam oltrepassò la porta; si ritrovò all’interno di una grande stanza circondata da alte tribune, con al centro uno spazio per l’esibizione dei pokémon. Il presidente della giuria chiamò gli sfidanti sulla pedana.

-Benvenuti al nostro Pokémon Contest! Gli sfidanti di oggi sono: Nathan di Porto Selcepoli con il suo Beautyfly, Aidan di Solarosa con Torchic, July di Mentania con Lunatone e Adam di Albanova con Eevee. Ora la giuria darà una prima valutazione ai vostri amici. Bene, la valutazione è conclusa! Nathan, mostraci il tuo Beautyfly!

L’esibizione del ragazzo andò molto bene; Adam era nervoso, ma Eevee era molto calmo. Si esibirono anche gli altri, e finalmente toccò anche ad Adam salire in pedana con Eevee. Là al centro dell’attenzione si sentiva stranamente molto più tranquillo, e pensò che l’avventura nel mondo dei Pokémon era veramente cominciata.

Fic Challenge IV Edizione (2005)

Vincitore: Shaka

Racconti:

Prologo e Atto I - EGO 0

Prologo

Ci vollero tre guerre perché il genere umano conoscesse la parola sterminio, dovette arrivare la quarta perché gli umani potessero comprendere la loro sconfitta morale. Questa è la storia di una persona, o meglio di un'anima costretta a dividere la propria esistenza in due corpi. L'essenza spirituale di una persona in effetti non è altro che la risposta degli agenti chimici insiti nel nostro organismo alle istruzioni del nostro DNA, era ormai finito il tempo in cui la nostra specie aveva fede; le quattro guerre nel giro di due secoli avevano distrutto l'immortalità degli dei e con essa la ricerca del divino negli uomini, la salvezza dell'uomo era affidata all'arte pura: la scienza.

Atto I - EGO 0

Un vicolo cieco, l'ascesa dell'oscurità a cui fece seguito uno sparo... omicidio: Tutto ciò che gli apparve in mente subito prima di essere svegliato ed accecato dalla forte luce in quella sterile stanza. ''Benvenuto al mondo'' gli dissero... come si è soliti dire indirettamente ad un individuo nascituro... non che la situazione fosse molto differente! Erano strani individui quelli attorno a lui... camice bianco ma più scienziati che medici. La sua mente benché vergine come anche il suo corpo conosceva già il linguaggio e così, nel giro di pochi secondi, era piena di interrogativi, tutti quegli interrogativi che un essere umano si rivolge durante la propria vita, i suoi muscoli erano ancora rilassati per cui non poteva ancora utilizzare la lingua per esprimere parola. La tangibilità immediata dei suoi sensi fece materializzare nella sua mente un enorme quantità di immagini senza alcun particolar significato, semplici conglomerati di congetture future frutto della fantasia solitamente caratteristica dei bambini la cui mente è come una spugna vuota e pronta ad essere riempita di informazioni mediante una curva di apprendimento incredibile, questi fenomeni venivano chiamati ''flashforward'' e fu solamente grazie allo studio sui soggetti del Progetto Ego che vennero studiate queste straordinarie caratteristiche d'apprendimento.

Fu improvvisamente attaccato da una crisi di sonnolenza, il suo cervello non era ancora abituato a lavorare a pieno regime; fu così che improvvisamente senti una lieve scossa, il lettino scorrevole tipico degli ospedali su cui era poggiato si mosse sul pavimento mattonellato, egli riaprì gli occhi mentre i neon della struttura in cui era ricoverato scorrevano veloci sopra di lui, così riprese a pensare alle tre scene che vide poco prima di essere destato in quella stanza: il vicolo, il calar delle tenebre, e l'omicidio, era chiaro che lui non poteva ancora comprendere quale fosse il significato della morte, soltanto dopo essersi concentrato su quegli infinitamente lontani ricordi si pose domande riguardo la sua identità; nel frattempo la barella su cui era poggiato raggiunse un lungo tunnel trasparente... capì di non essere il solo in quelle condizioni e il sonno riprese.

Quando riaprì gli occhi si ritrovò su un soffice letto nella stanza di una clinica privata dalla locazione imprecisata ma intuì di essere parecchio distante dalla struttura bunker in cui si svegliò.... la prima volta nella sua vita. Dopo momentanei momenti di deduzione spazio-temporali si alzò per aprire la finestra, la luce del sole inebriò i suoi sensi, scaldò le sue membra ed illuminò i suoi occhi, in seguito ad aver illuminato a dovere la stanza la cosa che colpì immediatamente la sua attenzione fu la superficie riflettente posta davanti a lui, uno specchio. L'uomo poté per la prima volta guardare il suo volto e la sensazione che provò fu di immenso stupore, quasi raccapricciante, il suo volto coincideva infatti con quello della vittima nella sua visione, benché quella visione fosse per lui un mistero, non riusciva a concepire che avesse vissuto ulteriori momenti al di fuori di quelli immediatamente antecedenti al suo arrivo in clinica. Gli bastarono pochi minuti di riflessione per comprendere il significato di omicidio e tutte le questioni etico-morali ad esso collegato che la nostra specie ha evoluto nel corso della sua esistenza millenaria; erano questi gli eccezionali risultati del progetto ego su questi pazienti dall'identità imprecisata.

L'uomo essendo totalmente estraneo alla conoscenza di qualsiasi avvenimento ed in particolar modo di tale progetto, si limitava a dedurre di essere uscito fuori da uno stato di coma profondo, questa convinzione fu accentuata da un fatto ancor più strabiliante, guardandosi allo specchio la creatura si accorse di uno strano segno sul suo petto, guardando con maggiore attenzione capì che si trattava di una scritta: ILLESO era la parola tatuata sulla sua pelle.. Fu in tal modo che intuì di essere stato salvato dopo essersi beccato la pallottola in testa. Ma la verità non era così scontata...

Passò qualche giorno, come da prassi per tutti i pazienti del Progetto Ego, anche ad egli venne fatto il lavaggio del cervello, gli vennero assegnati un'identità ed un nome che corrispondeva a Mark Mayers.

Dovettero passare diversi mesi perché Mark si potesse ambientare nella comunità umana, tutto sembrava procedere per il meglio, si creò una vita nel giro di un semestre mentre un uomo normale ha bisogno più di venti anni per arrivare allo stesso risultato. Nonostante ciò ogni notte si facevano sempre più forti ed intese le visioni riguardanti quel vicolo, evidentemente il contatto con la realtà umana con i suoi colori, i suoi suoni e le sue sfaccettature hanno provocato in lui un senso nostalgico pronto a risvegliare i ricordi condensati nel suo corpo ma ancora lontani dalla sua coscienza. Mark divenne un assiduo lavoratore, quasi lo facesse per scacciare ingombranti pensieri, eppure un tal vuoto non poteva essere riempito semplicemente occupando il proprio tempo con continue attività lavorative; in effetti un giorno successe.... un giorno come un altro Mark, al suo ritorno a casa senti squillare il telefono, poco prima di alzare la cornetta si accorse che non si trattava di una telefonata ma di un fax:

|A: Mark Mayers

|From: GAE

|

|053771

| SEI UN ERRORE DI PRODUZIONE

|POSSIAMO AIUTARTI

Mark Mayers nonostante le sue capacità intellettive superiori in un primo momento non riuscì a comprendere il senso del messaggio ma sicuramente esso lo scosse abbastanza, la sensazione di sicurezza che in questi mesi si consolidò nel suo animo scese improvvisamente, quando un uomo non riesce più a compensare con la logica i suoi dubbi ecco che sente il bisogno di qualcosa o qualcuno che lo rassicuri, Mark in quel momento era solo con se stesso, cercò di dormire invano.

