Lord Bel

Fic Challenge 2015: Racconti

12 risposte in questa discussione

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~ Elenco dei Racconti ~

Quello che segue è l'elenco dei racconti che sono stati scritti per questa decima edizione della nostra Fic Challenge.
E' stata mantenuta la stessa formattazione (carattere, colore del testo, grassetto, corsivo, eccetera) che ci è stata pervenuta, così come è stata scritta dagli autori (anzi, nel caso ci siano errori di ogni tipo, fatemelo sapere con un messaggio privato e correggo al più presto!).
I racconti sono elencati nell'ordine in cui sono stati inviati. Non ha alcuna rilevanza sul loro giudizio o sulla loro valutazione.
 
Vi consiglio di prendere il vostro tempo e leggerli lentamente. Non tutti in un giorno magari, dedicate il giusto tempo ad ogni racconto. Fatevi rapire dalle parole degli autori, non abbiate fretta di arrivare alla fine! Questi 10 racconti possono accompagnarvi per qualche pomeriggio, tra lo studio e una partita a Pokémon.
 
Per esprimere i vostri commenti e votare il vostro racconto preferito, vi invito ad usare questo topic, che è stato aperto appositamente per discutere del vostro operato. Per ulteriori informazioni sulla votazione e su quello che comporta, leggete quello che è scritto nel topic.
La giuria ha già preso in visione racconti, e tra qualche tempo pubblicheremo la classifica e faremo le dovute premiazioni. Quando ciò accadrà, aprirò un topic a parte.
 
Detto questo, auguro a tutti una buona lettura!

 

Modificato da Jke

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Ore 22:45
di Aleterla



Ore 22:45
La cena in famiglia non era finita benissimo: Matteo aveva rotto accidentalmente il vecchio vaso che il padre aveva ricevuto dal nonno prima di morire. Non lo aveva di certo fatto apposta, ma anche se il padre non aveva urlato Lorenzo sapeva si fosse arrabbiato molto. Matteo si era subito addormentato dopo cena, confortato dalle rassicurazioni della madre: quel vaso non era poi così importante, gli aveva detto, avevano tanti oggetti del nonno in casa. Il padre li salutò apparentemente come sempre, ma a Lorenzo era sembrato fosse triste; era in effetti raro che il padre li sgridasse, preferiva un dialogo pacato alle urla, ma la tristezza che Lorenzo aveva percepito in quell'abbraccio della buonanotte non lo faceva dormire. Decise di alzarsi e tornare in cucina, probabilmente avrebbe trovato i genitori ancora svegli, forse avrebbe potuto scusarsi ancora per il fratellino e magari provare a rimediare in qualche modo: in fondo Matteo aveva solo tre anni, a quella età tutti combinano guai e lui, in qualità di fratello maggiore, aveva il dovere di aiutarlo.
Lorenzo uscì silenziosamente dalla camera per non rischiare di svegliare Matteo, dirigendosi verso la cucina: come immaginava la luce era accesa, la madre ed il padre ancora lì a parlare, come abitualmente facevano ogni sera. Decise di rimanere in corridoio ed ascoltare la loro conversazione di nascosto: forse parlavano di Matteo, forse stavano decidendo la sua punizione. Si nascose dietro la porta socchiusa ed iniziò ad ascoltare attentamente:
"...dovrei riuscire ad arrivare tra due giorni, se il viaggio fila liscio."
"Ma... sei proprio sicuro che non ci sia altra soluzione? Magari potremmo risparmiare un po' più sul cibo, non so..."
"Risparmiare sul cibo?". Il padre rise tristemente. "Risparmiamo già adesso abbastanza sul cibo: i bambini sono piccoli, devono mangiare bene se vogliamo che crescano come si deve".
Lorenzo guardava di nasscosto i due genitori: i loro volti erano, se possibile, ancora più tristi di quando Matteo ruppe il vaso.
"Non c'è alternativa" continuò il padre. "Se continuiamo così, presto non avremo nemmeno il denaro per mangiare. Devo partire, purtroppo."
Lorenzo rimase immobile per qualche istante, impietrito. Il padre stava partendo? Perché? Da quando avevano problemi di soldi? Suo padre guadagnava bene, lavorando giù in miniera; una volta ci andò anche lui: era un bel posto, pieno di gente. Il padre gli aveva presentato alcuni suoi colleghi simpaticissimi, che gli avevano detto felici che quello era un posto divertente in cui lavorare e che si guadagnava bene. Allora perché il padre doveva partire? Un secondo dopo aver formulato quel pensiero, Lorenzo entrò in cucina e glielo chiese.
Il padre impiegò qualche secondo a rispondere: si era sicuramente stupito di vedere il figlio ancora in piedi e la madre confermo la sua ipotesi.
"Lorenzo! Che ci fai ancora in piedi?". Lorenzo però continuava a guardare il padre, che dopo qualche altro secondo finalmente rispose: "Lorenzo, purtroppo ci sono delle spese in più che dobbiamo affrontare e il lavoro in miniera non basta più. Ho trovato un altro lavoro in una città qui vicino con cui potrò guadagnare un po' di più: così non saremo costretti a rinunciare ad altre cose."
"Che spese nuove ci sono, papà?" chiese Lorenzo. Il padre impiegò un po' di tempo per rispondere; il suo sguardo cadde sul vaso, i cui cocci giacevano ancora in un angolo della stanza, poi disse: "Purtroppo il vaso che Matteo ha rotto non era nostro, ma di un parente del nonno. Dovevamo restituirglielo prima possibile, ma ora che l'abbiamo rotto dobbiamo ripagarlo."
Lorenzo adesso capì tutto: era tutta colpa di Matteo ma anche sua, che non aveva ben sorvegliato il fratellino, come ogni fratello maggiore dovrebbe fare. "Costa tanto il vaso, papà?" chiese, ora anche lui triste.
"Purtroppo sì", rispose il padre.
"Posso vendere i miei giochi!" Lorenzo ebbe un'idea: "Se vendiamo i miei giochi, sono sicuro che riusciremo a fare tanti soldi!"
Il padre gli fece un sorriso triste, di quelli che aveva già visto quella sera, e gli rispose: "Non credo basterebbe, Lorenzo, ci vogliono davvero tanti soldi!"
"Ti posso aiutare in miniera!", disse subito Lorenzo. "Quando sono sceso giù in miniera con te, ho visto che tanti bambini lavoravano coi genitori. "Se lavoro con te e vendo i giochi, ce la facciamo di sicuro e tu non sarai costretto a partire!"
Il padre sembrava riflettere sulla possibilità, ma Lorenzo non vedeva come lui potesse ribattere: l'idea era perfetta, partire sarebbe stato inutile ed anzi dannoso, come poteva il padre pensare di poter lasciare da soli la moglie e i figli?
Dopo parecchi istanti, il padre disse: "Va bene. Sai che faccio? Domattina vado a parlare col mio capo e gli chiedo se puoi lavorare con me, ok?"
Sì! Ce l'aveva fatta! Lo aveva convinto! Ora il padre gli sorrideva felice, avevano trovato la soluzione perfetta e l'avevano trovata insieme. 
"Adesso però a nanna!" disse la madre. Lorenzo abbracciò di nuovo il padre, diede un ultimo bacio alla madre e tornò a letto.
Prima di addormentarsi, Lorenzo pensò a cosa avrebbe dovuto fare dal giorno dopo: avrebbe dovuto rinunciare ai giochi col fratello, a quelli con il suo migliore amico durante tutta la settimana tranne la domenica, ma così il padre non sarebbe partito e Matteo non si sarebbe sentito in colpa per questo; e poi sarebbe stato bello lavorare col padre.
 
Ore 22:45
La cena in famiglia non era finita benissimo: Giuseppe era ancora seduto in cucina con la moglie, un bicchiere di vino in mano e molta tristezza in corpo. Aveva salutato i figli come ogni sera e non era riuscito a dire loro che il giorno dopo non lo avrebbero visto tornare a casa. Non riusciva a guardare negli occhi la moglie, il suo sguardo continuava a fissare il bicchiere di vino che teneva in mano.
"Avresti dovuto dirglielo" disse lei, con un piccolo tono di rimprovero: "si preoccuperanno di certo. non vedendoti tornare."
Giuseppe lo sapeva e l'ultima cosa che voleva era dare ulteriori grattacapi ai figli ed alla moglie, ma non era riuscito a dire nulla ai piccoli: nonostante passasse le giornate in miniera l'uomo conservava in ogni istante, durante il duro lavoro, la certezza che al ritorno, la sera, avrebbe trovato i figli festosi del suo ritorno e la moglie migliore che avesse mai potuto trovare con la cena già pronta in tavola.
Sapere di dover fare a meno di quella certezza  da quel momento in avanti, gli avrebbe reso le giornate più pesanti: salutare i figli in maniera diversa dal solito, dirgli che sarebbe mancato per un po', avrebbe reso il distacco subito definitivo e Giuseppe non si sentiva pronto. Li aveva salutati e visti andare a letto tristi, convinti di averlo fatto arrabbiare dopo aver rotto il vaso del padre: ma a Giuseppe non importava nulla del vaso, lo avrebbe anzi volentieri distrutto lui stesso. Non era riuscito a dirgli neppure questo.
Marito e moglie continuavano a stare seduti in cucina, seduti ed in silenzio, entrambi con tante cose da dire e nessuna voglia di farlo. Fu la moglie la prima a parlare: le sue parole, benché pronunciate dolcemente, fecero male a Giuseppe come coltelli al cuore. "Quanto pensi starai via, quindi?" chiese.
"Non so", rispose lui. "Il progetto del cantiere sembra essere imponente, credo ci voglia qualche mese almeno."
Ancora silenzio. Che dire? Che fare? I bagagli erano già pronti, forse sarebbe dovuto andare a letto: il viaggio sarebbe stato lungo e faticoso, l'indomani avrebbe dovuto alzarsi presto.
"E devi proprio partire così presto? Alle cinque del mattino?" chiese la moglie.
"Purtroppo sì", rispose lui mesto. " Ho studiato per bene il viaggio: gli orari degli autobus e quello del treno per la capitale. Prendere l'aereo sarebbe un salasso che possiamo evitare; so che coi mezzi di terra il viaggio è enormemente più lungo ma è meglio così, credimi: partendo domattina dovrei riuscire ad arrivare tra due giorni, se il viaggio fila liscio."
"Ma... sei proprio sicuro che non ci sia altra soluzione?". Giuseppe percepiva ora quanto anche la sofferenza della moglie fosse grande. "Magari potremmo risparmiare un po' più sul cibo, non so..."
"Risparmiare sul cibo?". Giuseppe non riuscì a trattenere un sorriso molto triste. "Risparmiamo già adesso abbastanza sul cibo: i bambini sono piccoli, devono mangiare bene se vogliamo che crescano come si deve". Detto questo si rassenerò un po': quel sacrificio andava fatto, parlarne ancora avrebbe solo prolungato la sofferenza e sarebbe stato molto meglio andare subito a letto. "Non c'è alternativa: se continuiamo così, presto non avremo nemmeno il denaro per mangiare. Devo partire, purtroppo". Bevve infine quel bicchiere di vino tanto tenuto in mano; si alzò quando la porta che conduceva al corridoio si aprì: il suo primo figlio, Lorenzo, apparve all'improvviso, con sguardo preoccupato.
"Perché devi partire, papà?" chiese il piccolo.
Giuseppe rimase spiazzato: non si aspettava di rivedere il figlio e neanche voleva farlo. Dargli la buonanotte una volta, quella sera, sapendo di non poterlo più rivedere per parecchio, gli era costato tanto.
"Lorenzo! Che ci fai ancora in piedi?" chiese la moglie. Giuseppe sperava che lo sgridasse e lo rimettesse a letto: lui non era capace di urlare, al massimo ammoniva; la moglie invece, all'occorrenza, sapeva adottare la linea di ferro. Non quella volta, però: fatta quella domanda, rimasta senza risposta, non fece più nulla: rimase immobile al proprio posto, guardando il figlio che aveva appena formulato la domanda che lei stessa gli aveva rivolto qualche ora prima. Giuseppe non aveva scelta: doveva rispondere, ma non riusciva ancor ad essere totalmente sincero col figlio.
"Lorenzo, purtroppo ci sono delle spese in più che dobbiamo affrontare e il lavoro in miniera non basta più. Ho trovato un altro lavoro in una città qui vicino con cui potrò guadagnare un po' di più: così non saremo costretti a rinunciare ad altre cose". Giuseppe sperava che quella spiegazione bastasse al piccolo, ma evidentemente così non fu perché subito chiese: "Che spese nuove ci sono, papà?".
 Che dire ora? Dirgli del padre, dei debiti che gli ha lasciato "in eredità" insieme a qualche vecchio cimelio di famiglia di poco valore, sarebbe stato inopportuno: Lorenzo e Matteo adoravano il nonno, che vedevano poco ma a cui volevano un gran bene. Giuseppe cercava una storia, una qualsiasi storia anche stupida, che andasse bene per spiegare ad un bimbo di cinque anni perché il padre avrebbe dovuto lasciare la casa e gli affetti, ma non riusciva a togliersi dalla mente il padre, dei guai che gli aveva causato con quei debiti, dei sacrifici che doveva affrontare per colpa della sconsideratezza di un uomo che di tutto questo non si doveva preoccupare, ora che defunto. 
Uscirono quasi da sole le parole dalla sua bocca, parole che a mente fredda mai avrebbe pronunciato: in un istante vide il vaso che Matteo aveva rotto, i cui cocci giacevano ora raccolti in un angolo della stanza, e disse: "Purtroppo il vaso che Matteo ha rotto non era nostro, ma di un parente del nonno. Dovevamo restituirglielo prima possibile, ma ora che l'abbiamo rotto dobbiamo ripagarlo".
Ecco fatto: aveva ora scaricato la colpa di tutto su suo figlio minore. Si sentì enormemente in colpa per questo e ancora di più quando vide il volto di Lorenzo, prima curioso e un po' arrabbiato, incupirsi a vista d'occhio. Giuseppe voleva dire qualcosa per rimediare al danno appena fatto, ma aveva paura di peggiorare la situazione dicendo qualche altra sciocchezza. Fu il figlio, però, a riprendere il dialogo: "Costa tanto il vaso?".
Quella conversazione era ormai diventata emotivamente impossibile da sostenere: arrivato a qul punto, Giuseppe non potè fare altro che continuare a camminare su quel sentiero tortuoso, sperando di non inciampare e farsi male sul serio. Decise quindi di non dilungarsi oltre e, sperando di chiudere lì il discorso, disse cercando di mantenere ferma la voce: "Purtroppo sì".
Lorenzo però sembrava non volere terminare lì la conversazione. "Posso vendere i miei giochi! Se vendiamo i miei giochi, sono sicuro che riusciremo a fare tanti soldi!".
Nemmeno sotto tortura Giuseppe avrebbe tolto qualcosa al figlio, men che meno quei pochi giochi che era riuscito a comprargli: giochi che, comunque, non valevano per gli adulti tanto quanto valevano per il figlio. Giuseppe però sorrise, fiero dello spirito di sacrificio del primogenito, quello spirito che gli aveva fatto assumere con orgoglio il ruolo di fratello maggiore. "Non credo basterebbe, Lorenzo, ci vogliono davvero tanti soldi!"
"Ti posso aiutare in miniera! Quando sono sceso giù in miniera con te, ho visto che tanti bambini lavoravano coi genitori. Se lavoro con te e vendo i giochi, ce la facciamo di sicuro e tu non sarai costretto a partire!"
Col senno di poi, mentire al figlio forse non era stata una grande idea. Un giorno, Lorenzo aveva insistito per vedere il posto in cui lavorava e Giuseppe aveva fatto di tutto per dipingere la miniera come un bel posto, con gente felice e soddisfatta della propria occupazione, quando in realtà di felice c'era ben poco: lavoro duro, paga misera, tanto che in molti erano costretti a portare con sé i figli al lavoro, per essere aiutati o, nel caso di figli adolescenti, per avere un secondo stipendio in famiglia, seppur misero. Giuseppe si era però ripromesso che mai i suoi figli avrebbero lavorato lì: voleva risparmiare, pian piano e tra mille rinunce, abbastanza da lasciare quel maledetto lavoro, trasferirsi in città con la famiglia  trovando magari un lavoro più leggero, lasciando la baracca nella quale vivevano a stento, pur cercando di non far mancare nulla ai figli. La morte del padre però gli aveva rovinato i piani: chi mai avrebbe potuto immaginare che il vecchio avesse accumulato tanti debiti? Ora toccava a lui pagarli e non gli costava poco, non solo in termini monetari.
Ora era lì, stanco, stressato, con un figlio davanti che cercava in tutti i modi di aiutare: ma lui, un bambino di cinque anni, non poteva aiutare. Chiedendo mentalmente scusa al figlio per l'ennesima bugia che stava per raccontargli, alla moglie che certamente dovrà dare spiegazioni ai piccoli mentre lui sarebbe già stato lontano, si sforzò di fare il sorriso più felice che potesse esprimere e disse: "Va bene. Sai che facciamo? Domattina vado a parlare col mio capo e gli chiedo se puoi lavorare con me, ok?"
Il sorriso soddisfatto di Lorenzo gli fece capire che era riuscito nell'intento di chiudere quell'infernale conversazione, ma allo stesso tempo lo fece sentire ancora più male: di certo il figlio lo avrebbe odiato, come lui aveva odiato il proprio padre in gioventù.
"Adesso però a nanna!" concluse la moglie. Giuseppe diede un ultimo abbraccio al figlio, in cui cercò di mettere tante cose non dette e, dopo un ultimo bacio alla madre, Lorenzo tornò finalmente a letto: pochi minuti dopo, ci andarono anche marito e moglie.
Non dormirono entrambi. Giuseppe teneva dentro di sé troppe emozioni: ingannare così il figlio, seppur  facendolo in buona fede, lo faceva sentire un mostro. Chissà se in futuro Lorenzo avrebbe capito, chissà se in futuro si sarebbe comportato come lui fece in gioventù, quando il padre lasciò casa in cerca di maggiore fortuna e Giuseppe iniziò ad odiarlo, domandandosi perché non gli avesse chiesto di partire con lui, considerato anche che sarebbe stato bello lavorare col padre.

