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Fic Challenge 2017 - Risultati e discussione

57 risposte in questa discussione

Sono lieto di annunciarvi la classifica finale della Fic Challenge 2017, con - tra le altre cose - i nomi degli autori!

Risultati

Racconto a b h d l s Totale
1. Dialoghi tra un lampione e un cittadino qualunque   di @Novecento 5 3 5 5 5 5 28 -5 -3 = 20
2. Meridione per principianti   di @Rust Degan 2 4 4 3 4 4 21 -4 -2 = 15
3. L'intellettuale dissidente   di @Vuvuzela 3 3 3 3 5 5 22 -5 -3 = 14
4. Senza titolo   di @Mr Ponty 4 2 4 4 3 3 20 -4 -2 = 14
5. Viaggio al confine dei mondi selvaggi   di @Lux 3 1 1 4 4 5 18 -5 -1 = 12
6. San Lorenzo   di @BlazePower 3 3 2 3 2 5 18 -5 -2 = 11
7. La deadline   di @Ale Duncan 1 2 2 2 2 1 10 -2 -1 = 7
8. Il successo?   di @Krono 1 2 3 1 1 2 10 -3 -1 = 6
Legenda giudici: a = aleterla, b = The_Biaf, h = Hero of Sky, d = CiaobyDany, l = Lucan(ba)ik, s = Sky_Anubis.
Come da regolamento, per ogni racconto vengono rimossi il voto più alto e il voto più basso. Lo spareggio tra terzo e quarto posto, a parità di punti e di voti da parte della giuria, è stato determinato dal voto totale pre-rimozione. 

 

Congratulazioni a NovecentoRust Degan e Vuvuzela che vincono un buono rispettivamente da 50, 25 e 15 euro (contattatemi in privato), e grazie a tutti i partecipanti e ai giudici senza i quali questa Challenge non si sarebbe potuta svolgere.

Data la scarsa partecipazione (ho ricevuto solo due voti in messaggio privato), il premio del pubblico - che comunque sarebbe stato solo simbolico - quest'anno non viene assegnato.

Di seguito le valutazioni, racconto per racconto, giudice per giudice; poi, in questo stesso topic sarà possibile commentare i racconti in gara e l'esito della Challenge.

 
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Giudizi di aleterla

Spoiler

Dialoghi tra un lampione e un cittadino qualunque.

Inizio subito col dire che questo racconto mi ha commosso, tanto, e che se non ho pianto è solo perché non lo feci durante il funerale di mio nonno e, per rispetto alla sua memoria, mi son ripromesso di piangere il meno possibile nella vita.
La storia funziona, dall'inizio alla fine. Leggendo il titolo si ha l'impressione di star per iniziare a leggere un racconto umoristico, di quelli che iniziano in un contesto di normale vita quotidiana, proseguono con situazioni assurde e al limite del reale, e che poi terminano magari con una morale; ed è così che nelle prime battute il racconto si presenta e prepara il lettore verso un prosieguo comico inscenato nel dialogo tra un uomo qualunque e un oggetto inanimato, il lampione, in cui la prevedibile domanda del come faccia il secondo a parlare non trova forza di svilupparsi, in un ambiente in cui la razionalità sembra essere totalmente andata a farsi benedire a causa del dolore fisico del protagonista, provato a seguito di una rovinosa caduta durante una passeggiata silenziosa e disattenta, dal cui punto di vista è narrato l'intero racconto e da cui dipende perciò l'anima stessa della storia: andando avanti con la lettura, però, l'atmosfera cambia e si inizia a realizzare quale direzione la storia deciderà davvero di intraprendere.
Con l'introduzione del “racconto nel racconto” inizia lo smarrimento: il passaggio dal comico al drammatico è veloce e coglie impreparato il lettore che all'improvviso si rende conto che, forse, una storia comica proprio non è; cercando quindi di capire qualcosa di quel che sta accadendo prosegue nella lettura, certo -o meglio speranzoso- che la perplessità che avvolge la sua mente verrà risolta più avanti: e questo accade, lentamente, mentre ogni risposta viene pian piano data in un susseguirsi ed una alternanza di momenti di riflessione e commozione, fino al finale in cui ogni dilemma trova la sua pace interiore.
Il racconto in sé è una piccola perla: lo stile usato, al di là di qualche termine ricercato, è abbastanza semplice e pulito, adatto ad un pubblico eterogeneo che non trova quindi difficoltà pratica alcuna nella lettura; il tema delle emozioni e riflessioni umane, tema sulla quale è incentrata la storia e che spesso e volentieri viene gestito in maniera discutibile, è qui affrontato in maniera impeccabile e l'autore si rivela capace di far riflettere lo stesso lettore, facendogli porre le stesse domande del protagonista, mentre si avvia verso una conclusione per nulla prevedibile e con la sua buona dose di emozioni.
In sintesi: c'è la storia, c'è lo stile, l'emozione. Null'altro serve.

Voto: 5/5


Il successo

Sarò crudele, ma devo dirlo: il titolo non è che l'antitesi di quello che è il racconto in sé.
Iniziando a leggere mi sono subito sentito disorientato: come ogni volta in cui leggo un racconto, ho provato ad immaginare le scene descritte e tutto ciò che la mia mente partoriva mentre leggevo era caos, un insieme di micro immagini apparentemente del tutto scollegate tra loro; sul momento non mi sono formalizzato troppo, perché confondere il lettore all'inizio per poi fornirgli tutte (o quasi) le risposte alla fine è un classico dei racconti brevi e non è di certo una cosa nuova nella Fic Challenge… solo che in questo caso la confusione non ha fatto altro che crescere, riga dopo riga.
Spoilerando un po' quello che sono contesti e personaggi del racconto (ma mi auguro che chi legga questa recensione abbia prima letto il racconto), vediamo innanzitutto di capire se ho ben compreso i fatti: il protagonista, il cui lavoro viene in realtà svelato solo alla fine, è un medium che tramite pagamento in denaro aiuta gli spiriti dei morti a risolvere questioni lasciate irrisolte con persone rimaste in vita; viene contattato da una ragazza defunta per chiedergli di parlare con un ragazzo che di lei era (o, per meglio dire, è ancora) ossessionato e che quindi, proprio a causa di questo forte legame che aveva difficoltà a rompersi nonostante gli sforzi di lei, riusciva a vederla anche sotto forma di spirito. L'elemento centrale del racconto è costituito dal dialogo tra il medium e questo povero nerd che non riusciva a superare la rottura di quell'unica vera amicizia avuta in vita sua: dialogo in cui viene sviscerata dall'inizio alla fine tutta la storia di questo legame tra due bullizzati, nato sui banchi di scuola media ma destinato a rompersi durante gli anni successivi, quando l'adolescenza continuerà a giocare tiri mancini al sesso forte e nel frattempo trasformerà la ragazza, portandola dall'essere Betty Suarez al diventare Penelope Cruz.
Pur non essendo il tema originale (Ghost Whisperer è solo il primo esempio che mi viene in mente), il racconto sembra essere stato perlomeno pensato ed elaborato, forse prendendo spunto dal vissuto dello scrittore stesso (non mi stupirebbe più di tanto, visto l'utenza che siamo), ma fallisce nei suoi intenti principalmente per un grosso, grossissimo problema: è scritto coi piedi. I due punti, i punti e virgola sembrano non esistere nella grammatica dello scrittore, perché a quanto pare sono facilmente sostituibili dalle semplici virgole; alcune virgolette aprono dialoghi che poi non vengono chiusi a dovere gettando benzina sul fuoco; strafalcioni verbali giganteschi che però, considerando le mie osservazioni precedenti e il fatto che vivendo sui social network ne leggo ogni giorno di cotte e di crude, guadagnano da me il privilegio di poter passare in secondo piano, mentre il terzo lo guadagnano le maiuscole messe a caso. La lettura è resa assai difficile e lo dice uno che su Facebook ogni giorno legge robe tipo: “nn lo so davvero cosa ai in testa l'ignioranza e una brutta cosa”; l'aggiunta di parole ricercate, a questo punto, risulta abbastanza comica, come se lo scrittore avesse scavato nella mente per inserire parole auliche e dare così al racconto un tono profondo che, con evidenza, prova ad avere senza aver possibilità di poterci riuscire.
La lettura è così ardua che non sono nemmeno così sicuro di aver capito completamente il racconto, perché mi sto sforzando di trovare il senso ad alcune scene senza riuscirci, scene che sembra siano state inserite forse per sensazionare il lettore, forse semplicemente per allungare il brodo: perché mi dovrebbe importare del medium che inizia a giocare con la sua mazza (evitiamo battute di ogni sorta) appena entrato in casa di uno che nemmeno conosce? Perché mi dovrebbe importare della vecchia che vuole fare jogging e si fa due rampe di scale in venti minuti, invece di chiamare la polizia, per assicurarsi che al piano di sotto non ci siano ladri? Cosa aggiungono queste scene al racconto? Cosa vogliono mostrare e perché?
Io, davvero, spero di non aver stupidamente mancato qualche passaggio (vista la grammatica, però, sarebbe un errore comprensibile), ma questo racconto per me è fallimentare sotto tutti i punti di vista: non conoscendo l'identità dello scrittore, non conosco neppure il suo livello scolastico ma, che voglia scrivere in futuro altri racconti o meno, non posso sottrarmi dal consigliargli di studiare. Tanto.

Voto: 1/5


L'intellettuale dissidente

Questa fic verte su un tema molto dibattuto negli ultimi tempi: quello dei tuttologi del web, per citare Gabbani.
Nonostante il tema proposto non brilli per originalità (se ne parla quotidianamente), questo racconto offre un punto di vista meno classico: non quello della critica al tuttologo, di cui vestiamo quotidianamente i panni e di cui conosciamo bene le caratteristiche, ma quello del tuttologo stesso, trascrivendo in forma scritta i pensieri che attraversano la mente di chi, quotidianamente, si arroga il diritto di criticare ogni tipo di notizia o persona sentendosi intellettualmente superiore; la critica dello scrittore è aspra ed è diretta anche, senza volerlo neppure nascondere troppo, a una parte del mondo politico che riesce a convincere le masse in maniera discutibile.
Il forte tema politico e sociale è talmente concreto nella vita quotidiana che non può essere altro che una sorpresa l'introduzione, all'improvviso, dell'elemento sovrannaturale: quello che all'inizio, nel racconto, non sembrava altro che una delle classiche serate di un ventiduenne in un locale con gli amici, si trasforma invece nella serata peggiore della vita dell'intellettuale dissidente che in un attimo, senza preavviso e possibilità di far qualcosa, terminerà quello che credeva l'incontro con la donna più bella che avesse mai visto nel peggiore dei modi, ucciso da quella che in realtà era una Banshee in una scena potenzialmente drammatica; il dramma è infatti solo potenziale, perché in realtà l'autore del racconto poco si cura del fatto che il ragazzo sia morto: riflette sul come sia morto, ovvero in una posizione non certo elegante, dopo una vita passata principalmente a giudicare ciò che credeva essere di sua totale conoscenza spacciando le sue parole come verità assolute, verità che in realtà nessuno gli aveva chiesto e che nessuno aveva mai realmente voluto leggere o ascoltare. La mortificazione dell'intellettuale dissidente arriva poi con l'esplicazione della morale della Banshee (di cui in realtà poco si continua a sapere anche a racconto terminato, dato che non è su di lei che la fic si concentra), che sceglie le sue vittime tra gli individui peggiori che incontra: così l'autore evidenzia ancora una volta, in maniera ancora più sprezzante, il suo pensiero riguardo questo tipo di comportamenti. Non vuole infatti disprezzare la persona in sé, ma solo quel determinato modo di agire: dell'intellettuale dissidente si conoscono solo i comportamenti relativi agli aspetti che lo scrittore vuole criticare, non ci si concentra su altri aspetti della sua personalità - che rimangono quasi sconosciuti per il lettore - e non si ha modo di conoscere i protagonisti approfonditamente, perché non è necessario, non è quello lo scopo. 
È un racconto non banale, scritto molto bene e dagli spunti di riflessione degni di nota che, però, peccano di originalità: pur trovando interessante la scelta di usare il punto di vista dell'intellettuale dissidente per farne critica, a fine racconto non c'è nulla di nuovo su cui riflettere, se non su discorsi già ampiamente affrontati da molti (troppi) in altre (tante) sedi e non dà modo ai lettori di sviluppare il tema verso nuove direzioni. Chi non si rispecchierà nelle caratteristiche dell'intellettuale dissidente applaudirà, chi invece lo farà (e non sarà difficile, visti i riferimenti politici) bollerà il racconto come stupido: in sostanza, al dibattito il racconto non aggiunge nulla ed è questa la sua colpa più grande.

Voto: 3/5



Deadline

Questo racconto aveva un sacco di potenzialità che sono andate sprecate pian piano nel prosieguo: il tema del “dopo la morte” è un sempreverde che cattura quasi con sicurezza una certa attenzione, ma per incuriosire deve essere trattato con una certa cura e soprattutto con una certa originalità.
La storia inizia con il protagonista che muore cadendo dalle scale. Gli si pone subito davanti la classica Morte che se lo vuole portare via, ma ovviamente al defunto, Adriano, la gitarella nell'aldilà non va tanto a genio e chiede piangendo di poter restare in vita un altro po', giusto il tempo per salutare i suoi cari (particolare commovente su cui bisognerà tornare in seguito). La Morte, forse perché reduce dall'ennesimo rewatch di Ghost, concede al ragazzo di tornare in vita per quarantotto ore, a costo però di essere successivamente eliminato dall'esistenza per sempre, senza aver possibilità di poter essere giudicato per l'accesso all'inferno o al paradiso e rinunciando persino alla possibilità di poter essere reincarnato; Adriano accetta senza pensarci due volte, esclamando di voler di accettare qualsiasi cosa pur di poter dire addio ai suoi cari e la cosa, subito, mi è parsa un po' innaturale persino per un racconto fantasy: sei appena morto, stai pregando la Morte in persona di lasciarti vivere un altro po' e rinunci alla possibilità di esistere in altra forma per sole quarantotto ore in più in questa vita? Un po' illogico, ma la cosa potrebbe essere giustificata dallo schock emotivo in corso, dall'ingenuità adolescenziale ma soprattutto dalla botta in testa presa capitolando dalle scale.
I due stringono il patto, ma la Morte rivela le righe piccole del contratto, quelle che se ci sono o meno non cambia nulla, tanto non le legge mai nessuno: Adriano non ritornerà nel suo corpo ma in quello di una persona in coma, Mattia, in stato vegetativo da un anno, che a differenza del ragazzino, per ovvie ragioni, aspettava la Morte con una certa impazienza e se ne va all'altro mondo senza neanche salutare. Per aggiungere fantasy su fantasy, la Morte fa dono ad Adriano della semi-immortalità, ma gli proibisce di rivelare a chiunque e in qualsiasi modo la sua nuova condizione, pena la cessazione dell'esistenza all'istante.
Una volta sveglio e iniziate le infermiere a gridare dell'ennesimo miracolo di San Gennaro, Adriano viene liberato dai vari tubi e macchinari necessari ad un comatoso e chiede di poter andare via; pestato il medico, reo di voler trattenere un tornato in vita in ospedale per degli accertamenti, supera le infermiere e, da buon James Bond, fuggedai medicanti lanciandosi dalla finestra del primo piano, cercando di trovare la strada verso casa. Avendo recuperato i documenti dell'ex comatoso ora in mano a San Pietro, Adriano riesce a trovare l'indirizzo e raggiungere l'abitazione di Mattia, speranzoso di trovare lì un metodo per tornare in fretta a Milano, sua città natale: un po' lontanuccia, essendo stato da pochi minuti catapultato nel corpo di un quarantenne ravennate.
Raggiunta la destinazione trova in casa il fratello (o è solo un amico? Non ho capito bene, ma non è un dettaglio importante) di Mattia, Alessandro (bellissimo nome, ottima scelta), che ovviamente esplode di gioia e gli propone, come prima cosa, di fare due tiri: lì per lì rimango un po' basito, mi sembra surreale proporre ad un fratello -o amico- praticamente appena tornato in vita di fare subito sport, ma poi la cosa viene subito chiarita perché non sono sono due tiri di Pallacanestro nei pensieri di Mattia, ma si parla ovviamente di bamba. Logico. Ancor più logico che Adriano accetti con la scusa del “ma sì, se non lo faccio ora non lo faccio più”, che in una situazione normale sarebbe pure una ottima giustificazione: non lo è però quando qualche minuto prima pregavi la Morte in persona di riportarti in vita giusto il tempo di salutare i cari -a cui sembrava tu volessi tanto bene- che dovrebbero essere la tua priorità assoluta, visto che per loro hai rinunciato alla tua esistenza; e non lo è di certo quando un certo dottore (che, come ringraziamento per essersi occupato di un comatoso per un anno, ha avuto in cambio un pestaggio) avrà di sicuro allertato OMS, Nato, Onu e i Templari per trovare il miracolato del secolo, la cui prima destinazione sarà senz'altro la casa in cui ti trovi adesso.
Dopo ventiquattro ore passate a darsi alla pazza gioia, culminando il tutto con un “puttan tour” (su cui è meglio non dire nulla, altrimenti non finiamo più), Adriano decide che è arrivato il momento di fare quello per cui ha rinunciato alla sua esistenza: prende una macchina e si dirige verso casa, giusto in tempo per assistere al proprio funerale e vedere il dolore dei suoi cari; sarebbe potuta essere davvero una scena commovente, se solo tutto il racconto precedente non avesse fatto ridere fino all'inverosimile. Non potendo spiegare loro di essere ancora lì nei dintorni, seppur ancora per poco, decide di scrivere ai propri familiari e amici dei biglietti, ringraziandoli dell'affetto e dell'amore ricevuto, recapitandoli nelle rispettive abitazioni: decide quindi di terminare la sua esistenza sui gradini del Duomo di Milano, in pace con sé stesso per aver fatto quello che voleva.
Il problema più grande di questo racconto è che il suo tema, la volontà di Adriano di dire addio ai propri affetti, viene relegato solamente alle ultime righe con la ovvia conseguenza di ritrovarsi poi a leggere un finale frettolosissimo e privo di pathos che, comunque, dato il tono scanzonatorio del corpo centrale della storia, era impossibile da trovare in ogni caso; il secondo problema più grande è la grandissima mancanza di logicità del protagonista che, se in un primo momento poteva essere giustificato, non trova poi senso alcuno, nemmeno parlando di un adolescente. Questi due grossi difetti fa impallidire la presenza di qualche errore grammaticale, che passa un po' quindi sotto silenzio (molto generosamente); passa meno sotto silenzio la tamarraggine che permea gran parte della storia, dalla bamba al riferimento al saluta andonio, senza dimenticarsi di quelle due righe in maiuscolo che farebbero impallidire persino i Christian De Sica e Massimo Boldi nei tempi d'oro dei cinepanettoni. Ok, forse esagero, ma siamo a quei livelli lì.

Voto: 1/5


Meridione per principianti

“Meridione per principianti” è costituito da tre storie distinte fortemente collegate tra loro: condividono tra loro alcune scene e personaggi, nonostante i protagonisti siano differenti. L'impostazione non è nuovissima ma è stata elaborata bene: si intuisce facilmente come storie, ambienti e personaggi siano stati pensati con una certa cura, così da arginare il rischio contraddizione.
Le tre storie prendono in esame uno spaccato di meridione forse un po' troppo romanzato negli anni, ma non per questo irreale: l'adolescente che si sente pesce fuor d'acqua tra i suoi coetanei, il cinquantenne insoddisfatto della propria vita e desideroso di nuovo brio, il padre di famiglia con la testa sulle spalle ma non per questo privo di preoccupazioni; tre realtà differenti eppure non così lontane, intrecciatesi in questo racconto in cui il sentimento predominante è la paura, in varie forme e gradi. L'autore fa di tutto per trasmettere questa sensazione al lettore, parzialmente riuscendoci: leggendo si riesce a comprendere i protagonisti, capirne le azioni e a volte giustificarle, grazie ad una visione a 360° offerta dei vari personaggi; l'autore centra l'obiettivo di inquietare l'animo del lettore, di intristirlo grazie soprattutto ad un finale ad effetto, nel quale in poche righe vengono concluse tutte e tre le storie nella peggior maniera possibile, che funge da incipit ad un prossimo futuro tragico, qui non raccontato.
La storia in sé è buona, studiata e ragionata, ma il racconto soffre di una malattia grave che danneggia tutto il progetto creato: la grammatica fallace. Troppe, troppe virgole sono messe dove non dovrebbero stare e alcune frasi sembrano essere state scritte da mezzo addormentato: il che è un peccato, perché in generale ho avuto l'impressione che l'autore sappia effettivamente scrivere, ma che forse tutto il racconto aspettava una successiva revisione prima della consegna, che per qualche motivo poi non è arrivata. Quei numerosi (ed evidenti) errori distruggono inevitabilmente il pathos del racconto che si vuole costruire pian piano, offrendo al lettore un prodotto finale tutto sommato mediocre che avrebbe potuto offrire di più, se curato meglio.

Voto: 2/5


San Lorenzo

Sono onesto, dopo aver letto le prime righe di questo racconto mi aspettavo, successivamente, arrivasse una bella scena di sesso, perché le premesse c'erano tutte: notte di San Lorenzo, verde e null'altro tutt'attorno, un ragazzo e una ragazza distesi a guardare le stelle, una bella poesia romantica… e invece niente, è partita una analisi scrupolosa su cosa sia davvero l'arte ed è finita la magia. Analisi con una sua dignità però.
Una delle prime cose che si nota nel racconto è che è scritto molto bene: il testo è solido, pulito, scorrevole e piacevole alla lettura; per quanto riguarda il contenuto, invece, devo aprire un capitolo personale a parte.
Leggere questo racconto mi ha divertito e allo stesso tempo annoiato: questo perché ho trattato l'argomento in esame innumerevoli volte con alcuni miei amici, in cui io condividevo il punto di vista della ragazza e loro quello opposto; a causa di questo, il racconto non è riuscito a darmi nulla: non perché non avesse nulla da offrire, ma perché avevo già tutto quello che voleva darmi. Ho cercato di valutare il racconto provando ad escludere il sentimento di ripetività che il brano mi genera dentro, ma non è riuscito comunque a colpirmi: forse non aiuta il tipo che, a differenza della ragazza che ne rimane affascinata, più che altro mi ispira pugni. L'asticella è alta, le citazioni letterarie si sprecano e, forse, è proprio questo il problema: pur avendole personalmente apprezzate, rischiano un po' di appesantire tutto il brano anche se la ragazza, che rappresenta la parte “ignorante” del dialogo, ogni tanto prova ad alleggerire il racconto quanto basta per potergli poi permettere di rialzare il livello.
In sostanza, alla fine, riconosco come il brano sia niente male, sia dal punto di vista stilistico che dei contenuti, ma non posso ignorare il fatto che alla fine non mi abbia lasciato nulla -non solo per mio difetto- se non un dubbio: dopo la fine del racconto, 'sti due hanno fatto sesso oppure no?

Voto: 3/5.


Senza titolo

Ho dovuto leggere due volte il brano per capirlo.
Per un buon 50% del tempo speso a leggere questo racconto, la mia mente era annebbiata da una forte confusione che faceva difficoltà ad andare via perché non ci capivo nulla, mi sembrava tutto fin troppo caotico e insensato; continuando la storia sembrava finalmente acquisire un suo senso, una logica… per poi all'improvviso ripiombare nel confuso fino al finale, in cui tutto acquista un suo senso. Onestamente sono rimasto spiazzato e confesso di aver sorriso come un ebete, perché la sorpresa finale con me ha funzionato; il racconto è originale, scritto molto bene (a parte qualche dubbio nell'utilizzo delle virgole, che in un paio di occasioni avrei rimosso volentieri) e accattivante per i lettori che vogliono andare a fondo alle storie apparentemente complesse, anche se alla fine qui di complesso c'è ben poco: con il finale si dispiegano tutti i dubbi (magari rileggendo il tutto una seconda volta, giusto per accertarsi di non essersi persi qualcosa per strada) e anche i personaggi utilizzati molto semplici, simpatici e ben caratterizzati.
Non trovo difetti in questo racconto, onestamente. Può non piacere, perché la sensazione di spaesamento all'inizio della lettura può scoraggiare il proseguimento, ma è caratteristica del brano e non è certo una pecca.