Si distese sul letto svestito a riflettere con il fax in una mano mentre con l'altra si grattava il capo, cercò di concentrarsi sullo strano numero impresso sulla carta fino ad arrivare alla fine intestazione pagina al livello del suo petto, fu così che scoprì qualcosa di terribile e sconcertante, un senso di nausea imperversò su di lui e immediatamente dopo vomitò.. continuava a tremare... Controllò più volte quel numero sperando che anche una sola di quelle cifre fosse differente, suo malgrado la verità che lui voleva non si materializzò, il numero 053771 non è altro che l'ambigramma della parola incisa sul suo petto, ILLESO.

Mark si rese conto di non essere altro che una cavia immatricolata per qualche scopo a lui sconosciuto. I flashback dell'omicidio ritornarono pressanti in lui, doveva indagare sul suo passato così contattò la GAE, il Gruppo rivoluzionario Anti pr. EGO, Mark venne a conoscenza di incredibili verità.

Atto II - EGO 1

13 Agosto 06:00

Fu poco dopo il sorgere del sole che riprese coscenza, la sua testa era ricoperta da una spessa fasciatura, non appena si toccò la fronte ricordò esattamente cosa gli accadde prima di essere sopraffatto da un sonno profondo... urlò per lo shock e pianse per la gioia di essere ancora in vita.. nel mentre una voce chiaramente femminile gridò: ''Dottore, si è svegliato! Si è svegliato!'', il personale medico corse velocemente verso di lui, ''Bentornato al mondo'' disse ironicamente il primario del reparto rianimazione. Non ci volle molto perché il sole illuminasse la sua stanza

Il suo nome era Albert McCloud, britannico ma poco importava.. il genere umano ormai alle corde sopravviveva sotto un'unica bandiera al cui stemma corrispondeva la spirale del DNA evocata dagli illuminati i quali riponevano nella scienza e nella conservazione dei sapiens il bagliore di speranza per una nuova rinascita del pianeta, ormai logoro e spento.

Albert era valoroso, credente e con un forte amore per la sua patria... un uomo non più adatto all'epoca nella quale viveva, faceva parte di uno dei tanti gruppi insurrezionisti che lottavano contro il nuovo ordine degli illuminati.

Non appena fu dimesso cercò di fare chiarezza su ciò che gli accadde, tornò a casa dove non trovò altro che il solito suo tipico disordine, sembrava che l'essere mancato diversi mesi da casa non avesse coinvolto nessuno.

Albert è stato ad un passo dalla morte eppure nessuno se ne interessò, non ci fu alcun indagine sul caso, la macchina organizzativa socio-poilitca del Nuovo Ordine non prestava particolare interesse verso i comuni casi di omicidio, era piuttosto interessata invece al riassetto etico-morale della popolazione, il cui apice scientifico lo raggiunse EGO il progetto finanziato segretamente dal Nuovo Ordine, l'acronimo di EGO corrispondeva a Ethical Global Order, tale progetto era appoggiato da centinaia di biologi e medici rinomati in tutto il mondo, lo scopo finale di EGO era ricostruire la coscienza umana, cancellandone i sentimenti, riconosciuti come causa scatenante dell'irrazionalità ergo, di tutti gli scontri mortali. Per poter raggiungere tali scopi, la EGO poteva ricorrere a tutti i mezzi, anche l'omicidio soprattutto nei casi come quello di Albert, ritenuti pericolosi per il raggiungimento dell'equilibrio e dell'armonia. Albert, come tanti altri insieme a lui dovevano essere uccisi, clonati e sterilizzati dal punto di vista mentale. La clonazione era d'obbligo almeno se un'organizzazione si prefigge di salvaguardare il genere umano, il tutto nella massima discrezione... Con Albert McCloud qualcosa andò storto.

Era solo nel suo appartamento quando l'eco di un tuono in cielo provocato da nuvole radioattive scosse il precoce silenzio, Albert si sedette a riflettere un attimo su come potesse rintracciare chi avesse tentato di ucciderlo, decise di fare una telefonata, compose un numero conosciuto a lui e a pochi suoi compagni ma nessuno rispose, evidentemente in quel periodo erano cambiate tante cose e lui era rimasto l'ultimo e l'unico sulla lista nera del Nuovo Ordine, così si alzò e decise di andare a fare quattro passi nella notte. Durante il cammino si fermò ad osservare il cielo illuminato da nubi fosfo-fluoritiche che ricordavano vagamente le nebulose disperse per lo spazio, il pensiero di Albert era rivolto al suo passato, desiderava tanto si specchiasse anche nel prossimo futuro ma non aveva idea che il suo specchio risiedesse in quel tempo e in quel luogo in cui egli era sito. Continuò a vagare fino al raggiungimento della sua meta antecedentemente prefissata: il vicolo cieco..

Mark Myers venne a conoscenza di tutto questo dall'uomo a capo della GAE: Jack Carver, era un ex scienziato militare di una certà età e statura intellettuale, ha partecipato alle ultime due guerre, il suo corpo per metà bionico mostrava i progressi della scienza compiuti in ambito chirurgico, non appena il Dott. Carver illustrò a Mark la soluzione dettagliatamente lui non reagì come farebbe una qualsiasi persona, si limitò ad analizzare la situazione per prendere le dovute decisioni; il suo cervello vantava di un'altissima percezione sensoriale, poteva entrare dentro l'animo delle persone per capirne le intenzioni benchè lui non ne venisse influenzato ma sentiva in se il bisogno di capire di più riguardo quei brevi flashback della sua vita passata e tutt'ora parallela. Anche Mark decise di dirigersi verso quel tetro vicolo, la consapevolezza del suo subconscio gli permettè di trovare la strada, fu lì che accadde...

Entrambi nonostante avessero obiettivi diversi erano coscienti che al vicolo avrebbero trovato qualcuno ad aspettarli, qualcuno a cui non andava bene la sopravvivenza dei due soggetti, qualcuno dell'EGO. L'EGO si accorse tardi che Mark aveva ricordi compromettenti della sua vita precedente, ricordi che non andavano resi pubblici; allo stesso modo Albert non doveva assolutamente incontrare la sua controparte, il suo specchio.