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The Sacrifice of a Mother
di VenusDrew~



Un lampo improvviso scocco prepotente dal fucile. La pallottola viaggiava a tutta velocità verso il corpo inerme di Skull. La colpì in pieno petto, ed un grido straziante uscì dalla sua piccola bocca, poco prima che si accasciasse al suolo, priva di vita.
I suoi assassini risero di gusto. Si avvicinarono al suo esile corpo e, con forza, le diedero un calcio, per assicurarsi che il pokémon fosse passato a miglior vita. Notarono, quindi, un piccolo Cubone, che giaceva sotto il cadavere. Il piccolo non reagiva, era attaccato alla madre e sembrava quasi non notare i loschi individui che stavano per violare il corpo che gli aveva fatto da scudo.
Risero nuovamente.
“Guarda un po', questa piccola bestia aveva con sè anche un cucciolo. Dovremmo squartare anche lui” al suono di quelle parole, il piccolo Cubone rabbrividì. Aveva appena perso l'unica creatura della quale si fidava, colei che lo aveva cresciuto e nutrito; in lui, si fecero sempre più forti le idee di morte e solitudine, che lo spinsero a rassegnarsi al suo ineluttabile destino, sebbene non avesse ancora chiaro cosa ne avrebbero fatto di lui.
“Lascia perdere, i teschi di Cubone non valgono un cazzo. La nostra missione è riuscita alla perfezione. Una volta vendute queste fottute ossa, guadagneremo un bel gruzzolo!”
“Beh, se lo dice lei” il tizio più alto prese una spranga e, con impazienza, si avvicinò ancora di più al cadavere di Skull.
“Cosa pensi di fare?!” - balenò, allora, il compagno - “Questo non è lavoro da novellini. Togliti di mezzo e dammi quell'arnese!”
“Ma io stavo solo...”
“Allora, forse, c'è qualcosa che non ti è chiaro! Tu devi solo eseguire i miei ordini! Non hai ancora capito che se combini qualche cazzata, quel coso non varrà nulla?”
Cubone, ancora confuso per ciò che era appena accaduto, si strinse ancora di più alla madre; il suo corpo era freddo, glaciale, privo di qualsiasi funzione vitale. Skull aveva ancora un'espressione terrorizzata, con gli occhi aperti puntati sul suo piccolo; l'osso che era solita tenere in mano, stava lì, a pochi centimetri da lei. Le stalattiti e le rocce dell'oscuro Tunnelroccioso rendevano la scena lugubre e agghiacciante. Ma ancora più straziante, era l'indifferenza dei due aguzzini, che con sangue freddo, si accingevano a privare un pokémon di una parte del suo corpo, quasi si trattasse di un vecchio giocattolo rotto che andava buttato.
Il piccolo Cubone, sebbene non avesse ancora realizzato la gravità della situazione, restava immobile, con il respiro affannato, tenendo saldamente il suo osso nella zampa. Non aveva idea di cosa fare: avrebbe potuto lottare, ma i due Rockets non ci avrebbero messo molto a farlo fuori, dal momento che, con una facilità irrisoria, avevano sedato sua madre in poco più di un minuto; d'altra parte, però, non se la sentiva di abbandonarla in quello stato, in balia di quegli uomini senz'anima. Preso dallo sconforto, iniziò a piangere, intonando un canto cupo e carico di dolore, che rimbombava selvaggiamente nelle profondità della caverna.
“Ehi, questo coso ha iniziato a piangere! E adesso che si fa?”
“Toglilo di torno, se continua a lagnarsi attirerà l'attenzione di qualcuno, e noi saremo fottuti!”
“Ma ha appena detto di non ucciderlo!” - urlò confuso Maxus - “So bene cosa ti ho detto! Non osare rispondermi con quel tono, altrimenti ammazzo anche te! Adesso prendi quel fottuto fucile e metti fine a questo strazio!” - tuonò l'altro.
Ubbidendo al suo capo, Maxus impugnò l'arma e iniziò a cercare Cubone con lo sguardo, il quale, nel frattempo, si era spostato su di un masso accanto al corpo senza vita di Skull. Con gli occhi pieni di lacrime, prese l'osso che era appartenuto a sua madre e, urlando a squarciagola, lo lanciò dolcemente su di lei, come se ne stesse decantando il funerale.
“Maxus, datti una mossa! Non posso procedere se quello sgorbio continua a frignare!”
“D'accordo, ubbidisco, generale Mark!”
Allora, Maxus, puntò il fucile sul piccolo, cercando di mirare con precisione al suo cuore.
“Smettila di frignare! Tra poco, anche tu raggiungerai la tua insulsa mammina!”
Udendo quelle parole, Cubone smise di piangere e iniziò a guardare Maxus fisso negli occhi. Le lacrime si erano ormai asciugate, e al loro posto, vi era uno sguardo carico d'odio e rancore, che paralizzò la recluta.
“Generale, non riesco a muovermi! Questo coso mi ha fatto qualcosa di strano! La prego, mi aiuti!”
“Sei un coglione! Non sei nemmeno capace di fare fuori un cosino di 50 centimetri! Fatti da parte!” Mark spintonò Maxus, e gli tolse il fucile dalle mani.
“A noi due, piccolo teschio ambulante!”
Così dicendo, presse il grilletto dell'arma. Cubone, allora, spalancò la bocca, ruggì selvaggiamente con tutto il fiato che aveva in corpo, e scagliò il suo piccolo osso contro la canna del fucile. Un enorme boato si espanse veemente in tutta la grotta, facendola tremare, come se stesse per crollare tutto.
“Ma che diamine...” ci fu un'esplosione, il fucile andò in mille pezzi e, insieme a lui, Mark. L'osso ritornò nelle zampe di Cubone, come se nulla fosse successo.
NO! MARK DOVE SEI FINITO?! PICCOLO BASTARDO, ADESSO TI FACCIO FUORI IO!” Cubone, ormai, non aveva più paura: si era reso conto che il dolore per il sacrificio della madre lo aveva reso più forte di qualsiasi arma, e così, assunse la posizione d'attacco per fronteggiare il nemico.
Il boato scaturito dall'esplosione, aveva, tuttavia, attirato l'attenzione di alcuni avventurieri che si trovavano nei paraggi, e le loro voci si facevano via via più nitide e definite.
“Maledetto, hai mandato a monte il nostro piano! Ma non te la caverai così facilmente! Questa volta ti sei salvato, ma un giorno all'altro ti distruggerò con le mie stesse mani!” - estrasse una scuroball e la lanciò in aria - “Golbat, usa Nube!”
Il pokémon pipistrello incrociò per un attimo lo sguardo di Cubone, e carico d'astio, spalancò l'enorme bocca per generare una densa nuvola di fumo.
Nel frattempo, erano sopraggiunti i primi allenatori, i quali rimasero senza parole, davanti a quello scenario apocalittico, una volta che la nube si dissolse: un Marowak privo di vita e con il teschio semi staccato; un corpo a brandelli, con le mani ancora salde al fucile; un piccolo Cubone accasciato in terra per l'enorme sforzo che aveva compiuto.
“Non è possibile, non di nuovo...” - disse allora un anziano uomo, con aria devastata - “ È meglio se andate a chiamare la polizia. Temo che qui ci sia lo zampino dei Rockets... Ancora una volta.” Un avventuriero che era lì, uscì quindi fuori dalla grotta, e corse a perdifiato tra i lussureggianti boschi che conducevano a Lavender Town, la città più vicina. Sopraggiunse, allora una donna un po' attempata, che rimase inorridita dalla scena. Altri, non riuscendo a trattenersi, si tapparono il naso per il terribile odore di carne bruciata.
“John, cosa pensi che sia successo? Sembra un film dell'orrore...” “In effetti, mia cara Agatha, credo proprio che lo sia” - si avvicinò al corpicino in fin di vita di Cubone e lo prese in braccio - “Vieni piccolino, per oggi basta così”.
Mr. Fuji uscì fuori dalla grotta, assieme ad Agatha, e intravide la polizia arrivare in quel preciso momento. Sebbene i Rockets non fossero nuovi a questo tipo di crimini, era chiaro che stavano superando il limite.
“Non riesco ancora a capire come il piccolo sia riuscito a salvarsi...” - disse Agatha, cercando di nascondere le lacrime - “Non ha importanza, ciò che conta è che sia vivo. Maledetti Rockets, non hanno avuto pietà nemmeno di questo esserino indifeso. Hanno brutalmente ucciso sua madre, ed erano pronti a staccarle il teschio!” - la strana signora rabbrividì udendo quella frase - “Ma come si può essere così malvagi e privi di scrupoli?” - le lacrime iniziarono a farsi largo sul suo volto - “Non lo so , non riesco ancora a trovare una spiegazione razionale a questo genocidio. Ma adesso andiamo a casa, il piccolo ha bisogno di cure”
Strinse forte la mano della donna, mentre con l'altra teneva Cubone, svenuto, al petto.
“Prometto che vendicheremo tua madre, piccolino” - disse tra sé e sé Mr. Fuji - “Dovessi rimetterci la mia stessa vita.”
Poco dopo, tornò alla città di Lavender Town, al centro della quale si trovava la famosa Torre Pokémon.

 

*****

“Guarda, Red! Quella dev'essere la Torre Pokémon di Lavender Town!” urlò, entusiasta, una ragazzina di poco più di 15 anni - “Finalmente siamo arrivati!” “Non c'è bisogno di urlare, l'avevo intuito anche da me, Blue” rispose allora il suo accompagnatore, che aveva pressapoco la stessa età.
“Uffa, come sei noioso! Sorridi un po', invece di tenere sempre il broncio!” - in realtà, Red, non era affatto imbronciato: era un ragazzo riservato e pacato, che non amava dare spazio alle sue emozioni; la sua compagna di viaggio era Blue, una ragazza solare, allegra, che adorava ridere e scherzare. Entrambi erano partiti ormai da qualche mese dalla loro città natale, Pallet Town, per cercare di conquistare un sufficiente numero di medaglie, che consentisse loro di accedere all'Indigo Plateau, sede della Lega Pokémon della regione di Kanto. Si conoscevano sin da bambini, e di comune accordo, avevano deciso di intraprendere il viaggio attraverso la regione come duo-lotta.
“Arrivati in città, dovremmo passare dal Centro Pokémon. Fireblast e Icyhorn hanno bisogno di riposare” - disse lui, freddo, quando ebbero varcato l'ingresso di Lavender Town - “Credo che anche Dancin'Queen necessiti di alcune cure” - rispose lei, stringendo in mano una pokéball.
Arrivati alla meta, entrambi gli allenatori si accomodarono nel salone principale: era dotato di ogni comfort, da comodi divani a sei posti a distributori di bevande di tutti i tipi.
Dopo aver consegnato tre delle loro undici balls, si sedettero presso uno dei tanti tavoli della caffetteria, ed ordinarono da mangiare.
“Hai già pensato a quale pokémon catturare per completare il tuo team?” - chiese, distrattamente, la ragazza - “Hai ancora un posto libero in squadra...” - bisbigliò, con lo sguardo perso nel vuoto.
“Non ancora, non sono mica come te che catturi qualsiasi cosa ti capiti a tiro...” - la zittì Red, con un tono a metà tra scherzo e verità - “Quando fai così ti odio... Non è colpa mia se per strada abbiamo incontrato dei pokémon così carini! E poi, ricordati che se abbiamo quattro medaglie, è anche merito dei miei pokémon!” - bofonchiò lei, seccata. Red sorrise, adorava far arrabbiare Blue; in fondo, non aveva tutti i torti: sebbene lei scegliesse i pokémon in base al loro aspetto, si erano rivelati molto utili in tutte le loro lotte in palestra.
“Ad ogni modo, avevo pensato di prendere un Onix, già che siamo nei pressi del Tunnelroccioso.” - disse lui, dopo aver finito la sua porzione di cibo - “Onix?! Vorrai scherzare spero! I pokémon di tipo roccia sono così brutti, bitorzoluti e... rocciosi!” - l'espressione di Blue era terrificata - “Dai, sciocchina! Dal momento che ho già pokémon di tipo fuoco, acqua, elettro, lotta e psico, sarebbe una buona idea aggiungerne uno di tipo roccia... O, magari, un tipo terra!” “No, no, e poi NO! Mi rifiuto di lasciarti catturare un Rhyhorn o un Geodude! Piuttosto prenditi...” - sospirò profondamente - “...qualsiasi cosa non sia mineraloso, come un dolce Clefairy!”. Le sue parole suonarono così forzate e poco obiettive che Red non poté fare a meno di ridere.
Il Team Rocket colpisce ancora: trovato l'ennesimo cadavere di Marowak” lesse ad alta voce un uomo, seduto qualche posto più in là - “Quei balordi non sanno più cosa inventarsi! Se continuano così, finiranno per rubaree persino le code agli Slowpoke...”
Red si fermò di colpo, come se un brivido gli avesse percorso la schiena. Non riusciva a credere a ciò che aveva appena udito. Si alzò dal tavolo e, in silenzio, si avviò verso il signore che leggeva il giornale - “Scusi buon uomo, non vorrei disturbarla, ma non ho potuto fare a meno di sentire cos'ha appena detto. Le dispiace se...?” “No, ragazzino, accomodati pure” - disse con garbo il signore, accogliendolo accanto a sé - “Mi dispiace importunarla, ma sono appena arrivato in città, e non avevo idea...” “RED! Ma dove diamine eri finito? È così che si tratta una donzella? Mi hai lasciata al tavolo, tutta sola ed ind...” “Oh, Blue, ti prego, non essere melodrammatica! Leggi la prima pagina di questo giornale, piuttosto!” - la ragazza, ancora arrabbiata, prese il giornale con forza, ma subito dopo sbarrò gli occhi - “Ma è terribile...” “Già! Proprio per questo stavo per chiedere informazioni a questo distinto signore, poco prima che tu c'interrompessi” - le parole di Red suonarono come un vero e proprio rimprovero, ma la ragazza sembrò ignorarlo completamente. L'uomo, divertito per la scena a cui aveva appena assistito, prese la parola poco dopo.
“Dovete sapere che, negli ultimi tempi, accadono dei crimini terribili, qui a Kanto. Una banda di criminali senza scrupoli, il Team Rocket, sta seminando il panico, macchiandosi di azioni crudeli verso uomini e pokémon: rubano sfere poké ai poveri malcapitati, rapinano Centri Pokémon e Poké-market, e non temono di ricorrere a tecniche violente per farsi ubbidire dai pokémon rubati. Inoltre, da qualche mese, si sono dati anche al contrabbando di merci rare: corna di Rhyhorn, perle di Cloyster e...” - fece una breve pausa - “Teschi di Marowak”.
I due amici si guardarono inorriditi, non riuscendo a dire nemmeno una parola. L'uomo proseguì: “Le autorità stanno facendo di tutto per tenerli sotto controllo ma, a quanto pare, sono più numerosi di quel che si pensava. Non sono ancora riusciti a scovare il loro QG e, purtroppo, temo che ci vorrà ancora del tempo...
I tre sospirarono, non sapendo cosa dire. L'idea che la sete di ricchezza dell'uomo potesse spingersi così oltre era davvero terribile. Era scontato, infatti, che, prelevando le merci rare di cui il signore aveva parlato, i pokémon in questione fossero destinati alla morte. Il silenzio iniziò a farsi sempre più pesante, quasi soffocante, al punto che Blue non riuscì a trattenere un singhiozzo.
“Fortunatamente, però, in città c'è un uomo che si prende cura dei pokémon bisognosi. Si tratta del vecchio Mr. Fuji” - disse qualche istante dopo il signore – “è davvero una brava persona. Visto che siete degli allenatori, dovreste andare a trovarlo. Abita poco più avanti del Poké-market.” - i due ragazzi scambiarono uno sguardo d'intesa - “la ringraziamo del tempo che ci ha dedicato, andremo subito a fargli visita!” disse educatamente Red che, qualche istante dopo, si alzò dal tavolo, seguito dalla sua compagna.