Voto: 4/5.


Viaggio al confine dei mondi selvaggi.

Una semplice domanda prima di qualsiasi altra considerazione: perché? Perché, in una gara di fic challenge, mandare un capitolo di una storia decisamente più lunga? Perché giocare così coi sentimenti dei giudici? Cioè: uno inizia a leggere, continua a leggere e inizia magari a prendere confidenza con ambientazioni e personaggi, inizia ad affezionarsi, arriva ad una scena importante e poi “Continua...”. CONTINUA COSA??? Continua adesso! Perché sotto vedo solo righe bianche?
Non apprezzo la scelta, ma la rispetto anche perché questo prologo (perché un prologo è) ha tanto dalla sua: qualità di scrittura ottima (anche se forse sarebbe meglio gestire diversamente gli elenchi numerati), descrizioni fantastiche di ambienti e situazioni (l'autore ha sicuramente divorato tanti libri fantasy), personaggi ottimi (anche se quello del cavaliere, probabilmente destinato ad evolversi ulteriormente nel prosieguo, in questo prologo poco manca per rasentare l'inutilità).
Tolte le qualità oggettive che riconosco, la storia non mi ha particolarmente preso se non nel finale, quando tutto si è interrotto. La cosa mi ha lasciato l'amaro in bocca e mi lascia perplesso la scelta di inviare un racconto non concluso, senza un finale adeguato: non lo trovo adatto ad una Fic Challenge; anche se l'autore dimostra di saper gestire diversi tipi di scene (dalla più statica alla più dinamica), non posso ignorare il fatto che una storia incompleta rimane sempre una storia incompleta.

Voto: 3/5.

 

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Giudizi di The_Biaf

Spoiler

 

DIALOGO TRA UN LAMPIONE E UN CITTADINO QUALUNQUE

Un racconto a tratti interessante, a tratti noioso e stantio. Fornisce riflessioni carine e importanti, pone anche alcune domande, che tali sono destinate a rimanere.

Non ho apprezzato il fatto che la vicenda del Lampione fosse una storia narrata all'interno di un'altra storia, certo favorisce al realismo, ma avrei preferito una trama congiunta dove il protagonista è sempre lo stesso, piuttosto che “due storie” con due protagonisti praticamente identici. Non ho apprezzato anche le varie incursioni del narratore, ad esempio quando si scusa per non aver specificato qualcosa prima o quando dice di voler tenere alta la tensione narrativa. È una cosa che odio poiché blocca il procedimento della storia per qualcosa di futile, secondo il mio punto di vista.

Personalmente non è il mio genere, ma l'elaborato è oggettivamente valido e si prende la sufficienza, anche grazie alla forma perfetta, nonostante qualche piccolo errore di distrazione che ho notato.

VOTO: 3/5

 

IL SUCCESSO?

Questo racconto mi ha lasciato molto perplesso. Vuole raccontare e trasmettere qualcosa, ma si perde e alla fine mi sono trovato a chiedermi “quindi?”.

Qualcosa di interessante c'è, ma viene sviluppato male e non si capisce dove voglia arrivare fino in fondo. Sul finale sono rimasto anche abbastanza sconcertato dall'introduzione di un nuovo personaggio e di questa fantomatica Cabala, che mi paiono molto fini a sé stessi. Sembra quasi che il finale sia stato scritto molto in fretta.

Parlando di forma e stile: a volte risulta confusa, manca anche della punteggiatura. Molti dialoghi sono totalmente irrealistici e in un punto ho letto, durante la narrazione in prima persona, che viene usata la terza persona su se stessi.
Non mi ha convinto.

VOTO: 2/5

 

L'INTELLETTUALE DISSIDENTE

Racconto interessante, pone una buona critica, non troppo celata, ad un certo tipo di persona con cui abbiamo spesso a che fare al giorno d'oggi.

Lo stile di scrittura si sposa bene con ciò che si vuole far trasparire, anche se c'è qualche errorino e qualche ripetizione non necessaria (ad esempio “nemmeno lui sa quanti soldi ha di preciso” scritto in due frasi vicinissime). La critica maggiore che sento di fare è che forse viene tirata un po troppo per le lunghe, perché in fin dei conti non viene raccontato granché ed ho odiato nella scena clou, in bagno, l'elenco infinito di cose buttato lì durante “l'atto”. Ne sarebbe bastata la metà, l'idea era stata resa bene.

Sulla forma: ok, qualche errore sparso (tipo ottocento euro scritto in cifre “800 euro”), ma non influiscono troppo sulla fluidità.

Buona ma non eccelsa.

VOTO: 3/5

 

LA DEADLINE

Questa fic è qualcosa che nemmeno volendo riuscirò a dimenticare, fra citazioni a Martin Garrix, l'aggiunta di cose a caso e la totale innaturalezza di molte situazioni (i dialoghi poi).

La storia di base sarebbe anche interessante, ma risulta qualcosa di già visto e viene trattata con una leggerezza a tratti disarmante. Si perde in un'epopea che poteva tranquillamente non esistere e andare direttamente al punto, ma devo dire che il fatto che una persona conscia di avere solo quarantotto ore di vita, vada a divertirsi un'ultima volta è più che realistico.

Sulle ultime ventiquattro ore: cos'è successo? Sono state sviluppate in una decina di righe al massimo, finendo in fretta e furia e lasciandomi col dubbio di cosa avrebbe fatto poi la Morte, dato che hai scritto che lo spiava di nascosto. Mi aspettavo delle conseguenze, e invece niente.

Una base interessante mal sviluppata.

VOTO: 2/5

 

MERIDIONE PER PRINCIPIANTI

Questa è la fic più interessante in gara. Propone una situazione unica suddivisa in altre tre microsituazioni, vissute da tre protagonisti diversi. Espediente già visto molte volte, anche nel cinema (in una puntata dei Simpson addirittura), ma sempre affascinante per la catena di eventi che si può arrivar a creare.

La trama mi è piaciuta, molto noire e realistica, anche se alcune cose potrebbero sembrare forzate. Non ho gradito la reazione di Matteo all'occultamento di cadavere, che riesce ad addormentarsi quasi tranquillamente. Un ragazzino che assiste a qualcosa del genere è abbastanza probabile che rimanga spaventato per un qualche tempo. Nulla di grave ed incisivo sugli ottimi sviluppi di trama, comunque. Ho adorato il fatto che tutto fosse legato a quella maledetta bottiglia di grappa, causa scatenante della tragedia e la citazione ad How I Met Your Mother sulle "due di notte".

Ho trovato azzeccato il non usare dialoghi, poiché lo stile è abbastanza leggero e facile da leggere, oltretutto avresti rischiato di snaturare troppo la vicenda con dei dialoghi sbagliati. Piccola pecca forse è che a volte sei stato sin troppo leggero sulla psicologia e le emozioni.

Lo stile di scrittura è molto valido, ma occhio a qualche errore di distrazione e impostazione (agosto scritto con l'iniziale maiuscola più di una volta).

VOTO: 4/5

 

SAN LORENZO

Un'ottima riflessione accompagnata da un dialogo interessante sotto le stelle. Azzeccata la scelta di non portarla troppo per le lunghe e stilisticamente l'ho trovata molto valida.

Nonostante non abbia una vera e propria storia da raccontare e non sia per nulla il mio genere, mi ha trasmesso un'idea molto positiva e ho amato citazioni e aforismi usati e creati. Paragonare le star e gli artisti agli astri del cielo è un'idea meravigliosa.

Buon lavoro, non vado però oltre la sufficienza perché non ha moltissimo da raccontare.

VOTO: 3/5

 

SENZA TITOLO

Questa fic mi ha molto deluso. Ho amato i personaggi, l'ambientazione, il modo in cui è stata scritta, gli eventi narrati (seppur strani, ma affascinanti per questo). Poi è arrivato il CRACK.

E quel CRACK ha rovinato tutto. Parte una riflessione dello scrittore in cui volutamente racconta di non riuscire, ovviamente per finta, a proseguire con quanto ha creato e portare a termine la storia. No. È una cosa che non mi piace. Potrebbe sembrare un'idea geniale, magari per qualcuno lo è, ma a me non è piaciuta. Avrei preferito che avessi concluso la storia che stavi raccontando, magari anche finendola in maniera surreale. Peccato, davvero.

Sulla forma poco da dire, scritta bene anche se con qualche disattenzione.

VOTO: 2/5

 

VIAGGIO AL CONFINE DEI MONDI SELVAGGI

Questo “Viaggio” e questi “Mondi Selvaggi” dove sarebbero? Il racconto non ha una fine (“Continua...”) e dunque non si capisce cosa avresti voluto raccontare. Ed è un peccato, perché era l'unica storia a tema fantasy del concorso. Ci sono rimasto parecchio male vedendo che hai cercato di creare qualcosa e non l'hai portato a termine. Mi limito a commentare la forma e i personaggi, dato che non ho una storia da commentare.

I personaggi non sono niente di memorabile, sembra quasi il party di un JRPG (cavaliere, sacerdotessa e ladro), l'unico ben caratterizzato è il cavaliere, che ha un minimo di storia di background. Sulla forma: ci sono errori e ci sono frasi troppo “gonfie” in fase descrittiva (tipo il rumore quasi tangibile che poi si confonde col silenzio... come può confondersi col silenzio se è quasi tangibile?). Poi inserire gli elenchi numerati in un racconto letterario è uno degli errori più grossi. Certi dialoghi e situazioni sono totalmente innaturali e una sacerdotessa che pensa “coglione” ha un qualcosa di puramente comico. Della battaglia coi non-morti si fa fatica a capire bene cosa succede.

Mi dispiace, ma “per me è no!”, anche perché non finisce!

VOTO: 1/5

 

 

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Giudizi di Hero of Sky

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1) Dialoghi tra un lampione e un cittadino qualunque: Ho adorato tutto di questo racconto, l'introspezione, l'ingenuità del lampione, la storia parallella, che si amalgama alla perfezione a quella principale, la bassezza del protagonista. Il mio personaggio preferito è il lampione, con il suo candore disarmante. L'autore è abilissimo a caratterizzare tutti i personaggi e il finale è splendido

Voto 5/5

2) Il successo? : Questo racconto non l'ho capito dove vuole andare a parare e l'ho trovato il più anonimo.

Voto 3/5

3) L'intellettuale dissidente: Spassoso divertissement, non privo di spunti di riflessione

Voto 3/5

4) La Deadline: L'ho trovato davvero stereotipato, non lo nego. Il finale, sebbene scontato per i più attenti lo risolleva un po'

Voto 2/5

5) Mezzogiorno per principianti: Questo invece mi è piaciuto, e l'ho trovato scritto molto bene, anche se la trovata di raccontare pezzi della stessa vicenda da punti di vista differenti non è certo nuova

Voto 4/5

6) San Lorenzo: Insieme all'ultimo il racconto più banale, anche se non mi ha fatto arrabbiare come il sopracitato

Voto 2/5

6) Senza Titolo: Non esiterei a definire questo racconto postmoderno e l'idea è molto bella, e il tono a metà tra il riflessivo e il demenziale contribuisce in modo rilevante. Il racconto che mi è piaciuto di più insieme al primo.

Voto 4/5

7) Viaggio al confine dei mondi selvaggi: L'ho odiato. Tralasciando che dal titolo mi aspettavo tutt'altro, è un fantasy come ce ne sono a migliaia e il personaggio del cavaliere pauroso è irritante e stereotipato, così come del resto quello della sacerdotessa. Non ci siamo proprio.

Voto 1/5

 

 

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Giudizi di CiaobyDany

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Dialoghi tra un Lampione e un cittadino qualunque: 5/5
La mia preferita in assoluto dell'edizione. Non solo la trama è ben studiata, ma la narrazione nella narrazione è impeccabile. Ottima idea far credere al lettore che la storia principale sia l'incontro con il Lampione, per poi scoprire che la tragica realtà è un'altra, e che il primo racconto è solo un mezzo del protagonista per affrontare il proprio dolore. Scrittura brillante, non è da tutti riuscire a commuovere un lettore per lo spegnimento di un lampione, ma ci sei riuscita/o benissimo. Complimenti.

Il Successo?: 1/5
La peggiore dell'edizione. Scrittura pessima. Uso della punteggiatura assolutamente casuale (punti più rari di uno shiny e virgole spesso infilate tra soggetto e predicato). Passi dal discorso diretto al discorso indiretto senza fare una piega (e saltando spesso le virgolette). Come se non bastasse, il tutto è unito da trama incomprensibile e senza senso. Una morta paga un... mago? per... parlare? con un tizio che la ama così tanto da vederla anche dopo che è morta, e per farlo gli entra in casa, gli distrugge mezzo arredamento perché boh, e vedendolo il tipo non fa una piega, ma lo trova addirittura una persona affidabile? E poi sul finale l'amico che mangia il panino a casa e a cui racconta cosa è successo che cosa mi dovrebbe significare? No. No. No. Forse stavi tentando uno stile nonsense, ma per riuscire nell'intento dovevi usare battute molto più pungenti ed essere più surreale, non saprei. Di sicuro è un esperimento fallito, e il fatto che non ti sia presa/o la briga di rileggere per correggere alcuni typo e spazi mancanti non fa che peggiorare la situazione.

L'intellettuale dissidente: 3/5
Pokémon si scrive con la maiuscola e con l'accento acuto, se sai che in giuria c'è un amministratore del wiki, stacci attento, lol. Oltre a quello, anche "È" è stato scritto come E' in più occasioni, e la cosa non va bene. Tralasciando l'ortografia, questo il racconto mi è piaciuto per il finale decisamente inaspettato che ha saputo gestire benissimo il cambio di punto di vista improvviso (cosa che tendenzialmente non sopporto, quindi complimenti), ma non ha convinto pienamente per tutta la parte iniziale piuttosto pesante. Mi rendo conto che sia un effetto voluto per creare il contrasto tra l'opinione che ha di sé il protagonista e quello che poi pensa di lui la banshee, effetto riuscito benissimo peraltro, però resta un racconto difficile da digerire e poco scorrevole.

Deadline: 2/5
Dove specifico subito che non ho messo 1 solo per non metterla al livello di Il Successo? Storia piatta, scritta presumibilmente in pochissimo tempo e senza essere riletta. Addirittura le 48 ore si sono trasformate in 72 in mezzo alla fic. Pirandello si sta ribaltando nella tomba per la citazione fuori luogo, tra l'altro. L'idea poteva anche essere vagamente carina, ma perché un vivo dovrebbe trovare conforto in un bigliettino lasciato da un tizio appena seppellito? E soprattutto, perché mi hai parlato della notte di fattanza saltando la parte sicuramente più interessante della consegna dei biglietti "non senza qualche difficoltà"? Anche tralasciando tutto ciò, manca un messaggio trasmesso dal racconto. Ha fatto bene a sacrificare la propria anima per tre bigliettini? Boh! Aggiungo anche che le citazioni ai meme di pessimo gusto le potevi anche risparmiare...

Meridione per principianti: 3/5
Probabilmente la fic con la trama più studiata della competizione. L'intreccio narrativo mostrato dai tre punti di vista è impeccabile, peccato però per una forma di livello molto più basso. La punteggiatura è usata molto male e la struttura delle frasi è molto semplice. Questo mi fa pensare ad uno scrittore con un buon potenziale ma che deve fare esperienza. Nonostante poi sia mancata una rilettura attenta, a freddo, credo che la storia sia stata studiata nei dettagli prima di essere stata scritta, e la valorizzo per quel motivo.

San Lorenzo: 3/5
Una buona fic, sostanzialmente una riflessione psicologica in un contorno narrativo che ben si adatta ai contenuti. Non aspira ad essere un capolavoro, ma è certamente piacevole nella sua semplicità. Si differenzia bene dalle altre, il che è sicuramente un pregio per l'originalità. Tuttavia avrei gradito se Silvia avesse avuto un ruolo più attivo nella discussione, piuttosto che stare ad ascoltare e basta.

Senza titolo: 4/5
Questa storia credo sia la più audace della competizione, e per questo va premiata. È decisamente una fic nonsense fatta bene, se questo era l'intento dell'autore/trice di Il Successo? consiglio di prendere nota. Prende delle idee singolarmente buone, si rende conto che non stanno bene insieme ed ammette pubblicamente la cosa, trasformando un potenziale disastro in un componente ironico e divertente. Semplicemente geniale. Non ha il punteggio pieno a causa di alcuni errori di ortografia dovuti ad una mancata rilettura, che sembra essere una costante in questa edizione della competizione.

Viaggio al confine dei mondi selvaggi: 4/5
Che sia ben chiaro, il fatto che sia stata troncata mi ha fatto imbufalire non poco (continua... Continua dove? Come faccio a valutarla?), ma in un'edizione piuttosto scialba come questa non posso non valorizzare la fic più coinvolgente, meglio impostata narrativamente, ma soprattutto in cui si vede che non è stata scritta a 10 minuti dalla scadenza ed è ben studiata nei dettagli. I tre personaggi hanno dei caratteri solidi e sensati, mentre il narratore è decisamente il suo punto di forza, con la sua ironia molto pungente in grado di mostrare la situazione dai punti di vista di tutti i personaggi. Mannaggia a te che non l'hai finita, era proprio bella.

 

 

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Giudizi di Lucan(ba)ik

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Dialoghi tra un Lampione e un cittadino qualunque

Partiamo dal basso, per una volta. Sono pienamente d'accordo col padre del protagonista: gli ipotetici finali proposti non mi convincevano fino in fondo...mentre quello effettivamente usato calza a pennello ad una storia simile - ti sei superato con l'autocitazione finale - ed in generale dell'intero racconto non cambierei una virgola.
Mi reputo fortunato ad aver scelto questo piccolo capolavoro come primissima lettura della mia prima partecipazione in assoluto da giurato d'una fic challenge, è stato un caso poichè era semplicemente in cima alla lista sul sito; mi hai fatto venir voglia d'attaccare bottone con tutti i lampioni della mia città e, qualora dovesse andarmi male, spero tu sia così gentile da dirmi il nome di quella fantomatica via milanese. Ti chiedo anche un'altra gentilezza: non chiedermi perchè, tuttavia a giudicare dal titolo m'aspettavo una vicenda comica o almeno umoristica [sebbene riesca comunque in scioltezza a strappare qualche sorriso...in certi casi persino lasciando trasparire ambigua volontarietà, vedi il fenomenale gioco di parole << nemmeno fosse un luminare >>].
Paradossalmente mi ha fatto piangere più il lampione che i personaggi umani, seppur magistralmente presentati...ma credo, correggimi se sbaglio, che fosse proprio questo il tuo intento; d'altronde è più facile commuoversi per una morte “in diretta” che per una raccontata a posteriori, ad eventi già svoltisi. E' questo il meraviglioso paradosso che rende la tua opera così speciale: un oggetto illuminastrade più umano delle persone. HO VERSATO LACRIME VERE, SINCERE, SPONTANEE, AUTENTICHE, GENUINE, CALDE PER UNA FOTTUTA LAMPADINA. Quando lì vicino c'è gente che ha perso la propria f(am)iglia per colpa d'un tumore.
In tutta sincerità non ho intuito cosa il mio omonimo s'è dimenticato di dire all'amico, però ciò non m'impedisce di darti un roboante 5/5. Nonostante la scelta dei nomi, imho davvero pessimi, soprattutto Luca.

Il successo?

Sicuro che tu non abbia sbagliato titolo? Uno molto più appropriato sarebbe stato “Che è successo?” Ci ho capito tra il poco ed il niente, arrivare fino in fondo è stata una tortura interminabile.
Quale sarebbe il mestiere del protagonista (“mago” non l'accetto come risposta dato che di magie ne faccio più io quotidianamente) ? Agente matrimoniale? Piccione viaggiatore? Investigatore privato? Esattore delle tasse? Confidente professionale? Conduttore di quiz televisivo? Inviato di C'è Posta Per Te? Spaccaoggetti a domicilio?
E Anila è morta o no? E' il suo fantasma quello che esce dall'ospedale? Perchè il nerd è uno dei pochi a poterla vedere? Boh.
Quanto alla grammatica, poi, ho comprato una parrucca apposta per potermi mettere le mani nei capelli; proliferano orrori d'ogni sorta, taluni gravissimi!
Segue lista parziale: verbi mortificati (<< seguì >> anziché seguii, << riuscì >> anziché riuscii, << sentì >> anziché sentii, << voletti >> anziché volli, << Finito l'appuntamento, ed aver ricevuto il compenso >>) , pronomi personali ritoccati (<< prima che ti mi faccia qualsiasi domanda, sappi una cosa >>) articoli saltati (<< credo che decorso della malattia fu positivo >>) , repentini cambi di sesso (<< A quanto pare la Signorina Eldritch era un’eco-salutista, quindi preferiva fare più attività fisica possibile, ed ogni volta che è possibile evitare l’uso dell’ascensore lui semplicemente ne fa a meno >>) , licenze poetiche rivedibili (<< sembra aggregarsi in un tutt’utto con essi >>) , accenti mancati (<< Il ragazzo si abbasso il cappuccio >>) , clonazioni (<< per loro era uno di sicuro uno spettacolo >>) , plurali osceni (<< goccie >>) lettere invertite (<< diedi una legegra spinta >>) o cambiate (<< altrattanto >>) .
Per spezzare una lancia a favore di questo disastro completo, ma che sia una soltanto, devo dire che questa frase m'ha fatto cappottare: << I miei occhi non possono fare a meno di soffermarsi su due ballonzolanti particolari di lei, i suoi orecchini >> . AHAHAHAH! Si trova all'inizio e mi aveva fatto ben sperare; speranze cadute una dopo l'altra come tessere del domino. Quel singolo acuto naturalmente non t'eviterà un impietoso 1/5, sorry.

L'intellettuale dissidente

<< Una fine decisamente misera, a pensarci bene. Ventidue anni, l’ultimo modello di smartphone che è scivolato dai pantaloni e che è rimasto bloccato su un articolo dell’Internazionale, cinquanta euro ancora in una tasca >>
Ben gli sta, così impara a sentirsi già la vittoria in tasca! Ad onor del vero, tuttavia, va detto che aveva tutte le ragioni per farlo perché questo è sul serio un racconto coi fiocchi ed anche con le cravatte...nonché per me un validissimo pretendente ai 50 € del primo premio, appunto. Talmente valido che non saprei da dove cominciare dovendo elogiare le sue qualità; partendo dal principio troviamo l'unico aspetto che m'ha lasciato freddino, il titolo.
La prima cosa che balza all'occhio è il tono, fresco ed accattivante, diretto, sbarazzino, scanzonato, quasi provocatorio ma mai fuori luogo nè tantomeno noioso. In fin dei conti è una storia sempliciotta, però raccontata da dio (tra l'altro i miei occhi ringraziano sentitamente per tutti quegli spazi) anche grazie all'equilibrio grandioso tra parlato & narrato.
Il baldo giovanotto è una scusa extra lusso per far brillare di luce propria l'autentica protagonista, ovvero la sua aguzzina; sei riuscito a farmi innamorare di lei parlandomene, il brano ha una carica seduttiva pazzesca. Dubbio: non somiglia maggiormente alle vampire piuttosto che ad una banshee? Quest'ultima - nel folklore tradizionale perlomeno - assorda le vittime con urla strazianti, NON se ne nutre. Credo. Rispondi tranquillo, il 5/5 rimarrà tale indipendentemente dalla risposta.