Fu proprio Albert ad arrivare per primo, scese dalla macchina e calmamente iniziò ad osservare i muri pieni di murales e l'asfalto rovinato in cerca di tracce, la fredda corrente tipica di quella strettoia colpiva il suo viso, la sensazione che provò fu la stessa di quella volta, avendo capito di non essere solo mise la mano dentro il giubotto e strinse con forza l'arma che portava con se, sapeva di non poter cavarsela una seconda volta con un altro proiettile in testa.

In quel momento Mark vagava nei pressi di quella strada, più si avvicinava più sentiva crescere in lui un forte dolore psichico dovuto alla vicinanza di Albert, benché geneticamente identici, i due non erano dissimili dai poli opposti di una batteria o di una calamita, l'attrazione era contrapposta da una repulsione altrettanto forte, quando Mark raggiunse il fatidico vicolo vide la figura di Albet davanti a lui, questi in un primo momento estrasse al volo la sua arma pensando si trattasse di qualcuno a lui nemico, comunque non ci volle molto che i due si riconoscessero nonostante le lievi differenze somatiche.

''E' uno scherzo?'' Iniziò Albert, ''non penserete di riuscire ad uccidermi con trucchetti del genere'', Mark rimase immobile per alcuni momenti, dopo si avvicinò tendendo il braccio come un bambino che vuole capire e curiosare con gli organi tattili. ''Stai lontano!'' continuò Albert. ''Non è mia intenzione darti fastidio'' interloquì Mark riprendendosi dallo stato di semicoscienza ''Sono in questo mondo da poco tempo, mi sono ambientato nella società ma nonostante le mie capacità superiori a quelle di molti altri esseri viventi non ho ancora potuto capire qual è la mia meta, qual è la mia destinazione, sono semplicemente una tua copia mal riuscita, una tua replica danneggiata dai tuoi ricordi, distrutta dal mio vuoto...''

''Ma cosa cazzo stai dicendo?'' disse Albert quando improvvisamente da lontano si udì lo stridio di un proiettile attraversante l'aria che trapassò il corpo di Mark ferendolo gravemente, un altro ferì Albert alla mano impedendogli di rispondere al fuoco nemico.. un uomo dall'insolito passo metallico si avvicinò ai due, Mark rimase attonito

Jack Carver

''Chi diavolo siete?'' disse Albert con il suo solito tono arrogante, ''Mi delude sapere che un uomo del suo calibro non conosca la EGO, sir McCloud'' rispose Carver. ''La scienza non ha mai suscitato in me alcun interesse'' concluse Albert.

''Credo che voi due vi siate già presentati, come vedi Mark, le tue enormi capacità deduttive servono a poco quando il cervello ha meno esperienza di quelle di un neonato.'' continuò Carver ''Un aberrante errore della natura ed uno di programmazione, ecco cosa siete'' In seguito Jack Carver spiegò loro la parte della storia che mancava.. Albert si sentì emotivamente distrutto, ciò in cui aveva creduto fino a quel momento gli stava crollando addosso, sapeva di non aver via di uscita contro la EGO, così prese la sua decisione, afferrò la pistola con l'altra mano e puntò alla sua testa. ''Mark, la vita è il viaggio, non la meta, confido in te''

Albert premette il grilletto

Epilogo

Non dovettero passare secoli prima che EGO ed il Nuovo Ordine sparissero, gli esseri umani sono deboli per loro indole e per quanto possano provarci non possano minimamente avvicinarsi alla macchina perfetta a cui aspirano.

Fic Challenge V Edizione (2006)

Vincitore: Mens

Racconto:

Oltre

Alzò lo sguardo verso il cielo. Sopra di lui si stendeva un incommensurabile abisso, un nero più oscuro della più tetra notte mai vista da occhio mortale. Non una luce rischiarava quell'immensità. Era passato molto, molto tempo da quando per l'ultima volta aveva visto una stella...

Abbassò lo sguardo. Con tutto il tempo che era trascorso, non era ancora riuscito ad abituarsi a quel vuoto grande quanto l'intera realtà...non riusciva ancora a capacitarsi di essere rimasto così a lungo...

Si incamminò per la terra buia. Nonostante l'assoluta oscurità, riusciva a vedere ogni particolare come se fosse pieno giorno. Giorno! Un termine senza senso, ormai...

«Già» disse improvvisamente una voce, facendolo sobbalzare «è uno spettacolo davvero desolante».

Si voltò di scatto per vedere a chi appartenesse la voce. Anche se sapeva già di chi si trattava...chi altri poteva aver superato le più remote nebbie del tempo così facilmente se non lei?

***

Era nato ere prima, in una piccola casa, su una piccola strada, in un piccolo paese, su un piccolo pianeta, in una piccola galassia ormai inghiottita dall'oblio da un tempo troppo lungo da immaginare per qualunque essere mortale. Era uno come tanti, ma con un'insensata e quasi maniacale voglia di sapere.

Sapere cosa c'era oltre.

Oltre la piccola casa, oltre la piccola strada, oltre il piccolo paese.

Amava studiare, amava leggere. Amava la storia, la geografia, la letteratura. Amava tutto ciò che gli permetteva di andare oltre quello che vedeva intorno a sé e di vagare con la mente in luoghi mitici o anche solo esotici, che si trattasse delle avventure di un qualunque eroe di carta o di un qualunque personaggio realmente esistito.

Per uno come lui, la piccola casa, la piccola strada e il piccolo paese erano troppo piccoli. Appena crebbe, li lasciò senza il minimo rimorso, pensando alle infinite strade che si stendevano davanti a lui. Quale avrebbe scelto?

...e quale dopo?

...e quale dopo ancora?

Per prima, aveva visto la città più vicina al suo paese. Valeva la pena lasciare quel misero buco per questo! Non avrebbe mai potuto immaginare tutta quella vitalità, tutta quella magnificenza, tutta quella vastità. Ma, con la sua indole, non passò molto prima che si stancasse anche della città, diventata piccola come il suo piccolo paese...

Dopo la prima città ne aveva viste altre, e altre, e altre ancora. Ma tutte queste città erano sempre troppo piccole per lui...passò presto dalle città alle regioni, dalle regioni agli stati, dagli stati ai continenti, dai continenti al mondo intero. Gli anni passavano, ma il fuoco che gli ardeva dentro non passava. Decise di tornare sui suoi passi, per vedere meglio quelle città, quelle regioni, quegli stati, quei continenti. Alla fine, non vi era una città, non vi era un paese che non avesse visitato.

Fu allora che incontrò per la prima volta lei.

La Dama Nera era un mistero. Eppure tutti la conoscevano, tutti l'avrebbero incontrata, un giorno, tutti la temevano. E anche per lui era giunto il giorno di incontrarla.

«Devi venire con me» gli aveva detto la Dama «Tutti dovranno venire, un giorno».

«Dammi ancora un po' di tempo» le aveva risposto lui «Non ho ancora finito qui. Ho ancora tanto da vedere...»

Mentiva, lo sapeva. Non c'era nulla che non avesse ancora visto. Ma lei lo lasciò andare comunque.

Perché qualcosa da vedere c'era ancora.