 

*****

“Abita qui Mr. Fuji?” - chiese Blue alla signora dall'aspetto trasandato, che stava seduta d'innanzi al porticato di una grande villa - “Sì, ragazzina. Cosa volete tu e il tuo amico?” - rispose fredda l'anziana. Red guardò seccato Blue, e prese la parola. “Scusi, siamo due allenatori di pokémon. Abbiamo sentito che il signor Fuji si prende cura dei pokémon bisognosi, e saremmo interessati a fare la sua conoscenza” - Agatha scrutò per bene i due ragazzi, osservandoli dalla testa ai piedi. Blue e Red si guardavano l'uno con l'altra, imbarazzati dalla situazione e timorosi del giudizio che avrebbe sentenziato la vecchia. Dopo qualche minuto di attesa, finalmente, la donna aprì bocca.
“Scusatemi se sono stata brusca, ma ultimamente si presentano un sacco di giornalisti e ciarlatani che vogliono speculare su John e la sua attività di volontariato. È chiaro che voi siete dei semplici allenatori.” - sorrise, quasi forzatamente - “Venite, vi faccio entrare in casa” - i ragazzi seguirono la donna dentro l'abitazione. Al suo interno, vi erano numerosi allenatori, impegnati a giocare con ogni specie di pokémon. Al centro del grande salone, vi era invece un tavolo da buffet, imbandito di pietanze per umani e pokémon. I tre si fecero strada, superando altri due ampi saloni, anch'essi molto affollatti, fino a giungere ad una piccola cappella, decorata da numerose piante e fiori. In piedi, dietro quello che sembrava essere un altare, vi era un uomo anziano, che teneva qualcosa fra le braccia. Mr. Fuji sembrò non notare l'ingresso del piccolo gruppo.
“John, hai delle visite” - disse, con voce fievole, Agatha - “Ti ringrazio, Agatha. Fai accomodare questi due giovani” la donna indicò a Red e Blue due poltroncine, e dopo averli fatti sedere, sparì, chiudendosi la porta alle spalle.
“Giornata meravigliosa, vero ragazzi?” - i due annuirono - “Guardate i caldi raggi del sole che filtrano prepotenti dalla finestra, lì in alto. Sembra quasi che Mew si stia muovendo!” - effettivamente, il mosaico dal quale passava la luce, che ritraeva alcuni pokémon occupati a giocare, sembrava avere vita propria. “Non c'è cosa più bella della natura, non trovate? Il cielo, il mare, i boschi, tutti gli esseri viventi... Fa tutto parte di una macchina perfetta, un sistema che sembra poter gestire da solo tutti i dettagli della nostra esistenza...” - i due ragazzi guardarono confusi il vecchio uomo, interessati ma allo stesso tempo spiazzati da quelle strane parole - “E poi ci sono loro, i pokémon... Le creature che danno un senso alla nostra vita e determinano il percorso che decidiamo di seguire. Sono esseri perfetti, nostri amici, fedeli collaboratori. Eppure, ancora oggi, c'è gente che non riesce a capire il loro valore!” - la sua espressione si fece seria, un velo di tristezza gli ricoprì il volto. Iniziò ad accarezzare freneticamente il fagottino che teneva in grembo. Gli allenatori notarono all'istante il cambio di umore, ma non batterono ciglio, curiosi di sentire il resto del discorso. Sembrò quasi che lo strano anziano sapesse del loro arrivo, ed avesse già programmato ogni sua singola parola.
“Proprio così. Persone che non hanno rispetto per le altre creature. Gente che non riesce a cogliere la perfezione di queste piccole creature indifese. Elementi che non hanno timore di macchiarsi con l'omicidio e la tortura. Animali che non meritano assolutamente nulla, nemmeno la pietà degli altri uomini.” - le sue dure affermazioni potevano sembrare eccessive, ma egli stesso ne era al corrente. Era come se il suo stesso animo fosse stato marchiato dalle medesime sofferenze provate dai poveri pokémon uccisi dal Team Rocket. Avvicinò il suo volto al piccolo pokémon, e parve ascoltare con interesse, quasi come se il pokémon gli stesse dicendo qualcosa. O, almeno, questo è ciò che pensarono Red e Blue nel vedere i due così vicini.
“Sapete cosa sono in grado di creare questo tipo di uomini? Dolore, morte, sofferenza, qualsivoglia atrocità. Il male in tutte le sue forme. Sono capaci di atti indicibili, com'è successo alla madre di questo povero piccolo” - così dicendo, prese il piccolo pokémon e lo privò del lenzuolo che l'avvolgeva, lasciando così intravedere, per la prima volta dal loro arrivo, l'esile figura di Cubone e il suo massiccio teschio. I due ragazzi, che non avevano mai visto un pokémon di quel tipo in vita loro, ne rimasero affascinati. Quell'aspetto cupo, triste, ma al tempo stesso, gracile e indifeso, li intenerì.
“Sapete, ho salvato questo piccolino proprio qualche giorno fa. Ed è vivo solo grazie al gesto più nobile che qualcuno possa compiere...” - “Quale?!” chiese Red, di colpo. Stavolta fu Blue a fulminarlo con gli occhi, ma Mr. Fuji rise - “Il sacrificio. Il sacrificio di sua madre.” - quelle parole furono come uno sparo alle tempie per i ragazzi, che spalancarono gli occhi, e rimasero paralizzati - “Sì, avete capito bene. La madre di Cubone, una Marowak, lo ha protetto con il suo corpo, pur sapendo che era lei il bersaglio principale. S'è messa in prima linea per difendere la vita di ciò che aveva di più caro al mondo. Ha deciso di immolarsi per garantire la sopravvivenza del suo cucciolo, pur non sapendo se ce l'avrebbe fatta o meno. Ha dimostrato di avere un animo più puro di quello di molti uomini, che non saprebbero nemmeno dare una definizione di questa parola” - Blue iniziò a piangere, presa dallo sconforto, e per quanto Red provasse a trattenersi, nemmeno lui riuscì a trattenere a pieno le lacrime - “Suvvia, ragazzi. Non siate tristi. Skull non c'è più, ma vi posso assicurare che sta bene. Sopratutto, ora che Cubone ha finalmente trovato qualcuno che si prenda cura di lui” - mentre cercavano di asciugarsi le lacrime, i due rimasero perplessi per le ultime affermazioni del signor Fuji; stavolta fu Blue a prendere la parola.
“Sì, sono sicuro che questo piccolo è molto fortunato ad aver trovato posto presso casa sua...” - proprio in quell'istante, Red notò che il piccolo lo stava guardando. I suoi occhi erano piccoli, ma carichi di vita; tristi, ma desiderosi di amore; strani, ma dir poco perfetti. Mr. Fuji rise.
“Temo che lei non abbia capito, signorina. Io mi prendo cura dei pokémon, è vero. Ma questo Cubone ha bisogno di lottare e crescere con un allenatore che gli voglia bene e lo segua nel suo percorso, fin quando non sarà abbastanza forte da rendere giustizia a tutte le morti causate dal Team Rocket” - Blue, sempre più perplessa, notò che Red, quasi meccanicamente, aveva delicatamente tolto il piccolo pokémon dalle braccia di Mr. Fuji, e aveva iniziato a giocherellarvi, del tutto indifferente alle parole del vecchio.
“Ecco, a quanto pare il suo amico è stato un pelino più perspicace di lei...”
 

 

*****

“Grazie ancora, Mr. Fuji! Non so davvero come ringraziarla per il dono che mi ha fatto...” - urlò Red, stringendo a se Cubone - “Sono sicuro che saprai prendertene cura meglio di chiunque altro... Assieme alla tua simpatica amica, ovviamente” - Blue rise.
“Ah, vorrei chiederle un'ultima cosa. Come fa ad essere certo che la madre di Cubone stia bene? Ne ha la certezza, oppure... È una sua supposizione?” - disse Red, poco dopo aver indossato lo zaino - “Beh, caro Red, devi sapere che la mia famiglia si tramanda da generazioni il dono di saper comunicare con gli spiriti, anche se non è una delle mie facoltà principali... Inoltre, è stata proprio Skull ad avvisarci dell'arrivo di due allenatori dal cuore puro come il suo” - fu allora che, alle sue spalle, emerse la figura di Agatha, come se stesse aspettando quel preciso momento per farsi viva - “Quindi lei e la signora...” - “Sì, esatto. Siamo fratelli. Una bella fortuna, non vi pare?” - il vecchio si avvicinò ancora di più alla donna e, all'unisono, salutarono i ragazzi.
“Arrivederci, cari ragazzi! Fate buon viaggio!” “E spaccate in quattro quell'insulso Team Rocket!” - aggiunse vigorosa Agatha. I ragazzi scoppiarono in una fragorosa risata, e con il nuovo compagno in braccio, si avviarono verso la nuova meta.

 

*****

“Uh, stavo per fare una delle mie solite figure!” - disse ad un tratto Blue - “Pensavo che i due vecchietti fossero marito e moglie!” “Tu guardi troppi film, mia cara... Vero, Cutebone?” il piccolo pokémon annuì, ed emise un suono simile ad una risata. Lo stesso fece Red.
“Che hai da ridere?” - chiese seccata Blue - “Niente, stavo solo pensando che, in un modo o nell'altro, sono riuscito a vincere io...” - rise ancora, e Blue s'irritò ancora di più - “Ma di cosa stai parlando?!” - “Ho finalmente trovato il mio pokémon di tipo terra, il più dolce, carino e adorabile pokémon terroso del mondo!” - Blue non riuscì a fare a meno di sorridere; prese a braccetto l'amico e, insieme, si avviarono verso l'uscita della cittadina, speranzosi di vivere nuove appassionanti avventure e di vendicare la morte di Skull, che nel frattempo, avrebbe continuato a vegliare su suo figlio dalla minacciosa Torre Pokémon di Lavender Town.

 

*****

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(racconto senza titolo, sul sacrificio)

di Jenny
 

 
Di nuovo il rumore straziante della sveglia. Dovevo alzarmi, come tutti i giorni, abbandonando il piacevole calore delle le coperte. Tutto identico a quel giorno. Quel fatidico giorno.
Rimasi qualche minuto a fissare il soffitto, poi finalmente scostai le coperte da un lato e abbandonai il letto. Andai in bagno a lavarmi la faccia e i denti, ritornai in camera a vestirmi e infine mi avviai verso la cucina. Mia madre mi aveva appena versato del caffè in una tazza bianca e piccolina. Non appena mi sedetti mi porse la zuccheriera e un cucchiaino. Rifiutai l’offerta con un cenno e bevvi il caffè tutto d’un sorso.
– Vuoi una brioche? Dei biscotti? – chiese mia madre. Poveretta, provavo compassione per lei. Ogni giorno mi chiedeva se volevo mangiare qualcosa per colazione.
– No, non ho fame – risposi – Ora vado a scuola, ciao – me ne andai. Arrivato alla porta di casa mi infilai il giubbotto e lo zaino, aprii la porta e uscii, non prima di aver sentito dei commenti acidi provenire dalla cucina, a cui non diedi importanza.
Il cielo fuori era grigio. Il terreno sotto di me era rovinato. Come al solito, mi stavo avviando verso un edificio che odiavo.
Arrivai al cancello, Emanuele e Nicola mi corsero incontro, mi salutarono alzando la mano e stendendo li palmo, poi agitati e senza fiato dissero all’unisono – Alice Santoro sta chiacchierando con le sue amiche, non ci sono ragazzi vicino a lei! – il cuore cominciò a battermi forte. Alice era la ragazza che mi era sempre piaciuta, sin dalla prima liceo. Da tre anni mi piaceva. Da tre anni sognavo di stare con lei. Eppure quel mio desiderio era sempre stato impossibile da realizzare. Quando la fanciulla che ami è una ragazza stupenda e popolare, e tu sei un pessimista traumatizzato da un episodio di tanto tempo fa, capisci subito che non hai speranze.
Emanuele e Nicola, i miei grandi amici, non avevano mai concordato su quel punto. Avevamo il carattere simile, freddi e chiusi con tutti, tranne che fra noi. Sulle ragazza avevamo un’opinione del tutto differente. Io ho sempre pensato che non avrei mai avuto speranze con le ragazze corteggiate anche da altri, soprattutto se questi altri erano persone molto più affascinanti e robusti di me. Invece Emanuele e Nicola erano sempre stati speranzosi che un giorno avrebbero capito chi le meritava, chi era rispettoso e buono.

– Cosa mi interessa? – sbottai nervoso. Loro mi guardarono con la bocca spalancata – Sei scemo di tuo o cosa? – commentò Emanuele.
– E’ da una vita che corri le dietro, e ora che hai una chance di parlarle ti tiri indietro? – disse Nicola. Feci le spallucce – Cosa dovrei dirle?
– Prova a chiederle cosa ha fatto ieri. Sta sicuro che ti chiederà la stessa cosa dopo.
– Bah…Io ieri non ho fatto nulla. Sono rimasto chiuso in casa – entrai nel cortile e cercai Alice con lo sguardo. Quando la trovai, feci per andarle incontro. Non feci in tempo a fare un passo che subito dei ragazzi si avvicinarono a lei, e cominciarono a chiacchierare. Da lontano riuscii a sentire una domanda rivolta alla mia Alice – Che hai fatto ieri?
La mia solita fortuna.