La deadline

Prendiamo una buona idea di base condita da un titolo perfetto e mettiamola a cuocere in una padella di turpiloquio gratuito oltrechè fastidioso; poi rovesciamoci accidentalmente dentro un registro inadeguato ad una competizione scrittoria un minimo formale, quindi - per colpa d'una realizzazione approssimativa & frettolosa - facciamo cadere il tutto su un pavimento di punteggiatura zoppicante quando non proprio assente; rimettiamo sui fornelli la sbobba caduta come se nulla fosse avvenuto ed infine lasciamo che le mancate riletture facciano bruciare la ricetta dimenticata sul fuoco d'un finale quantomeno banale. Et voilà, così avremo questa fic.

Ti sei salvato dal voto minimo perché mi son piaciute l'associazione (non so quanto voluta) "scadenza = DEADline > Morte" nonchè la trama pur sviluppata male e conclusa peggio [sì, mi sto lamentando della brevità] : raggiungi a malapena il 2/5.
Potevi far succedere un'infinità d'altre cose, invece ne è uscito un riassunto schematico che annaspa nell'anonimato; mi sa che il Cupo Mietitore s'è portato via anche la tua ispirazione oltre ai poveri Mattia ed Adriano.

Meridione per principianti 

Enzo unico superstite della carneficina insomma; sul serio, ad un certo punto mi è quasi sembrato che ti stessi divertendo a far morire i tuoi personaggi uno dopo l'altro. Provo a concentrarmi prima sulle note dolenti per poi concludere in bellezza dicendo cosa ha funzionato.
La compilation di racconti gialli proposta è lunga, oserei dire eccessivamente lunga, in taluni passaggi si fa fatica a seguire una complessa trama nella quale s'intrecciano storie diverse. Non sono inoltre certo che l'assenza totale di discorso diretto sia un pregio: infatti se da un lato velocizza la lettura...dall'altro riduce drasticamente la frequenza con cui vai a capo, formando un wall of text alquanto pesante alla vista.
Però ti riconosco il merito d'aver creato un progetto assai ambizioso (che strizza l'occhio ad Inception & non sfigura nel confronto con esso)...mica è da tutti narrare la medesima vicenda da tre punti di vista differenti mantenendo sempre alta l'attenzione del lettore [tramite Matteo in primis] ; sei rimasto padrone del tuo lavoro ed infine tutti i pezzi del puzzle s'incastrano fra loro. Altra scommessa vinta - al netto d'alcuni stereotipi di troppo - è l'aver presentato il tutto sotto forma di guida introduttiva alla terronia, e te lo dice un terrone. Lodevole l'essenzialità della scrittura, non ti sei dilungato in noiose descrizioni o superflue fasi narrative.
Sarebbe un caso ideale per il commissario Montalbano...lo segnalerò ad Andrea Camilleri suggerendogli di metterti 4/5.

San Lorenzo

Gianni! L'ottimismo è il profumo della vita!
Silvia! Il pessimismo è l'olezzo della nostra relazione! Che poi non è neppure un racconto propriamente detto, non mi pare racconti una qualsivoglia storia...io vedo soltanto un'apologia del Pascoli mista ad una tediosa lezione d'astronomia espressa sotto forma di maxi dialogo intervallato da saltuarie scene di fanservice sdolcinato delle quali non s'avvertiva bisogno alcuno. La metafora “stella fissa = fama eterna” neppure mi pare talmente inedita o geniale da costruirci sopra addirittura una fic intera.
E niente, non posso fare molto altro se non esprimere il mio parere sui concetti espressi dall'unico personaggio maschile: secondo me barricarsi dietro il nostalgiafagging fine a sé stesso è sempre sbagliato, solo perchè una hit da discoteca difficilmente disquisirà di filosofia (N.B. anch'io detesto il tunz tunz tipico dei truzzi) non significa che tutta la produzione moderna sarà necessariamente spazzatura. Per inciso, Caparezza si beve Giovanni Pascoli a colazione, pranzo e cena come & quando vuole qualora si parli d'abilità con le parole.
Le stelle cadenti son cadute, si sono fatte male ed ingessate...forse avrò perso il celebre “fanciullino” dentro di me, fatto sta che un bel 2/5 alla coppietta romantica non lo toglie nessuno. Ti risparmio l'insufficienza grave poiché almeno hai riletto il tuo lavoro e scritto in italiano corretto, entrambe cose nient'affatto ovvie in quest'edizione della challenge; pure la durata è quella giusta per un testo di questo tipo. Titolo senza infamia né lode, accettabile ma potevi osare qualcos'altro.

Senza titolo

Premessa: sono sempre stato una persona che ha difficoltà ad inquadrare e contestualizzare quando si approccia ad una nuova storia di fantasia...sia essa in forma scritta, visiva e/o uditiva. Ed in tal senso la scelta di lasciare senza titolo una fic certamente non mi aiuta; ciononostante ho affrontato la lettura con la miglior volontà sulla faccia della Terra, lasciando da parte i pregiudizi...cosa peraltro nient'affatto straordinaria, sono un giudice dopotutto, è il mio compito.
Ebbene, la farò breve: la buona volontà non è bastata. Se questo fosse un contest di brutte copie avrebbe sicuramente ottime possibilità di trionfare, peccato che l'autore si sia dimenticato di ricopiare in bella; di fatto siamo davanti ad una gigantesca bozza della quale si capisce pressochè nulla, ed il fatto che alla fine tale impressione venga esplicitamente confermata dal narratore stesso rende il tutto ancor più inquietante.
Poi nella mia concezione un racconto breve dovrebbe esser fluido da leggere, invece la divisione per capitoli spezza ulteriormente un ritmo che già di suo non brilla per scorrevolezza.
Prendo in prestito la definizione di Sebastiano: << medio, senza sapore, facilmente dimenticabile, insipido, da non meritarsi neanche un appoggio completo >> . Ecco. Credo che qualcuno abbia preso eccessivamente alla lettera il “tema libero”; d'altro canto uno scrittore può legittimamente non scrivere per vincere bensì per diletto personale, lo so.
Tutto da buttare non è perchè qualche spunto interessante c'è: originale l'esperimento di mettere per iscritto un foglio ridotto a brandelli, buffi i nomi (Focaccia uber alles) , intelligente l'uso di Torretta per diffondere un messaggio sociale neanche troppo velato...purtroppo si son dispersi nell'oceano che Cavallone sognava.
Più di 3/5 non me la sento di dare, con buona pace della << idea decisamente vincente >> .

Viaggio al confine dei mondi selvaggi

Se c'è un espediente facile per ottenere la mia approvazione, quello è parlare di zombi. Tu non solo l'hai fatto, li hai presentati feat. descritti alla perfezione: mi sembrava di sentire la musica di Super Quark in sottofondo mentre leggevo la loro descrizione. Ad essi s'aggiunge un cast caratterizzato in maniera stellare; io l'avrei intitolata “LVX MEA DVX” invertendo il famoso detto, nel senso che la sacerdotessa Lux ha guidato il gruppetto nonché l'autore durante la stesura.
Storiella leggera, davvero esilarante specialmente all'inizio dove il tema ricorrente della “media” m'ha fatto sbellicare, la svolta fantasy nella seconda parte è godibilissima (ci sono poche cose più epiche d'una suora che pregando spara fiamme dalle dita) .
Il linguaggio è semplice ed efficace. Semplicità spesso anche eccessiva [<< manco >> anziché nemmeno e << pauraccia >> tecnicamente non sono errati, però sono diciamo antiestetici da leggere, idem gli << 1) >> e i << 2) >>] . Serve urgentemente una flebo di virgole ed in generale un'aggiustatina allo stile...a volte – senza offesa – troppo “bambinesco” altresì quando non parla lo spassosissimo Aleth.
Queste ultime sono quisquilie che non ti avrebbero precluso il mio voto massimo; il vero problema è il finale, o meglio il non-finale...tanto per restare in tema coi non-morti. Come accidenti sarebbe a dire << Continua... >> ? Dovremmo aspettare la prossima fic challenge per sapere in quale modo si conclude l'avventura? Meriteresti il tapiro d'oro di Striscia La Notizia per come hai rovinato con le tue stesse mani un lavoro che viaggiava spedito verso l'eccellenza, hai preso in giro i lettori oltre che te stesso. Comunque ti sei ampiamente guadagnato la pagnotta e pure il prosciutto ma è mancata la sottiletta, 4/5. Unico cono d'ombra in un ambiente ben illuminato.

 

 

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Giudizi di Sky_Anubis

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Recensione per “Deadline”

Ammetto che il titolo mi aveva incuriosito, ma sinceramente il racconto ha deluso le mie aspettative. Punteggiatura messa a caso, personaggi che il lettore continua a ritenere anonimi fino alla fine del racconto e per finire il protagonista che, non si sa come, diventa all’improvviso un festaiolo scatenato quando due secondi prima era determinatissimo a sfruttare quel poco tempo che gli rimane per riuscire a trovare un briciolo di pace. Tra l’altro, il racconto è davvero troppo breve, non viene descritto bene nulla. Posso capire che la Morte non venga analizzata a fondo (del resto, è una forza primordiale, e come tale fa il suo lavoro e basta), ma mi sarei aspettato un’analisi psicologica approfondita del protagonista Adriano, che invece, anziché apparire come il protagonista, appare quasi come se fosse un personaggio secondario. Il mio voto è assolutamente negativo, è 1.

 

Recensione per “Il successo?”

Allora, per cominciare ci sono molti errori grammaticali, ma anche la trama lascia alquanto confuso il lettore. Dal mio punto di vista, avresti dovuto dare un’analisi psicologica più accurata del perché Alina ha rifiutato con gli anni l’amicizia del personaggio, e non limitarti ad un semplice “Sta diventando di nuovo appiccicoso” da parte sua. Ripeto, questo racconto confonde il lettore, non mi sento di dargli un voto troppo alto, quindi, mi dispiace, ma merita un 2.

 

Recensione per “L’intellettuale dissidente”

Un racconto dalla forma eccellente, che non annoia nemmeno un po’ perché indaga attentamente la psicologia del protagonista fino alla sua morte ad opera della banshee. Il racconto ha un titolo che però non ha nulla a che fare con la vera personalità del protagonista, dandogli una forte vena di ironia, un protagonista che in realtà fonda la sua cultura su ciò che gira sul web, dando retta alla prima notizia che gli si para davanti. Ciò rispecchia una vasta fetta della società odierna. È un racconto breve fenomenale, mi sento di dargli il massimo dei voti. Mi è piaciuta soprattutto una frase alla fine, “l’intellettuale non aveva arricchito niente e nessuno”, che contorna tutto l’opera.

 

Recensione per “Meridione per principianti”

Mi è piaciuto, devo essere sincero. È un racconto molto leggero e scorrevole. La trama è atroce, non nel senso che è brutta, ma nel senso che è un susseguirsi di eventi disperati, ma tiene alta l’attenzione e non permette al lettore di annoiarsi. Ho studiato da poco James Joyce, e devo dire che questo racconto mi sembra, per la tematica, molto vicina a Dubliners. L’autore è stato bravo a descrivere scene di vita quotidiana, persone normali, situazioni banali come in effetti può essere una festa di compleanno, ma al contempo è stato bravo anche a creare una sorta di climax che tenesse alta l’attenzione. L’analisi psicologica dei personaggi è alquanto accurata, seppure non sia propriamente approfondita. Mi è piaciuta l’idea di descrivere un unico evento da tre punti di vista diversi, è una ventata di novità che ho trovato davvero in pochi libri e in pochi racconti che ho letto.

Assegno al racconto un 4 meritato.

 

Recensione per “San Lorenzo”

Un racconto molto leggero, che sa però intrattenere e che sa far pensare. È scritto in maniera impeccabile. Il protagonista, Gianni, è come se fosse la voce della coscienza, il Grillo Parlante che con le sue parole sa far riflettere il lettore, che viene incarnato da Silvia. Un racconto profondo, che unisce la magia di una notte come quella di San Lorenzo alle riflessioni di un giovane ragazzo con l’animo dell’artista, l’animo di chi sa riconoscere la vera arte e la vera bellezza. Per me vale il massimo.

 

Recensione per “Senza titolo”

Sembra di leggere il manifesto del Dadaismo, sinceramente, in un turbine di follia e di sensazioni quasi campate per aria. Quasi. In realtà mi è piaciuta l’idea della critica intrinseca alla scrittura che l’autore ha esplicitato alla fine. In realtà non saprei cosa scrivere in questa recensione, oltre a quello che ho appena detto e oltre a dire che la forma è ottima, se non per qualche errore di battitura. Però questo racconto, pur nella sua follia, ha un certo fascino. L’autore è riuscito a rendere interessante una trama completamente campata per aria, quindi non mi sento di bocciarlo. Non direi che è un lavoro mediocre, ma non direi nemmeno che è un lavoro eccelso. Io gli assegnerei un 3.

 

Recensione per “Dialoghi tra un Lampione e un cittadino qualunque”

Devo ammettere che il ritmo narrativo è un po’ lento, e si ravviva soltanto al secondo interludio. Nonostante tutto, il racconto è molto profondo e indaga attentamente la psicologia del protagonista, rivelandone i tormenti interiori e la personalità. È quasi come se il Lampione fosse un saggio che ha guidato il protagonista e lo ha fatto crescere. Finalmente nella fine del racconto riesce ad uscire dalla sua malinconia e riesce a usare la determinazione che ha nascosto dentro di sé a causa degli innumerevoli dolori che ha patito. Il padre del protagonista, invece, è come se fosse una sorta di ancora di salvezza. Nonostante il racconto non mi abbia intrattenuto particolarmente, è scritto in maniera impeccabile, per questo gli assegno un 5 meritato.

 

Recensione per “Viaggio al confine dei mondi selvaggi”

Per quanto sia soltanto (a quanto pare) il primo capitolo di un racconto che deve ancora evolvere, il manoscritto è ottimo. I personaggi (il piccolo ladruncolo e la sacerdotessa) sono, nonostante la brevità del manoscritto, caratterizzati in maniera ottima. Nonostante possano, ad un primo impatto, apparire abbastanza stereotipati, non mancano elementi di novità propri della fantasia dell’autore, come i poteri di fuoco di Lux o la sfacciataggine ingenua del piccolo Aleth. Sigmund, al contrario, ritengo sia un personaggio molto originale da tutti i punti di vista. Il fatto che sia un perfetto imbranato all’inizio del racconto lascia spazio alla determinazione che riesce a trovare non si sa dove mentre combatte i non-morti del villaggio, anche se tale determinazione gli è sorta soltanto dopo aver ricordato le parole del padre. Lo stereotipo del prode cavaliere è sempre stato usato dagli scrittori di qualsiasi epoca, ma qui viene rivisto in una luce diversa, aggiungendo la timidezza propria dello studioso e la furia di chi non vuole deludere i propri amici. Sigmund è dunque un personaggio estremamente eterogeneo, ma in cui gli elementi che ne costituiscono la personalità sono perfettamente amalgamati tra di loro. L’analisi psicologica che l’autore ha fatto di Sigmund è pressoché perfetta, per un racconto breve come questo, ed è perfettamente riuscito ad adattarlo al contesto della fic challenge. Il personaggio di Lux è però quello che mi incuriosisce di più, con il suo atteggiamento da monaca di Monza che ha dimostrato non appena ha visto il ragazzo nella taverna. In quanto al tema, il successo viene incarnato proprio da Sigmund, che riesce a reagire quando i non-morti lo attaccano e a brandire la spada per la prima volta. La narrazione è scorrevole, fluida, e non annoia assolutamente, ma anzi tiene vigili e porta il lettore a chiedersi con ansia cosa succederà in seguito, in un crescendo che culmina con l’affermarsi dello spirito guerriero di Sigmund e della rivelazione dei poteri di Lux. Il giudizio su questo racconto è assolutamente positivo, per me ha un 5 pieno.

 

 

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(modificato)

Congratulazioni a tutti e grazie a tutti i giudici che hanno speso del tempo per leggere e recensire la mia fic, che abbiano poi dato un buon voto o no mi è (relativamente) indifferente. Dico questo perchè seppure mi sarebbe piaciuto salir sul podio (come tutti d'altro canto) apprezzo molto le critiche costruttive e riconosco la mia accidia nell'aver rinviato la stesura finale fino al non avere il tempo per la correzione della seconda parte. Cercherò di rifarmi in futuro, si spera. 

Ho provato ad osare come credo si sia potuto capire dal testo, e sono abbastanza soddisfatto che alcuni siano riusciti a comprendere cosa volevo trasmettere. Per gli altri, fa niente, non credo sia simbolo di scarsa intelligenza, anzi ero già pronto a più "1" per quel finale abbastanza fuori luogo. 

E quindi niente, grazie ancora e complimenti ai vincitori. 

 

EDIT: mi son dimenticato di aggiungere il mio parere sull'unica fic che ero interessato veramente a leggere, cioè quella di 900.

Visto che trovo fuori luogo il sistema con soli 5 punti da attribuire, eviterò di dare un voto anche perchè sto iniziando a disaffezionarmi sempre più da essi..

Il racconto è scritto bene, sembra essere scritto da un professionista (ergo, qualcuno che scrive romanzi per mestiere). La forma mi è piaciuta. Ho notato solo 1 (o forse 2) sviste ortografiche, ovviamente trascurabili. La forma di conseguenza mi è piaciuta. Le uniche due note dolenti, sono state l'utilizzo di alcuni termini a mio parere fuori luogo, che almeno per me hanno rotto la sospensione dell'incredulità ed in un caso anche la fluidità della lettura, costringendomi ad utilizzare un dizionario per acculturarmi, e la storia ad intreccio presente nel racconto.

Potrebbe sembrare una critica abbastanza grossa, perchè in fin dei conti il racconto mi è piaciuto, il che è vero. Ma non ritengo brutta la parte in cui si scopre che il protagonista aveva una figlia che gli è morta etc., l'ho trovata in realtà semplicemente noiosa e da cliché. Le parti che avrebbero dovuto emozionarmi non mi hanno emozionato come a mio parere avrebbero dovuto. Specialmente la scena della chiesa l'ho trovata semplicemente priva di emozioni. Molto più emozionante e bello è stato vedere la scena della morte del lampione. Probabilmente se il racconto si fosse incentrato solo su di lui, sarei stato molto più soddisfatto.

 

Per il resto, come ho già detto, la fic mi è piaciuta. 

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Hey @Novecento vorrei uscire con il vincitore della fic challenge, ti va una cena al lume di candela solo io e te?;)

Modificato da Dream
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19 minuti fa, Mr Ponty ha scritto:

Visto che trovo fuori luogo il sistema con soli 5 punti da attribuire, eviterò di dare un voto anche perchè sto iniziando a disaffezionarmi sempre più da essi..

la mia idea era di liberarsi dai condizionamenti scolastici (per cui la scala da 1 a 10 diventa il "voto che si darebbe a un tema") e "omogenizzare" la scala di valutazioni offrendo meno libertà nelle sfumature di voto; dato che anche alcuni giudici mi hanno segnalato difficoltà nel valutare con così pochi punti a disposizione, l'anno prossimo probabilmente ci organizzeremo per cambiare il sistema di voto in qualcosa di più "espressivo".

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2 minuti fa, Gkx ha scritto:

la mia idea era di liberarsi dai condizionamenti scolastici (per cui la scala da 1 a 10 diventa il "voto che si darebbe a un tema") e "omogenizzare" la scala di valutazioni offrendo meno libertà nelle sfumature di voto; dato che anche alcuni giudici mi hanno segnalato difficoltà nel valutare con così pochi punti a disposizione, l'anno prossimo probabilmente ci organizzeremo per cambiare il sistema di voto in qualcosa di più "espressivo".

ritengo che usare soltanto 5 punti in una scala limiti fortemente la differenziazione tra i voti e possa anche porta a problemi nell'esprimere al 100% quanto valga l'opera che si sta esaminando (cosa che avviene anche con 10 punti, sicuramente, infatti io usavo una scala a 100 e teorizzavo anche una a 1000 in certi casi, ma è un'altra storia).

Magari se vuoi differenziare potresti usare le stelle ma accettare anche le mezze. In realtà sarebbe in sostanza la stessa cosa (10 possibili voti contro 10 possibili voti), ma se vuoi distogliere l'attenzione dalla votazione stile tema d'italiano, allora basta cambiare la forma e lasciare intatta la sostanza, e dovrebbe comunque funzionare. 

 

Modificato da Mr Ponty
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10 minuti fa, Mr Ponty ha scritto:

ritengo che usare soltanto 5 punti in una scala limiti fortemente la differenziazione tra i voti (cosa che avviene anche con 10 punti, sicuramente, infatti io usavo una scala a 100 e teorizzavo anche una a 1000 in certi casi, ma è un'altra storia).

l'intenzione era quella: dato con 1-10 ognuno ha la "sua" scala, limitandosi a 1-5 si può ottenere un giudizio più netto. e dato che in generale su una scala 1-10 i voti 1-3 non vengono quasi mai utilizzati, si può lavorare sulle sfumature dei voti positivi; la scala di riferimento che ho dato ai giudizi infatti è 1=brutto, 2=mediocre, 3=discreto, 4=buono, 5=ottimo, che in fin dei conti volendo tradurla in "scolastico" sarebbe 1=(da 1 a 4), 2 = 5/6, 3 = 7, 4 = 8, 5 = 9/10.

comunque capisco che la cosa possa sembrare limitante o creare confusione, quindi:

10 minuti fa, Mr Ponty ha scritto:

Magari se vuoi differenziare potresti usare le stelle ma accettare anche le mezze. In realtà sarebbe in sostanza la stessa cosa (10 possibili voti contro 10 possibili voti), ma se vuoi distogliere l'attenzione dalla votazione stile tema d'italiano, allora basta cambiare la forma e lasciare intatta la sostanza, e dovrebbe comunque funzionare. 

l'idea per l'anno prossimo è quella...

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2 ore fa, Dream ha scritto:

Hey @Novecento vorrei uscire con il vincitore della fic challenge, ti va una cena al lume di candela solo io e te?;)

Una cena a lume di lampione...

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1 ora fa, Rust Degan ha scritto:

Una cena a lume di lampione...

^ dopo questa cambio il tuo voto da 4 a 5

Modificato da Lucan(ba)ik
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In tutto questo, un interrogativo scuote le menti del Picieffe: ma Vuvuzela, chi è?

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a scuotere me è un altro fatto: che sia stata Lux stessa ad aver scritto la propria avventura autobiografica col bambino ed il cavaliere

Modificato da Lucan(ba)ik
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Shit, niente Furor di Popolo? Ma io puntavo alla targhetta!

(La formattazione di questo post è una merda. Non fatemelo pesare.)

 

Okay, tornando seri per venti secondi, wow. A essere totalmente sinceri questa vittoria è marginalmente meno inattesa della prima, prevalentemente perché ero sicuro che Through a glass, darkly fosse una merda da cima a fondo mentre pensavo di aver azzeccato almeno qualche frase del Lampione. Resta comunque qualcosa su cui non facevo per nulla affidamento. Non so bene da dove cominciare, quindi parto con risposte a un po’ di robe interessanti e/o divertenti che ho letto nel thread. I ringraziamenti sono più sotto, poi i miei commenti voluti da nessuno sulle altre storie.

 

5 ore fa, Gkx ha scritto:

Non ho apprezzato il fatto che la vicenda del Lampione fosse una storia narrata all'interno di un'altra storia, certo favorisce al realismo, ma avrei preferito una trama congiunta dove il protagonista è sempre lo stesso, piuttosto che “due storie” con due protagonisti praticamente identici.