Pochi anni dopo il suo primo incontro con la Dama, la sua smania di conoscenza trovò un nuovo orizzonte, un orizzonte talmente vasto da rendere ogni sua precedente esperienza infinitesimale.

Per l'Uomo si aprirono le porte dell'Universo.

Ormai, anche il suo pianeta era come un piccolo, misero villaggio...

Lui era vecchio, molto vecchio. Ma la sua smania di conoscenza ardeva ancora. Non poteva rinunciare a quell'opportunità. Non si sarebbe ritenuto completo senza quell'esperienza...temeva che fermandosi sarebbe crollato.

Lo accettarono a bordo di una nave di esplorazione, e partì per andare oltre, alla volta dell'Infinito.

Passarono anni, passarono decenni, passarono secoli. Aveva visto pianeti, sistemi, quadranti, esplorando ogni angolo della galassia. Si era spinto dove nessun uomo era mai giunto prima neanche nei sogni più folli. Aveva visto nuovi mondi, nuove civiltà, aveva varcato ogni confine, per quanto possibile dalla tecnologia del tempo. Conosceva la galassia meglio delle proprie tasche.

Fu allora che incontrò la Dama Nera per la seconda volta.

«Devi venire con me» gli aveva detto la Dama «Tutti dovranno venire, un giorno».

«Dammi ancora un po' di tempo» le aveva risposto lui «Non ho ancora finito qui. Ho ancora tanto da vedere...»

Mentiva, lo sapeva. Non c'era nulla che non avesse ancora visto. Ma lei lo lasciò andare comunque.

Perché qualcosa da vedere c'era ancora.

La tecnologia fece passi da gigante. Si svilupparono nuovi metodi, nuovi macchinari, nuove navi ancora più potenti. E la galassia era diventata piccola, un minuscolo punto nell'infinito oceano dell'Universo.

Lui era sempre più vecchio, il più vecchio della sua razza. Ma anche stavolta riuscì a imbarcarsi su una nave di esplorazione e a lanciarsi oltre, nell'Infinito.

Passarono decenni, passarono secoli, passarono millenni. Aveva visto galassie, ammassi, luoghi talmente vasti da frantumare la mente di chiunque provi solo a immaginarli, esplorando i più piccoli recessi dell'Universo, più volte, per sentirne l'assoluta totalità. Ora non c'era davvero nulla che non avesse mai visto...

Fu allora che incontrò la Dama Nera per la terza volta.

«Devi venire con me» gli aveva detto la Dama «Tutti dovranno venire, un giorno».

«Dammi ancora un po' di tempo» le aveva risposto lui «Non ho ancora finito qui. Ho ancora tanto da vedere...»

Mentiva, lo sapeva. Non c'era nulla che non avesse ancora visto. Ma lei lo lasciò andare comunque.

Perché qualcosa da vedere c'era ancora.

Lo spazio...l'Universo...solo frammenti di qualcosa di più grande. Qualcosa che non era possibile visitare, né lo sarebbe mai stato, perché una mera presenza avrebbe frantumato il tessuto stesso di ogni realtà.

Il Tempo. E il Multiverso.

Nessuno sarebbe mai stato in grado di penetrarli. Ma vederli, questo era possibile.

Si tuffò oltre, nel vero Infinito.

Passarono secoli, passarono millenni, passarono ere. Vide tutto. Assolutamente tutto. Vide i primi attimi di vita dell'Universo, plasmati da una forza al di là di ogni comprensione. Vide le grandi epoche del passato. Vide, nell'incommensurabile oceano delle probabilità, cosa sarebbe successo se. Osservò la storia - le storie.

Osservò il tutto.

Passarono ere. E, lentamente, le dimensioni cominciarono a collassare, le stelle a spegnersi, i pianeti ad andare distrutti, la vita a cadere nell'oblio. Ma lui c'era ancora. Era vecchio, inimmaginabilmente vecchio, l'essere più vecchio dell'intero Multiverso, abbandonato su un misero pianetino sull'orlo dell'ultimo Universo. Ma lui non aveva ancora finito.

Non c'era nulla di quanto accaduto in qualunque epoca, in qualunque posto, in qualunque piano di realtà, che lui non conoscesse. Eppure, c'era ancora un posto che non era mai stato in grado di esplorare...

Sé stesso.

Buffo. Aveva percorso ogni strada possibile, eppure non conosceva ancora ciò che aveva di più vicino. Che forse era più misterioso dell'intero Multiverso. Non si sarebbe sentito completo, senza percorrere quella strada.

Prese dalla sua enorme conoscenza ogni metodo di analisi e meditazione di ogni cultura mai esistita, li riassunse e, alla luce dell'ultima stella che andava spegnendosi, si immerse in sé stesso.

Così, dopo innumerevoli ere, il Multiverso era morto. Non c'era più nulla - solo dimensioni collassate, stelle spente, pianeti distrutti, vita caduta nell'oblio. Ma sull'ultimo pianeta, nell'ultimo Universo, posto sull'estremo orlo del Tempo, c'era ancora qualcuno.

Lui era lì. Ora conosceva davvero tutto. Tutto il Multiverso, tutto sé stesso.

Alzò lo sguardo verso il cielo.

***

«E così» continuò la Dama Nera «Ora conosci tutto. Complimenti per il lavoro».

«Così parrebbe» rispose lui, in tono neutro, tornando a contemplare l'abisso che si stendeva sopra di lui.

«Ora non hai più nulla da vedere. La tua vecchia scusa non regge più».

«Già...» sussurrò lui.

Ci fu un lungo silenzio.

«Verrai, ora?» chiese la Dama.

Si voltò a guardarla.

«Forse...» rispose «Un po' mi spiace lasciare tutto questo...la mia vita è lentamente trascorsa conoscendolo sempre di più...e ora che lo conosco davvero alla perfezione, devo andarmene. Io sono solo, è vero. Io sono l'ultimo essere rimasto nel Multiverso, ma il Multiverso stesso è sull'orlo della propria fine...»

Abbassò lo sguardo.

«Hai ragione» continuò «non ho più nulla da vedere. Davvero nulla».

«Non qui» disse la Dama, sorridendo.

«Cosa intendi dire?» chiese lui. Poi, di colpo, realizzò.

Era una concezione vecchia come il mondo - uno qualunque. Una porta. Si stupì di non averlo mai capito, nemmeno nella sua ultima introspezione. Il Multiverso non aveva più nulla da offrirgli. Ma lui voleva ancora sapere...

Quante strade deve percorrere un uomo prima di essere definito tale? Forse nessuna, forse una, forse poche, forse molte, forse infinite. Ma, per definizione, c'è una strada che un uomo deve percorrere.

Lui aveva davanti quell'ultima strada. Una porta, un passaggio per qualcosa in confronto a cui il Multiverso non è nulla. Un passaggio inquietante e misterioso, certo. Ma dopo quel passaggio, lui avrebbe conosciuto davvero tutto.

«Verrò» disse, sorridendo. Un nuovo mondo si apriva davanti a lui...