* * *

Passarono due ore infernali di lezione. Oltre a un impreparato in fisica, tutto ok. Se non fosse che Alice era continuamente interpellata da tutti i ragazzi della classe, ad eccezione di me e i miei amici.
Katia mi si avvicinò con un biscotto – Ehi Luca, biscotto della fortuna? – la fissai stordito. Oltre al fatto che non capivo come avesse ricevuto dei biscotti della fortuna, non comprendevo il fatto che cercasse di parlarmi. Dalla seconda superiore circa cercava di parlare con me. Forse da quando ci misero in coppia per un progetto di storia. Era sempre stata gentile e disponibile. Quando avevo bisogno di un aiuto, in qualsiasi cosa lei c’era, anche se io non ricambiavo mai i suoi favori. Quando lei mi parlava sentivo sempre un brivido percorrermi lungo la schiena, e il cuore cominciava a battermi più velocemente del solito. Forse proprio per quella reazione ero sempre freddo con lei. Cercavo di parlarci il meno possibile.
– Me li ha regalati mio padre, è ritornato dalla Cina – disse ancora.
– Bene. Vattene – sbottai all’improvviso.
– Nel mio ho trovato una barzelletta, sono scritti in inglese. Magari trovi qualcosa di divertente anche tu e ti tirerai su il morale! – insistette gentilmente. La guardai. Stava sorridendo, ed era dolcissima. Mi accorsi che non l’avevo mai guardata in faccia con molta attenzione. Aveva degli splendidi occhi marroni, i capelli biondi, mossi e leggermente spettinati le ricadevano dolcemente sulle spalle, e gli occhiali miglioravano il suo aspetto. Incerto presi il biscotto e lo aprii, tirando fuori il biglietto – Che c’è scritto? – mi chiese cercando di scrutare cosa era stampato nel pezzetto di carta.
Giudica il tuo successo da ciò a cui devi rinunciare per poterlo ottenere – lessi tutto d’un fiato. Era una frase agghiacciante e misteriosa. Persino Katia rimase senza parole. Sibilò solo – Wow…
Mi venne un altro di quei soliti brividi che provavo vicino a lei. Il cuore cominciò a battermi forte. Accartocciai il foglio e lo lanciai verso il cestino, facendo centro.
– Perché l’hai buttato? – domandò stupita. Senza guardarla in faccia affermai – sono un mucchio di cavolate. Inutilissime cavolate – fece per dire qualcosa, ma la interruppi – Vattene – tenevo la testa fissa sul banco, dopo qualche secondo sentii un lieve sospiro e poi solo il brusio che facevano i miei compagni nel chiacchierare. Alzai la testa e sospirai anch’io, poi mi girai a fissare Alice. Perfetta, irraggiungibile.
E fu in quel momento che i ricordi di quel giorno ritornarono. E fu in quel momento che fui costretto a riviverli una seconda volta.


* * *

Stavamo solo andando in banca. Io e mia madre, stavamo solo andando in banca. Avevo tredici anni, e mai sono riuscito a dimenticare quell’evento. solo a ripensarci, comincio a tremare, e se qualcuno mi si avvicina, urlo dalla paura. Anche se si tratta di Emanuele o di Nicola.
– Quanto dobbiamo rimanerci? Non voglio annoiarmi – borbottai con il broncio in viso. Mia madre sorridendo mi accarezzò i capelli, ma io mi scansai. Odiavo essere accarezzato. Lei fece un risolino, e con la sua voce dolce e soave rispose – Cercherò di sbrigarmi, promesso. Nel caso puoi usare il cellulare – sollevato entrai nell’edificio e senza che mia mamma mi indicasse dove andare, mi avviai verso alcune sedie grigie vuote e mi sedetti su una di esse.
Lei intanto cominciò a parlare con la persona dietro il banco. Mi ero sempre chiesto come facessero a parlare dato che  tra loro c’era un vetro molto spesso.
E fu in quel momento che tutto cominciò. Che la mia vita fu segnata da un’incancellabile macchia. Come se si fosse scarabocchiato con del pennarello indelebile in un foglio. Ciò che viene disegnato rimane. Rimane per sempre.
– Alzate tutti le mani! – urlò un uomo. Era tutto vestito di nero, con un passamontagna in testa che lo rendeva un omone tutto nero, come quelli che si disegnano. E i suoi quattro compagni erano identici a lui.
Rimasi pietrificato. Avevano puntato le pistole contro la gente, contro mia madre.
L’unico uomo con in mano un coltello e non una pistola mi si avvicinò, mi strinse forte a sé e puntò la lama luccicante e pulita sul mio collo. Sentivo le punte dell’arma sfiorandomi, dandomi un leggero pizzicore.
– LUCA! – gridò terrorizzata mia madre. Cercai di divincolarmi urlando a mia volta – MAMMA! – ma era inutile. Un ladro puntò la pistola verso la tempia di mia madre, sussurrando – Resta ferma, immobile –, mentre il coltello punse il mio collo. Sentii qualche goccia di sangue scivolare giù fino al petto. La lama non era penetrata oltre per fortuna.
La tensione, la paura che aveva la gente, le lacrime di mia madre, il mio nome gridato, le mie piccole ferite, quelle mani che mi tenevano stretto e in trappola, la pistola puntata contro mia madre, i soldi rubati, le minacce, le sirene della polizia…Troppi rumori di seguito, troppa ansia. La polizia arrivò, ci salvò. Ma non salvò del tutto me. Ero ancora sconvolto.
Quell’episodio cambiò molto sia me che mia madre. Ci allontanammo. Tutt’ora non le confido più niente, e lei non fa altro che brontolare e sbuffare.
La mia vita stava scalando le vette per arrivare alla perfezione. E dopo quel trauma, rovinò nella profondità più oscura. La speranza che mi faceva andare avanti, si dissolse. E il nuovo Luca, pessimista, poco socievole e sempre vestito da zombie, fece la sua prima entrata nel mondo reale


* * *

Sembrava che fossi riuscito ad accantonare il problema, e invece no. Successe tutto in pochissimo tempo. La porta si spalancò all’improvviso, degli uomini vestiti di jeans e giacche di pelle entrarono. Erano tre, uno con la pistola e due con dei coltelli molto affilati – Fermi tutti, se non volete morire! – gridarono. Sentii delle urla e dei passi provenire dal piano di sotto – Rimanete fermi, spostate i banchi negli angoli delle pareti, consegnate i cellulari e guai a voi se provate a fuggire o contattare la polizia – urlò uno del gruppo. Tutti fecero come richiesto, io rimasi immobile.
Di nuovo la tensione, di nuovo pistole puntate contro, di nuovo rischiavo la morte. E anche persone a cui tenevo, come Emanuele e Nicola. E come Alice.
Uno prese fuori una ricetrasmittente, e sussurrò – La 3°N è stata presa in ostaggio, le altre? – dall’oggetto sentii una risposta di conferma.
Avevano occupato la scuola. Eravamo tutti degli ostaggi.
Improvvisamente un uomo cinse i fianchi di Alice e le avvicinò il coltello al collo –Meglio prendere qualcuno da parte, per essere sicuri che non avvertano la polizia. Se no questa ragazza… – non terminò la frase, ma fece capire cosa aveva in mente sogghignando. Mi vennero i brividi. Cominciai a tremare, mi rannicchiai per terra in un angolino e tutti i ricordi mi ritornarono in testa. Era tutto confuso, la mia mente era confusa, io ero confuso. I ricordi ritornavano e si mescolavano ciò che stavo vivendo.
Katia mi venne vicino e mi sussurrò dolcemente – Ehi, tutto ok? – con le dita mi sfiorò la spalla. Mi scansai bruscamente trasalendo.
– Scusami! – bisbigliò dispiaciuta e stupita allo stesso tempo – Ma…Che hai?
Vedevo nero. Inconsapevole delle mie azioni, strillai – Lama! Sangue! Pericolo! Ostaggio! – ripresi a tremare, anche più di prima. All’improvviso, sentii un gemito di Katia. Alzai la testa di poco, giusto per vedere che stava succedendo. Avevano catturato pure lei, e la stavano portando via insieme alla mia Alice.
Le loro facce erano identiche alla mia tre anni fa.
E ancora una volta: la tensione, la paura che aveva la gente, le lacrime, le grida di terrore, gli ostaggi in pericolo, le pistole puntate, i coltelli, quei terroristi che parlavano e ridevano, le minacce…Troppe cose simili al passato. Troppe scene ricordavo.
Un uomo mi prese per un braccio e cercò di trascinarmi via. Ero terrorizzato. Cosa voleva da me?
– Tu hai dei problemi. Vattene in bagno a sciacquarti la faccia e dopo piantala di tremare, perché mi dai sui nervi. Non vuoi che alla tua amichetta con gli occhiali succeda qualcosa di brutto, no…? – disse. Lo seguii senza fiatare.
Feci come mi aveva ordinato di fare. Mi sentivo più calmo, ora che mi ero dato una rinfrescata. Mentre mi asciugavo il viso, sentii alcuni terroristi parlare tra loro.
– Al tramonto appiccheremo fuoco all’edificio, d’accordo?
– Certo. Faremo la stessa cosa con altre cinque scuole. Vedrete che faranno uscire di prigione il nostro amico Lance, se andiamo avanti così!
– E finalmente saremo di nuovo al completo!
– Oh, ma hai immobilizzato le due ragazzine?
– Certo! Saranno le prime a morire!
– Perfetto! – tutti risero.
La rabbia mi ribolliva dentro. Volevano uccidere la mia Alice, i miei amici Emanuele e Nicola…E Katia, anche se di lei me ne importava poco.
Non puoi Luca, non puoi diceva una voce nella mia testa Non puoi lasciare Ema e Nico morire, così come non puoi abbandonare Alice e…beh, Katia. Devi salvarli, o almeno, provarci. Non avevo più paura. Anzi, ero determinato, come non lo ero mai stato. Mi sentivo…Bene…Già mi immaginavo quel che sarebbe successo se avessi salvato Alice. Sicuramente si sarebbe messa con il suo eroe, con me!
Fingendomi frastornato e tremolante ritornai in classe, spintonato dal terrorista. Feci finta di cadere addosso a Nicola e nell’orecchio bisbigliai – Vogliono ucciderci tutti appiccando un incendio.
Ci tirammo in piedi e ci mettemmo a parlare in un angolo. Emanuele tirò fuori dalla tasca un mazzo di carte da briscola. Capii subito il piano: giocare a briscola mentre si parlava a bassa voce di cosa fare.
– Come hai fatto a farti passare la fase del terrore assoluto? – chiese Nicola – Prima eri… inquietante. Katia ti si è avvicinata per aiutarti e tu come se avessi paura di lei l’hai cacciata via in un modo…
– Ed è insieme ad Alice chissà dove in compagnia di qualcuno che tiene loro un’arma puntata contro, ok. – lo interruppe Ema – Luca, non dirmi che vuoi veramente cercare di salvarle? Rischi la morte, insieme a loro.
– Io voglio salvare Alice, e…sì, vabbè, anche Katia. Comunque ci serve un piano, ed io ho una piccola idea, però… – esitai un attimo nel finire la frase – Rischiereste molto, se adoperassimo la mia pazza idea…
– Vuoi che facciamo da esca?!
– Sì…Rubiamo delle armi di nascosto, voi due fate da esca agli altri terroristi mentre io tento di salvare Alice…
– Dobbiamo scappare per i corridoi cercando di non farci uccidere, eh? – disse Nicola. Annuii con sguardo colpevole. Quello che stavo chiedendo loro era troppo, e tutto per una ragazza. Non mi aspettavo che fossero d’accordo con me. E invece…
– Va bene – dissero all’unisono. Li guardai grato e sorpreso.
– Come facciamo a distrarli?
– Fingo di stare male – Ema mi fece l’occhiolino – Sono un asso a mentire a mia madre per non andare a scuola. La recitazione è un mio talento!
– E noi ti accompagniamo…Un piano un po’ rischioso, però può funzionare – sussurrò Nicola. Feci cenno di approvazione.
E il piano si attuò.
Continuammo a giocare a briscola per qualche minuto. Ad un tratto Emanuele si passò la mano sulla pancia. Gli occhi erano spalancati, il respiro si fece affannoso.
– Che hai? – chiesi aggrottando un sopracciglio. Sembrava che stesse veramente male.
– La pancia…Ho male…Cavolo… – rispose a fatica Ema.
– Cavolo che? – fece Nicola.
– Devo vomitare…Cacchio aiutatemi! – si tirò in piedi e per poco non cadde. Misi il suo braccio sinistro sopra le mie spalle e Nicola fece lo stesso con l’altro. Lentamente trascinammo il nostro amico fuori dalla classe. Tossiva e inghiottiva la saliva per ricacciare indietro il vomito. Sembrava reale quel che stava facendo.
– Si sente male – mormorai davanti al terrorista. Lui sbuffò, ci fece cenno di avanzare. Mentre ci avviavamo al bagno, notai tre pistole in tasca.
Arrivati a destinazione ci fece entrare, minacciandoci – Avete dieci minuti per risolvere il problema del vostro amico.
Con Ema e Nicola ci scambiammo uno sguardo d’intesa. Saltammo addosso al terrorista facendogli sbattere la testa. Mentre lui era frastornato gli rubammo le tre pistole e due coltelli. Io presi una pistola, i miei amici il resto.
– Pronti? – chiesi – Io vado a destra, voi a sinistra, cercate di distrarre tutti i terroristi possibili, devono essere una decina.
– Chiaro! Tu salva la tua amata e vedi di far finir bene queste storia! – rispose Nicola facendomi l’occhiolino. Ricambiai il segno – Anche voi!
Cominciai a correre più velocemente possibile. Il terrorista si era rialzato e aveva cominciato a rincorrere i miei amici.
Loro si stavano sacrificando per me, io dovevo fare in modo che il loro sforzo non fosse inutile.