Di solito non rispondo alle critiche dei giudici perché mi serve tempo per interiorizzarle e analizzarle, ma… il protagonista è sempre lo stesso? Cioè, è l’intera idea di base. In effetti, ci sono ottimi estremi per argomentare che sia anche la stessa storia.

5 ore fa, Gkx ha scritto:

Paragonare le star e gli artisti agli astri del cielo è un'idea meravigliosa.

… Biaf…

… Biaf…

… Perché credi che le star si chiamino così…

5 ore fa, Gkx ha scritto:

[...] in certi casi persino lasciando trasparire ambigua volontarietà, vedi il fenomenale gioco di parole << nemmeno fosse un luminare >>

Ah, giusto! Il gioco di parole, il gioco di parole sul luminare, il gioco di parole studiato appositamente sul doppio significato di luminare, il luminare e il suo gioco di parole…

Ok, mi vergogno un po’, ma non era un gioco di parole volontario. Ho scoperto che c’era leggendo il tuo giudizio. What the fuck, man.

5 ore fa, Gkx ha scritto:

Nonostante la scelta dei nomi, imho davvero pessimi, soprattutto Luca.

Hah! Ingenuo. Era chiaramente una manovra per assicurarmi il tuo voto. Just according to keikaku.

4 ore fa, Mr Ponty ha scritto:

Le uniche due note dolenti, sono state l'utilizzo di alcuni termini a mio parere fuori luogo, che almeno per me hanno rotto la sospensione dell'incredulità ed in un caso anche la fluidità della lettura, costringendomi ad utilizzare un dizionario per acculturarmi, [...]

Ok, questa è una cosa che ha fatto presente anche aleterla nel suo giudizio. Qui dovete darmi una mano voi, perché io quelle parole non le vedo. Nel senso, non riesco a capire letteralmente a cosa vi riferiate. Questa è una mancanza ciclopica da parte mia, quindi potresti indicarmi i termini che ti hanno portato temporaneamente fuori dalla storia? Anche solo un singolo esempio va bene, giusto per poter studiare la cosa con un riscontro esterno.

4 ore fa, Mr Ponty ha scritto:

Potrebbe sembrare una critica abbastanza grossa, perchè in fin dei conti il racconto mi è piaciuto, il che è vero. Ma non ritengo brutta la parte in cui si scopre che il protagonista aveva una figlia che gli è morta etc., l'ho trovata in realtà semplicemente noiosa e da cliché. Le parti che avrebbero dovuto emozionarmi non mi hanno emozionato come a mio parere avrebbero dovuto. Specialmente la scena della chiesa l'ho trovata semplicemente priva di emozioni. Molto più emozionante e bello è stato vedere la scena della morte del lampione. Probabilmente se il racconto si fosse incentrato solo su di lui, sarei stato molto più soddisfatto.

Lo dirò più sotto, nei ringraziamenti, ma io ero convinto dell’esatto opposto (che le scene con il Lampione fossero uscite di merda, mentre quelle “reali” fossero buone). Lo anticipo qui perché ero ulteriormente convinto che la scena della chiesa fosse l’unica parte che non avrei potuto scrivere meglio, mentre tu mi dici che ha fallito nel far provare emozioni. La cosa mi strania e dovrò davvero rifletterci a lungo per capire come possa migliorare; fino ad allora volevo rivolgere un ringraziamento particolare a te per il feedback dettagliato. Ogni Fic Contest mi dà una prova in più che nell’autostroncatura sono davvero negato.

4 ore fa, Dream ha scritto:

Hey @Novecento vorrei uscire con il vincitore della fic challenge, ti va una cena al lume di candela solo io e te?;)

Non direi mai di no a Katherine Langford.

 

Avendo finito con le risposte, ecco i ringraziamenti. Che poi è quello che tutti aspettavano, a chi non piace essere ringraziato?

  • Ovviamente ringrazio tutti i giudici per i loro commenti che mi hanno fornito punti di vista molto interessanti circa come il mio racconto venga interpretato dal lettore. Per esempio ero convinto che le parti corsivate (quelle “reali”) fossero uscite molto meglio e molto più d’impatto delle parti regolari (quelle “del Lampione”), mentre tutti mi hanno detto il contrario; inoltre non mi aspettavo che fosse così diffusa la percezione iniziale di un racconto “umoristico”. Avrò molto su cui riflettere nei giorni a venire. Nota a margine: quest’anno siete sei, come i quark! Non so chi di voi sia il charm, ma so di certo chi è lo strange.
  • Ringrazio Gkx, che ha avuto pietà di un rimbambito incapace di inviare un MP dopo nove (Dio mio) anni passati sui forum.
  • Ringrazio Dundertale, il video che mi ha dato l’ispirazione per scrivere il racconto. Non c’entra nulla con quello che ho scritto o con l’idea di base, però ricordo che dopo averlo visto per la prima volta ho detto “okay, ora so con cosa partecipo”. Vai a capire.
  • Ringrazio The Legend of Zelda: Breath of the Wild, che ho dovuto aspettare a giocare perché ero strettissimo con i tempi della consegna. Tra lui e Xenoblade sto iniziando a notare uno schema.
  • Quest’anno non si beccano ringraziamenti né Dream né Marco, perché avevano fatto voto all’altare di partecipare e non si sono presentati. Questa me la lego al dito, stronzoni.

 

Infine concludo i Giudizi Non Richiesti. Li ho scritti mentre aspettavo che il contest terminasse per via delle norme del Furor di Popolo di questa edizione, quindi non avevo idea di chi fosse l’autore di cosa. Tuttavia, poiché sono convinto che il giudizio che esprimo debba variare molto in base a chi produce gli elaborati (a seconda della sua esperienza come scrittore e delle sue ambizioni letterarie), ho aggiunto in coda a ogni commento un trafiletto in cui tiro le somme scritto dopo la pubblicazione dei risultati. Tutto il resto è da considerarsi a prescindere da chi ha scritto i singoli testi.

 

Spoiler

Premessa: l’anno scorso ho specificato decisamente troppo tardi una cosa che credevo palese e palese non era, quindi ho deciso di dirlo chiaro e tondo qui. Non sono un giudice. Non voglio fare il giudice. I miei commenti (o giudizi, o recensioni, o come vi piace chiamarli) sono intesi con l’idea di aiutare a mettere in luce difetti dei racconti in maniera proporzionale al livello dei racconti stessi. Detto in termini profani, più siete bravi più vado giù pesante e pignoleggio nelle correzioni. Questa è una cosa che i giudici di norma non possono fare, in quanto il loro compito è valutare tutti i racconti con lo stesso metro, ma se ricordate io non sono un giudice. In particolare, ai livelli più alti sono noto per insistere su un paradigma detto Show, don’t tell. L’anno scorso l’ho ufficiosamente introdotto nel primo giudizio che ho scritto, ma quest’anno siamo tutti vaccinati, quindi ne parlerò come se fosse già noto perché sono irrimediabilmente pigro. Di qui il link alla pagina di Wikipedia, che spiega abbastanza bene il concetto.

Nel topic per le candidature alcuni giudici avevano preannunciato un certo estro creativo che credo sia stato poi proibito dall’organizzazione. Per compensare, ogni mio commento sarà accompagnato dall’inedita rubrica “Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo”. Per facilitarmi il compito, farò uso dei titoli ufficiali come elencati nella colonna sonora completa del relativo colossal prodotto nel 2012.

 

* * *

Il successo?

 

Spoiler

All’inizio credevo che questo racconto fosse il risultato di una precisa scelta stilistica. Che l’abbondanza di virgole, lo scenario surreale e i paragrafi lunghi fossero studiati, come faceva una mia vecchia conoscenza per sfottere chi scriveva più “seriamente”. Mi ci sono volute due pagine e mezza per capire che, semplicemente, questo racconto è scritto male.

L’ho capito perché a un certo punto mi sono reso conto che, a differenza della mia vecchia conoscenza, qui c’era una vera e propria storia, e non un puro susseguirsi di immagini. Una storia nemmeno eccessivamente criptica, in realtà: all’inizio pare puro surrealismo, ma è chiaro che verso la fine dovrebbe esserci una sorta di spiegazione. Il problema è che la spiegazione spiega troppo poco.

Per intenderci, ciò che ho compreso è che un mago viene assunto dallo spirito di una donna deceduta per andare nella casa di un suo vecchio amico, che in ragione del suo attaccamento a lei è in grado di vederla nonostante sia morta. Il lavoro del mago in quella casa è… spaccare oggetti. Un’azione a cui il proprietario non obietta, nonostante sia perfettamente udibile alla vicina del piano di sopra (quindi non qualcosa che avviene in una Dimensione Specchio à la Doctor Strange).

Stante ciò, ci sono una montagna di quesiti a cui non ho trovato risposta. Qual è il significato delle visioni strambe a inizio racconto (la donna che fa jogging in tacchi e via discorrendo)? Sono spiriti di persone morte anche loro? Perché sono così assurde? Cosa c’entra il drago? Sembrerebbe uscito da un mondo di fantasia, ma la storia dell’amico di Anila parrebbe ancorata alla nostra realtà, quindi com’è la questione? Perché il mago spacca gli oggetti? Perché l’amico di Anila la tratta come una cosa assolutamente normale? E poi, esattamente Anila cosa aveva chiesto al mago di fare? Che diamine dovrebbe voler dire “il problema è risolto”?

Quella fornita non è una spiegazione valida, a stento è una spiegazione. Forse puntavi all’ambiguità, ma un conto è ambiguità e un conto è buttare cose a caso. Forse puntavi davvero al surrealismo, ma allora non c’è bisogno della spiegazione parziale, anzi è un danno. Forse puntavi a un finale sottile, che non sbattesse tutto in faccia al lettore e gli lasciasse qualche collegamento da fare: è un’ottima idea, andrebbe sempre fatto ove possibile, ma devi assicurarti che quei collegamenti non siano in realtà balzi su crepacci. Capisci perché credevo stessi trollando, chiunque tu sia?

E ovviamente non mi si venga a dire che la componente soprannaturale non va troppo analizzata in quanto era un pretesto per raccontare la storia dell’amico di Anila, perché quella storia è uno stereotipo deambulante. Se vuoi basare un racconto su un dramma umano, devi come minimo essere certo che sia qualcosa che i lettori non hanno già visto replicato in una dozzina di romcom. Di conseguenza devi almeno accennare una prospettiva originale: questo racconto lo fa appunto inserendolo in una trama “spiritica”, rendendo tale componente inscindibile dal complesso.

Oltre a tutto questo, il racconto è cosparso di errori. Non serve nemmeno scendere nelle sottigliezze dello show don’t tell (anche se ci sono problemi anche lì, si veda “vari dubbi filosofici ed esistenziali”, che senza citarli sono proprio parole buttate): il testo è imbottito di errori ortografici (“altrattanto”, “accellerare”), grammaticali (“volettero”, “vedetti”), periodi lunghissimi (quello che inizia con “finite anche le superiori” va avanti per undici righe), parole inventate (“dissetazione”), maiuscole casuali (non parlo di quelle che paiono scelte come Impressione, parlo di diner scritto una volta maiuscolo e una volta no), consecutio temporum non rispettate, spazi dimenticati o doppi e troppe, troppe, troppe virgole.

Infine, questo racconto mi pare davvero poco mirato. In una storia breve ogni parola dovrebbe contare, figurarsi ogni scena. In questo contesto, a cosa serve il siparietto della signorina Eldritch? A cosa serve dilungarsi tanto sulle visioni a inizio racconto, tra cui il dettaglio illogicamente specifico del drago che forma un simbolo non descritto in aria? A cosa serve la sequenza di una pagina (un ottavo dell’intero elaborato) sul mago che spacca tutto, quandanche fosse motivato? Per carità, show don’t tell da manuale, ma su queste scale è il caso di chiedersi se qualcosa non sia meglio escluderla e basta.

Non è tutto da scartare. C’è un senso di worldbuilding della componente “magica” dell’universo che, voluto o meno che sia, mi piace davvero. Alcuni accenni di humor (il mago che si ripete da solo quanto si è meritato il panino) mi hanno divertito. La scena in cui il mago inizia a spaccare l’appartamento ha un forte effetto straniante e attira il lettore che vuole capire cosa stia succedendo. E in effetti l’idea di base non è per niente male, specie se la storia dell’amico di Anila fosse un po’ meno cliché. Ma così com’è il racconto è seriamente troppo confuso e troppo rozzamente eseguito. Fatti coraggio, chiunque tu sia: c’è sempre margine di miglioramento.

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: “The Confrontation”. Bisogna ascoltarla almeno due o tre volte per capire cosa stiano effettivamente cantando Valjean e Javert; sul finale c’è una rivelazione che dovrebbe avere un discreto impatto nelle intenzioni originali, ma per quanto è vaga fa fiasco; e Russell Crowe non è esattamente il miglior baritono in circolazione.

Dopo aver saputo chi è l’autore: ah, uhm, ecco… Non credo di averti mai parlato prima, Krono. Non ho null’altro da dire. Che vergogna.

 

 

L’intellettuale dissidente

 

Spoiler

Da un punto di vista stilistico, questo racconto è fondamentalmente ineccepibile. Il raccontato che usurpa un possibile mostrato è poco (mi sono segnato il passaggio sulla “eccitazione che pervade ogni cellula” e quello sul disagio che sono a tutti gli effetti parole buttate, ma null’altro di eclatante) e l’autocensura sta quasi a zero (unica eccezione quelle “mani nell’intimo” che stonano abbastanza con la licenziosità del resto dell’elaborato). Ecco, l’unica vera croce in questo ambito sono i numerosi errori ortografici. Vista però la competenza mostrata, posso solo supporre che tu non abbia avuto il tempo di rileggere.

Anche la trama, che inizialmente vedevo pericolosamente vicina a “sfogo sociopolitico senza direzione”, mostra in realtà di avere bene in mente ciò che vuole fare, terminando in una condanna dell’atteggiamento altezzoso dell’intellettuale dissidente. Intendiamoci, banshee a parte non c’è nulla di particolarmente ispirato (stile e argomenti sono grossomodo prelevabili dal catalogo Edgy Age Of Memes Short Story™, anche se ammetto che Nassiriya è un bell’amarcord), ma il modo in cui è narrata scorre rapido e, per quanto sia pretenzioso fondare un’intera storia su un insegnamento relativamente banale come “gli intellettuali egocentrici sono dei coglioni”, ti va dato credito che non lo sbatti in faccia fin da subito e lasci il dubbio per gran parte della storia di essere addirittura dalla parte dell’intellettuale.

Fino al finale.

E questo è il vero problema dell’intero racconto, la cosa che fa storcere il naso. Perché cazzo mi viene sbattuta in faccia la morale?

Mi riferisco, nel caso ci fossero dubbi, al trafiletto conclusivo in cui si discute la fine misera dell’intellettuale, o per meglio dire si spiega per filo e per segno l’insegnamento della storia. A onor del vero hai fatto un tentativo di integrarlo, inserendolo come riflessione della banshee; ma la banshee non è realmente un personaggio, è un espediente narrativo, quindi il tentativo va a vuoto: è a tutti gli effetti il “sugo di tutta la storia” manzoniano.

In un testo come il tuo questa è un’idea dissennata. Ecco perché: hai trascorso tutto il racconto a descrivere nei minimi dettagli i pensieri dell’intellettuale con un’oggettività mirabile (salvo il passaggio in cui parli di cultura da due spicci in veste di narratore, ma è l’unico che mi sono segnato). E poi… E poi dici al lettore che cosa pensare. Che l’intellettuale sbaglia.

Ora le opzioni sono due: nella prima il lettore è d’accordo con te, ma allora la morale è inutile perché era d’accordo anche prima. Nella seconda il lettore non è d’accordo con te, pensa che l’intellettuale abbia ragione nel suo modo di vivere, e la requisitoria gli lascia in bocca l’amara idea che tu abbia provato a (gulp!) promuovere la tua agenda politico-sociale! E giù di bandierina rossa, una stellina e “leave politics out of writing”. Ho fatto un ragionamento molto simile l’anno scorso circa lo show don’t tell, e non è casuale: uno dei problemi principali del raccontato è che nel 99% dei casi esprime un giudizio, cosa che un narratore non deve mai fare (a meno che tu non stia cercando apposta uno stile affine a quello dei Promessi Sposi ad esempio, ma allora dovrebbe essere in tutto il racconto e resta comunque un’idea molto discutibile).

Ovviamente è abbastanza chiara la ragione per cui hai inserito il sermone: l’intero scopo del racconto è condannare l’atteggiamento dell’intellettuale dissidente. Questo è di per sé un proposito balordo, perché scrivere un racconto per insegnare qualcosa è di un’arroganza mica male. Tuttavia un racconto può (e dovrebbe) far riflettere su qualcosa. È legittimo che tu voglia dare un’imbeccata, un modo di poter esplicitare il tuo punto di vista senza un’omelia conclusiva. È facile però rendersi conto che hai già inserito un modo per farlo: i pensieri dell’intellettuale non piacciono alla banshee. Ora, effettivamente farle solo dire “che schifo” come hai fatto non è abbastanza d’impatto per il lettore, perché è raccontato anziché mostrato (che sorpresa, torno sempre lì!). Per rendere l’idea in un modo che resti in mente al lettore, e gli fornisca quindi la tua “chiave di lettura” senza un tono da predica, avresti potuto (prima stronzata che mi viene in mente) mettere come ultima scena la banshee che vomita ciò che ha appena assorbito. Puoi in realtà rendere il concetto in decine di modi diversi (lo scrittore/la scrittrice sei tu), ma la linea dovrebbe essere questa: oggettività, non soggettività. La parte soggettiva lasciala al lettore.

Nota conclusiva: chiunque tu sia, non sentirti stilisticamente arrivato. Ho espresso elogi verso questo racconto soprattutto perché lo stile vi si addice, ma questo stile è il più facile da padroneggiare (in effetti, sono convinto sia possibile padroneggiarlo anche senza rendersene conto) e funziona solo per questa categoria di racconti (diciamo satirici/sarcastici). Ho visto con i miei occhi persone che hanno scritto per anni in questo modo produrre emerite porcate appena hanno provato a fare qualcosa di diverso, perché non conoscevano le regole che accidentalmente rispettavano scrivendo sarcasticamente perché vengono naturali. I racconti sono anonimi, quindi non ho idea se tu sia altrettanto versato/a anche in altri stili. Nel dubbio ho preferito avvertirti, poi magari non ne hai bisogno.

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: “Bring Him Home”. Una delle più belle canzoni del musical, quando Hugh Jackman non la canta pomposamente e cerca di farti piangere infilandoti una cannuccia nei dotti lacrimali.

Dopo aver saputo l’autore: ah, uhm, ecco… Non credo di averti mai parlato prima, Vuvuzela. Non ho null’altro da dire. In mia difesa non ho avuto molte possibilità, ti sei iscritto il giorno della scadenza.

 

 

La deadline

 

Spoiler

Ecco il grosso problema di questo giochetto dell’anonimato: caro scrittore o scrittrice, non so quanto tu sia esperto nella scrittura. Posso solo fare un’ipotesi partendo dalla sola qualità dell’elaborato che hai consegnato, dovendo per forza ignorare eventuali attenuanti (ad esempio, magari sei Dream e hai semplicemente scritto questa storia dopo qualche birra di troppo). Stante ciò, il mio giudizio partirà dal presupposto che, secondo me e basandomi sul tuo lavoro, sospetto questo sia il tuo primo approccio (o uno dei primi) alla scrittura creativa. Sono convinto che, se davvero è così, non abbia il minimo senso commentare il racconto come faccio con gli altri, perché non è la priorità (ma sono certo che i giudici lo faranno, perché è il loro lavoro, quindi non disperare). Questo quindi non sarà un parere, saranno istruzioni su come migliorare. A buon rendere.

  • Sii più parsimonioso con le virgole. Il tuo incipit è: Adriano osservava quel corpo senza vita immerso in una pozza rossa, quella caduta dalle scale gli era stata fatale, gli aveva provocato una grossa ferita alla testa da cui era fuoriuscito tutto il sangue. Questa frase è troppo lunga, e le virgole funzionerebbero meglio come punti fermi. Ecco un esempio di come verrebbe senza cambiare la struttura: Adriano osservava quel corpo senza vita immerso in una pozza rossa. Quella caduta dalle scale gli era stata fatale. Gli aveva provocato una grossa ferita alla testa da cui era fuoriuscito tutto il sangue. A onor del vero il secondo punto funziona anche come virgola o come due punti, ma l’ho messo per illustrare che non c’è nulla di male ad avere periodi brevi, specie se sei ancora agli inizi.
  • D’altro canto, a volte ometti virgole che servono. Adriano è ora di andare è un vocativo, e come tale deve essere accompagnato da una virgola: Adriano, è ora di andare.
  • Spesso usi il trattino (-) per indicare il balbettamento nei dialoghi. Non farlo: se un personaggio balbetta, scrivilo introducendo la battuta e lascia la grafia normale (“Bla bla” balbettò Adriano). Ma tieni conto che quasi nessuno balbetta quando è spaventato al di fuori dei cartoni animati, molto più frequentemente si farfuglia e ci si mangia le parole.
  • Non ho capito perché, ma quasi sempre quando vai a capo dimentichi il punto fermo a fine frase.  Però ogni tanto te ne ricordi, e nelle frasi interne questo problema non ce l’hai. Giuro che non riesco a venirne a capo.
  • La è accentata maiuscola si scrive È, non E’ (con l’apostrofo). Sulla tastiera non c’è, ma puoi inserirla tenendo premuto il tasto ALT e digitando 0200.
  • Ci sono diversi doppi spazi nel racconto. Per eliminarli, usa la funzione trova e sostituisci di Word o qualunque programma usi per scrivere.
  • È buona norma usare la ed eufonica solo se la parola seguente comincia per e. In altre parole, non serve scrivere ed Adriano come hai fatto, e Adriano basta ed è molto più scorrevole come pronuncia.
  • In “Pfew c’è mancato poco”, pfew è un sospiro. Come tale non inserirlo nel dialogo in forma onomatopeica, dillo e basta: Adriano sospirò.
  • Non usare punti di domanda ripetuti (???): non servono letteralmente a niente. 

Due parole sulla trama e poi andiamo tutti a casa: una delle primissime domande che devi porti quando ti approcci alla scrittura di una storia (oserei dire la seconda, dopo di cosa parlerai) è come ne parlerai. Sarà una commedia o un dramma? Sarà d’azione o introspettivo? Sarà realistico o votato all’assurdo? Bada, non esiste una scelta giusta: la tua premessa (un uomo morto ottiene due giorni di tempo per dire addio ai suoi cari prima di andarsene definitivamente) può diventare una riflessione postmoderna sulla mortalità oppure una commedia degli equivoci, ma non può essere entrambe. E attenzione, i tipi di storie non sono per forza puri: una commedia può essere malinconica (Amici miei) oppure stimolare riflessioni angoscianti sulla società (Lui è tornato), e un dramma può farti morire dal ridere (La leggenda del pianista sull’oceano). Se però dai un’occhiata ai film che ho citato, non avrai mai dubbi su quale sia il tono di ciascuno. Scrivere è lo stesso: dalla scelta che compi dipende l’approccio che usi.

Ho l’impressione che tu questa domanda (come ne parlo?) non te la sia posta scrivendo questo racconto, perché non riesco a capire cosa dovrebbe essere. Un dramma? Sembrerebbe la scelta più ovvia, ma tutte le potenziali scene drammatiche (e.g. Adriano che assiste al suo funerale in incognito)  sono omesse o trattate in due righe. Una commedia? La quantità di memes e scene che sfiorano la farsa parrebbe suggerirlo, ma anche qui liquidi in due righe l’intera “giornata brava” di Adriano e Alessandro. Non c’è un obiettivo, sembra qualcosa di messo giù in un pomeriggio senza troppa voglia di scendere nei dettagli. La scrittura è i dettagli.