La Dama Nera sorrise. Lo prese per mano, e si incamminarono per le vie buie dell'ultimo pianeta, nell'ultimo Universo, nell'ultimo Tempo.

E per lui si spalancarono le porte del vero Infinito. E lui le avrebbe attraversate, nell'ultimo viaggio.

Per andare oltre.

QUESTA FICTION NON è PUBBLICATA SOTTO CREATIVE COMMONS.

© Mens - Tutti i diritti riservati

Fic Challenge VI Edizione (2008)

Vincitore: Quello_nello_Specchio

Racconto:

Disorder

Non c'era speranza per lui, questa volta.

Non più.

La calibro 9 del Capitano McCallahan era ben lontana, in terra, accanto alla testa senza vita del suo proprietario. I suoi occhi, ancora accesi, contemplavano con reale curiosità la ruota di un furgone, un vecchio cherokee sporco di sabbia, fango, sudore e silenzio. Quel particolare silenzio di chi si alza tutti i giorni alle 5 del mattino; fa a gara, ogni giorno, per poter salire sulla jeep, per essere ammassato come il più inutile dei sacchi di patate, ogni fottuto giorno, insieme ad altri disperati, degli sconosciuti, sì, ma uguali a te. Un viaggio premio verso l’inferno, un luogo in cui spaccarsi la schiena per qualche dollaro che verrà presto bruciato per rendere meno fredde le notti di El Paso.

Il Capitano fissava quella ruota, adesso, o forse il contrario.

Pastor era accasciato in terra. Poggiava le spalle su un grosso barile che, silenziosamente, accettava l'insolito ruolo di calamita per i proiettili. Nella mano destra reggeva la pistola d’ordinanza e con la sinistra si premeva con forza nel bassoventre. Aveva esitato un attimo di troppo guardando Adeene crollare in terra, risultato: un buco nella pancia per lui, nella testa per lei.

Robert Rodriguez era stato il primo ad andarsene. Il fratello, Anselmo, (chissà perchè, Robert è sempre stato Rodriguez ma Anselmo non è mai stato Rodriguez) si trovava accanto a lui quando fu colpito.

Occorre fortuna per beccarsi la prima pallottola.

Anselmo lo aveva visto crollare in terra, accompagnato da un singolo grido di dolore; un grido che cancellava di colpo tutti gli anni di apprendistato, tutti i manuali, tutte le regole non scritte, tutte le notti per strada e anche quelle a casa con la famiglia. Dopo quel lunghissimo secondo, era scattato, accecato dalla perdita, in direzione opposta al proiettile. Si sentirono altri spari in seguito, ma Anselmo non tornò più.

"Quattro, forse cinque morti, se mi impegno anche sei. Fin troppi per un lunedì mattina", pensava.

Eppure, tutto doveva essere così semplice e lineare, persino lui aveva capito il programma della mattinata al primo tentativo.

Osservavano quella banda da mesi ormai. Finalmente, due settimane fa, l’agente infiltrato, un tipo alto, silenzioso, capelli biondi a spazzola ed un fisico da camionista, aveva ottenuto un’informazione valida: gli orari della prossima "spedizione".

Sì, era fottutamente semplice e lineare.

Alle 6 del mattino - "Le sei del mattino… spero ne valga la pena" - un autoarticolato sarebbe uscito dalla Game&Sports Co. per iniziare un tour dei peggiori autogrill, pub ed ogni altra sorta di bettola nell'arco di 100 chilometri. Ritirava dei cabinati da gioco, sì, insomma, quelle macchinette mangiasoldi che fioriscono tra lo squallore ed il degrado, nell'angolo meno illuminato (a nessuno interessava vedere la faccia del compagno di sventura, benché meno che gli altri guardassero la propria) di ogni localaccio che si rispetti. In cambio depositava altri cabinati, carichi di utopie bastarde, debiti, fumo passivo ed una piccola sorpresa nel vano in cui si depositano le monetine insieme alle aspettative disilluse.

La sorpresina non era altro che un incentivo al gioco.

Una discreta quantità di cocaina; abbastanza per dare energia ai poveri disperati che, anche questo mese, avrebbero cercato una via di fuga dai loro problemi tra le ombre e la puzza di morte della bettola di turno.

La prima tappa del tour dei benefattori, era un autogrill di provincia.

Dove per autogrill si intende una capanna di legno e lamiera e per provincia si intende un pezzo di terra rossa in mezzo al nulla. Un'oasi nel deserto per i lavoratori dei pozzi petroliferi, che sorgevano tutto attorno. Una sporca oasi con birra e whiskey al posto dell'acqua e sgabelli privi di imbottitura a sostituire le palme. La gente che frequentava quel posto proveniva da un altro mondo; messicani disillusi, americani disperati od individui che non avevano mai avuto un paese da considerare proprio. Gente che non aveva nulla da perdere. Apparte la vita, a cui erano stranamente attaccati. Chiamatela fede, chiamatela abitudine, chiamatela ignoranza ma, questa tipologia di uomini, è quella più difficile da eliminare. Folli; a volte nei loro occhi puoi vedere la morte, la tua morte, sottoforma di sudore e facce sporche, musi che ti ghignano in faccia il loro disprezzo per la vita: la tua. Altre volte, invece, li vedi scappare come dei conigli, in modo confuso, barcollando. Tanto attaccati a questo mondo quanto inermi ed insignificanti.

Come capirete, non era esattamente il miglior modo per iniziare la settimana.

Adesso si trovava lì, dentro quella specie di rimessa che veniva usata come garage per le macchine pesanti. Era anche un’officina. Di certo, per ritrovarsi a spostare sabbia in questo angolo di mondo, quelle carrette non dovevano esser messe tanto bene.

Quanti erano loro?

Non se lo ricordava.

Sapeva per certo di averne uccisi tre, poi ne aveva visti altri per terra, colpiti dai suoi colleghi, ma non poteva aver alcuna certezza.

Lui, accucciato di fianco alla ruota di un grosso camion, contava le munizioni rimaste. Ogni tanto qualche colpo s’infrangeva dall’altra parte dell’automezzo, un timido segnale: “Siamo ancora vivi”.

“Lo so che siete ancora vivi, bastardi…”, pensava soppesando, con la mano libera, i sette proiettili rimasti.

Probabilmente qualcuno aveva chiamato dei rinforzi, probabilmente qualche lavoratore onesto aveva alzato la cornetta per cercare aiuto. Ma era altrettanto logico pensare che, probabilmente, qualcuno aveva fatto una soffiata, probabilmente quelli dall’altra parte erano troppo ben preparati, probabilmente tutti i suoi colleghi erano già morti. Probabilmente, lui era già morto.

No. Era ancora là. Vivo.

“Se hai ancora la forza per piangerti addosso, allora hai anche quella per alzarti e sparare”.

Si dava la forza, pensava e sorrideva tra se e se.

Alzarsi e sparare.

Ecco cosa doveva fare.

Se fosse morto, che ne sarebbe stato della missione?