* * *

Girai camminando a passi felpati e cercando di non farmi vedere da nessuno. Nicola ed Emanuele stavano facendo un ottimo lavoro, per fortuna i corridoi della scuola erano quasi deserti, o con gente senza pistole, ma solo coltelli. Rubai dei proiettili, un revolver e un coltello.
Katia e Alice si trovavano davanti all’aula insegnanti al secondo piano. Avevano le mani e i piedi legati, tra loro c’era un sacchetto di carta. Non capivo cosa contenesse, però riuscii a farmi qualche idea guardando cosa aveva in mano il terrorista che le fissava. Un telecomando, con un solo pulsante di colore rosso.
Dentro quel sacchetto c’era una bomba, molto probabilmente incendiaria. Deglutii e mi feci coraggio. Attesi qualche minuto nascosto dentro il bagno delle ragazze, a osservare ogni movimento del terrorista.
Ad un tratto dalla ricetrasmittente dell’uomo si sentì – Le classi del primo piano si stanno ribellando. Hanno rubato alcune pistole, raggiungici!
– Arrivo. Fate scoppiare le bombe intanto. Non avranno scampo – rispose. Fui sollevato ed euforico nel sapere che i miei amici erano ancora vivi e avevano coinvolto la scuola!
Si allontanò a grandi passi ed io approfittai per avvicinarmi alle ragazze. Alice mi guardava con lo sguardo di chi ha una fifa blu, Katia invece era svenuta, e aveva un livido in fronte. Anche con un livido è bellissima pensai. Stupito riflettei sul mio pensiero. Ero convinto davvero che Katia fosse bella, anche più di Alice.
Avevo il tempo di salvarne una sola. Ma c’era un problema: chi? Alice, la ragazza che mi era sempre piaciuta o Katia, colei che era sempre stata gentile malgrado la trattassi sempre male?
Mi stavo perdendo in un odioso rompicapo, per fortuna riuscii ad accantonare il problema, con un altro dilemma.
Alcuni amici di Alice da in fondo al corridoio gridarono – Alice! Stai bene?!
Maledizione! Pensai irritato. Il terrorista non si era ancora allontanato del tutto e aveva sentito l’urlo. Si girò di scatto, e puntò il dito sul telecomando collegato alla bomba incendiaria.
Gli sparai a una gamba e a un braccio. Cadde a terra e il telecomando scivolò via, poco più lontano da lui. Mi precipitai verso Alice e le tolsi tagliai con il coltello le corde che la legavano. Dovevo portarla al sicuro, fuori dalla scuola. Dovevo essere il suo eroe, finalmente avrei ricevuto il suo amore… –No – sussurrai parlando da solo – Katia è più importante – Non avrei mai pensato di dire una frase simile.
Il mio pensiero era limpido, non c’erano più dubbi, ma solo certezze. Io amo Katia. Io amo Katia.
Spinsi via Alice in malo modo urlando – Corri stupida! –mi diede ascolto e raggiunse i suoi amici, e se ne andarono via insieme.
Mi voltai verso il terrorista. Stava strisciando verso il telecomando, e non gli mancava molto per raggiugerlo. Dovevo agire in fretta.
Piombai verso Katia, tagliai le corde che la tenevano legata e la cossi forte per farla rinvenire. Dopo poco aprì gli occhi e frastornata sussurrò – Luca… – tentò di alzarsi in piedi, senza risultato. Le scostai una ciocca bionda dalla faccia e la presi in braccio come i principi fanno con le loro principesse, e dolcemente le sussurrai – Sei al sicurò, ti salverò – feci per correre via, ma la bomba incendiaria scoppiò.
– LUCA – gridò terrorizzata Katia. Caddi a terra, tentai di alzarmi ma non riuscivo più a muovere la gamba destra.
Ancora una volta una persona a cui tenevo tantissimo gridò il mio nome. Ancora una volta ero a un passo dalla morte. Il fuoco si espandeva, altre bombe erano scoppiate. Il terrorista stava prendendo in mano una piccola pistola, non avevamo scampo.
– Prendi la pistola che ho in tasca e spara, capito? – dissi cercando di non gridare per il dolore. Con la mano tremolante mi obbedì, prese il revolver e sparò all’altro braccio del terrorista prima che lui sparasse a noi – Usciamo di qui – affermò. Mise il mio braccio destro sopra le sue spalle. Cercando di evitare il fuoco, attraversammo tutto il corridoio e scendemmo le scale, cercando di essere veloci, senza peggiorare lo stato della mia gamba. Il cuore mi batteva all’impazzata. La ragazza che amavo era con me, e stava bene. Niente mi rassicurava di più.
Finalmente riuscimmo ad uscire dalla scuola, ormai divorata dalle fiamme. Nessuno era morto, per fortuna. I miei amici, i miei compagni, i miei professori, Alice, i suoi amici, la mia Katia ed io. Tutti salvi.


* * *

Fui portato immediatamente all’ospedale. Mi curarono qualche bruciatura, ma per la gamba non si poté fare nulla. Le schegge della bomba mi avevano tagliato il nervo e sbriciolato l’osso. Sarei rimasto storpio. Mi la gamba destra all’altezza del ginocchio. Forse, più avanti, avrei potuto mettere una protesi.
Dopo circa una settimana, finalmente potei ricevere visite. Arrivarono Emanuele e Nicola. Parlammo un po’ di quanto eravamo stati grandi tutti e tre e di quanto fossimo diventati popolari a scuola.
Dopo la loro visita, venne Alice – Ehi ciao…Lucas!
– Ehm…Io mi chiamo Luca. Comunque ciao.
– Ehm si giusto…Come stai?
Come vuoi che stia senza la metà gamba?! – Bene…
– Senti… – sussurrò timidamente. I suoi occhi brillavano. Eppure non la vedevo più così bella – Sei stato un grande! – strillò euforica – Un vero eroe! Hai sacrificato la tua gamba per me! Davvero, è un gesto fantastico! Ti devo la vita.
Arrossii per i complimenti. Feci per risponderle, ma lei mi interruppe – Ah, e ho sentito da Nicola ed Emanuele che io ti sono sempre piaciuta…
– Sì ma…– cercai di dirle la verità, ma lei riprese subito a parlare – Senti, lo so che desidereresti tanto stare con me…Però no…Non hai niente di sbagliato. Sei carino, alla moda, mi hai salvato addirittura la vita ma…Sei storpio. Ed io non mi metto con gli invalidi.
Avrei voluto insultarla, mi limitai a non farlo. Calmo, dissi – Se tu mi avessi lasciato parlare, ti saresti evitata una figuraccia.
– Che?
– Quando è scoppiata la bomba, io stavo salvando Katia. Sì, mi piacevi una volta, ma ora amo Katia. Io mi sono sacrificato per lei. Ti ho solo tagliato le corde che ti tenevano legata, il resto lo han fatto i tuoi amichetti fighi. Ti ripeto: io ho salvato Katia, e sono felice di aver perso mezza gamba per lei, invece che per te, che sei solo una ragazzina egoista…E, se devo dire la verità, anche bruttina.
– Ma…Ma….Ma…! – balbettò. Offesa uscì, sbattendo la porta. Sogghignai felice, l’avevo proprio fatta arrabbiare!
La porta si aprì delicatamente, e sulla soglia comparve Katia – Posso? – chiese.
– Vieni pure – mi si avvicinò leggermente rossa in viso. Non aveva nessuna fasciatura, forse qualche cerotto sotto la felpa nera che indossava. Fui sollevato. I capelli un po’ bruciacchiati non sminuivano la sua bellezza, era semplicemente perfetta. Il cuore cominciò a battere velocissimo, come stesse facendo una gara.
– Grazie mille per avermi salvato! Avresti potuto lasciarmi li a morire, e invece no! Nulla ricambierà quel che hai fatto! Ti devo la vita, letteralmente! – disse tutto d’un fiato – So che hai salvato prima Alice e che io ti ho sempre e soltanto rotto le scatole, però il gesto che hai fatto è favoloso e non basterebbe ringraziarti mille volte per… – la interruppi – Ma perché dite tutti che ho salvato Alice?! – protestai – Le ho solo levato le corde dai piedi e dalle mani, il resto l’han fatto gli altri! Lo vuoi capire che io ho salvato te?!
– Davvero? – la sua risposta mi fece ridere, e non mi trattenni – No guarda, ho salvato Nicola!
Rise anche lei, lievemente. Dopo un minuto di silenzio, mi chiese – Prima Alice se n’è andata via infuriata, che le hai detto?
– Che non avevo sacrificato mezza gamba per lei, e che mi sembrava bruttina in confronto a te.
– Ma lei non ti piaceva?
– Piaceva, al passato.
Le sue guance si fecero più rosse, fece per dire qualcosa ma dalla sua bocca non uscì nessun suono. Fui io a prendere la parola. Le sorrisi, e dolcemente le domandai – Ti ricordi la frase scritta nel biglietto della fortuna che mi avevi dato quel giorno?
Giudica il tuo successo da ciò a cui devi rinunciare per poterlo ottenere – sussurrò.
– Il sacrificio è la mia gamba, il successo sei tu. Il dolore che ho provato per aver perso la mia mezza gamba non vale nulla in confronto alla paura che ho avuto di perderti.
Sorrise, non disse ancora nulla. Continuai – Io amo te. E non mi importa se ora mi rifiuterai perché sono storpio o per altro. Io so che ti amo e continuerò ad amarti.
Il suo sorriso si fece più largo – Vediamo… – bisbigliò – Come posso farti comprendere la mia risposta? – si fece più vicina a me. Le nostre bocche erano vicinissime. Mi prese il viso fra le sue mani, e…
E mi baciò.
Fu il bacio più bello di tutta la mia vita.

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Essere Nicolas Cage
di Rust



Non bisogna illudersi, nella vita noi possiamo fare qualunque cosa, mettendoci il massimo impegno ma più di quanto noi non vogliamo accettare, sarà sempre la fortuna a governarci. Quante erano le probabilità che uno spermatozoo di nostro padre, tra miliardi trovasse il singolo uovo che ci ha fatti? Meglio non pensarci altrimenti verrebbe un attacco di panico all’intera umanità. Non voglio comunque annoiarvi con dei monologhi paranoici sulla vita, anche perché io ho una bella storia da narrarvi. Intanto inizierei a facendo un piccolo riassunto della mia biografia,
Io mi chiamo Nicolas Kim Coppola e sono nato il sette gennaio del 1964, nella città di Long Beach, contea di Los Angeles, California. Ho origini italiane, infatti i miei nonni erano cittadini del regno d’Italia e quando da piccolo andavo a scuola e nessuno aveva queste radici come me, mi piaceva dire che fossero stati loro ad aver inventato la pizza. Little Nero’s Pizza, era la catena più famosa di pizza d’asporto, ne ordinavo sempre una quando potevo. Ovviamente la mangiavo da solo, non avevo amici, sempre da solo. Era in quelle serate che guardandomi allo specchio iniziavo a fare le imitazioni, facevo boccacce a me stesso.
Un giorno volevo essere Marylin Monroe e mi buttai sul cuoio capelluto la tinta bionda di mamma, il giorno dopo tutti mi presero in giro a scuola, ma a me non interessava, io volevo essere Marylin.
Non fu questo che mi spinse a diventare un attore, diventai un attore per mio zio. È lui che mi ha raccomandato. Voglio bene a zio Francis ma dopo che mi assicurai la raccomandazione, per pararmi il culo cambiai il mio nome. Mi chiamavo Nicolas Kim Coppola e dovevo trovare un nome d’arte per non far capire che ero il nipote di Francis Ford Coppola che però mi aveva garantito parti buone e i “Big Money”. Quale nome d’arte usare? Fu un dilemma! Il nome Nicolas lo avrei tenuto, ma dovevo eliminare Coppola.
Avrei potuto tenere solo Nicolas Kim ma mi resi conto che era troppo gay. Poi, un giorno, l’illuminazione divina; la mia cuginetta Sofia stava leggendo un fumetto di Luke Cage. Sì, mi sarei potuto chiamare “Cage, Nicolas Cage”.
Se devo essere sincero non fu un’illuminazione. Dovevo firmare il contratto per il mio primo film e non sapevo che cazzo di nome scrivere, presi tempo, andai in bagno a fare la cacca e tra le riviste c’era il fumetto di Luke Cage. Io personalmente preferisco la versione della cuginetta che legge ma mi sono promesso di scrivere solo la verità.
So cosa vi starete chiedendo ora: “Quindi sei quel Nicolas Cage?”
Sì, sono io! Un premio Oscar, Un Golden Globe e oltre quaranta film in tutta la mia carriera.
Ma com’ era fino a un anno fa essere Nicolas Cage?
Sveglia alle sette in punto del mattino, sauna nel mio bel villone di Los Angeles, dal quale vedevo la scritta Hollywood. Caffettino per omaggiare il mio sangue italiano, una botta alla mia personalissima cameriera/compagna di vita con la quale ho fatto anche un figlio, poi salivo sulla mia bellissima Lamborghini a cui avrei voluto riservare lo stesso trattamento della cameriera, ma ovviamente non potevo, quindi mi dirigevo verso lo star system hollywoodiano. Registi, attori, mendicanti, gangster e il sottoscritto: Nicolas Cage.
Accettavo qualsiasi tipo di ruolo, l’importante era fare soldi per mantenere la cameriera/compagna di vita. Viaggiavo anche per i vari set e mi rendo conto che come attore faccio schifo al cazzo, ma voi, nei miei panni cosa avreste fatto se aveste avuto uno zio che porta il nome di Francis Ford Coppola che vi promette di farvi sfondare nel cinema? Insomma, ero il ritratto dell’indifferenza, ero come una ragazzina che legge “Colpa delle Stelle” mentre dovrebbe fare i compiti, ero come un gatto ignorante che pensa ai suoi affari mentre il padrone lo sgrida, solo che io ero sgridato dall’intero mondo che mi chiedeva di smettere di fare l’attore.
Così, una notte, svegliandomi dissi a me stesso: “Chi sono io per mettermi contro il mondo?”
Fu così che iniziò tutto. Una semplice riflessione dopo l’ennesimo commento su Facebook, dove dicevano di mettermi l’Oscar nelle chiappe e massaggiarle per bene.
Ricordo bene che uscii di casa a fare una passeggiata e pensando a cosa avrei dovuto fare per migliorare me stesso, ma soprattutto la mia immagine.
Camminavo e mi allontanai da casa, ormai avevo passato un’ora a vagabondare per le strade, quando mi ritrovai in un paesino strano quasi totalmente buio. C’era una serie di villette a schiera e difronte ad una di queste vidi un individuo. Una tunica grigia, cappellino strano, occhiali, ma soprattutto una barba e dei capelli lunghi, totalmente grigi. Era un mendicante!
Potevo subito iniziare con i miei atti di generosità, mi avvicinai a lui, schiena dritta, sguardo fiero e una monetina da un quarto di dollaro nelle mani. Ma mi fermai subito, scioccato e anche un po’ arrabbiato da quello che era successo.
Mi rimisi la mano in tasca e presi mezzo dollaro. Non dovevo più essere tirchio! Ricominciai la camminata verso il barbone quando lui disse qualcosa: <>
“Che cazzo dice questo?” Pensai. Poi venni a capo del fatto che tutti i barboni sono pazzi. Così ripresi la mia camminata verso di lui, quando notai che non era da solo, c’era un ragazzo. “Ooh, un barbone con suo figlio, poverini. Fammi prendere una moneta da un dollaro.” La presi e mi trovai difronte a loro.
<> Gridai e gli lanciai la moneta. Lui non l’afferrò e mi guardò strano. Poi pronunciò delle parole in modo cantilenante: <>.
Lì per lì rimasi scioccato, poi pensai: “Un barbone rumeno, che carino.” Presi un altro dollaro e lo lanciai sul ragazzo. Per sbaglio lo colpii in faccia e lo graffiai. Subito gridai: << Scusami bello, vado a prendere l’acqua ossigenata>> Ma non feci neanche in tempo a parlare che il barbone disse: <> Si buttò in un cespuglio e si nascose.
Feci finta di non vederlo, per la sua salute mentale. Così ripresi a camminare.
Tornai a casa, felice del mio gesto di generosità. Accesi la televisione dove davano un film con quella balena di merda della mia ex moglie, cambiai subito e molto teneramente e con un sorriso di vaga soddisfazione per aver lasciato un dollaro a due poveri disgraziati, mi addormentai.
Mi svegliai la mattina seguente, uscii come al solito di casa, ma questa volta a piedi, con l’intenzione di prendere l’autobus e cercare di aiutare magari qualche vecchia a passare le strisce pedonali.
Feci il biglietto, salii con un sorriso a 101 denti ma notai che tutti mi guardavano male, tranne una ragazza, una bellissima ragazza.
Bassina, capelli biondi come il grano, occhi di una tonalità di blu quasi indescrivibile, un seno che sapeva il fatto suo. Il nostro sguardo si incrociò per un secondo.
Il mio cuore batteva, come mai aveva battuto prima, forse stavo avendo un infarto, ma so solo che mi stava esplodendo la gabbia toracica, come se volesse uscire di lì e buttarsi su di lei.
Nello stomaco, delle contorsioni brutali, come se dentro questo stesse frullando il mondo intero ma poi, lei scese.
Volevo anzi dovevo seguirla, e fu in quel momento che correndo fuori dal bus per raggiungerla, provai una sensazione, che mai più avrei sentito appartenermi. In 51 anni avevo fatto di tutto e di più. Bungee Jumping, mi ero tuffato da una cascata, in sei film non avevo richiesto le controfigure e avevo provato ogni tipo di droga, ma l’adrenalina più forte la ebbi in quel momento.
Scesi dal bus e la sentii, dal primo capello fino all’alluce, il cuore per quanto pulsava, ormai non lo sentivo più, latte alle ginocchia e la vista che piano piano si offuscava, prima di rendermene conto, ero a terra, sull’asfalto e io, non la vedevo.