Cara scrittrice o scrittore, non demoralizzarti solo perché hai davanti a te grossi margini di miglioramento. Qualsiasi cosa tu voglia imparare, sarà inevitabile essere scarso almeno per un po’. Se ti interessa davvero diventare uno scrittore o scrittrice anche solo a livello dilettantistico, leggi più che puoi ed esercitati più che puoi. I risultati verranno da sé.

(E questo è quanto più gentile io sappia essere. Ammetto che è stato sfibrante. Comunque il gioco di parole del titolo è bellissimo.)

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: “Bruco Gianluco” di Simone Albrigi, in arte Sio. Che, come i più attenti avranno notato, non è una canzone di Les Misérables.

Dopo aver saputo chi è l’autore: ah, uhm, ecco… Non credo di averti mai parlato prima, Ale Duncan. Non ho null’altro da dire. Siamo al terzo di fila, questa rubrica è un naufragio.

 

 

Meridione per principianti

 

Spoiler

Questo racconto è scritto competentemente. Diciamo che è il livello che mi aspetto da “parte alta della classifica” in un Fic Contest, se escludiamo una sovrabbondanza di virgole al posto di altra punteggiatura (Nemmeno Matteo lo pensava, in verità non si era mai posto il problema, semplicemente, come tutte le grandi storie, questa gli cadde addosso all’improvviso: la seconda e la terza virgola potrebbero essere punti o due punti) oppure in eccesso e basta (Giorgio, il compagno di classe, per tutto il primo liceo addirittura vicino di banco, si era fatto prestare la villa (con piscina) di un amico, per festeggiare tutta la notte: l’ultima virgola può essere omessa e a nessuno importerà). Anche la trama fa la sua porca figura, principalmente per la sua “circolarità”. Ho amici che probabilmente non la apprezzerebbero in quanto “molto fumo e poco arrosto”, e non sono certo di poter dare loro torto (i continui rimandi la fanno sembrare probabilmente più intelligente di quanto sia in realtà), ma non posso farci niente: questo modo di strutturare i racconti mi piace e basta.

Abbiamo dunque appurato che, autore o autrice che tu sia, te la cavi. Se eri qui anche l’anno scorso sai quindi cosa sta per arrivare. Se no, preparati alla parte bella del mio ruolo: è il momento in cui analizzo per filo e per segno dove il tuo racconto sbaglia in ambito show don’t tell. Sono sorpreso di essere arrivato fino a qui senza una tirata simile, ma per compensare qui ce n’è di roba da dire. Talmente tanta, in effetti, che devo dividerla in due punti.

Il primo è il raccontato narrativo. Il problema di base puoi intuirlo come segue: la differenza narrativa tra raccontato e mostrato è la stessa differenza che troveresti tra un libro di testo scolastico che parla della Prima Guerra Mondiale e un reportage di tale guerra. Se anche non ne avessi mai letto uno, puoi immaginarti che il secondo scenderà molto nei dettagli, mostrerà gli orrori del conflitto, ti farà vivere il pantano della battaglia della Somme, mentre il libro di scuola si limiterà a fornirti date ed eventi senza alcun pathos. Mi segui?

Ecco, questo racconto è il libro di scuola: è tutto raccontato. Ho mosso un’obiezione simile a La deadline, ma qui è più grave perché la cifra stilistica è maggiore. Chiariamoci, è normale che in un racconto breve, a differenza che in un romanzo, il raccontato sia ben più tollerabile. In effetti, se non sei un grande scrittore direi che è essenziale, perché non riesci a raccontare una storia significativa per esclusivo mostrato in meno di una ventina di pagine. Tuttavia è importante che il mostrato ci sia, riservandolo per scene capitali e limitando il raccontato alle parti meno rilevanti. È comprensibile saltare le minuzie dell’investigazione di Enzo, ma la depressione di Paolo? Le sue interazioni con Madeline? I suoi pensieri all’idea di stare tradendo la sua famiglia? L’intero ventaglio di emozioni che un uomo prova quando per la prima volta ammazza a mani nude qualcuno, su cui si potrebbe scrivere un intero romanzo a sé? Perché ignori tutto questo e ti perdi in una descrizione di quasi una pagina della festa a cui Matteo partecipa, il cui ruolo nell’economia della storia è più o meno uguale al mio in un seminario sulla rilevanza di Hegel nel fenomeno delle fake news negli Stati Uniti d’America?

La mia parte preferita è quando ci viene detto che Paolo è “sull’orlo della depressione”, e poi ci viene mostrato l’ensemble di tratti che caratterizzano la depressione (si sente vuoto e beve molto). Perché diamine? È controproducente o inutile a seconda di chi legge! Mostralo e basta, il lettore deciderà da sé se Paolo è sull’orlo della depressione.

Forse hai scelto di raccontare perché non volevi annoiare il lettore con troppe pagine. Ma il problema chiave del raccontato è che non resta in testa. Hai raccontato la storia da cima a fondo stando in otto pagine, ma al lettore cosa rimane? La scena della sepoltura, di cui rammento perfettamente la dinamica comprensiva di diversivo col gatto (e guarda caso una delle due uniche scene mostrate insieme agli eventi che portano alla morte di Madeline, quest’ultima scritta però decisamente peggio). Per quanto riguarda tutto il resto so cos’è successo, ma se mi chiedessi di descrivere qualcosa nel dettaglio (es. la vita misera di Paolo) farei scena muta.

(In effetti ho mentito. La mia vera parte preferita è quando l’assassinio di Madeline, l’evento centrale di tutto il racconto, viene liquidato in una frase: “Scaraventò a terra la donna, si tolse la cintura, gliela mise intorno al collo e strinse più forte che poteva, finché lei non diede più segni di vita”. Questo è quanto? Mostrami lei che si dibatte, le vene che pulsano, le grida che lacerano i timpani, il sudore delle mani che scivolano sulla cintura, il respiro a spasmi che viene soffocato! Se c’è una morte su cui non manca la documentazione visiva è quella per strangolamento, è lo standard “ma io non volevo ucciderlo” di film e serie TV dopo l’osso del collo rotto.)

Il secondo punto (di’ la verità, ti eri scordato che fosse a punti, vero?) è il raccontato stilistico. Questo è il solito su cui insisto, quindi rimando all’articolo di Wikipedia sullo show don’t tell per i dettagli. Un’analisi come quelle che facevo l’anno scorso è più difficile, perché il raccontato narrativo implica quello stilistico. Quindi per gli esempi (sottolineo esempi, non sono tutte le occorrenze di raccontato che ho trovato) mi concentrerò sull’unica scena veramente mostrata: la sepoltura.

  • Era in dormiveglia quando fu bruscamente svegliato dal rumore del motore di una macchina […]”. Nessuno si sveglia bruscamente: si balza seduti, ci si sente cadere, si fa quella cosa strana del sospiro esclamativo che non so nemmeno se abbia un nome. Puoi ritenere che non sia importante sapere come Matteo si sveglia: in tal caso togli l’avverbio in toto, perché è abbastanza ovvio che l’informazione che vuoi comunicare veramente sia un’altra, ossia che il suo risveglio non è naturale. Questa informazione è già data dal fatto che è svegliato dal rumore del motore eccetera, quindi il bruscamente è superfluo. Questo algoritmo (sostituisci l’avverbio con un mostrato più preciso, e se l’informazione è accessoria tagliala dal testo) si applica a quasi tutti gli avverbi, quindi non lo ripeterò. Prova ad applicarla tu stesso/a, una volta che hai capito il giochetto.
  • Dopo qualche secondo sentì il cofano aprirsi e il rumore di un oggetto appoggiato a terra”. Questa è sottile, ma dopo qualche secondo è raccontato: stai raccontando la successione degli eventi. La cosa assurda è che non serve: prova a vedere il passaggio da cui è tratto e togli “dopo qualche secondo”: troverai che funziona ugualmente. Questo perché il fatto che una riga avvenga “qualche secondo dopo” quella che la precede è l’assunzione di default del lettore. In compenso, senza la precisazione temporale il ritmo è molto più sostenuto e il racconto meno pesante (provare per credere).
  • L’uomo […] bestemmiò contro l’animale”. Questo è un esempio, ma ci sono diverse occasioni simili (tre con “imprecò”): si tratta di autocensura. È sempre meglio evitarla a meno che tu non stia scrivendo per un target specifico (es. bambini), perché è ovviamente raccontato e come tale fa un disservizio alla storia. Il modo in cui imprechiamo dice molto su di noi, perché non usarlo? In un racconto breve hai poco spazio, devi approfittare di ogni occasione.
  • Cercò nel buio, con la torcia del telefono, il punto in cui la figura aveva scavato e con le mani che tremavano creò una buchetta fino ad arrivare a toccare qualcosa di solido, probabilmente, un sacco nero della spazzatura. Le pupille di Matteo si dilatarono, un urlo strozzato uscì dalla sua bocca, ricoprì quella buchetta di pochi centimetri e corse via di lì, spaventato”. Questa è lunga. Okay, ripassiamo un attimo: il protagonista sta scoprendo un cadavere. Ci siamo? È potenzialmente una delle esperienze più terrificanti possibili, e come scrittore devi fare il possibile per renderla a un lettore il cui spavento più grande della giornata è stato trovare vuoto il tubo di Pringles alla cipolla. Stante ciò, “con le mani che tremavano creò una buchetta” è risibile. Dov’è il terriccio che si infila sotto le unghie? Dov’è il cuore che martella nel petto? Lo stesso vale per “ricoprì quella buchetta di pochi centimetri” (tra l’altro, una buchetta di pochi centimetri? Paolo ha sepolto il cadavere a fil di prato? Per ritrovare un cadavere una buca deve essere molto più larga di così) e “corse via di lì” (le gambe che sembrano spezzarsi? Matteo che inciampa mentre scappa e si sbuccia un ginocchio? I polmoni che bruciano?). Infine una nota sulla reazione di Matteo: l’urlo strozzato può andare, ma le pupille che si dilatano? Non è una relazione scientifica: tra tutte le risposte dense di pathos possibili a “cazzo, c’è un cadavere sepolto a due passi da casa e io ho toccato il sacco”, mi becchi proprio una che Matteo nemmeno può sentire di persona? Ti sarai preso almeno un bello spavento in vita tua: ricordi forse di aver registrato le tue pupille dilatarsi? In una scena simile devi scendere il più possibile nelle viscere del personaggio coinvolto, non osservarlo con gli occhi di Piero Angela.

 

Giusto un’ultima nota e poi ti lascio in pace, che sono andato avanti anche troppo: il tasto Invio è tuo amico. Hai scritto due scene importantissime (la sepoltura e la morte di Madeline) senza andare a capo una volta, tutto in un paragrafo.

Non farlo.

Il tuo compito come scrittore è che la tua storia attiri il lettore e comunichi ciò che deve, e la suddivisione in paragrafi è uno strumento importante per farlo. Se non ci credi, prova a immaginare se non fossi andato a capo su quel “Non farlo” e chiediti se l’avresti notato allo stesso modo.

(Lo so, avevo detto “ultima”, ma è molto raro che mi segni qualcosa che è riuscito bene, quindi ho pensato ti avrebbe fatto piacere: l’immagine della frase Trattene il fiato, si trovava pancia a terra, col mento sprofondato nel terreno e con i pugni che stringevano l’erba è un ottimo esempio di mostrato!)

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: non ne ho una adatta. Però posso suggerire di ascoltare “One Day More”? Non c’entra niente, ma è davvero bella. Questo è tutto, mi spiace.

Dopo aver saputo chi è l’autore: Rust? Quel Rust? Non so perché, ma sono onestamente sorpreso in positivo. In ogni caso attendo la querela.

 

 

San Lorenzo

 

Spoiler

Le star del momento non sono paragonabili ai grandi maestri che hanno fatto la storia.

D’accordo, su le mani. C’è qualcuno che, leggendo la frase appena sopra, si è seduto un po’ più composto davanti alla scrivania e ha mormorato tra sé e sé “Accidenti! Ora che ci penso è vero! È un punto di vista che non avevo considerato!”?

Nessuno? Lo supponevo.

E questo è il primo problema di questa storia: il suo unico scopo è convincere il lettore di qualcosa che tutti sanno già. Togli quello e non c’è niente: l’unico conflitto è ingegnerizzato ad hoc per arrivare alla morale conclusiva, con il risultato che perfino Silvia non è convincente nelle sue obiezioni e il dialogo diventa nei fatti un monologo. E no, non è una “analisi introspettiva dei personaggi” perché dei personaggi non frega nulla a nessuno: sono dei cartonati senza alcun desiderio o difetto, che non si evolvono e non fanno nulla di interessante. Sono espedienti narrativi che si baciano.

E questo era il primo problema; il numerale non è lì a caso. Il secondo problema sono i dialoghi in sé. In breve, se vuoi basare un intero racconto su un dialogo tra due personaggi, devi essere ragionevolmente sicuro di saper scrivere dialoghi convincenti. Con ciò non intendo che devono essere asciutti o volgari o poco interessanti, ma devo poter credere che qualcuno possa effettivamente pronunciarli nella vita reale

Per quanto San Lorenzo faccia volteggiare i suoi astri nella notte, per quanto rifulga la sorella del sole, restano centinaia di fiaccole in cielo: le stelle fisse. Esse possono essere più o meno luminose, ma sono sempre lì a splendere. Le nuvole di passaggio, la luna o le stelle cadenti possono coprirle per un po’, ma poi tornano a lasciarsi vedere da chi ha occhi anche per loro. Questa è la vera arte, questo è il vero successo: lasciare parte di sé negli uomini, nella Natura, rendendo la notte un po’ più luminosa di prima”.

Questa è una battuta di Gianni riportata verbatim. Non l’ho toccata. Mi sento stupido a doverlo dire esplicitamente, ma nessuno parla così. E con ciò non intendo che il pizzaiolo all’angolo non parla così, intendo che Umberto Eco e Antonio Tabucchi non parlavano così. L’unico contesto in cui una battuta del genere è credibile è se qualcuno si è preparato un discorso e lo sta declamando a un pubblico (nel qual caso probabilmente direi “bella merda che ti sei scritto, era piena di retorica”). Quasi ogni frase pronunciata da Gianni rientra in questa categoria. Se pensi che questo non sia un errore perché volevi di proposito dare un sapore aulico molto figo alle parole di Gianni: punto primo non ci credo, perché Silvia presenta gli stessi problemi meno accentuati (“Ma… Mi stai dicendo che sono diventati così influenti senza farlo apposta? Non può essere”); punto secondo, se vuoi esprimere il tuo punto di vista nel linguaggio più elaborato possibile scrivi un saggio, non un dialogo. Se io impostassi un racconto in prima persona e a un certo punto mostrassi i pensieri di un altro personaggio in forma diretta mi si direbbe giustamente che la sto facendo fuori dal vaso; qui è lo stesso.

Il terzo problema è (non esclusivamente) esemplificato dal seguente passaggio: "Una sinfonia di fiati si sparse per l’aria e la voce del ragazzo vibrò di passione nel cantare quei versi pieni di tenerezza, conservatisi intatti sotto la scure del tempo e giunti dopo tanti anni alle labbra di lui, alle orecchie di lei, al cuore di entrambi”. Sai quando si dice “parole al vento”? Hai buttato tre righe di racconto per non dire niente. L’unica informazione comunicata è che Gianni declama la poesia (non sappiamo nemmeno quale, anche se secondo me era Meriggiare pallido e assorto di Montale) con sottofondo di una certa musica (non sappiamo nemmeno quale, anche se secondo me era il Concerto per clarinetto e orchestra n.2 di Arnold; non le sto citando a caso, è per mostrarti che non sono quelle che avevi in mente tu), questione da dieci parole al massimo. Tutto il resto è completamente inutile nel senso proprio della parola. “la voce del ragazzo vibrò di passione”? “versi pieni di tenerezza”? Il lettore non può immaginarsi nulla. Legge queste parole e le dimentica appena spariscono dalla vista. Intendiamoci, mi rendo conto benissimo del perché quel periodo sia lì: per dare una “impronta poetica”. Ma la poesia è per definizione la ricerca di immagini nuove, mentre qui di nuovo non c’è mezza parola. La “scure del tempo” è una metafora vecchia come il mondo. Questa non è poesia, è retorica: hai messo in fila parole che suonano bene senza chiederti se avessero effettivamente uno scopo nell’economia del racconto.

Ecco, tutto il testo è infarcito di pura retorica (nel caso non fosse ovvio, “retorica ubiqua” è il terzo problema che ho preannunciato). L’apice è raggiunto quando parli dell’amore tra Gianni e Silvia: “Il sapore del loro amore li pervase fin dentro l’anima”, “si inebriarono l’un l’altra di quel bacio più dolce della poesia, di quella stretta più legata delle note musicali, di quella magia più fulgida degli astri che solo la passione sa generare”, e via discorrendo. Così com’è è un gigantesco vaffanculo al lettore, un modo per dirgli “no, senti, immaginati tu com’è baciare una ragazza, intanto ecco qualche parola carina per darti ispirazione, io telo”. Vuoi raccontare l’amore? Ottimo, fallo descrivendo cosa provano visceralmente i personaggi, oppure attraverso le loro azioni, non con ghirigori astratti. A cosa credi che servano i personaggi, a fare da ornamento? Sono il tramite del lettore nella storia!

Infine, il quarto e ultimo problema (forse il più snervante) della storia è la totale mancanza di sottigliezza. Ho criticato anche L’intellettuale dissidente per questa ragione, ma in quel caso riguardava specificatamente la sezione finale; qui, invece, l’intero racconto è coinvolto. Non c’è alcuna ambiguità su chi abbia ragione: Gianni riceve monologhi di paragrafi interi, a Silvia vengono relegate poco convincenti repliche di una frase che vengono prontamente smontate dal compassionevole Gianni con il tono più paternalistico possibile. Come se questo non bastasse, il fottuto narratore prende le parti di Gianni a ogni occasione. Nel finale viene fatto un timido accenno suggerendo che forse Gianni non ha tutte le risposte, ma il danno ormai è irreparabile. Per spiegare perché questo modo di martellare il lettore con la “versione giusta” sia sbagliato cito il me stesso di tre giudizi fa: se il lettore è d’accordo con te è inutile e puoi anche evitare, se è in disaccordo con te ti sei fatto un nemico per la vita perché percepisce un intento di predicozzo da parte tua.

Concludo con alcune osservazioni che non trovano spazio nei quattro punti precedenti:

  • “Stoppala! Stoppa quella cosa, adesso!” fece Gianni, nervoso”. Non ne ho parlato per tutta la recensione, terribile mancanza da parte mia: nervoso è raccontato. Stai dicendo al lettore di trovare un’immagine di nervosismo nella sua testa, mentre devi essere tu scrittore a dargliela. Mostra il nervosismo.
  • Forse tu no […] E forse nemmeno la maggior parte della gente, ma altri sì. Gli astronomi, gli esperti del settore, sanno bene che nonostante il loro baluginio fioco esse sono splendenti, luminosissime e lontane”. Uhm? Ogni persona a parte qualche tribù animista dell’Africa del Sud sa che le stelle sono “luminosissime e lontane”, non è nozionismo da astronomi. O almeno credo, altrimenti i requisiti per la mia futura specializzazione sono molto meno stringenti di quanto pensassi.
  • Ho accennato al fatto che non menzioni quale sia il brano di musica classica, ma è molto più grave quello che segue: Gianni e Silvia parlano per parecchio di una canzone di cui non sappiamo né il nome né l’autore! La parte migliore è che pur di non dare specifiche te ne esci con battute del tenore di “Ma Gianni, il suo autore è una star, ha fatto successo con canzoni come questa!”.

 

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: “Suddenly”. Egregio signor Hopper: sapevo già che Cosette vuole bene a Jean Valjean visto che resta con lui per nove anni, non serviva la canzone a sbattermelo in faccia. E non creda che non sappia che l’ha voluta solo per provare a vincere l’Oscar alla Miglior Canzone Originale (che poi non ha vinto, in culo a lei). Io so tutto.

Dopo aver saputo chi è l’autore: non mentiamoci, BlazePower, ho capito dal terzo paragrafo che eri tu. Come risultato, questa critica è tarata con precisione su di te. Sei l’unico a godere di un tale privilegio quest’anno, ma non andare in giro a vantarti!

 

 

 

 

 

Spettabili Mr Ponty e Lux: sono mortificato, ma la fine del Contest è giunta troppo in fretta perché potessi commentare anche i vostri racconti (mi farò dare consigli dai giudici per l’anno prossimo, visto che loro ce l’hanno fatta). A onor del vero avrei fatto in tempo a fare uno di voi, ma non avrei potuto leggere l’altro e non volevo assegnare un voto incompleto al Furor di Popolo Stealth Edition. Magari un giorno di questi aggiornerò questo post con i giudizi a voi. Magari non ve ne può fregare una sega. In ogni caso, chiedo venia. (In realtà, ricordo che Ponty voleva il mio commento. A giudicare da quello che hanno detto i giudici sembra davvero interessante, quindi lo leggerò di sicuro.)

Modificato da Novecento
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(modificato)

1 ora fa, Novecento ha scritto:

Ah, giusto! Il gioco di parole, il gioco di parole sul luminare, il gioco di parole studiato appositamente sul doppio significato di luminare, il luminare e il suo gioco di parole…

Ok, mi vergogno un po’, ma non era un gioco di parole volontario. Ho scoperto che c’era leggendo il tuo giudizio. What the fuck, man.

Hah! Ingenuo. Era chiaramente una manovra per assicurarmi il tuo voto. Just according to keikaku.

in compenso pure tu - altrettanto involontariamente - m'hai fatto notare a tua volta una cosa che io non avevo notato nel mio manoscritto: l'evidente contraddizione tra << dell'intero racconto non cambierei una virgola >> e la critica ai nomi

volevo anche fare una battuta divertente al riguardo, ma non mi viene in mente nulla; inizialmente per salvarmi in corner avevo pensato a "tecnicamente i nomi non sono punteggiatura"...però poi mi son ricordato che m'ero ripromesso di farla divertente

Modificato da Lucan(ba)ik

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@Novecento per trovarti i singoli esempi dovrei andare a rileggermi tutto il racconto e, perdonami, ora come ora non ne ho voglia.
Ora e subito ci tengo a sottolineare, se mai ce ne fosse bisogno, che i termini alti erano abbastanza sporadici; io poi non ho avuto bisogno di dizionario, ho solo dovuto googlare "pietrada curling" perché non sapevo cosa accidenti fosse, salvo poi scoprire che mancava uno spazio battuto sulla tastiera e non mi ero imbattuto in qualche oggetto artigianale spagnolo. 
Io, personalmente, quando trovo termini ricercati in un racconto lo apprezzo, danno la possibilità di arricchire il proprio vocabolario: l'intero racconto, poi, per me è scorrevolissimo e infatti nella recensione non intendevo sottolineare e far pesare la presenza di parole non comuni, ma anzi volevo evidenziare la fluidità del brano nonostante alcuni termini potenzialmente ostici.

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41 minuti fa, Novecento ha scritto:

Ok, questa è una cosa che ha fatto presente anche aleterla nel suo giudizio. Qui dovete darmi una mano voi, perché io quelle parole non le vedo. Nel senso, non riesco a capire letteralmente a cosa vi riferiate. Questa è una mancanza ciclopica da parte mia, quindi potresti indicarmi i termini che ti hanno portato temporaneamente fuori dalla storia? Anche solo un singolo esempio va bene, giusto per poter studiare la cosa con un riscontro esterno.