“Si fotta la missione, ci hanno mandato a morire nel deserto per quattro messicani strafatti.

Se proprio devo morire – sì, perché non posso illudermi: devo morire, qui e oggi – porterò loro giù con me. Andremo a braccetto dal bastardo del piano di sotto. Io Gli sorriderò, mostrando, con un ampio gesto delle braccia, il mio presente per l’occasione – non è molto, Eccellenza, solo un paio di sporchi messicani, ma spero che Li accetterà ugualmente.

Sei pazzo a pensare queste cose.

Sei davvero morto, cazzo, stai qui a contare i bossoli in una mano e non pensi neanche per un istante a Brandine.”

“Dovrei farlo?”

“Dovresti, sì. Non eri tu a considerarla il grande amore della tua vita?

“Cazzate. Portarsi a letto il ragazzo del latte, non rientra tra i comportamenti ideali del “grande amore della mia vita”.

Ci siamo divertiti. E molto. Ma se c’è qualcuna a cui dovrei pensare sul letto di morte – letto di morte. La ruota di un camion sarà il mio letto di morte. Fanculo – quella è Adeene.”

Adeene, era il faro del suo reparto. Ogni qual volta rientrava alla base stanco dal servizio, incazzato per Brandine o semplicemente deluso dalla merda dell’umanità attorno a lui, c’era Adeene. Entrava, posava una tazza di caffè bollente sul tavolo, restava in piedi finché egli non avesse finito il caldo nettare nero e poi, meccanicamente, si sedeva ed incominciava il suo rito. Iniziava a fissarlo in silenzio, i suoi occhi celesti, tanto chiari da sembrare trasparenti, incontravano i suoi, i suoi occhi che inizialmente avevano faticato non poco a reggere quello sguardo. Eccola, adesso riusciva a vedere la sua mano che sistemava, con estrema calma e cura, una ciocca ribelle della sua bellissima chioma, quei capelli che avevano lo stesso colore delle castagne ed il profumo di una serie infinita di frutti tropicali; una bizzarra macedonia. E poi, al termine di questo silenzioso gesto, Adeene rompeva l'incantesimo, sempre allo stesso modo: “Ti trovo in forma oggi”.

Adeene e Pastor dovevano sposarsi il prossimo 23 Ottobre.

Mentra la sua mente divagava, lui era ancora li, chino, con il fianco sinistro del corpo oscurato dalla ruota.

“Oltre il camion, alla mia sinistra dovrebbero esserci tre o quattro uomini, forse nascosti da qualche macchina, dietro di me, quei bidoni (vuoti, aveva controllato) potrebbero anche beccarsi qualche colpo al posto mio. A destra una vecchia scrivania da lavoro, il tipico tavolo da officina, ogni sorta di chiave, di cacciavite e tenaglia; mille bulloni, viti e macchie di grasso ne sublimavano l’aspetto coreografico. Appesi al muro, trovavano posto martelli di ogni grandezza, molti erano già caduti in terra, ma alcuni, i più temerari, avevano sfidato le pallottole ed erano ancora la, sospesi, contro il muro, ad occupare con orgoglio il loro posto.

Davanti a lui, luce e terra.

L’ampio ingresso della rimessa/garage/officina, gli lanciava l’immagine irridente della libertà. Le auto con gli sportelli aperti, le chiavi inserite ed un muro di proiettili pronto a scagliarsi contro di lui se avesse provato a raggiungerlo.

Qualche altro colpo si infranse contro il camion. Poi sentì dei piedi che strisciavano sulla terra. Probabilmente dall’altra parte avevano finalmente deciso di muoversi, di girare attorno alla rimessa e sorprenderlo frontalmente.

Non aveva molto tempo, ed adesso iniziava a crederci anche lui.

Stranamente, però, aveva accolto il rumore dei passi come una liberazione.

C’erano meno uomini a cui sparare e meno che avrebbero sparato.

Il ritmo della marcia era leggermente diminuito, forse cercavano l’effetto sorpresa.

“Troppo tardi, miei cari bastardi”.

Chiuse gli occhi per un attimo, era abbastanza sicuro di aver contato quattro piedi.

“Questa gente non ha la minima idea di come si faccia un "attacco a sorpresa", prima tenta di aggirarmi segretamente inscenando una marcia silenziosa e subito dopo sembrano fremere d'impazienza”.

Era vero, i due uomini dall’altra parte adesso correvano.

“Lo sapevo, non hanno retto la tensione”.

Fu il più veloce, si alzò, sparò, bang.

I've got the spirit, lose the feeling, take the shock away.

Premio dello Stile

assegnato a Tibbo

Racconto:

Cannibalismo di un'illibata

Non c'è speranza per lui, questa volta. Alla crinolìna di Virginia, divaricatasi innaturale, gesto consegue: nel buio le mani, allontanate per daga le calotte tissutali ch’incisione ha rese dall'intero indumento, gettansi. L'intrusione non sgomentala e fracassagl’ella il viso, glabro adiace al muro. La testa pende sui tendaggi, il sangue chiazzali. Scivolando verso terra il capo, adesso è inottimale la solidarietà del busto: l'osso del collo si rompe!

L’abitacolo boccale rantola ancora, Virginia mettevi mano e conficca la daga nella grassa natica destra (a qualche centimetro dalla sinistra, non centralmente): la parete perforasi subito del retto, un rimestarsi di emissioni genito-anali segue interna. Pure incappata negli intestini, la lama percorre longitudinalmente la salma (ormai è crepato) pubescente. Perfetta simmetria, salvo il disturbo alla perfezione recato dall'imbarazzante groviglio di intestini e fecal massa sprigionatosi dalla lesione malandrina al culo! Le labbra di Virginia aberrano in un sorriso.

Si ricongiunge l'armato pugno al pugno nudo, che come amo Virginia ha infilato nella bocca del ragazzo. Agguanta l'irreattivo viso con il primo, devasta ilare con la daga nell’altro. Sventra, ah! Sventra il testolino del ragazzino. Ne mangia il contenuto, incarta ciò che rimane. Però butta il cervello fuori dalla finestra. Si vede che non gradiscelo.

"Che è del garzone?" chiede Ombretta. (Intanto, io ci riderei per ore, il cervello vertigina dalla finestra dell’ala est, sulla testa di una vecchia che muore di infarto appena ciò accade! Grottesco! Dei furetti la scavalcano noncuranti, particolare ancor più grottesco!)

Sorride Virginia "Ho mangiatogli la testa, il resto lo vuoi?"

"No, grazie".

L’ospite gradita intuisce la locazione dell’abietto morto dalla puzza, è come la bottega del macellaio che esercita in una tomba vuota. Ha lasciato solo le ossa, della consorte vìolata plurime volte dopo l’uxoricidio. Per giocarci con le bambine, che giochi! Ossuari ma giocosi! L’odore è identico, Ombretta è una di quelle bimbe. Rammenta di quando le forzò un bacino di donna adulta nella vulva. Tale struttura ossea è ancora lì, dove fu forzata.