Ukulele,
fu il primo suono che sentii,
e la voce di una donna, che cantava,
poi sentii il freddo, il freddo del letto sul quale ero sdraiato.
Poi vidi della dita pizzicare le corde dell’ukulele,
Mi bastò quello per capire, che a suonarlo fosse lei.
Lei che cantava,

I'm lying on the moon
My dear, I'll be there soon
It's a quiet starry place
Time's we're swallowed up
In space we're here a million miles away
There's things I wish I knew
There's no thing I'd keep from you
It's a dark and shiny place
But with you my dear
I'm safe and we're a million miles away
We’re lying on the moon
It’s a perfect afternoon
Your shadow follows me all day
Making sure that I'm
Okay and we’re a million miles away

Era bellissima, nessuno aveva mai fatto una cosa del genere per me, forse neanche me la meritavo. È sorprendente pensai, come certe persone siano delicate nell’animo, una delicatezza tanto potente quanto disarmante.
Senza prolungarmi tanto, lei mi disse che avevo avuto un infarto e che mi aveva raccolto e portato in ospedale, eravamo lì da tredici ore. La prima cosa a cui pensai fu che se avevo avuto un infarto lo avrebbero dovuto sapere tutti, così andai a controllare il mio profilo Twitter per vedere quanti seguaci avevo in più.
E non mi sorpresi sinceramente, a vedere che avevo solo un seguace in più. Eppure i media avevano diffuso la notizia del mio infarto, sarei anche potuto morire.
Il seguace in più era lei.
Affittai un cottage in montagna e quando uscii dall’ospedale andammo lì. Tutta quella neve, gli alberi, il caminetto, lei che mi preparava la cena, io che le dicevo “donna schiava, zitta e lava” scherzando ovviamente, il sesso e soprattutto la musica country che mettevamo tutto il giorno, ballavamo e ballavamo e non ne volevamo sapere di tornare a Los Angeles.
Viaggiammo tutto il mondo visitando le varie città, i vari monumenti, partecipando a concerti e andando al cinema.
Era la cosa più bella che mi fosse capitata fino a quel momento.
Immaginatevi, una persona odiata da tutto il mondo, che finalmente dopo 51 anni trova una persona che lo ama davvero, beh, non so voi, ma io penso sia meraviglioso!
Ero cambiato, mi stava piano piano facendo cambiare.
Poi ci ragionai ancora e ancora, io ero cambiato!
Io ero cambiato!
Ero cambiato! Merda, ero cambiato e non andava bene, perché non accettavo più ruoli e se non accettavo ruoli non avevo più soldi e i miei risparmi stavano piano piano finendo a furia di girare il mondo.
Ma poi, una mattina mi svegliai, eravamo nel nostro cottage, appena tornati dalla Svizzera, il sole filtrava attraverso la finestra e lei si svegliò accanto a me. La giornata passava con la solita routine di nulla fare, quando lei, mi disse di voler andare a vivere in Texas, dover c’era anche la sua famiglia, di voler sposarmi e di voler avere dei figli e di voler vivere felici e contenti.
Fu lì, che più ispirato che mai dissi di no e la lasciai tornando a Los Angeles.

Ma perché? Perché lasciare un angelo sceso per salvarmi?
Semplice, perché sono una persona mediocre. Come tutti d’altronde. Il mondo si basa sulla più assoluta mediocrità, in ogni persona c’è un po’ di Nicolas Cage, ovvero un po’ di mediocrità. Potevo vivere in una favola e invece ho scelto di svegliarmi alle sette in punto del mattino, sauna nel mio bel villone di Los Angeles, dal quale vedo la scritta Hollywood. Caffettino per omaggiare il mio sangue italiano, una botta alla mia personalissima cameriera/compagna di vita con la quale ho fatto anche un figlio, salgo sulla mia bellissima Lamborghini e via a recitare come un cane.
Morirò così.
Se ci penso oggi, dopo un anno, mi viene in mente di non aver mai saputo come si chiamasse lei, quindi realizzo che forse lei non è nemmeno mai esistita. Forse è tutto un surrogato della mia mente.
Ma perché creare un surrogato?
Ed è così che torno ogni volta che mi pongo queste domande, vado indietro nel tempo. Quando i miei genitori mi lasciavano solo a casa, quando gli altri mi prendevano in giro perché volevo essere Marylin, quando zio Francis mi faceva recitare solo perché in me vedeva ulteriori soldi, quando iniziai a convivere con la mia cameriera anch’essa interessata solo ai soldi.
Ho sempre avuto bisogno di amore. L’amore è la quarta dimensione, la dimensione che trascende tutto, hanno detto in Interstellar. Non è vero. L’amore è semplicemente qualcosa, la cui totale assenza, ti fa diventare Nicolas Cage.
Quindi dopo tutto questo, posso solo dirvi di amare sempre, perché nessuno vuole Essere Nicolas Cage.
A parte Nicolas Cage.
Di Rust.
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IL GIOCO DELLA MORTE
di Biaf



Era passato molto tempo dall'ultima volta che Jason vide quel volto. I lineamenti delicati e la pelle morbida contrastavano con i violacei lividi e quella ferita che le solcava la fronte. Nonostante la gravosa situazione, lei sembrava essersi abbandonata con grazia al sonno di cui era innocente preda.
Lui sospirò e la guardò per un altro centinaio di istanti, prima di proferire parola.
« Emma... » sospirò Jason. « Cosa ti è successo? »
Aspettò inutilmente una risposta. Sapeva benissimo che lei non avrebbe potuto rispondergli e non avrebbe nemmeno potuto vederlo.
L'uomo sospirò nuovamente e si ridestò dai suoi pensieri. Si avvicinò al letto della donna e prese la cartella clinica ai piedi di quello. Lesse attentamente la diagnosi, motivato da un rantolo di speranza, ma ciò che vi lesse spezzò totalmente la sua volontà.
Doveva farlo per forza.
Tirò fuori dalla lunga manica nera la sua mano pallida, pareva brillare di una strana lucentezza. La avvicinò lentamente al volto di lei, qualcosa lo frenava dal compiere quel gesto. Ripensò al suo sorriso e ritrasse la mano.
« È ancora presto per te » le disse come se potesse ascoltarlo. « Cercherò di tenerti qui ancora un po, non sarà un incidente d'auto a spezzarti ».
Fece qualche passo indietro senza staccarle gli occhi di dosso e infine scomparve nel nulla più assoluto, lasciando la sala d'ospedale al suo cupo silenzio notturno.
 

*****

 
Jason risaliva rapidamente i gradini del nero castello di pietra, svoltando ogni tanto in qualche corridoio stretto e buio per poi ritrovarsi a percorrere altre rampe di scale, illuminate vagamente da flebili candele appese alla parete. Arrivò al cuore della struttura e si fermò dinanzi ad uno spesso portone di quercia, adornato da eleganti decorazioni floreali, create con l'oro puro.
Qualche attimo di silenzio, poi qualcuno parlò.
« Chi siete e per quale motivo siete qui? ».
La voce roca e minacciosa proveniva dal portone, l'ultima guardia a difesa dei grandi signori padroni del castello.
« Il mio nome è Jason Beckerman e chiedo una cortese udienza con il Triumvirato ».
Ancora un momento di pesante quiete.
« Concesso » rispose la porta, aprendosi lentamente con un orribile scricchiolio. « Accomodatevi, Morte! »
Jason entrò nell'enorme sala, ricca di quadri e statue rappresentanti qualsiasi tipo di soggetto: dai mostri delle antiche leggende, agli epici eroi di guerra. In fondo alla stanza erano situati tre enormi troni d'oro. Ciascuno di quelli era occupato da un uomo con il volto coperto da una maschera argentata rappresentante un teschio. Ognugno di loro portava una grossa corona in testa. In alto, alle spalle dei troni, era appesa al muro una lunga falce, la cui lama emanava fiamme nere: la Mieti-Anime, la sacra arma che veniva data solo a chi meritava davvero il titolo di Morte.
« Buonasera, Jason » disse mestamente l'uomo sul trono di destra. « O per meglio dire, Morte. Sei venuto fin qui per darci rapporto riguardo al tuo ultimo compito? »
L'uomo rimase per un attimo senza fiato; quei tre sapevano iniettare una pressione asfissiante soltanto con lo sguardo. Oltretutto, non aveva la minima idea di come spiegare loro ciò che avrebbe voluto. Sapeva che non l'avrebbero presa di buon grado.
« Buonasera a voi, miei signori » si inginocchiò la Morte. « Sono venuto qui per riferirvi che non sono riuscito nella mia impresa ».
Gli uomini del Triumvirato si guardarono l'un l'altro, visibilmente scossi dalla cosa.
« Spiegati meglio, ragazzo » parlò l'uomo più a sinistra.
« Non ci sono riuscito » trovò coraggio Jason. « Non ho avuto il coraggio di eseguire il Tocco. Comprendetemi, vi prego. In vita era la mia donna ».
« Sciocchezze! » sbraitò con foga l'uomo al centro, stringendo le mani sui braccioli del suo trono. « Tu sei la Morte ed hai accettato il tuo ruolo volontariamente. Quando accettasti di essere il nostro esecutore, sapevi a cosa saresti andato incontro. È una tua responsabilità! Non ti aspetterai di certo che noi accettiamo questa tua mancanza, vero? »
« In vero, sono venuto a proporvi un'alternativa » disse Jason, cercando di non incrociare i loro occhi.
« E sarebbe? » chiese l'uomo sulla destra.
« Mi propongo come pedina di scambio »
« Non comprendo... » disse quello seduto a sinistra.
« Offro la mia anima in cambio della sua » alzò lo sguardo la Morte, sperando di vedere una reazione positiva. « Chiedo di relegare per sempre la mia anima al mondo dei morti, per consentire ad Emma Ackland di continuare a vivere».
L'uomo al centro sbuffò.
« Hai fatto tutta questa strada » sussurrò lentamente alzandosi dal trono. « Ci hai riportato indietro tutte quelle anime, per poi decidere di arrenderti proprio all'ultima? »
« Non mi sto arrendendo, mio signore » rispose la Morte. « Come recitava il contratto, al momento della recisione dell'ultima anima io avrei potuto scegliere il mio premio »
« Ma tu non hai reciso l'ultima anima » commentò il re sulla destra.
« Posso comunque scegliere di recidere la mia, non era scritto fra i divieti »
« Ci sembrava fosse abbastanza chiaro che le vittime le designassimo noi » spiegò quello a sinistra.
« Noi non possiamo dare il titolo di Morte a chiunque, dovresti saperlo » riprese quello di mezzo incamminandosi verso il ragazzo inginocchiato. « Noi passiamo molto tempo a scegliere, fra milioni di candidati, chi possa meritarsi l'onere. E abbiamo un criterio ben preciso, per deciderlo. Tu ci sembravi perfetto. Pensavamo che non vi fosse nessuno meglio di un poliziotto, che fu capace di dare la sua vita per riuscire ad uccidere un pazzo che ebbe la bell'idea di rinchiudersi in un asilo e togliere la vita ad una maestra e un bambino. Una morte eroica prendersi un proiettile al cuore da quell'uomo, mentre il tuo andava a forargli il cervello, no? Ora invece mi chiedo: perché ci deludi così? La tua razionalità dovrebbe farti capire che quello della Morte è un circolo incontrollabile, in continuo movimento, così come quello della Vita. Quello della Morte è un gioco, Jason Beckerman. Recidi un miliardo di anime e ottieni una ricompensa. Il titolo di Morte per l'eternità e quindi il diritto di possedere quella sacra falce appesa al muro, oppure abbandonare il regno dei morti e tornare in vita per prenderti una seconda possibilità, ricominciando tutto da dove hai lasciato, che è ancora più allettante; difatti non è un caso se ancor oggi stiamo cercando una Morte Eterna »
« Per tua informazione » disse l'uomo di destra. « Tutti quelli che hanno ottenuto il ruolo hanno dovuto recidere per ultimo lo spirito di una persona a loro cara. Da sempre questo è il nostro ultimo metodo di giudizio e tu sei uno dei pochi a non aver ottenuto una nostra conferma positiva. ».
Jason non voleva credere a ciò che udiva. Era tutto premeditato. Quando tre anni prima accettò il ruolo di Morte, i tre anziani sapevano già che alla fine avrebbe dovuto uccidere Emma. Tutto ciò lo fece sentire solo un burattino controllato dal Trimuvirato per non sporcarsi le mani.
« Signori! » urlò il membro che aveva abbandonato il trono centrale, rivolgendosi ai suoi compagni. « Pare sia arrivato il tempo di scegliere una nuova Morte, ricordiamoci che il suo primo compito sarà quello di recidere l'anima della signorina Ackland, come giusta punizione alla disubbidienza della Morte precedente! »
« No, non potete! » si alzò Jason disperato.
« Certo che possiamo » rispose crudele l'interlocutore più vicino, guardandolo dritto negli occhi, l'alito caldo che sapeva di vecchio. « E tu verrai mandato nel girone dei traditori, a subire un'ulteriore punizione, per questa tua presa di posizione »
« Pezzo di merda ».
E prima ancora che potesse ragionare su ciò che stava facendo, Jason diede un pugno in faccia al re che perse la corona e arretrò di qualche metro. Gli altri due membri del Triumvirato scattarono su dal trono, in preda all'ira. Quello colpito ansimò e in fretta riprese la corona da terra.
« Non ci sarà bisongno di troppe domande questa volta, permettetemi di invocare da solo la nuova Morte! » disse riportando sulla sua testa la corona d'oro. « IO TI INVOCO, ERICK RAMSEY! »
« Merda! » esclamò Jason vedendo al centro della sala un divampante fuoco nero.
Si guardò intorno in cerca di una soluzione rapida, sapeva che finché il nuovo designato non fosse arrivato sul posto, i poteri della Morte erano ancora in mano sua. Vide una finestra e corse più velocemente di quanto avesse mai potuto immaginare di essere capace. Si buttò sul vetro e rapidamente prese il volo, verso il posto più lontano che gli potesse venire in mente.
Dopo pochi secondi la veste nera si smaterializzò e il volo regolare di Jason si tramutò in una gravosa picchiata. Sicuramente fra i vantaggi di essere morti era compreso il poter cadere dall'Empire State Building senza farsi nulla, se non sporcarsi.
Jason si alzò e notò che al posto della veste nera, indossava gli stracci color panna che tutti i morti possedevano lì nell'Inferno. Ora era un'anima qualunque, ma sapeva di essere ricercato e che prima ancora di lui, la nuova Morte avrebbe cercato Emma. Maledisse il Triumvirato per aver dato il ruolo proprio al pazzo che si era preso la vita di lui, di una maestra e di un innocente bambino. Erick Ramsey, sicuramente una scelta dovuta più per vendicarsi dell'affronto subito che alla necessità di amministrare il ciclo mortale con giustizia.
Non aveva tempo per pensare, doveva portare in salvo Emma e sapeva dove andare: il Limbo, il posto nel quale risiedevano le anime ad un passo fra vita e morte.
Rapidamente, Jason percorse le distese di terra desolata che gli si pararono davanti, l'atmosfera spettrale del mondo dei morti non favoriva il suo umore, in quei luoghi il cielo era sempre nero e nebbioso, si era costretti a dimenticare cosa fosse la vita. In poco tempo si ritrovò a guardare dall'alto un'antica cittadina, recintata da alte mura di pietra che servivano a separare il Limbo dal resto dell' Inferno, poiché doveva essere l'unico posto in cui le anime avrebbero dovuto esistere in pace, giacché ancora vive in parte, in attesa di una sentenza definitiva. Serviva un permesso per entrare, a meno che non si fosse la Morte o un qualche altro amministratore di essa.
Si incamminò per la discesa, ma d'improvviso un urlo spezzò il silenzio.
« JASON! » chiamò una voce rauca e maligna. « Ti ricordi di me, vero? Sono io, Erick Ramsey! Lo sai, i tre vecchietti dicono che adesso io sono la Morte, non è fantastico? Mi hanno dato anche una falce, loro la chiamano Mieti-Anime. Hanno detto che ho anche un esercito a disposizione, solo per trovare te dato che l'hai combinata grossa! Comunque sia passerò prima dalla tua donna, poi verrò da te. Finito con voi due, mi prenderò la tua famiglia, per mio sfizio personale. A presto, Jason! ».
Jason discese furibondo verso la cittadella, non poteva credere che il Triumvirato abbia deciso di calpestare le antiche leggi e donare la falce sacra a quel folle. Ramsey andava fermato, altrimenti sarebbe stato capace di scuotere sia il mondo dei vivi che quello dei morti.
Si trovò dinanzi ad un enorme portone, ai piedi del quale due uomini con un armatura di bronzo facevano la guardia.
« Fermatevi, straniero! » disse uno dei due, la voce passava sommessa dall'elmo.
« Identificatevi! » impose l'altro.
« Sono Jason Beckerman, chiedo di poter entrare nel Limbo per risolvere alcune questioni ».
I due uomini sobbalzarono, sorpresi dal fatto di trovarsi di fronte l'uomo che fino a poco prima era la Morte e ora solo un ricercato.
« Voi non siete più la Morte, avete perso questo privilegio, lo sapete? »
« È importante, ve ne prego »
« Non è possibile, spiacente »
« Devo parlare con il sommo Virgilio » insisté Jason. « Mi deve un favore. Almeno fatelo venire qui per darmi la possibilità di parlargli. Non vi chiederò più di entrare! »
I due si guardarono accigliati per qualche secondo, alla fine presero una decisione.
« E sia! Chiameremo Virgilio! » disse la guardia di destra estraendo dalla cinta un fischietto nel quale andò poi a soffiare.
Un suono dolce e armonioso.
Una luce accecante si accese fra loro. Dal bagliore uscì un uomo magro e alto, il volto secco e uno sguardo solenne, la testa adornata da una corona di ulivo.
« Jason » disse flebilmente Virgilio. « Cos'è successo? Questo cambio di Morte improvviso... »
« Ti spiegherò tutto, ma devi farmi entrare nel Limbo, ti prego »
« Sai bene che non è possibile... »
« Mi dovevi un favore »
« Ti dovevo un favore » pensò vagamente il poeta. « È tempo di riscuoterlo, a quanto vedo. Entra con me. Guardie, vi ordino di tacere con chiunque riguardo alla questione! ».
 