 

Citazione

«Continuo a non capire il tuo problema» disse il Lampione con una certa inflessione di dabbenaggine.

dabbenaggine l'avrei sostituito con un suo sinonimo (per quanto bisognerebbe ricostruire la frase

(è il termine che ho dovuto cercare)

Citazione

"perché come al solito la Wikipedia scientifica è pleonasticamente rivolta a chi ha già studiato l’argomento. "

"perchè come al solito la wikipedia scientifica è chiaramente rivolta a chi ha già studiato l'argomento."

Citazione

E allora, nonna? Dov’è il tuo Bambin Gesù? Dov’era il Bambin Gesù quando io e Nicolet facevamo i turni in ospedale? Dov’era il Bambin Gesù quando Chiara mi chiedeva se i capelli le sarebbero ricresciuti? Dov’era il Bambin Gesù in quella notte di neve di febbraio in cui ha provato a stringermi la mano e ho sentito la debolezza della sua presa, così leggera che una folata di vento me l’avrebbe portata via e ho capito, anche se i dottori dicevano di non aver ancora provato tutto ho capito che quell’estate non sarei andato con mia figlia al mare a costruire castelli di sabbia, a metterle i braccioli, a spalmarle la crema sulla schiena? Dov’era il Bambin Gesù mentre mi sforzavo di non piangere per non farla preoccupare? Dov’era, nonna? Dov’erano tutti?

Questa anafora, in realtà l'intero periodo, non mi è proprio piaciuta. Mi è proprio suonata... forzata. Forse è stato il punto che non ha fatto accendere la scintilla nella parte di storia "reale" del tuo racconto.

 

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(modificato)

38 minuti fa, aleterla ha scritto:

@Novecento per trovarti i singoli esempi dovrei andare a rileggermi tutto il racconto e, perdonami, ora come ora non ne ho voglia.
Ora e subito ci tengo a sottolineare, se mai ce ne fosse bisogno, che i termini alti erano abbastanza sporadici; io poi non ho avuto bisogno di dizionario, ho solo dovuto googlare "pietrada curling" perché non sapevo cosa accidenti fosse, salvo poi scoprire che mancava uno spazio battuto sulla tastiera e non mi ero imbattuto in qualche oggetto artigianale spagnolo. 
Io, personalmente, quando trovo termini ricercati in un racconto lo apprezzo, danno la possibilità di arricchire il proprio vocabolario: l'intero racconto, poi, per me è scorrevolissimo e infatti nella recensione non intendevo sottolineare e far pesare la presenza di parole non comuni, ma anzi volevo evidenziare la fluidità del brano nonostante alcuni termini potenzialmente ostici.

La cosa bizzarra è che nel file che ho inviato era indubbiamente pietra da (lo so perché l'ho mandato su Drive e non l'ho toccato da allora). Probabilmente c'è stato un problema nel passaggio da lì all'impaginazione del sito che ha fatto saltare lo spazio. Tra l'altro, fun fact, mi sono preso pure una licenza: il termine corretto sarebbe stone da curling, ma odio dover mettere parole inglesi.

 

22 minuti fa, Mr Ponty ha scritto:

 

dabbenaggine l'avrei sostituito con un suo sinonimo (per quanto bisognerebbe ricostruire la frase

(è il termine che ho dovuto cercare)

"perchè come al solito la wikipedia scientifica è chiaramente rivolta a chi ha già studiato l'argomento."

Questa anafora, in realtà l'intero periodo, non mi è proprio piaciuta. Mi è proprio suonata... forzata. Forse è stato il punto che non ha fatto accendere la scintilla nella parte di storia "reale" del tuo racconto.

 

Su dabbenaggine hai ragione, probabilmente avrei potuto sostituirla con una parola di uso più comune; mentre la scrivevo semplicemente non ci ho pensato. Però su pleonasticamente no: chiaramente e pleonasticamente non vogliono dire la stessa cosa. Chiaramente lì non serve a nulla (potrebbe essere tolto e nessuno se ne accorgerebbe), pleonasticamente esprime il giudizio del cittadino sul fatto che Wikipedia scientifica è, per l'appunto, pleonastica. Potrebbe essere sostituito sia da inutilmente che da superfluamente (che non credo esista, ma potrei rielaborare la frase inserendo superfluo), però pleonasticamente è una combinazione delle due molto più precisa e la scrittura è precisione. Onestamente, non trovo la parola "pleonasticamente" sufficientemente desueta da giustificare un'approssimazione di quel tipo.

Sono sempre più sorpreso dal fatto che tu abbia citato quel passaggio della chiesa, perché era proprio l'unico che pensavo di aver centrato. Faccio davvero schifo nell'autostroncatura.

Modificato da Novecento

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Caro 900 ti dirò solo una cosa riguardo al tuo commento : tl;dr

Apprezzo il fatto che tu abbia scritto la bibbia per una fic che ho scritto letteralmente sbattendo il cazzo sulla tastiera (e che ho scritto in un giorno solo pensando fosse il giorno finale per poi scoprire che era stato posticipato tutto di 10 giorni) ma non era necessario

Distinti saluti 

 

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Dov'era il bambin Gesù quando Duncan scriveva la sua fic?

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5 minuti fa, Ale Duncan ha scritto:

Caro 900 ti dirò solo una cosa riguardo al tuo commento : tl;dr

Apprezzo il fatto che tu abbia scritto la bibbia per una fic che ho scritto letteralmente sbattendo il cazzo sulla tastiera (e che ho scritto in un giorno solo pensando fosse il giorno finale per poi scoprire che era stato posticipato tutto di 10 giorni) ma non era necessario

Distinti saluti 

 

no prob m8 sempre qui per te

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Ommioddio, ci sono anch'io! :'D

Mi sono letta le critiche al volo, e che posso dire? Che avete tutti colto quel che volevo trasmettere, che avete saputo vedere errori e punti bui dove io non vedevo nulla; che vi siete dilungati a criticare e premiare un racconto su cui io stessa non avrei scommesso un soldo.

Ma partiamo dalle cose semplici:

15 ore fa, Dream ha scritto:

In tutto questo, un interrogativo scuote le menti del Picieffe: ma Vuvuzela, chi è?

Non mi sono presentata perchè sono una brutta persona, lo so :'D

Sono un'assidua frequentatrice di PCW, ma ho conosciuto il forum solo grazie a Johto Fag che ha pubblicizzato la Fic Challenge sulla sua pagina. A breve mi presenterò nella sezione apposita; per adesso vi anticipo che sono una ragazza di 23 anni, toscana, frequento un'università scientifica e sono un caso umano.

Passando a quel che i giudici (e non) hanno scritto sull'Intellettuale Dissidente:

Intanto, grazie grazie grazie, di nuovo. Ho inviato il racconto con la quasi certezza di guadagnarmi l'ultimo posto della classifica, vuoi per lo stile, vuoi per le questioni politiche, vuoi per gusti personali. E invece, vedere che quell'ammasso di errori più o meno gravi ha colpito qualcuno, così tanto da scrivere critiche e complimenti così calorosi, mi riscalda il cuore. Ringrazio di nuovo tutti, e mi concentro in particolare su quel che ha scritto Novecento, che secondo me ha esattamente colto i problemi dell'Intellettuale Dissidente:

15 ore fa, Novecento ha scritto:

 

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L’intellettuale dissidente

Ovviamente è abbastanza chiara la ragione per cui hai inserito il sermone: l’intero scopo del racconto è condannare l’atteggiamento dell’intellettuale dissidente. Questo è di per sé un proposito balordo, perché scrivere un racconto per insegnare qualcosa è di un’arroganza mica male. Tuttavia un racconto può (e dovrebbe) far riflettere su qualcosa. È legittimo che tu voglia dare un’imbeccata, un modo di poter esplicitare il tuo punto di vista senza un’omelia conclusiva. È facile però rendersi conto che hai giàinserito un modo per farlo: i pensieri dell’intellettuale non piacciono alla banshee. Ora, effettivamente farle solo dire “che schifo” come hai fatto non è abbastanza d’impatto per il lettore, perché è raccontato anziché mostrato (che sorpresa, torno sempre lì!). Per rendere l’idea in un modo che resti in mente al lettore, e gli fornisca quindi la tua “chiave di lettura” senza un tono da predica, avresti potuto (prima stronzata che mi viene in mente) mettere come ultima scena la banshee che vomita ciò che ha appena assorbito. Puoi in realtà rendere il concetto in decine di modi diversi (lo scrittore/la scrittrice sei tu), ma la linea dovrebbe essere questa: oggettività, non soggettività. La parte soggettiva lasciala al lettore.

Nota conclusiva: chiunque tu sia, non sentirti stilisticamente arrivato. Ho espresso elogi verso questo racconto soprattutto perché lo stile vi si addice, ma questo stile è il più facile da padroneggiare (in effetti, sono convinto sia possibile padroneggiarlo anche senza rendersene conto) e funziona solo per questa categoria di racconti (diciamo satirici/sarcastici). Ho visto con i miei occhi persone che hanno scritto per anni in questo modo produrre emerite porcate appena hanno provato a fare qualcosa di diverso, perché non conoscevano le regole che accidentalmente rispettavano scrivendo sarcasticamente perché vengono naturali. I racconti sono anonimi, quindi non ho idea se tu sia altrettanto versato/a anche in altri stili. Nel dubbio ho preferito avvertirti, poi magari non ne hai bisogno.

 

Spoiler

Le star del momento non sono paragonabili ai grandi maestri che hanno fatto la storia.

D’accordo, su le mani. C’è qualcuno che, leggendo la frase appena sopra, si è seduto un po’ più composto davanti alla scrivania e ha mormorato tra sé e sé “Accidenti! Ora che ci penso è vero! È un punto di vista che non avevo considerato!”?

Nessuno? Lo supponevo.

E questo è il primo problema di questa storia: il suo unico scopo è convincere il lettore di qualcosa che tutti sanno già. Togli quello e non c’è niente: l’unico conflitto è ingegnerizzato ad hoc per arrivare alla morale conclusiva, con il risultato che perfino Silvia non è convincente nelle sue obiezioni e il dialogo diventa nei fatti un monologo. E no, non è una “analisi introspettiva dei personaggi” perché dei personaggi non frega nulla a nessuno: sono dei cartonati senza alcun desiderio o difetto, che non si evolvono e non fanno nulla di interessante. Sono espedienti narrativi che si baciano.

E questo era il primo problema; il numerale non è lì a caso. Il secondo problema sono i dialoghi in sé. In breve, se vuoi basare un intero racconto su un dialogo tra due personaggi, devi essere ragionevolmente sicuro di saper scrivere dialoghi convincenti. Con ciò non intendo che devono essere asciutti o volgari o poco interessanti, ma devo poter credere che qualcuno possa effettivamente pronunciarli nella vita reale

Per quanto San Lorenzo faccia volteggiare i suoi astri nella notte, per quanto rifulga la sorella del sole, restano centinaia di fiaccole in cielo: le stelle fisse. Esse possono essere più o meno luminose, ma sono sempre lì a splendere. Le nuvole di passaggio, la luna o le stelle cadenti possono coprirle per un po’, ma poi tornano a lasciarsi vedere da chi ha occhi anche per loro. Questa è la vera arte, questo è il vero successo: lasciare parte di sé negli uomini, nella Natura, rendendo la notte un po’ più luminosa di prima”.

Questa è una battuta di Gianni riportata verbatim. Non l’ho toccata. Mi sento stupido a doverlo dire esplicitamente, ma nessuno parla così. E con ciò non intendo che il pizzaiolo all’angolo non parla così, intendo che Umberto Eco e Antonio Tabucchi non parlavano così. L’unico contesto in cui una battuta del genere è credibile è se qualcuno si è preparato un discorso e lo sta declamando a un pubblico (nel qual caso probabilmente direi “bella merda che ti sei scritto, era piena di retorica”). Quasi ogni frase pronunciata da Gianni rientra in questa categoria. Se pensi che questo non sia un errore perché volevi di proposito dare un sapore aulico molto figo alle parole di Gianni: punto primo non ci credo, perché Silvia presenta gli stessi problemi meno accentuati (“Ma… Mi stai dicendo che sono diventati così influenti senza farlo apposta? Non può essere”); punto secondo, se vuoi esprimere il tuo punto di vista nel linguaggio più elaborato possibile scrivi un saggio, non un dialogo. Se io impostassi un racconto in prima persona e a un certo punto mostrassi i pensieri di un altro personaggio in forma diretta mi si direbbe giustamente che la sto facendo fuori dal vaso; qui è lo stesso.

Il terzo problema è (non esclusivamente) esemplificato dal seguente passaggio: "Una sinfonia di fiati si sparse per l’aria e la voce del ragazzo vibrò di passione nel cantare quei versi pieni di tenerezza, conservatisi intatti sotto la scure del tempo e giunti dopo tanti anni alle labbra di lui, alle orecchie di lei, al cuore di entrambi”. Sai quando si dice “parole al vento”? Hai buttato tre righe di racconto per non dire niente. L’unica informazione comunicata è che Gianni declama la poesia (non sappiamo nemmeno quale, anche se secondo me era Meriggiare pallido e assorto di Montale) con sottofondo di una certa musica (non sappiamo nemmeno quale, anche se secondo me era il Concerto per clarinetto e orchestra n.2 di Arnold; non le sto citando a caso, è per mostrarti che non sono quelle che avevi in mente tu), questione da dieci parole al massimo. Tutto il resto è completamente inutile nel senso proprio della parola. “la voce del ragazzo vibrò di passione”? “versi pieni di tenerezza”? Il lettore non può immaginarsi nulla. Legge queste parole e le dimentica appena spariscono dalla vista. Intendiamoci, mi rendo conto benissimo del perché quel periodo sia lì: per dare una “impronta poetica”. Ma la poesia è per definizione la ricerca di immagini nuove, mentre qui di nuovo non c’è mezza parola. La “scure del tempo” è una metafora vecchia come il mondo. Questa non è poesia, è retorica: hai messo in fila parole che suonano bene senza chiederti se avessero effettivamente uno scopo nell’economia del racconto.

Ecco, tutto il testo è infarcito di pura retorica (nel caso non fosse ovvio, “retorica ubiqua” è il terzo problema che ho preannunciato). L’apice è raggiunto quando parli dell’amore tra Gianni e Silvia: “Il sapore del loro amore li pervase fin dentro l’anima”, “si inebriarono l’un l’altra di quel bacio più dolce della poesia, di quella stretta più legata delle note musicali, di quella magia più fulgida degli astri che solo la passione sa generare”, e via discorrendo. Così com’è è un gigantesco vaffanculo al lettore, un modo per dirgli “no, senti, immaginati tu com’è baciare una ragazza, intanto ecco qualche parola carina per darti ispirazione, io telo”. Vuoi raccontare l’amore? Ottimo, fallo descrivendo cosa provano visceralmente i personaggi, oppure attraverso le loro azioni, non con ghirigori astratti. A cosa credi che servano i personaggi, a fare da ornamento? Sono il tramite del lettore nella storia!

Infine, il quarto e ultimo problema (forse il più snervante) della storia è la totale mancanza di sottigliezza. Ho criticato anche L’intellettuale dissidente per questa ragione, ma in quel caso riguardava specificatamente la sezione finale; qui, invece, l’intero racconto è coinvolto. Non c’è alcuna ambiguità su chi abbia ragione: Gianni riceve monologhi di paragrafi interi, a Silvia vengono relegate poco convincenti repliche di una frase che vengono prontamente smontate dal compassionevole Gianni con il tono più paternalistico possibile. Come se questo non bastasse, il fottuto narratore prende le parti di Gianni a ogni occasione. Nel finale viene fatto un timido accenno suggerendo che forse Gianni non ha tutte le risposte, ma il danno ormai è irreparabile. Per spiegare perché questo modo di martellare il lettore con la “versione giusta” sia sbagliato cito il me stesso di tre giudizi fa: se il lettore è d’accordo con te è inutile e puoi anche evitare, se è in disaccordo con te ti sei fatto un nemico per la vita perché percepisce un intento di predicozzo da parte tua.

Concludo con alcune osservazioni che non trovano spazio nei quattro punti precedenti:

  • “Stoppala! Stoppa quella cosa, adesso!” fece Gianni, nervoso”. Non ne ho parlato per tutta la recensione, terribile mancanza da parte mia: nervoso è raccontato. Stai dicendo al lettore di trovare un’immagine di nervosismo nella sua testa, mentre devi essere tu scrittore a dargliela. Mostra il nervosismo.
  • Forse tu no […] E forse nemmeno la maggior parte della gente, ma altri sì. Gli astronomi, gli esperti del settore, sanno bene che nonostante il loro baluginio fioco esse sono splendenti, luminosissime e lontane”. Uhm? Ogni persona a parte qualche tribù animista dell’Africa del Sud sa che le stelle sono “luminosissime e lontane”, non è nozionismo da astronomi. O almeno credo, altrimenti i requisiti per la mia futura specializzazione sono molto meno stringenti di quanto pensassi.
  • Ho accennato al fatto che non menzioni quale sia il brano di musica classica, ma è molto più grave quello che segue: Gianni e Silvia parlano per parecchio di una canzone di cui non sappiamo né il nome né l’autore! La parte migliore è che pur di non dare specifiche te ne esci con battute del tenore di “Ma Gianni, il suo autore è una star, ha fatto successo con canzoni come questa!”.

 

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: “Suddenly”. Egregio signor Hopper: sapevo già che Cosette vuole bene a Jean Valjean visto che resta con lui per nove anni, non serviva la canzone a sbattermelo in faccia. E non creda che non sappia che l’ha voluta solo per provare a vincere l’Oscar alla Miglior Canzone Originale (che poi non ha vinto, in culo a lei). Io so tutto.

Dopo aver saputo chi è l’autore: non mentiamoci, BlazePower, ho capito dal terzo paragrafo che eri tu. Come risultato, questa critica è tarata con precisione su di te. Sei l’unico a godere di un tale privilegio quest’anno, ma non andare in giro a vantarti!

 

 

Grazie per le tue parole, che vanno a toccare esattamente i fili scoperti della produzione del racconto. Perchè la questione della morale è stata la cosa che meno mi convinceva del prodotto finito, e che alla fine ho voluto mantenere più per scommessa che effettiva scelta stilistica. In realtà questo è il mio primo tentativo di "stile sarcastico"; di solito scrivo in tutt'altro modo, ragione per cui sono piuttosto stupita del successo che ha riscontrato.

Grazie, quindi, per quanto ti sei sbattuto ad evidenziare i punti oscuri del racconto. Le vostre critiche sono davvero degli ottimi punti di partenza per continuare a migliorarmi. Grazie, grazie di nuovo.

 

20 ore fa, Gkx ha scritto:

Giudizi di Lucan(ba)ik

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Dubbio: non somiglia maggiormente alle vampire piuttosto che ad una banshee? Quest'ultima - nel folklore tradizionale perlomeno - assorda le vittime con urla strazianti, NON se ne nutre. Credo. Rispondi tranquillo, il 5/5 rimarrà tale indipendentemente dalla risposta.

 

 

Intanto colgo l'occasione per rispondere a Lucan(ba)ik: sì, le banshee sono famose per le loro urla, e effettivamente nella mitologia si limitano a quello. Il fatto è che questo "racconto" fa parte di un quadro più ampio, in cui il "cibarsi" viene contestualizzato e spiegato.

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(modificato)

Non ho letto tutte le storie, però, incuriosito dal titolo, prima che si conoscessero gli autori ho letto la storia sul Lampione. In effetti, sono stato uno dei due utenti a votarla nel Furor di popolo e dopo la prima volta credo di averla riletta altre dieci. Mi unisco al coro di voci che sostiene come le parti con il Lampione fossero meglio riuscite delle altre. In effetti, quel personaggio è potentissimo e davvero complimenti vivissimi per averlo ideato. Il titolo della storia, con qualche accorgimento (dovuto al fatto che non siamo più nell'Ottocento), sarebbe anche potuto essere quello di un'operetta morale di Leopardi (e il contenuto della storia non lo vedo così dissonante, rispetto a questo paragone). Mi permetto anche di citare la parte che mi ha colpito di più:
 

Citazione

 

Non dissi nulla. Attesi che il mio amico scendesse a patti con la sua epifania. Finalmente, dopo diversi minuti di riserbo, parlò. «Mi sto spegnendo».

Non posso fingere che non lo stessi quantomeno sospettando, ma sentirlo da lui fu un’altra cosa. Fu quando mi resi conto che era reale, che stava accadendo.

«È quello che è successo a tutti gli altri Lampioni» proseguì. «Prima si trattava di tremolii che quasi non si notavano, poi sono peggiorati fino a spegnersi. Sta per succedere anche a me».

«Com’è possibile?».

«È così che va». 

 


Mi chiedo quanto un racconto del genere sarebbe stato diverso in terza persona. Una frase del genere: «senza che me ne accorgessi, quel Lampione e io stavamo diventando amici. Del resto, da una certa età in poi non ce ne si accorge mai» sarebbe stata ammessa, ad esempio?

Modificato da Dxs

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1 ora fa, Vuvuzela ha scritto:

Ommioddio, ci sono anch'io! :'D

Mi sono letta le critiche al volo, e che posso dire? Che avete tutti colto quel che volevo trasmettere, che avete saputo vedere errori e punti bui dove io non vedevo nulla; che vi siete dilungati a criticare e premiare un racconto su cui io stessa non avrei scommesso un soldo.

Ma partiamo dalle cose semplici:

Non mi sono presentata perchè sono una brutta persona, lo so :'D

Sono un'assidua frequentatrice di PCW, ma ho conosciuto il forum solo grazie a Johto Fag che ha pubblicizzato la Fic Challenge sulla sua pagina. A breve mi presenterò nella sezione apposita; per adesso vi anticipo che sono una ragazza di 23 anni, toscana, frequento un'università scientifica e sono un caso umano.

Passando a quel che i giudici (e non) hanno scritto sull'Intellettuale Dissidente:

Intanto, grazie grazie grazie, di nuovo. Ho inviato il racconto con la quasi certezza di guadagnarmi l'ultimo posto della classifica, vuoi per lo stile, vuoi per le questioni politiche, vuoi per gusti personali. E invece, vedere che quell'ammasso di errori più o meno gravi ha colpito qualcuno, così tanto da scrivere critiche e complimenti così calorosi, mi riscalda il cuore. Ringrazio di nuovo tutti, e mi concentro in particolare su quel che ha scritto Novecento, che secondo me ha esattamente colto i problemi dell'Intellettuale Dissidente:

Grazie per le tue parole, che vanno a toccare esattamente i fili scoperti della produzione del racconto. Perchè la questione della morale è stata la cosa che meno mi convinceva del prodotto finito, e che alla fine ho voluto mantenere più per scommessa che effettiva scelta stilistica. In realtà questo è il mio primo tentativo di "stile sarcastico"; di solito scrivo in tutt'altro modo, ragione per cui sono piuttosto stupita del successo che ha riscontrato.

Grazie, quindi, per quanto ti sei sbattuto ad evidenziare i punti oscuri del racconto. Le vostre critiche sono davvero degli ottimi punti di partenza per continuare a migliorarmi. Grazie, grazie di nuovo.

 

Intanto colgo l'occasione per rispondere a Lucan(ba)ik: sì, le banshee sono famose per le loro urla, e effettivamente nella mitologia si limitano a quello. Il fatto è che questo "racconto" fa parte di un quadro più ampio, in cui il "cibarsi" viene contestualizzato e spiegato.

Hey ciao!

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9 minuti fa, Dxs ha scritto:

Mi chiedo quanto un racconto del genere sarebbe stato diverso in terza persona. Una frase del genere: «senza che me ne accorgessi, quel Lampione e io stavamo diventando amici. Del resto, da una certa età in poi non ce ne si accorge mai» sarebbe stata ammessa, ad esempio?