“Sei sopravvissuta, cosa vuoi di più? Bambina viziata!” la intimidiva il padre quando lei pretendeva un intervento di rimozione chirurgica.

Si volta, cerca i seni sezionati a tronco di cono. Le mammelle recise di Virginia. Sono da qualche parte nel terriccio battuto dagli asini. Il resto dei seni è ancora attaccato al busto. Ma non è possibile! Virginia si è tinta di blu Wisteria. Dalla sua tempia destra, sfiorita in un vulcano di materia grigia, si fa strada un varano, picaresco, gli occhi a forma di denari. Sull’addome un apparecchio che trasmette immagini, non ne aveva mai visti. Ma si confonde, sciocca! Si tratta meramente di un televisore.

Ombretta muore e scimitarre senza impugnatura le escono dal crepuscolo. Nei cinque minuti che separano il decesso clinico dal momento in cui ha visto il rettile fare cu-cu per metonimia dalla sua amichetta, ha dettato al Varano stesso, in realtà molto evoluto (he has a degree in law), il dramma della sua buona amica.

Non pervenuto.

Premio della Discordia

assegnato a Robby

Racconto:

Nessuno alle 12.37

Era notte fonda, ma ci vedevo benissimo.

I lampioni illuminavano a giorno l’intera zona, ma non ci sentivamo scoraggiati per questo.

“ Sei sicura di quello che fai, Jenny? “

La figura a cui mi rivolsi non mi rispose per un lungo periodo di tempo. Poi abbozzò una risposta: “ Guarda che lo faccio solo per te. “

Guardai la serranda chiusa, poi il laptop che Jenny aveva in mano, e di nuovo la serranda. Sentii un - click -

“ Siamo pronti, no? Finalmente riuscirò a metterci su le mani! “ dissi con un pizzico di gioia nella voce.

“ Oh si, ora possiamo andare. “

Entrammo entrambi nel negozio. Cercai affannosamente il reparto in cui giaceva la merce che desideravo tanto, mentre Jenny si avviò rapidamente verso il reparto est.

“ si… finalmente… “ Misi le mani su quella scatola di plastica. Lessi con il nodo alla gola il titolo. “ Eternal sonata… finalmente.,. è da anni che lo volevo.. “

Cercai affannosamente la mia amica, muovendomi silenziosamente tra gli scaffali pieni di merce.

La vidi vicino ai cellulari, mentre ne cercava l’ultimo modello.

Mi guardò con un pizzico di felicità nello sguardo. Poi guardò la scatoletta di plastica che avevo in mano.

- Tutto lì!? Ma… ma… ma… -

- Hmmm.. Jenny… Grazie… -

- Taci e muoviti ad uscire da qui –

Uscimmo dal negozio, stando meticolosamente attenti a non fare nessun rumore.

Presi dalla tasca dei jeans nuovi un pacchetto di paglie, e accesi rapidamente una sigaretta.

Guardai la ragazza aspettarmi vicino alle strisce pedonali, che collegavano la tangenziale a via Bonaparte.

Il signor Jhonson stava bevendo un bicchiere di birra analcolica ( proprio come gli aveva ordinato il suo dottore ) e guardava la registrazione della finale di football del ’98, quando l’odore del fumo della mia sigaretta raggiunse il suo appartamento. Si affacciò, e guardando Jenny si mise ad urlare sclerotico.

- Và via, qui non vogliamo donne come te! –

Guardai la ragazza con un lieve sorriso sulle labbra.

“ ma guarda te, presa per una battona d’alto rango… “ sembrò pensare lei.

Salutai la ragazza, prendendo la direzione di casa mia. Sapevo che mia madre sarebbe stata sveglia fino a tardi.

Cercai calmo le chiavi del cancello, stando particolarmente attento ad evitare il piccolo laser che percorreva tutta la lunghezza del cancello all’incirca all’altezza della caviglia. Di certo, l’ultima cosa che volevo era far scattare l’allarme.

- Proprio te cercavo. – mi accolse mia madre.

- Uh? Che è successo? –

- La prossima settimana starai a casa di tuo padre. Prendila come la punizione per la tua bocciatura. –

- Cosa? Ma… ma non è giusto! –

Lei mi guardò silenziosa, poi continuò a gestire il suo account su Facebook.

Quel giorno era il 12 marzo. Era un sabato. Me lo ricordo bene, perché quel giorno, io morii.

Presi l’ascensore, che mi condusse lentamente fino al 7° piano.

Bussai alla porta. Non mi rispose nessuno. Allora chiamai mio padre al cellulare.

- Dove sei? –

- Sono al mercato, per vedere se riesco a far pranzare anche te. Tu? –

- Io sono già a casa tua. –

- Oh… quella carogna di tua madre mi aveva detto che ti portava verso le 11. oh beh, tanto sono già in ritardo, posso fare con calma. –

- Ma vai a quel paese. –

Aspettai pazientemente che quel matusa di mio padre arrivasse a casa.

Mi accolse con un “Sei ancora più grasso di ieri. Ma come fai? “

Mi diressi silenziosamente dentro quell’appartamento.

Notai subito il larghissimo balcone.

Tirai su la zanzariera, e guardai in basso.

- però… è alto, eh? –

- al settimo piano cosa pensi? –

Ma ormai avevo deciso.

Strinsi la ringhiera con il palmo della mano, mentre mi puntellavo con i piedi.

Feci presto a lanciarmi. Non c’era speranza per me, quella volta.

Dopo tre giorni, il mio funerale. Venni sepolto in un prato con un pino sul lato destro della lapide.

Sono sicuro che la gente mi ha dimenticato tanto velocemente quanto mi ha conosciuto.

Premio del Popolo

assegnato a Mens

Racconto:

Ultima pagina

Non c'era speranza per lui, questa volta.

Per il mondo, ovviamente. O almeno, per i suoi abitanti. Poche forme di vita sarebbero state in grado di sopravvivere a quello che era successo: qualche batterio, forse addirittura qualche insetto. Ma, con ogni probabilità, anche loro, come tutti gli altri, erano morti.

Allora, perché lui era sopravvissuto?

Era a questo che l'uomo pensava, camminando lentamente lungo quello che rimaneva di una strada che costeggiava un fiume, reggendo un vecchio ombrello nero e lacero a malapena in grado di svolgere il proprio compito. Si guardava intorno, e anche il più piccolo particolare del paesaggio che aveva sotto gli occhi confermava amaramente le sue supposizioni.

Non era rimasto nulla.

Il cielo era completamente coperto, invaso da una fitta coltre di nubi scure che vorticavano incessantemente senza dare la minima impressione di volersi diradare, presto o tardi: la luce del sole riusciva a malapena a filtrare attraverso di esse, e nonostante fosse quasi mezzogiorno sembrava che la notte fosse ormai alle porte. Da quelle nubi cadeva una pioggia sottile e bruciante, il cui suono riempiva l'aria come una tetra armonia. Sembrava quasi che stessero piangendo. Le acque del fiume erano grigie e opache, ed emanavano una nauseante puzza di infetto. La terra era nera, completamente arsa da qualcosa di diverso da un normale fuoco; i pochi alberi rimasti erano bruciati, e i loro fusti scheletrici si levavano verso il cielo in cerca di un aiuto, o almeno di una risposta.