*****

 

« Dunque mi stai dicendo che sei qui per salvare la tua amata? » chiese Virgilio camminando verso un'alta torre bianca. « Stai dicendo di volerti ribellare al corso naturale dell'esistenza? »
« Non è solo questo » rispose Jason. « Voglio fermare Ramsey! »
« Stai cercando di ribellarti a troppe decisioni divine, stanotte »
« Sarà l'ultima notte, probabilmente » disse il fuggiasco profondamente, guardando l'amico negli occhi.
« Sei un uomo buono, Jason » sentenziò Virgilio. « Ti aiuterò. Che cosa vuoi fare? »
« Un rituale » rispose cauto Jason. « Il Bacio Vitale ».
Il poeta rimase immobile, la bocca spalancata.
« Sei disposto a tanto? »
« Sì » rispose Jason deciso. « Legherò la mia anima al mondo dei morti per l'eternità e in cambio diverrò un amministratore della Vita. Se voglio sconfiggere la Morte, dovrò essere la Vita stessa »
« Non puoi sperare di vincere nemmeno in questo caso poiché, laddove vi siano dei morti, il padrone della Morte diventa sempre più potente in proporzione al numero delle anime decadute presenti nel suo raggio di percezione » gli rammentò Virgilio.
« Erick è inesperto, queste cose non le sa » spiegò Jason. « Sfrutteremo la situazione neutrale del Limbo. Ridarò la Vita a tutti quelli che vi alloggiano, così sarò più potente di lui. Avvisa tutti! Prometti loro che torneranno dai propri cari, in cambio della loro collaborazione. Schiera le guardie e dì a tutti gli uomini, fra gli innocenti, che dovranno combattere anche loro, prima di tornare al mondo reale... »
« Dovranno combattere? Stai chiedendo loro un sacrificio? Loro possono ancora morire e con la MietiAnime in circolazione potrebbero perdere per sempre la propria anima!»
« Erick andrà ad eseguire il Tocco Nero su Emma nel mondo reale, ma io nasconderò la sua anima da questo mondo nel Giardino dell' Eden rendendola irrintracciabile, così lui non potrà portare a termine il rito. Alla fine verrà qui a cercarla su ordine del Triumvirato con il suo esercito di morti, per spingerci ad uscire allo scoperto »
« Stai scatenando una guerra per un tuo capriccio? »
« Per un mondo più giusto » rispose Jason. « Se non ricordo male, tu stesso hai detto addio a quei tre vecchi per via dei loro modi disdicevoli. Se spodestiamo la Morte, spodestiamo il Triumvirato stesso! »
« In qualsiasi caso il clima è teso, dobbiamo farci trovare pronti; da dove iniziamo? » si rianimò Virgilio.
« Ce l'hai ancora uno di quei semi provenienti dal mondo dei vivi? »
« Ti avviso, stai per metterti tu in debito, questa volta » rispose il poeta porgendo un piccolo seme verde a Jason.
« Bene, vado a prendere Emma!»
 

*****

 

L'uomo correva velocemente fra le anime del Limbo, cercando quella ragazza bionda che per molti anni rimase al suo fianco. Non gli ci volle molto per trovarla; andò letteralmente a sbatterci contro. Caddero violentemente a terra e all'unisono si scusarono l'uno con l'altra. Furono le proprie voci a ridestarli. Si guardarono per qualche istante.
Lei spalancò i brillanti occhi azzurri alla vista di quell'uomo rasato, con una leggera barba non curata, gli zigomi alti e la mascella massiccia.
« Jason? » disse piano, la sua candida voce.
« Emma »
« Oh Dio, sei tu! » disse lei fra le lacrime. « Io... io ti stavo cercando! Ho sentito quel pazzo che ci sta dando la caccia e ho avuto tanta paura... cos'è successo? »
« Ora non c'è tempo, potrebbe ucciderti da un momento all'altro dal mondo dei vivi » si affrettò Jason, afferrandole una mano. « Vieni con me, parleremo in un posto più sicuro! »
Ricominciarono a correre, mano nella mano. Per un attimo Jason sentì un brivido vitale nel suo corpo. Stare anche solo un attimo con lei valeva una vita intera.
« Hai detto che può uccidermi dal mondo dei vivi, dunque questo sarebbe il mondo dei morti? » chiese lei urlando per farsi sentire.
« Proprio così, siamo nel Limbo: il posto in cui alloggiano quelle anime che non sono né vive né morte » rispose Jason noncurante. « Cioè quelle in fase di transizione, come te che nel mondo reale sei in coma »
« Il Limbo? » si stupì lei. « Non era un luogo fantastico dell'Inferno di Dante Alighieri? »
« Oh... lui » pensò l'uomo. « È stato davvero qui; diciamo che qualcuno più su lo scelse come profeta per descrivere cosa sarebbe successo a ciascuno di noi dopo la Morte »
« Dio? »
« Più o meno... è una storia complicata, ti spiegherò meglio quando saremo nell'Eden».
Abbandonarono la piazza e si intrufolarono per qualche piccolo vialetto. Scesero poi per una ripida scalinata che li portò in un luogo buio e isolato da tutto il resto. In fondo allo stanzino trovarono una piccola porta di legno. Jason estrasse un mazzo di chiavi dai pantaloni ed aprì la serratura. Fortunatamente per loro, fu abbastanza prudente da tenersi le chiavi del Regno dei Morti al di fuori della tunica da Morte.
All'apertura una luce fortissima li accecò e poi poterono vederlo: un cielo sereno e un prato solitario, calmo ed impassibile. Sembrava impossibile l'esistenza di un simile luogo, dopo essere stati immersi nella più pura delle oscurità.
« Benvenuta nell'Eden, Emma » disse Jason. « Il posto dove tutto è immortale e tutto è morto ».
Lui la prese per mano e la trascinò con se più avanti. Scelsero un posto e si sdraiarono insieme, nella perfetta solitudine. Parlarono per molto tempo, ricordarono insieme i bei momenti della loro vita insieme e se ne crearono di nuovi.
Jason fece di tutto per renderla felice un'ultima volta.
Quando lei stava per addormentarsi fra le sue braccia, lui la scostò leggermente, scavò una piccola buca nel terreno e sotterrò il seme che gli diede Virgilio poco tempo prima. A quel punto svegliò la ragazza delicatamente.
« Dobbiamo andare » le disse. « Fra poco ci sarà bisogno di me dall'altra parte »
« Ok... » rispose lei leggermente amareggiata.
 

*****

« Sei pronto per il rito? »
« Sì, Virgilio » rispose deciso Jason. « Cominciamo! »
« Accomodati pure lì in mezzo »
L'uomo andò a sedersi al centro di un grande sala circolare. Intorno a lui era stato disegnato un grande cerchio rosso contenente degli antichi simboli. Di fronte a lui, Virgilio stava rigidamente in piedi, puntando lo sguardo severo sulle iscrizioni di una antichissima pergamena ingiallita. Dietro al poeta, Emma guardava profondamente il suo uomo mentre si apprestava a compiere il cambiamento più grande della sua esistenza. Vicino a lei vi era una finestra aperta sulla cittadina; erano talmente tanto in alto che Jason poteva tenere d'occhio le mura durante il rito.
All'improvviso, Virgilio iniziò a pronunciare parole incomprensibili, una lingua sconosciuta a qualsiasi uomo. Dalla prima sillaba, Jason avvertì uno strano giramento allo stomaco e, andando avanti, diventava sempre peggio; se fosse stato ancora vivo, avrebbe vomitato sicuramente.
Dopo qualche istante, i simboli nel cerchio si proiettarono a mezz'aria luminosi e cominciarono a ruotare intorno a Jason. La voce di Virgilio cambiò, tramutandosi in qualcosa di aggressivo e solenne allo stesso tempo.
« Jason Beckerman » sibilò. « Se siete Jason Beckerman, rispondete in modo affermativo! »
« Sono Jason Beckerman, mio signore »
« E siete consapevole del fatto che state intraprendendo il sacro Rituale del Bacio Vitale? »
« Sì, mio signore »
« Siete forse stato obbligato? »
« No, mio signore; sono qui di mia spontanea volontà ».
Il cerchio cominciò a stringersi intorno a Jason che fu presto circondato da una luce bianca e calda. Gli antichi simboli cominciarono ad unirsi l'un l'altro.
« Il Marchio Sacro dice che siete sincero e puro di cuore » riprese Virgilio. « Procederò ora con il rito ».
Ma non appena quella frase fu completa, un boato assordante costrinse Jason a guardare le mura del Limbo. Un breccia era stata aperta su uno dei lati e una massa di figure indistinte stava penetrando all'interno del luogo di pace. Uno squadrone di Guardie Bianche andò a riversarsi sugli invasori per contenerli.
Non c'era più tempo, il rito andava portato a termine immediatamente. Fortunatamente, lo stato di trance consentì a Virgilio di non perdere la concentrazione e ricominciare a proferire antichi versetti. Il fascio luminoso si stava ormai unendo a Jason.
« Rinuniziate ai vostri diritti di vivente, se volete portare la Vita! » ordinò Virgilio.
« Io, Jason Beckerman, rinuncio a qualsiasi mio diritto alla Vita. Rinuncio a qualsiasi possibilità di tornare a vivere e di futura reincarnazione. Rinuncio al diritto di avere fissa dimora e accetto di essere un eterno caduto, ramingo nell'oscurità e portatore di insperata luce! »
Una fiamma bianca avvolse l'uomo, che si sentì bruciare da una forza vitale senza limiti. Dopo poco si ritrovò a guardarsi ad un vicino specchio: sopra gli stracci compariva ora un'armatura argentea e dai riflessi lucenti, sulle spalle un lungo mantello bianco che presentava giusto in mezzo il cerchio rosso del rito. In testa un elmo che lasciava liberi solo gli occhi; nella mano destra impugnava un lungo bastone di un legno tremendamente vecchio, ma irradiava di luce propria; la mano sinistra reggeva uno spesso scudo triangolare, fatto della stessa materia dell'armatura. Il rito era riuscito.
Virgilio collassò e cadde sul pavimento rumorosamente. Da fuori i rumori della battaglia si facevano sempre più intensi: l'esercito nero si era ormai diviso in vari quartieri e i civili erano entrati in battaglia.
« Virgilio si riprenderà presto. Vieni! » disse Jason prendendo Emma di forza e piombando giù dalla finestra.
Atterrarono nel bel mezzo di una battaglia. Ora potevano distinguere chiaramente gli esseri che combattevano per Ramsey e il Triumvirato. Gli scheletri portavano armature violacee con tanto di scudi, le loro scimitarre erano cosparse del fuoco nero della Mieti-Anime. Quelle fiamme potevano strappare l'anima anche alle persone già morte, portandosi via anche la loro coscienza. Solo il portatore di Vita avrebbe potuto ridare loro l'esistenza pura.
Quattro teschi stavano per dare il colpo di grazia a due innocenti. Jason allungò la leggendaria Verga d'Aronne e colpì uno degli esseri, che subito prese le sembianze di un umano. Gli altri teschi, spaventati dall'avvenimento arretrarono e il ragazzo ne approfittò per balzargli incontro e riportarli in vita con un largo fendente.
« Straordinario » commentò Emma.
« Già... ma non riuscirò a farlo con tutti » disse Jason. « Dobbiamo attirare Erick! »
I due ragazzi combatterono contro svariati morti, riportandoli in vita. Ma Jason percepiva che per quanti ne tornavano in vita, da un'altra parte ne cadevano tanti altri. Dall'alto, gli arcieri colpivano con precisione i nemici, ma gli scheletri parevano non sentire le frecce e continuavano imperterriti la loro battaglia.
Fu in quel momento che Jason ragionò un'alternativa. Se la Mieti-Anime poteva donare parte del suo potere alle lame dei morti, allora anche la Verga d'Aronne poteva dare le sue peculiarità alle armi dei vivi.
Puntò il bastone al cielo come se sapesse già cosa dovesse fare. Un'esplosione bianca avvolse tutto il Limbo e all'improvviso tutte le armi dei difensori brillavano di candida luce.
Da quel momento fu un susseguirsi di morti e resurrezioni senza fine. La battaglia stava prendendo una piega confusa, talmente confusa da costringere la Morte a sovrastare il frastuono imponendo la sua voce nella mente di tutti.
« Dove sei Beckerman? Dove nascondi quella sgualdrina? »
« Sono nella piazza e ho con me Emma! Affrontami da uomo, ora! »
Non ci volle molto prima che Jason vedesse arrivare di corsa un emergumeno alto e grosso dai capelli lunghi e la barba folta, la lunga falce colpiva chiunque incontrasse sul suo cammino.
Ramsey aveva abboccato all'esca. Vita e Morte finalmente si fronteggiavano.
« Cosa cazzo sei diventato? »
« Ci rivediamo, Ramsey! Se vuoi saperlo, io sono la Vita ora »
« Nessun convenevole stavolta! ».
Erick partì velocemente all'attacco allungando un fendente. Jason scansò il colpo ma provocò la morte di un alleato. Lo rivitalizzò all'istante e cominciò a correre per le strade del Limbo, con Emma al fianco.
« Codardo! » urlò la Morte inseguendolo.
Si allontanarono presto dalla battaglia, ma Erick non si desimeva dal colpire chiunque incontrasse. Ogni qualvolta lui uccideva qualcuno, Jason revitalizzava qualcun'altro; doveva riuscire a mantenere quell'equilibio di poteri.
Scesero per una scalinata e subito Emma andò a nascondersi favorita dal buio di quel luogo. Jason aprì la porta per l'Eden e quando vide arrivare Ramsey vi entrò.
« Pensi di scappare per l'eternità? » urlò il sadico entrando anche lui nel giardino.
« Oh no, la nostra corsa è finita! » rispose Jason. « Qui saremo solo io e te, l'uno contro l'altro! » enfatizzò infilzando il terreno con la verga.
« Che luogo è questo? » chiese Ramsey sospetto. « Non percepisco né morti né vivi »
« Il Giardino dell'Eden » rispose Jason tranquillo. « Devi sapere che in questo posto non esiste nulla di vivo e non esiste nulla di morto. Tutto è neutro. Un perfetto equilibrio si può ottenere soltanto quando non vi è nulla a minacciarlo. E lo stesso equilibrio ora lo raggiungerà il nostro scontro. Qui i nostri poteri si equivalgono. Tu non hai morti a darti forza, così come io non ho vivi che possano darla a me »
« Fanculo! » disse Erick girandosi verso l'uscita del giardino.
In quell'istante però, Emma diede un'ultima occhiata al suo amato e chiuse la porta fra i due mondi. « Sei in trappola Erick! » sorrise Jason. « Qui potrà vincere solo il più furbo, ma anche se tu vincessi, non potresti tornare nel Limbo, dato che solo io conosco il segnale! Possiamo comunque ingannare l'eternità combattendo un po! »
« Bastardo! Fammi uscire! » partì alla carica Ramsey, infuriato come non lo fu mai nel corso della sua esistenza.
Cominciarono a darsi battaglia a colpi di fendenti. Entrambi stavano bene attenti a non farsi nemmeno sfiorare, poiché sarebbe bastato il contatto con l'arma avversaria a causare la sconfitta.
Jason scansava i colpi della Morte con lo scudo e contrattaccava rapidamente con il bastone, ma Erick, nonostante la sua massa corpulenta, era agile e riusciva a leggere ed evitare i colpi. L'equilibrio dello scontro era perfetto.
Continuarono a cozzare fra di loro per interminabili minuti e Jason stava cominciando a perdere lucidità: non aveva ancora il pieno dominio sui suoi poteri. Cominciò a temporeggiare scappando qua e là evitando i numerosi fendenti della Mieti-Anime. Aspettava che arrivasse quel flebile segnale, ma poi inciampò sbadatamente. Si rigirò giusto in tempo per prendersi un calcio all'addome attutito dall'armatura e parare con lo scudo quello che sarebbe stato un colpo fatale della falce.
Erick teneva bloccata la mano destra di Jason col piede, rendendo la verga inutilizzabile; faceva pressione con tutta la sua forza sul solo braccio destro. Ogni tanto alzava la lama per tornare a colpire con foga sullo scudo che cominciava ad incrinarsi.
« Hai perso Beckerman! » urlò la Morte battendo ancora la Mieti-Anime sulla superfice triangolare.
Jason strinse i dentì e la sentì. Sentì quel rantolo di vita prendere forma dentro di lui. E come un fiore, una nuova forza germogliò nel suo spirito. L'armatura si illuminò e la Verga d'Aronne si rivestì di una fiamma sacra. Lo scudo tornò come nuovo e s'avvampò anch'esso.
Con una spinta, Jason allontanò la falce e con un'altra sbalzò Erick indietro di qualche metro.
« Ma come è possibile? » chiese scosso Ramsey.
« Non te ne sei accorto? » chiese il portatore di Vita. « Non riesci a percepire che ora qui c'è qualcosa di vivo? »
« È vero... ma dove? »
Jason non rispose e partì alla carica, pieno di energia.
« Ora posso sconfiggerti! »
Le due armi cozzarono un'ultima volta, ma stavolta la potenza dell'impatto fece cadere la falce dalle mani della Morte. Jason toccò con la Verga il petto di Erick Ramsey.
« Qualche ora fa, ho piantato un seme in questo giardino e appena siamo entrati qui gli ho dato vita! Ricordi quell'istante in cui ho infilato il mio bastone nel terreno? Sfortunatamente, con le piante ci vuole molto più tempo che con gli uomini, considerata poi l'influenza dell'Eden, i tempi triplicano. Tu ora sei vivo! »
A poco a poco la tenuta della Morte evaporò, lasciando Erick in ginocchio con i soliti stracci color panna.
« Ma non è finita! » disse Jason.
Raccolse la Mieti-Anime e recise l'anima del nemico, privandolo per sempre della sua coscienza.
Jason respirò e tornò alla porta, diede qualche colpetto e riferì « Diciannove novembre, la data del nostro primo caffé insieme ».
La porta si aprì ed Emma balzò al collo dell'amato.
« Sia ringraziato il cielo! » pianse lei. « Ce l'hai fatta! Sei tornato! Sei tornato! »
« Jason! » li interruppe la voce di Virgilio. « Il rito è andato a buon fine, vedo. Mi dispiace di non aver potuto aiutare in battaglia »
« Hai fatto anche troppo, non scusarti! » sorrise Jason. « Gli scheletri sono scomparsi, vero? »
« Sì, se non c'è Morte, non può esserci il suo esercito » rispose lui. « Il Triumvirato è furibondo, non possono nemmeno eleggere una nuova Morte, poiché la MietiAnime ha già trovato il suo padrone »
« Molto bene » sospirò il ragazzo. « Andiamo, ho promesso la vita a molte persone. Sono abbastanza impegnato ora ».
Tornarono nella parte alta del Limbo e non videro altro che devastazione e Non-Morti che cercavano di far riprendere coscienza ai senz'anima. Pian piano Jason riportò tutti in vita e li rispedì nel mondo reale.
Rimase solo Emma alla fine.
« Tienimi qui! Ti prego! » disse lei.
« Non posso, non è il tuo momento »
« Voglio stare qui con te! »
« Ho causato tutto questo solo per salvarti, non posso renderlo vano »
« Ma... »
« Hai una nuova possibilità di essere felice » interrupe lui. « Quando tornerai di là non ricorderai più nulla di tutto questo »
« Ma ricorderò te... »
« Ricordami! Continua a rendermi onore! »
« Non c'è proprio nulla che possa convincerti, vero? » chiese lei frustrata.
« Sappi solo che ti aspetterò qui » rispose Jason. « Per noi morti il tempo passa in fretta e, comunque avrò da fare. Devo andare a recidere le anime del Triumvirato e non sarà semplice, quindi mi divertirò abbastanza ora che sono sia Vita che Morte! »
« Ti amo »
« Ti amo anche io ».
Le toccò dolcemente la fronte e lei svanì lentamente nel nulla.
Jason guardò in alto verso il castello del Triumvirato e si incamminò lentamente per finire il suo lavoro.
 