Questa è davvero una domanda difficile. Così su due piedi ti direi un diplomatico "sì, ma con accorgimenti". Immaginiamo di "convertire" la frase dalla prima alla terza persona in:

Senza che se ne accorgesse, quel Lampione e lui stavano diventando amici. Del resto, da una certa età in poi non ce ne si accorge mai.

In questo caso la seconda frase è parecchio discutibile, perché c'è un'ambiguità: il pensiero è del narratore o del personaggio? Nel primo caso non saprei come renderlo più chiaro (forse aggiungendo altri pensieri? Non so, non sono esperto in narratori esterni intrusivi), nel secondo caso avrei dovuto rielaborare la frase. Per esempio avrei potuto renderla come:

Del resto, da una certa età in poi secondo lui non ce ne si accorgeva mai.

Fa ovviamente schifo perché è una conversione fatta in due minuti di qualcosa scritto appositamente in prima persona, ma è per rendere l'idea di "eliminare l'ambiguità": il pensiero ora è di sicuro del personaggio e tutto a posto. Ora, non è inerentemente sbagliato fare invece esprimere un pensiero al narratore, ma ci sono due caveat. In primo luogo non può essere l'unico pensiero espresso: se decidi di rendere il narratore intrusivo deve esserlo stabilmente, non per esprimere un singolo giudizio e poi sparire nella notte. Questo ci porta al secondo caveat, ovvero hai una buona ragione per rendere il narratore esterno intrusivo? Cosa aggiunge alla storia? Il narratore esterno non è un personaggio che conosciamo, quindi della sua opinione non frega niente a nessuno. Il problema principale del narratore esterno che giudica è che di solito è un proxy dell'autore, cosa sbagliatissima. Se però hai effettivamente una ragione valida, perché no?

In questo caso specifico? Se avessi letto la frase come l'ho convertita all'inizio del post (senza il secondo lui) in un ipotetico Lampione non scritto da me, probabilmente avrei storto il naso, avrei detto "heh, poteva farlo meglio" ma avrei sorvolato. Ciò perché in questo caso far esprimere un'opinione al narratore può avere un senso, perché sappiamo chi è il narratore (è il protagonista della parte "reale").

(Quanto tempo! Ti ringrazio per gli elogi e per il voto. Turns out che abbiamo votato solo noi due, con il mio voto diretto all'Intellettuale. Sempre che non avessi sbagliato di nuovo  a inviare l'MP.)

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Hai sostanzialmente riassunto il ragionamento che ho fatto dietro quella frase. Sono perlomeno lieto di aver colto il meccanismo dietro le tecniche base della scrittura, che tu stesso, lo scorso anno, mi hai insegnato (con tutta quanta la mia protervia e arroganza, durante la scorsa edizione, mi sono presentato con la sicumera di saper scrivere quando non sapevo nemmeno cosa fosse uno show don't tell).
Ciò detto, il secondo esempio che hai portato, francamente, non mi piace tanto; io, secondo la mia soggettiva sensibilità, naturalmente, sarei portato a conservare il primo, di esempio, mantenendo l'ambiguità. O meglio, se dovessi far esprimere un pensiero a un mio personaggio, in una situazione di terza persona con narratore non intrusivo, utilizzerei, appunto, il primo esempio.
Ma questo in via generale: per esprimere i pensieri di un personaggio con un narratore non intrusivo io eviterei di ricorrere al secondo lui (so bene che conosci metodi migliori e che hai buttato giù quella frase in due secondi), come di ricorrere troppo spesso al corsivo. Qual è il metodo più efficace, se non lasciarli scorrere sulla pagina in maniera naturale, cosicché il lettore capisca senza sforzo che appartengono a lui e a lui soltanto, e non ci sia nessun narratore di mezzo? Non so, come riferimento mi viene in mente Delitto e castigo, se lo hai letto. Dostoevskij è martellante nel proporre i patemi interiori dei suoi personaggi, e lo fa senza sforzo.
Tornando alla frase specifica, quel «senza che se ne accorgesse» non mina la possibilità stessa che vi sia un narratore esterno non intrusivo? Il fatto che il protagonista non si accorga dell'amicizia in fieri non porta, appunto, fuori dalla sua sfera soggettiva quella frase?

Perdonami se sto insistendo su questi cavilli, ma non lo faccio senza una ragione: in questo anno e mezzo ho costruito le mie conoscenze partendo dalla base che mi hai dato lo scorso anno, e credo di non aver ancora recepito pienamente certe sottigliezze.

Modificato da Dxs

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Complimenti ai vincitori e complimenti ai giudici, soprattutto aleterla e Lucanik che hanno saputo fare commenti di alto livello.

16 ore fa, Novecento ha scritto:

 

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Premessa: l’anno scorso ho specificato decisamente troppo tardi una cosa che credevo palese e palese non era, quindi ho deciso di dirlo chiaro e tondo qui. Non sono un giudice. Non voglio fare il giudice. I miei commenti (o giudizi, o recensioni, o come vi piace chiamarli) sono intesi con l’idea di aiutare a mettere in luce difetti dei racconti in maniera proporzionale al livello dei racconti stessi. Detto in termini profani, più siete bravi più vado giù pesante e pignoleggio nelle correzioni. Questa è una cosa che i giudici di norma non possono fare, in quanto il loro compito è valutare tutti i racconti con lo stesso metro, ma se ricordate io non sono un giudice. In particolare, ai livelli più alti sono noto per insistere su un paradigma detto Show, don’t tell. L’anno scorso l’ho ufficiosamente introdotto nel primo giudizio che ho scritto, ma quest’anno siamo tutti vaccinati, quindi ne parlerò come se fosse già noto perché sono irrimediabilmente pigro. Di qui il link alla pagina di Wikipedia, che spiega abbastanza bene il concetto.

Nel topic per le candidature alcuni giudici avevano preannunciato un certo estro creativo che credo sia stato poi proibito dall’organizzazione. Per compensare, ogni mio commento sarà accompagnato dall’inedita rubrica “Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo”. Per facilitarmi il compito, farò uso dei titoli ufficiali come elencati nella colonna sonora completa del relativo colossal prodotto nel 2012.

 

* * *

Il successo?

 

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All’inizio credevo che questo racconto fosse il risultato di una precisa scelta stilistica. Che l’abbondanza di virgole, lo scenario surreale e i paragrafi lunghi fossero studiati, come faceva una mia vecchia conoscenza per sfottere chi scriveva più “seriamente”. Mi ci sono volute due pagine e mezza per capire che, semplicemente, questo racconto è scritto male.

L’ho capito perché a un certo punto mi sono reso conto che, a differenza della mia vecchia conoscenza, qui c’era una vera e propria storia, e non un puro susseguirsi di immagini. Una storia nemmeno eccessivamente criptica, in realtà: all’inizio pare puro surrealismo, ma è chiaro che verso la fine dovrebbe esserci una sorta di spiegazione. Il problema è che la spiegazione spiega troppo poco.

Per intenderci, ciò che ho compreso è che un mago viene assunto dallo spirito di una donna deceduta per andare nella casa di un suo vecchio amico, che in ragione del suo attaccamento a lei è in grado di vederla nonostante sia morta. Il lavoro del mago in quella casa è… spaccare oggetti. Un’azione a cui il proprietario non obietta, nonostante sia perfettamente udibile alla vicina del piano di sopra (quindi non qualcosa che avviene in una Dimensione Specchio à la Doctor Strange).

Stante ciò, ci sono una montagna di quesiti a cui non ho trovato risposta. Qual è il significato delle visioni strambe a inizio racconto (la donna che fa jogging in tacchi e via discorrendo)? Sono spiriti di persone morte anche loro? Perché sono così assurde? Cosa c’entra il drago? Sembrerebbe uscito da un mondo di fantasia, ma la storia dell’amico di Anila parrebbe ancorata alla nostra realtà, quindi com’è la questione? Perché il mago spacca gli oggetti? Perché l’amico di Anila la tratta come una cosa assolutamente normale? E poi, esattamente Anila cosa aveva chiesto al mago di fare? Che diamine dovrebbe voler dire “il problema è risolto”?

Quella fornita non è una spiegazione valida, a stento è una spiegazione. Forse puntavi all’ambiguità, ma un conto è ambiguità e un conto è buttare cose a caso. Forse puntavi davvero al surrealismo, ma allora non c’è bisogno della spiegazione parziale, anzi è un danno. Forse puntavi a un finale sottile, che non sbattesse tutto in faccia al lettore e gli lasciasse qualche collegamento da fare: è un’ottima idea, andrebbe sempre fatto ove possibile, ma devi assicurarti che quei collegamenti non siano in realtà balzi su crepacci. Capisci perché credevo stessi trollando, chiunque tu sia?

E ovviamente non mi si venga a dire che la componente soprannaturale non va troppo analizzata in quanto era un pretesto per raccontare la storia dell’amico di Anila, perché quella storia è uno stereotipo deambulante. Se vuoi basare un racconto su un dramma umano, devi come minimo essere certo che sia qualcosa che i lettori non hanno già visto replicato in una dozzina di romcom. Di conseguenza devi almeno accennare una prospettiva originale: questo racconto lo fa appunto inserendolo in una trama “spiritica”, rendendo tale componente inscindibile dal complesso.

Oltre a tutto questo, il racconto è cosparso di errori. Non serve nemmeno scendere nelle sottigliezze dello show don’t tell (anche se ci sono problemi anche lì, si veda “vari dubbi filosofici ed esistenziali”, che senza citarli sono proprio parole buttate): il testo è imbottito di errori ortografici (“altrattanto”, “accellerare”), grammaticali (“volettero”, “vedetti”), periodi lunghissimi (quello che inizia con “finite anche le superiori” va avanti per undici righe), parole inventate (“dissetazione”), maiuscole casuali (non parlo di quelle che paiono scelte come Impressione, parlo di diner scritto una volta maiuscolo e una volta no), consecutio temporum non rispettate, spazi dimenticati o doppi e troppe, troppe, troppe virgole.

Infine, questo racconto mi pare davvero poco mirato. In una storia breve ogni parola dovrebbe contare, figurarsi ogni scena. In questo contesto, a cosa serve il siparietto della signorina Eldritch? A cosa serve dilungarsi tanto sulle visioni a inizio racconto, tra cui il dettaglio illogicamente specifico del drago che forma un simbolo non descritto in aria? A cosa serve la sequenza di una pagina (un ottavo dell’intero elaborato) sul mago che spacca tutto, quandanche fosse motivato? Per carità, show don’t tell da manuale, ma su queste scale è il caso di chiedersi se qualcosa non sia meglio escluderla e basta.

Non è tutto da scartare. C’è un senso di worldbuilding della componente “magica” dell’universo che, voluto o meno che sia, mi piace davvero. Alcuni accenni di humor (il mago che si ripete da solo quanto si è meritato il panino) mi hanno divertito. La scena in cui il mago inizia a spaccare l’appartamento ha un forte effetto straniante e attira il lettore che vuole capire cosa stia succedendo. E in effetti l’idea di base non è per niente male, specie se la storia dell’amico di Anila fosse un po’ meno cliché. Ma così com’è il racconto è seriamente troppo confuso e troppo rozzamente eseguito. Fatti coraggio, chiunque tu sia: c’è sempre margine di miglioramento.

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: “The Confrontation”. Bisogna ascoltarla almeno due o tre volte per capire cosa stiano effettivamente cantando Valjean e Javert; sul finale c’è una rivelazione che dovrebbe avere un discreto impatto nelle intenzioni originali, ma per quanto è vaga fa fiasco; e Russell Crowe non è esattamente il miglior baritono in circolazione.

Dopo aver saputo chi è l’autore: ah, uhm, ecco… Non credo di averti mai parlato prima, Krono. Non ho null’altro da dire. Che vergogna.

 

 

L’intellettuale dissidente

 

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Da un punto di vista stilistico, questo racconto è fondamentalmente ineccepibile. Il raccontato che usurpa un possibile mostrato è poco (mi sono segnato il passaggio sulla “eccitazione che pervade ogni cellula” e quello sul disagio che sono a tutti gli effetti parole buttate, ma null’altro di eclatante) e l’autocensura sta quasi a zero (unica eccezione quelle “mani nell’intimo” che stonano abbastanza con la licenziosità del resto dell’elaborato). Ecco, l’unica vera croce in questo ambito sono i numerosi errori ortografici. Vista però la competenza mostrata, posso solo supporre che tu non abbia avuto il tempo di rileggere.

Anche la trama, che inizialmente vedevo pericolosamente vicina a “sfogo sociopolitico senza direzione”, mostra in realtà di avere bene in mente ciò che vuole fare, terminando in una condanna dell’atteggiamento altezzoso dell’intellettuale dissidente. Intendiamoci, banshee a parte non c’è nulla di particolarmente ispirato (stile e argomenti sono grossomodo prelevabili dal catalogo Edgy Age Of Memes Short Story™, anche se ammetto che Nassiriya è un bell’amarcord), ma il modo in cui è narrata scorre rapido e, per quanto sia pretenzioso fondare un’intera storia su un insegnamento relativamente banale come “gli intellettuali egocentrici sono dei coglioni”, ti va dato credito che non lo sbatti in faccia fin da subito e lasci il dubbio per gran parte della storia di essere addirittura dalla parte dell’intellettuale.

Fino al finale.

E questo è il vero problema dell’intero racconto, la cosa che fa storcere il naso. Perché cazzo mi viene sbattuta in faccia la morale?

Mi riferisco, nel caso ci fossero dubbi, al trafiletto conclusivo in cui si discute la fine misera dell’intellettuale, o per meglio dire si spiega per filo e per segno l’insegnamento della storia. A onor del vero hai fatto un tentativo di integrarlo, inserendolo come riflessione della banshee; ma la banshee non è realmente un personaggio, è un espediente narrativo, quindi il tentativo va a vuoto: è a tutti gli effetti il “sugo di tutta la storia” manzoniano.

In un testo come il tuo questa è un’idea dissennata. Ecco perché: hai trascorso tutto il racconto a descrivere nei minimi dettagli i pensieri dell’intellettuale con un’oggettività mirabile (salvo il passaggio in cui parli di cultura da due spicci in veste di narratore, ma è l’unico che mi sono segnato). E poi… E poi dici al lettore che cosa pensare. Che l’intellettuale sbaglia.

Ora le opzioni sono due: nella prima il lettore è d’accordo con te, ma allora la morale è inutile perché era d’accordo anche prima. Nella seconda il lettore non è d’accordo con te, pensa che l’intellettuale abbia ragione nel suo modo di vivere, e la requisitoria gli lascia in bocca l’amara idea che tu abbia provato a (gulp!) promuovere la tua agenda politico-sociale! E giù di bandierina rossa, una stellina e “leave politics out of writing”. Ho fatto un ragionamento molto simile l’anno scorso circa lo show don’t tell, e non è casuale: uno dei problemi principali del raccontato è che nel 99% dei casi esprime un giudizio, cosa che un narratore non deve mai fare (a meno che tu non stia cercando apposta uno stile affine a quello dei Promessi Sposi ad esempio, ma allora dovrebbe essere in tutto il racconto e resta comunque un’idea molto discutibile).

Ovviamente è abbastanza chiara la ragione per cui hai inserito il sermone: l’intero scopo del racconto è condannare l’atteggiamento dell’intellettuale dissidente. Questo è di per sé un proposito balordo, perché scrivere un racconto per insegnare qualcosa è di un’arroganza mica male. Tuttavia un racconto può (e dovrebbe) far riflettere su qualcosa. È legittimo che tu voglia dare un’imbeccata, un modo di poter esplicitare il tuo punto di vista senza un’omelia conclusiva. È facile però rendersi conto che hai già inserito un modo per farlo: i pensieri dell’intellettuale non piacciono alla banshee. Ora, effettivamente farle solo dire “che schifo” come hai fatto non è abbastanza d’impatto per il lettore, perché è raccontato anziché mostrato (che sorpresa, torno sempre lì!). Per rendere l’idea in un modo che resti in mente al lettore, e gli fornisca quindi la tua “chiave di lettura” senza un tono da predica, avresti potuto (prima stronzata che mi viene in mente) mettere come ultima scena la banshee che vomita ciò che ha appena assorbito. Puoi in realtà rendere il concetto in decine di modi diversi (lo scrittore/la scrittrice sei tu), ma la linea dovrebbe essere questa: oggettività, non soggettività. La parte soggettiva lasciala al lettore.

Nota conclusiva: chiunque tu sia, non sentirti stilisticamente arrivato. Ho espresso elogi verso questo racconto soprattutto perché lo stile vi si addice, ma questo stile è il più facile da padroneggiare (in effetti, sono convinto sia possibile padroneggiarlo anche senza rendersene conto) e funziona solo per questa categoria di racconti (diciamo satirici/sarcastici). Ho visto con i miei occhi persone che hanno scritto per anni in questo modo produrre emerite porcate appena hanno provato a fare qualcosa di diverso, perché non conoscevano le regole che accidentalmente rispettavano scrivendo sarcasticamente perché vengono naturali. I racconti sono anonimi, quindi non ho idea se tu sia altrettanto versato/a anche in altri stili. Nel dubbio ho preferito avvertirti, poi magari non ne hai bisogno.

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: “Bring Him Home”. Una delle più belle canzoni del musical, quando Hugh Jackman non la canta pomposamente e cerca di farti piangere infilandoti una cannuccia nei dotti lacrimali.

Dopo aver saputo l’autore: ah, uhm, ecco… Non credo di averti mai parlato prima, Vuvuzela. Non ho null’altro da dire. In mia difesa non ho avuto molte possibilità, ti sei iscritto il giorno della scadenza.

 

 

La deadline

 

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Ecco il grosso problema di questo giochetto dell’anonimato: caro scrittore o scrittrice, non so quanto tu sia esperto nella scrittura. Posso solo fare un’ipotesi partendo dalla sola qualità dell’elaborato che hai consegnato, dovendo per forza ignorare eventuali attenuanti (ad esempio, magari sei Dream e hai semplicemente scritto questa storia dopo qualche birra di troppo). Stante ciò, il mio giudizio partirà dal presupposto che, secondo me e basandomi sul tuo lavoro, sospetto questo sia il tuo primo approccio (o uno dei primi) alla scrittura creativa. Sono convinto che, se davvero è così, non abbia il minimo senso commentare il racconto come faccio con gli altri, perché non è la priorità (ma sono certo che i giudici lo faranno, perché è il loro lavoro, quindi non disperare). Questo quindi non sarà un parere, saranno istruzioni su come migliorare. A buon rendere.

  • Sii più parsimonioso con le virgole. Il tuo incipit è: Adriano osservava quel corpo senza vita immerso in una pozza rossa, quella caduta dalle scale gli era stata fatale, gli aveva provocato una grossa ferita alla testa da cui era fuoriuscito tutto il sangue. Questa frase è troppo lunga, e le virgole funzionerebbero meglio come punti fermi. Ecco un esempio di come verrebbe senza cambiare la struttura: Adriano osservava quel corpo senza vita immerso in una pozza rossa. Quella caduta dalle scale gli era stata fatale. Gli aveva provocato una grossa ferita alla testa da cui era fuoriuscito tutto il sangue. A onor del vero il secondo punto funziona anche come virgola o come due punti, ma l’ho messo per illustrare che non c’è nulla di male ad avere periodi brevi, specie se sei ancora agli inizi.
  • D’altro canto, a volte ometti virgole che servono. Adriano è ora di andare è un vocativo, e come tale deve essere accompagnato da una virgola: Adriano, è ora di andare.
  • Spesso usi il trattino (-) per indicare il balbettamento nei dialoghi. Non farlo: se un personaggio balbetta, scrivilo introducendo la battuta e lascia la grafia normale (“Bla bla” balbettò Adriano). Ma tieni conto che quasi nessuno balbetta quando è spaventato al di fuori dei cartoni animati, molto più frequentemente si farfuglia e ci si mangia le parole.
  • Non ho capito perché, ma quasi sempre quando vai a capo dimentichi il punto fermo a fine frase.  Però ogni tanto te ne ricordi, e nelle frasi interne questo problema non ce l’hai. Giuro che non riesco a venirne a capo.
  • La è accentata maiuscola si scrive È, non E’ (con l’apostrofo). Sulla tastiera non c’è, ma puoi inserirla tenendo premuto il tasto ALT e digitando 0200.
  • Ci sono diversi doppi spazi nel racconto. Per eliminarli, usa la funzione trova e sostituisci di Word o qualunque programma usi per scrivere.
  • È buona norma usare la ed eufonica solo se la parola seguente comincia per e. In altre parole, non serve scrivere ed Adriano come hai fatto, e Adriano basta ed è molto più scorrevole come pronuncia.
  • In “Pfew c’è mancato poco”, pfew è un sospiro. Come tale non inserirlo nel dialogo in forma onomatopeica, dillo e basta: Adriano sospirò.
  • Non usare punti di domanda ripetuti (???): non servono letteralmente a niente. 

Due parole sulla trama e poi andiamo tutti a casa: una delle primissime domande che devi porti quando ti approcci alla scrittura di una storia (oserei dire la seconda, dopo di cosa parlerai) è come ne parlerai. Sarà una commedia o un dramma? Sarà d’azione o introspettivo? Sarà realistico o votato all’assurdo? Bada, non esiste una scelta giusta: la tua premessa (un uomo morto ottiene due giorni di tempo per dire addio ai suoi cari prima di andarsene definitivamente) può diventare una riflessione postmoderna sulla mortalità oppure una commedia degli equivoci, ma non può essere entrambe. E attenzione, i tipi di storie non sono per forza puri: una commedia può essere malinconica (Amici miei) oppure stimolare riflessioni angoscianti sulla società (Lui è tornato), e un dramma può farti morire dal ridere (La leggenda del pianista sull’oceano). Se però dai un’occhiata ai film che ho citato, non avrai mai dubbi su quale sia il tono di ciascuno. Scrivere è lo stesso: dalla scelta che compi dipende l’approccio che usi.

Ho l’impressione che tu questa domanda (come ne parlo?) non te la sia posta scrivendo questo racconto, perché non riesco a capire cosa dovrebbe essere. Un dramma? Sembrerebbe la scelta più ovvia, ma tutte le potenziali scene drammatiche (e.g. Adriano che assiste al suo funerale in incognito)  sono omesse o trattate in due righe. Una commedia? La quantità di memes e scene che sfiorano la farsa parrebbe suggerirlo, ma anche qui liquidi in due righe l’intera “giornata brava” di Adriano e Alessandro. Non c’è un obiettivo, sembra qualcosa di messo giù in un pomeriggio senza troppa voglia di scendere nei dettagli. La scrittura è i dettagli.

Cara scrittrice o scrittore, non demoralizzarti solo perché hai davanti a te grossi margini di miglioramento. Qualsiasi cosa tu voglia imparare, sarà inevitabile essere scarso almeno per un po’. Se ti interessa davvero diventare uno scrittore o scrittrice anche solo a livello dilettantistico, leggi più che puoi ed esercitati più che puoi. I risultati verranno da sé.

(E questo è quanto più gentile io sappia essere. Ammetto che è stato sfibrante. Comunque il gioco di parole del titolo è bellissimo.)

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: “Bruco Gianluco” di Simone Albrigi, in arte Sio. Che, come i più attenti avranno notato, non è una canzone di Les Misérables.

Dopo aver saputo chi è l’autore: ah, uhm, ecco… Non credo di averti mai parlato prima, Ale Duncan. Non ho null’altro da dire. Siamo al terzo di fila, questa rubrica è un naufragio.