Già, una risposta. Che lui conosceva, purtroppo. Lui sapeva esattamente che cosa era andato storto: si erano spinti troppo in là.

Era una persona importante, tempo prima. Uno scienziato, uno dei più celebri del mondo intero, sempre in prima linea nella formulazione e nella ricerca di conferme delle nuove teorie, uno degli uomini il cui scopo nella vita è leggere la mente di Dio. La storia dei suoi successi è troppo lunga per essere raccontata; tuttavia, per quanto vasta la portata di tutte le sue più altre grandi conquiste messe insieme impallidirebbe se confrontata all'assoluta grandezza dell'ultima.

Energia illimitata.

Il giorno in cui aveva scoperto la chiave di quel potere, dopo aver controllato e verificato per mesi, se non anni, le sue teorie alla ricerca di un riscontro pratico, si era sentito onnipotente come un dio. Aveva scoperto il santo graal di qualsiasi scienziato, che sarebbe stato in grado di risolvere in via definitiva il più grande problema dell'umanità intera. In poco tempo, i risultati delle sue ricerche erano stati applicati e sfruttati al meglio, e come lui stesso aveva predetto e auspicato l'uomo si liberò dalle sue catene.

Ma quello che non aveva predetto, e che di certo non aveva auspicato, era che non sempre le catene sono dannose.

Il mondo in cui viveva non era perfetto. C'erano ancora aspri contrasti, attriti internazionali di grande portata, forti squilibri economici e sociali tra le varie nazioni. Al momento, non le aveva ritenute questioni importanti: grazie al dono che lui avrebbe fatto al mondo, tutti i contrasti sarebbero stati appianati, tutti gli squilibri risolti, e l'umanità avrebbe potuto marciare unita verso una nuova età dell'oro.

Si aspettava che il potere assoluto portasse all'illuminazione assoluta, e non alla corruzione assoluta come aveva spesso sentito dire. Non era mai stato in grado di credere sul serio a quegli inutili allarmismi. Non poteva - non voleva - rendersi conto che quello che riteneva un dono non era in realtà altro se non la maledizione più terribile.

Quando aveva infine compreso la portata dell'errore che aveva commesso - il più grande di tutta la storia del mondo - aveva subito cercato di dissuadere coloro a cui lui aveva donato quel potere dallo sfruttarlo. Il metodo non era stato studiato per essere applicato in quel modo: non era stato testato, non era stato studiato, non era per nulla sicuro. Avrebbero liberato una quantità di energia inimmaginabile, che sarebbe stata molto difficile se non addirittura impossibile da controllare. Ma loro erano troppo presi dal loro potere, dalla loro volontà di essere temuti più che rispettati, di affermare se stessi su tutto e tutti. Non avevano voluto ascoltarlo.

Se ne erano andati tutti, nessuno escluso.

Quasi nessuno, anzi. Lui era ancora lì, forse l'unico essere vivente scampato alla distruzione dell'intero pianeta senza riportare il minimo danno, l'ultimo superstite circondato da nient'altro che morte.

E forse era proprio quello il motivo: lui non era morto proprio per poter contemplare le rovine che lui stesso aveva contribuito a creare. Non aveva mai creduto nell'esistenza di un qualsiasi creatore o essere superiore in vita sua, né quella catastrofe aveva cambiato il suo modo di vedere le cose. Quale essere onnipotente avrebbe voluto creare un mondo imperfetto come il loro? Eppure, non riusciva a scacciarsi dalla testa il pensiero che quel dio sconosciuto esistesse e lo avesse lasciato in vita non per pietà, ma per punire il suo sconfinato orgoglio. Se così era, aveva raggiunto il suo scopo.

Il filo dei suoi pensieri fu rotto quando una grossa goccia di pioggia lo colpì sulla testa, riuscendo finalmente a vincere la già precaria resistenza offerta dal suo ombrello. Fece una smorfia e soffocò un urlo. Erano finiti ormai i tempi in cui dal cielo pioveva solo acqua pura e innocua. Abbassò lentamente la sua protezione ormai diventata inservibile, corrosa com'era da quel veleno, e alzò lo sguardo verso il cielo invaso dalle nubi. La pioggia riempì in pochi secondi i suoi occhi, provocandogli un bruciore insopportabile, mentre altre gocce sottili come aghi gli bucherellavano gli abiti.

Alla fine, il momento era giunto.

Gettò quello che rimaneva dell'ombrello nel fiume, e lentamente e faticosamente, si sdraiò a terra vicino alla riva. Non ricordava di essersi mai sentito tanto stanco in vita sua. Il terreno era scuro e fangoso, e bruciava al contatto con la pelle. Respirava a fondo, lasciando che quell'aria velenosa entrasse dentro di lui per terminare la propria opera.

Mentre la pioggia si accaniva su di lui, il suo pensiero tornò alla sua ultima opera, che aveva terminato poco prima di uscire all'aperto per l'ultima volta.

Aveva avuto un ruolo determinante nella distruzione dell'umanità: niente avrebbe potuto riportarla indietro, certo. Ma la sua memoria non se ne sarebbe andata con lei.

Vedendo che tutto era ormai perduto, aveva scelto di trascorrere gli ultimi giorni della propria vita raccogliendo e catalogando tutte le conoscenze, tutte le opere della mente e del cuore che la sua razza aveva prodotto nel corso dei millenni. Non aveva compiuto scelte: aveva inserito tutto, senza distinzione di qualità percepita o effettiva, e aveva istruito le reti delle macchine costruite dall'uomo perché trasmettessero ripetutamente quel gigantesco archivio nello spazio, almeno finché il tempo non avesse avuto ragione anche di loro.

Lui stesso aveva scritto la prefazione all'opera omnia del mondo, l'ultima pagina della storia dell'umanità, traducendola in tutte le lingue che conosceva, descrivendo quello che eventuali ascoltatori avrebbero trovato, mettendoli in guardia contro gli errori che alcuni di loro - lui primo fra tutti - avevano commesso, incitandoli a ritrasmettere all'infinito quell'ultimo messaggio, in modo da non lasciare che la loro storia fosse ingoiata nell'oblio.

Anche se morto, il suo popolo avrebbe continuato ad esistere per l'eternità.

Ormai, l'opera distruttrice dell'acqua e dell'aria avvelenate per sempre era quasi compiuta. Sentiva la vita abbandonarlo, scivolare via dei suoi resti devastati. Gli sembrò, nel fragore della pioggia battente, di udire un suono lontano, come un vago squillo di tromba. Non vi fece caso. Probabilmente soltanto un ultimo messaggio privo di significato inviato dai suoi organi di senso ormai in rovina, incapaci di razionalizzare la propria fine.

Poi, il nulla.

QUESTA FICTION NON è PUBBLICATA SOTTO CREATIVE COMMONS.

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