 

 

Meridione per principianti

 

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Questo racconto è scritto competentemente. Diciamo che è il livello che mi aspetto da “parte alta della classifica” in un Fic Contest, se escludiamo una sovrabbondanza di virgole al posto di altra punteggiatura (Nemmeno Matteo lo pensava, in verità non si era mai posto il problema, semplicemente, come tutte le grandi storie, questa gli cadde addosso all’improvviso: la seconda e la terza virgola potrebbero essere punti o due punti) oppure in eccesso e basta (Giorgio, il compagno di classe, per tutto il primo liceo addirittura vicino di banco, si era fatto prestare la villa (con piscina) di un amico, per festeggiare tutta la notte: l’ultima virgola può essere omessa e a nessuno importerà). Anche la trama fa la sua porca figura, principalmente per la sua “circolarità”. Ho amici che probabilmente non la apprezzerebbero in quanto “molto fumo e poco arrosto”, e non sono certo di poter dare loro torto (i continui rimandi la fanno sembrare probabilmente più intelligente di quanto sia in realtà), ma non posso farci niente: questo modo di strutturare i racconti mi piace e basta.

Abbiamo dunque appurato che, autore o autrice che tu sia, te la cavi. Se eri qui anche l’anno scorso sai quindi cosa sta per arrivare. Se no, preparati alla parte bella del mio ruolo: è il momento in cui analizzo per filo e per segno dove il tuo racconto sbaglia in ambito show don’t tell. Sono sorpreso di essere arrivato fino a qui senza una tirata simile, ma per compensare qui ce n’è di roba da dire. Talmente tanta, in effetti, che devo dividerla in due punti.

Il primo è il raccontato narrativo. Il problema di base puoi intuirlo come segue: la differenza narrativa tra raccontato e mostrato è la stessa differenza che troveresti tra un libro di testo scolastico che parla della Prima Guerra Mondiale e un reportage di tale guerra. Se anche non ne avessi mai letto uno, puoi immaginarti che il secondo scenderà molto nei dettagli, mostrerà gli orrori del conflitto, ti farà vivere il pantano della battaglia della Somme, mentre il libro di scuola si limiterà a fornirti date ed eventi senza alcun pathos. Mi segui?

Ecco, questo racconto è il libro di scuola: è tutto raccontato. Ho mosso un’obiezione simile a La deadline, ma qui è più grave perché la cifra stilistica è maggiore. Chiariamoci, è normale che in un racconto breve, a differenza che in un romanzo, il raccontato sia ben più tollerabile. In effetti, se non sei un grande scrittore direi che è essenziale, perché non riesci a raccontare una storia significativa per esclusivo mostrato in meno di una ventina di pagine. Tuttavia è importante che il mostrato ci sia, riservandolo per scene capitali e limitando il raccontato alle parti meno rilevanti. È comprensibile saltare le minuzie dell’investigazione di Enzo, ma la depressione di Paolo? Le sue interazioni con Madeline? I suoi pensieri all’idea di stare tradendo la sua famiglia? L’intero ventaglio di emozioni che un uomo prova quando per la prima volta ammazza a mani nude qualcuno, su cui si potrebbe scrivere un intero romanzo a sé? Perché ignori tutto questo e ti perdi in una descrizione di quasi una pagina della festa a cui Matteo partecipa, il cui ruolo nell’economia della storia è più o meno uguale al mio in un seminario sulla rilevanza di Hegel nel fenomeno delle fake news negli Stati Uniti d’America?

La mia parte preferita è quando ci viene detto che Paolo è “sull’orlo della depressione”, e poi ci viene mostrato l’ensemble di tratti che caratterizzano la depressione (si sente vuoto e beve molto). Perché diamine? È controproducente o inutile a seconda di chi legge! Mostralo e basta, il lettore deciderà da sé se Paolo è sull’orlo della depressione.

Forse hai scelto di raccontare perché non volevi annoiare il lettore con troppe pagine. Ma il problema chiave del raccontato è che non resta in testa. Hai raccontato la storia da cima a fondo stando in otto pagine, ma al lettore cosa rimane? La scena della sepoltura, di cui rammento perfettamente la dinamica comprensiva di diversivo col gatto (e guarda caso una delle due uniche scene mostrate insieme agli eventi che portano alla morte di Madeline, quest’ultima scritta però decisamente peggio). Per quanto riguarda tutto il resto so cos’è successo, ma se mi chiedessi di descrivere qualcosa nel dettaglio (es. la vita misera di Paolo) farei scena muta.

(In effetti ho mentito. La mia vera parte preferita è quando l’assassinio di Madeline, l’evento centrale di tutto il racconto, viene liquidato in una frase: “Scaraventò a terra la donna, si tolse la cintura, gliela mise intorno al collo e strinse più forte che poteva, finché lei non diede più segni di vita”. Questo è quanto? Mostrami lei che si dibatte, le vene che pulsano, le grida che lacerano i timpani, il sudore delle mani che scivolano sulla cintura, il respiro a spasmi che viene soffocato! Se c’è una morte su cui non manca la documentazione visiva è quella per strangolamento, è lo standard “ma io non volevo ucciderlo” di film e serie TV dopo l’osso del collo rotto.)

Il secondo punto (di’ la verità, ti eri scordato che fosse a punti, vero?) è il raccontato stilistico. Questo è il solito su cui insisto, quindi rimando all’articolo di Wikipedia sullo show don’t tell per i dettagli. Un’analisi come quelle che facevo l’anno scorso è più difficile, perché il raccontato narrativo implica quello stilistico. Quindi per gli esempi (sottolineo esempi, non sono tutte le occorrenze di raccontato che ho trovato) mi concentrerò sull’unica scena veramente mostrata: la sepoltura.

  • Era in dormiveglia quando fu bruscamente svegliato dal rumore del motore di una macchina […]”. Nessuno si sveglia bruscamente: si balza seduti, ci si sente cadere, si fa quella cosa strana del sospiro esclamativo che non so nemmeno se abbia un nome. Puoi ritenere che non sia importante sapere come Matteo si sveglia: in tal caso togli l’avverbio in toto, perché è abbastanza ovvio che l’informazione che vuoi comunicare veramente sia un’altra, ossia che il suo risveglio non è naturale. Questa informazione è già data dal fatto che è svegliato dal rumore del motore eccetera, quindi il bruscamente è superfluo. Questo algoritmo (sostituisci l’avverbio con un mostrato più preciso, e se l’informazione è accessoria tagliala dal testo) si applica a quasi tutti gli avverbi, quindi non lo ripeterò. Prova ad applicarla tu stesso/a, una volta che hai capito il giochetto.
  • Dopo qualche secondo sentì il cofano aprirsi e il rumore di un oggetto appoggiato a terra”. Questa è sottile, ma dopo qualche secondo è raccontato: stai raccontando la successione degli eventi. La cosa assurda è che non serve: prova a vedere il passaggio da cui è tratto e togli “dopo qualche secondo”: troverai che funziona ugualmente. Questo perché il fatto che una riga avvenga “qualche secondo dopo” quella che la precede è l’assunzione di default del lettore. In compenso, senza la precisazione temporale il ritmo è molto più sostenuto e il racconto meno pesante (provare per credere).
  • L’uomo […] bestemmiò contro l’animale”. Questo è un esempio, ma ci sono diverse occasioni simili (tre con “imprecò”): si tratta di autocensura. È sempre meglio evitarla a meno che tu non stia scrivendo per un target specifico (es. bambini), perché è ovviamente raccontato e come tale fa un disservizio alla storia. Il modo in cui imprechiamo dice molto su di noi, perché non usarlo? In un racconto breve hai poco spazio, devi approfittare di ogni occasione.
  • Cercò nel buio, con la torcia del telefono, il punto in cui la figura aveva scavato e con le mani che tremavano creò una buchetta fino ad arrivare a toccare qualcosa di solido, probabilmente, un sacco nero della spazzatura. Le pupille di Matteo si dilatarono, un urlo strozzato uscì dalla sua bocca, ricoprì quella buchetta di pochi centimetri e corse via di lì, spaventato”. Questa è lunga. Okay, ripassiamo un attimo: il protagonista sta scoprendo un cadavere. Ci siamo? È potenzialmente una delle esperienze più terrificanti possibili, e come scrittore devi fare il possibile per renderla a un lettore il cui spavento più grande della giornata è stato trovare vuoto il tubo di Pringles alla cipolla. Stante ciò, “con le mani che tremavano creò una buchetta” è risibile. Dov’è il terriccio che si infila sotto le unghie? Dov’è il cuore che martella nel petto? Lo stesso vale per “ricoprì quella buchetta di pochi centimetri” (tra l’altro, una buchetta di pochi centimetri? Paolo ha sepolto il cadavere a fil di prato? Per ritrovare un cadavere una buca deve essere molto più larga di così) e “corse via di lì” (le gambe che sembrano spezzarsi? Matteo che inciampa mentre scappa e si sbuccia un ginocchio? I polmoni che bruciano?). Infine una nota sulla reazione di Matteo: l’urlo strozzato può andare, ma le pupille che si dilatano? Non è una relazione scientifica: tra tutte le risposte dense di pathos possibili a “cazzo, c’è un cadavere sepolto a due passi da casa e io ho toccato il sacco”, mi becchi proprio una che Matteo nemmeno può sentire di persona? Ti sarai preso almeno un bello spavento in vita tua: ricordi forse di aver registrato le tue pupille dilatarsi? In una scena simile devi scendere il più possibile nelle viscere del personaggio coinvolto, non osservarlo con gli occhi di Piero Angela.

 

Giusto un’ultima nota e poi ti lascio in pace, che sono andato avanti anche troppo: il tasto Invio è tuo amico. Hai scritto due scene importantissime (la sepoltura e la morte di Madeline) senza andare a capo una volta, tutto in un paragrafo.

Non farlo.

Il tuo compito come scrittore è che la tua storia attiri il lettore e comunichi ciò che deve, e la suddivisione in paragrafi è uno strumento importante per farlo. Se non ci credi, prova a immaginare se non fossi andato a capo su quel “Non farlo” e chiediti se l’avresti notato allo stesso modo.

(Lo so, avevo detto “ultima”, ma è molto raro che mi segni qualcosa che è riuscito bene, quindi ho pensato ti avrebbe fatto piacere: l’immagine della frase Trattene il fiato, si trovava pancia a terra, col mento sprofondato nel terreno e con i pugni che stringevano l’erba è un ottimo esempio di mostrato!)

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: non ne ho una adatta. Però posso suggerire di ascoltare “One Day More”? Non c’entra niente, ma è davvero bella. Questo è tutto, mi spiace.

Dopo aver saputo chi è l’autore: Rust? Quel Rust? Non so perché, ma sono onestamente sorpreso in positivo. In ogni caso attendo la querela.

 

 

San Lorenzo

 

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Le star del momento non sono paragonabili ai grandi maestri che hanno fatto la storia.

D’accordo, su le mani. C’è qualcuno che, leggendo la frase appena sopra, si è seduto un po’ più composto davanti alla scrivania e ha mormorato tra sé e sé “Accidenti! Ora che ci penso è vero! È un punto di vista che non avevo considerato!”?

Nessuno? Lo supponevo.

E questo è il primo problema di questa storia: il suo unico scopo è convincere il lettore di qualcosa che tutti sanno già. Togli quello e non c’è niente: l’unico conflitto è ingegnerizzato ad hoc per arrivare alla morale conclusiva, con il risultato che perfino Silvia non è convincente nelle sue obiezioni e il dialogo diventa nei fatti un monologo. E no, non è una “analisi introspettiva dei personaggi” perché dei personaggi non frega nulla a nessuno: sono dei cartonati senza alcun desiderio o difetto, che non si evolvono e non fanno nulla di interessante. Sono espedienti narrativi che si baciano.

E questo era il primo problema; il numerale non è lì a caso. Il secondo problema sono i dialoghi in sé. In breve, se vuoi basare un intero racconto su un dialogo tra due personaggi, devi essere ragionevolmente sicuro di saper scrivere dialoghi convincenti. Con ciò non intendo che devono essere asciutti o volgari o poco interessanti, ma devo poter credere che qualcuno possa effettivamente pronunciarli nella vita reale

Per quanto San Lorenzo faccia volteggiare i suoi astri nella notte, per quanto rifulga la sorella del sole, restano centinaia di fiaccole in cielo: le stelle fisse. Esse possono essere più o meno luminose, ma sono sempre lì a splendere. Le nuvole di passaggio, la luna o le stelle cadenti possono coprirle per un po’, ma poi tornano a lasciarsi vedere da chi ha occhi anche per loro. Questa è la vera arte, questo è il vero successo: lasciare parte di sé negli uomini, nella Natura, rendendo la notte un po’ più luminosa di prima”.

Questa è una battuta di Gianni riportata verbatim. Non l’ho toccata. Mi sento stupido a doverlo dire esplicitamente, ma nessuno parla così. E con ciò non intendo che il pizzaiolo all’angolo non parla così, intendo che Umberto Eco e Antonio Tabucchi non parlavano così. L’unico contesto in cui una battuta del genere è credibile è se qualcuno si è preparato un discorso e lo sta declamando a un pubblico (nel qual caso probabilmente direi “bella merda che ti sei scritto, era piena di retorica”). Quasi ogni frase pronunciata da Gianni rientra in questa categoria. Se pensi che questo non sia un errore perché volevi di proposito dare un sapore aulico molto figo alle parole di Gianni: punto primo non ci credo, perché Silvia presenta gli stessi problemi meno accentuati (“Ma… Mi stai dicendo che sono diventati così influenti senza farlo apposta? Non può essere”); punto secondo, se vuoi esprimere il tuo punto di vista nel linguaggio più elaborato possibile scrivi un saggio, non un dialogo. Se io impostassi un racconto in prima persona e a un certo punto mostrassi i pensieri di un altro personaggio in forma diretta mi si direbbe giustamente che la sto facendo fuori dal vaso; qui è lo stesso.

Il terzo problema è (non esclusivamente) esemplificato dal seguente passaggio: "Una sinfonia di fiati si sparse per l’aria e la voce del ragazzo vibrò di passione nel cantare quei versi pieni di tenerezza, conservatisi intatti sotto la scure del tempo e giunti dopo tanti anni alle labbra di lui, alle orecchie di lei, al cuore di entrambi”. Sai quando si dice “parole al vento”? Hai buttato tre righe di racconto per non dire niente. L’unica informazione comunicata è che Gianni declama la poesia (non sappiamo nemmeno quale, anche se secondo me era Meriggiare pallido e assorto di Montale) con sottofondo di una certa musica (non sappiamo nemmeno quale, anche se secondo me era il Concerto per clarinetto e orchestra n.2 di Arnold; non le sto citando a caso, è per mostrarti che non sono quelle che avevi in mente tu), questione da dieci parole al massimo. Tutto il resto è completamente inutile nel senso proprio della parola. “la voce del ragazzo vibrò di passione”? “versi pieni di tenerezza”? Il lettore non può immaginarsi nulla. Legge queste parole e le dimentica appena spariscono dalla vista. Intendiamoci, mi rendo conto benissimo del perché quel periodo sia lì: per dare una “impronta poetica”. Ma la poesia è per definizione la ricerca di immagini nuove, mentre qui di nuovo non c’è mezza parola. La “scure del tempo” è una metafora vecchia come il mondo. Questa non è poesia, è retorica: hai messo in fila parole che suonano bene senza chiederti se avessero effettivamente uno scopo nell’economia del racconto.

Ecco, tutto il testo è infarcito di pura retorica (nel caso non fosse ovvio, “retorica ubiqua” è il terzo problema che ho preannunciato). L’apice è raggiunto quando parli dell’amore tra Gianni e Silvia: “Il sapore del loro amore li pervase fin dentro l’anima”, “si inebriarono l’un l’altra di quel bacio più dolce della poesia, di quella stretta più legata delle note musicali, di quella magia più fulgida degli astri che solo la passione sa generare”, e via discorrendo. Così com’è è un gigantesco vaffanculo al lettore, un modo per dirgli “no, senti, immaginati tu com’è baciare una ragazza, intanto ecco qualche parola carina per darti ispirazione, io telo”. Vuoi raccontare l’amore? Ottimo, fallo descrivendo cosa provano visceralmente i personaggi, oppure attraverso le loro azioni, non con ghirigori astratti. A cosa credi che servano i personaggi, a fare da ornamento? Sono il tramite del lettore nella storia!

Infine, il quarto e ultimo problema (forse il più snervante) della storia è la totale mancanza di sottigliezza. Ho criticato anche L’intellettuale dissidente per questa ragione, ma in quel caso riguardava specificatamente la sezione finale; qui, invece, l’intero racconto è coinvolto. Non c’è alcuna ambiguità su chi abbia ragione: Gianni riceve monologhi di paragrafi interi, a Silvia vengono relegate poco convincenti repliche di una frase che vengono prontamente smontate dal compassionevole Gianni con il tono più paternalistico possibile. Come se questo non bastasse, il fottuto narratore prende le parti di Gianni a ogni occasione. Nel finale viene fatto un timido accenno suggerendo che forse Gianni non ha tutte le risposte, ma il danno ormai è irreparabile. Per spiegare perché questo modo di martellare il lettore con la “versione giusta” sia sbagliato cito il me stesso di tre giudizi fa: se il lettore è d’accordo con te è inutile e puoi anche evitare, se è in disaccordo con te ti sei fatto un nemico per la vita perché percepisce un intento di predicozzo da parte tua.

Concludo con alcune osservazioni che non trovano spazio nei quattro punti precedenti:

  • “Stoppala! Stoppa quella cosa, adesso!” fece Gianni, nervoso”. Non ne ho parlato per tutta la recensione, terribile mancanza da parte mia: nervoso è raccontato. Stai dicendo al lettore di trovare un’immagine di nervosismo nella sua testa, mentre devi essere tu scrittore a dargliela. Mostra il nervosismo.
  • Forse tu no […] E forse nemmeno la maggior parte della gente, ma altri sì. Gli astronomi, gli esperti del settore, sanno bene che nonostante il loro baluginio fioco esse sono splendenti, luminosissime e lontane”. Uhm? Ogni persona a parte qualche tribù animista dell’Africa del Sud sa che le stelle sono “luminosissime e lontane”, non è nozionismo da astronomi. O almeno credo, altrimenti i requisiti per la mia futura specializzazione sono molto meno stringenti di quanto pensassi.
  • Ho accennato al fatto che non menzioni quale sia il brano di musica classica, ma è molto più grave quello che segue: Gianni e Silvia parlano per parecchio di una canzone di cui non sappiamo né il nome né l’autore! La parte migliore è che pur di non dare specifiche te ne esci con battute del tenore di “Ma Gianni, il suo autore è una star, ha fatto successo con canzoni come questa!”.

 

Se questo racconto fosse una canzone del pluripremiato musical del West End Les Misérables, tratto dall’omonimo romanzo storico-sociale di Victor-Marie Hugo: “Suddenly”. Egregio signor Hopper: sapevo già che Cosette vuole bene a Jean Valjean visto che resta con lui per nove anni, non serviva la canzone a sbattermelo in faccia. E non creda che non sappia che l’ha voluta solo per provare a vincere l’Oscar alla Miglior Canzone Originale (che poi non ha vinto, in culo a lei). Io so tutto.

Dopo aver saputo chi è l’autore: non mentiamoci, BlazePower, ho capito dal terzo paragrafo che eri tu. Come risultato, questa critica è tarata con precisione su di te. Sei l’unico a godere di un tale privilegio quest’anno, ma non andare in giro a vantarti!

 

 

 

 

Ho cercato di tagliare come potevo, non volermene, sono da telefono e non volevo fare un post enorme con il tuo wot.

Novecento, seriously? Da te una cosa del genere non me l'aspettavo... Cioè, un commento sul quanto fosse alto l'albero da cui si è impiccato Paolo in meridione per principianti lo aspettavo quasi più dell'identità dei vincitori, non va bene così...

Tornando seri, gran bel post. Sinceramente anche quest'anno non condivido molte delle tue critiche, ma riconosco di non essere competente al riguardo, potrebbe essere interessante vederti in veste di giudice qualche volta, anche se prima voglio uno scontro all'ultimo inchiostro tra te e biaf per il titolo di re della fic challenge.

15 ore fa, Ale Duncan ha scritto:

Caro 900 ti dirò solo una cosa riguardo al tuo commento : tl;dr

Apprezzo il fatto che tu abbia scritto la bibbia per una fic che ho scritto letteralmente sbattendo il cazzo sulla tastiera (e che ho scritto in un giorno solo pensando fosse il giorno finale per poi scoprire che era stato posticipato tutto di 10 giorni) ma non era necessario

Distinti saluti 

 

Novecento è stato molto garbato e ha avuto la pazienza di non risponderti come meritavi, quindi lo faccio io.

Tu arrivi dal nulla, posti una fic che definire oscena è un leggero eufemismo, metti in imbarazzo la giuria che non sa assolutamente come valutarti senza insultarti eccessivamente, poi c'è pure un utente che ti fa una lunga serie di critiche costruttive (che non so in quanti altri avrebbero potuto fare senza limitarsi ad un "datti all'ippica"), e lo prendi pure a pesci in faccia? Allora, molto sinceramente, la prossima volta il cazzo sbattilo da qualche altra parte, perché noi ci impegnamo concretamente per offrire una competizione seria e girano parecchio i coglioni a vedersi prendere per il culo così. Grazie.

2 ore fa, Vuvuzela ha scritto:

Ommioddio, ci sono anch'io! :'D

Mi sono letta le critiche al volo, e che posso dire? Che avete tutti colto quel che volevo trasmettere, che avete saputo vedere errori e punti bui dove io non vedevo nulla; che vi siete dilungati a criticare e premiare un racconto su cui io stessa non avrei scommesso un soldo.

Ma partiamo dalle cose semplici:

Non mi sono presentata perchè sono una brutta persona, lo so :'D

Sono un'assidua frequentatrice di PCW, ma ho conosciuto il forum solo grazie a Johto Fag che ha pubblicizzato la Fic Challenge sulla sua pagina. A breve mi presenterò nella sezione apposita; per adesso vi anticipo che sono una ragazza di 23 anni, toscana, frequento un'università scientifica e sono un caso umano.

Passando a quel che i giudici (e non) hanno scritto sull'Intellettuale Dissidente:

Intanto, grazie grazie grazie, di nuovo. Ho inviato il racconto con la quasi certezza di guadagnarmi l'ultimo posto della classifica, vuoi per lo stile, vuoi per le questioni politiche, vuoi per gusti personali. E invece, vedere che quell'ammasso di errori più o meno gravi ha colpito qualcuno, così tanto da scrivere critiche e complimenti così calorosi, mi riscalda il cuore. Ringrazio di nuovo tutti, e mi concentro in particolare su quel che ha scritto Novecento, che secondo me ha esattamente colto i problemi dell'Intellettuale Dissidente:

Grazie per le tue parole, che vanno a toccare esattamente i fili scoperti della produzione del racconto. Perchè la questione della morale è stata la cosa che meno mi convinceva del prodotto finito, e che alla fine ho voluto mantenere più per scommessa che effettiva scelta stilistica. In realtà questo è il mio primo tentativo di "stile sarcastico"; di solito scrivo in tutt'altro modo, ragione per cui sono piuttosto stupita del successo che ha riscontrato.

Grazie, quindi, per quanto ti sei sbattuto ad evidenziare i punti oscuri del racconto. Le vostre critiche sono davvero degli ottimi punti di partenza per continuare a migliorarmi. Grazie, grazie di nuovo.

 

Intanto colgo l'occasione per rispondere a Lucan(ba)ik: sì, le banshee sono famose per le loro urla, e effettivamente nella mitologia si limitano a quello. Il fatto è che questo "racconto" fa parte di un quadro più ampio, in cui il "cibarsi" viene contestualizzato e spiegato.

Quindi il post su Johto World ha portato al terzo posto della challenge. Sono soddisfatto sia perché hai presentato un buon lavoro, sia perché è bello vedere che i nostri sforzi per pubblicizzare il contest hanno dato i loro frutti. Spero di rivederti in giro per il forum ^^

Modificato da CiaobyDany
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