*****

 

Emma si risvegliò di soprassalto, madida di sudore. Si guardò intorno e riconobbe una camera d'ospedale. Si sentiva abbastanza nauseata e stranita dal sogno che aveva fatto. Sapeva che non era possibile che il suo defunto fidanzato fosse una specie di dio, ma ogni dettaglio le era sembrato così reale.
Si allontanò dai suoi pensieri e chiamò un'infermiera. Desiderava solo un po d'acqua.

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Caduta
di Dream


 
Lo avete mai sentito?
Lo avete mai sentito il rumore di un corpo che cade dal cielo e atterra sul cemento?
È come ascoltare l’aria che viene tagliata da un bastone di legno, avete presente? E poi, immediatamente, un tonfo di un qualcosa di tanto pesante quanto vuoto viene frenato dal terreno. Si sente lo sterno chiudersi in se stesso, trafiggendo il cuore e i polmoni. Si sente il cranio rompersi come farebbe un qualsiasi vaso di creta, che al posto di spargere i propri frammenti, fa schizzare il sangue e il cervello a velocità supersoniche sull’ambiente circostante.
È uno spettacolo cruento, ma come ogni spettacolo ci insegna qualcosa, e in questo caso la lezione da portare a casa è che l’essere umano è troppo debole per sopravvivere ad impatti di questo tipo e pur di non soffrire le conseguenze dell’inevitabile collisione, decide di morire.
Quando le situazioni diventano troppo complicate da gestire, l’essere umano scappa, come i topi davanti al loro più grande predatore. Gli esseri umani sono solo topi nella stiva di una nave che affonda. E quando non c’è alcuna via di uscita possibile l’unica alternativa è la morte.
Io lo so bene.
Vidi le nuvole allontanarsi da me. Alcune piume dalle mie ali stavano ancora bruciando mentre il viso mi era stato sfregiato con tre graffi. Non ricordavo chi avevo affrontato, o forse più semplicemente non lo sapevo. Il sangue grondava lungo tutto il mio viso, lambendo le labbra, le palpebre, il naso. Osservavo l’erba avvicinarsi sempre più. Ero inerme, confuso e con la mente rivolta a chi mi aveva toccato e poi buttato giù dalle nuvole.
Un colpo.
Un colpo secco, poi rimbalzai lievemente e mi ritrovai con gli occhi all’aria fissando le nuvole grigie.
Rimasi lì per delle ore, in silenzio e muto. Ero sotto shock per quello che mi era capitato. Poi riuscii ad alzarmi e cominciare a guardarmi attorno: era circondato da croci di filo spinato con delle persone infilzate.
Gridai.
Gridai con tutto il fiato che avevo in gola. Tirai fuori tutto il terrore che avevo in corpo.
Corsi verso il primo ragazzo, gli toccai le scarpe per raggiungere i suoi ricordi. “Marco il biondo”, ventenne, faceva l’elemosina di vagina. La sua ingenuità perpetua lo ha portato alla morte. Dava la colpa agli altri che volevano comandare troppo. La realtà è che non aveva le palle per gestire la sua vita.
 “Barbarella la mucca”, mora, tinta o forse no. Di lei dicevano che due preservativi non erano sufficienti a proteggersi dalla cattiveria che si portava dentro. Qualcuno, addirittura, vedendola passare cominciò a canticchiare «Le mucche fanno “muu”, ma lei fa glu-glu!».
E poi ancora “Giovanni lo psicopatico”, “Toro il pompato”, “Riccardo, la testa da papero” o ancora tutta una serie di personaggi tragicomici che volevano avere la dolce vita finendo invece come protagonisti di una fiction drammatica portata sullo schermo televisivo dalla Taodue film.
Per quanto mi sforzassi non ebbi alcuna possibilità di salvarli. Avevo salvato molte persone prima. Ero bravo nel mio lavoro di angelo... Eppure qualcosa mi bloccava. I miei poteri erano stati in parte prosciugati, di colpo. Era stata forse la caduta? O lo scontro con quel misterioso essere?
Decisi di andarmene da quel luogo dall’aura negativa, allontanandomi da quella landa decorata da cadaveri. Mi venne in mente il graffio sulla mia guancia, lo cercai tastandomi la pelle ma era sparito. Non c’era nessuna traccia.
 
Per molti miei amici, la Terra è il pianeta dei mostri; avevano paura ad avvicinarsi. Io invece no, trovavo la debolezza umana un elemento romantico, affascinante. Le mie ali non destavano interesse nelle persone mortali, era come non averne. Come se fosse la prassi che gli angeli caduti camminassero tra loro. Ero attratto dalla loro ingenuità, quella che caratterizzava quel ragazzo che conobbi in un bar di un paese. Era mattina, e il sole entrava senza problemi nelle grandi vetrate del locale pubblico. Capelli ricci, un bel sorriso e uno sguardo magnetico, ma allo stesso tempo che mi dava una sensazione di irrequietezza.
Quando si avvicinò, sentii una mano fredda sfiorarmi la guancia e poi accarezzarmi le ciglia dell’occhio destro. In un primo momento pensai ad un colpo di vento, ero del mestiere e sapevo riconoscere bene i segnali divini. Gli strinsi la mano con una notevole dose di fiducia, sebbene fossi stato investito da una forte sensazione di fastidio.
Dentro di me sapevo che mi sarei dovuto allontanare da lui il più e prima possibile, ma non diedi retta a quella voce. Gli toccai la mano e non riuscii a vedere nulla di lui. Fu l’ultima volta in cui provai a conoscere il passato di una persona, ricordo. Nessuna memoria. Era come se il mio corpo si rifiutasse di vedere al di là delle apparenze. O forse non ne ero più capace. Decisi di fidarmi ciecamente di lui. «Sono solo», mi continuavo a ripetere, «Non ho altra scelta».
Cominciammo a frequentarci, sempre assieme, mattina, pomeriggio e sera. La prima persona a darmi il buongiorno e l’ultima persona a darmi la buonanotte.
Nel frattempo la mia vita era cambiata, il Paradiso, a cui appartenevo, non era solo fisicamente lontano, no. Mi stavo allontanando dal Cielo anche moralmente.
Andrea, si faceva chiamare così, aveva una strana influenza su di me. Ogni volta che la sua voce veniva emessa dalla sua bocca, dentro di me avveniva una mutazione, come una sorta di reazione chimica di cui non studiai bene gli ingredienti.
Cominciai a non interessarmi più delle persone, se non di lui. La mia preoccupazione nei confronti del prossimo cominciò a calare fino a sparire del tutto. Non mi interessava più nessuno, se non lui.
Diceva che non era contento del mio atteggiamento, ma in fondo non sembrava poi molto sincero quando lo diceva. E chissà che forse quello non fosse il segno di qualcosa di molto più profondo.
Iniziai ad avere rapporti occasionali. Luoghi pubblici, case, persone più grandi e più piccole, indifferentemente. Ogni sera, io e Andrea ci sdraiavamo sul letto a pancia insù, mentre ci raccontavamo la nostra giornata o esprimevamo la nostra idea su argomenti culturali e ideologici.
Mi aprii lasciandomi guardare dentro. Ero completamente cieco nei suoi confronti. Piano a piano le piume cominciarono a cadere e il biondo dei miei capelli divenne castano. I miei occhi azzurri diventarono neri, come l’oscurità. Ma io non avevo coscienza, non mi rendevo conto di cosa stavo vivendo. Pensavo di essere capace di intendere e di volere.
Una sera decisi di farlo.
Gli misi un coltello tra le mani e le guidai verso il mio petto, assicurandomi che tranciasse ogni vena e arteria che collegavano il mio cuore al resto del corpo. Poi me lo strappai e glielo diedi in mano.
Era felice. Era soddisfatto.
Non mi aspettavo che facesse altrettanto, mi aspettavo che si lasciasse guardare un pochino, ma si nascondeva ai miei occhi, come se al suo interno contenesse il Vaso di Pandora e volesse proteggermi dai mali del mondo.
 
In breve tempo tutto cambiò.
Andrea cominciò a trattarmi male, a trattarmi con sufficienza e come se non fossi più necessario alla sua esistenza. Rimanevo sempre attaccato a lui, lo cercavo spesso ma sembrava esser infastidito da questo mio interesse.
Ferito, arrabbiato, furioso. Iracondo.
Gli angeli non dovrebbero esserlo. Fu proprio guardandomi allo specchio che mi resi conto della mia situazione. Io non ero più un angelo. Ero stato fottuto. Non mi riconoscevo. Guardavo il mio volto allo specchio e non sapevo se quello ero davvero io o un’altra persona. Era forse la ricompensa che mi meritavo per essermi aperto a qualcuno?
Aveva conosciuto un’altra persona. Parlava di intesa, fiducia, interesse. Io, improvvisamente, non contavo più nulla.
Talvolta mi parlava delle sue giornate con questo nuovo soggetto. Racconti pieni di ipocrisia, privi di un reale sentimento, di una base solida. Mi domandavo se semplicemente io ero “troppo”, mi ero trasformato in un soggetto a cui raccontare la propria normalità, la propria appartenenza al sistema.
E io? Io ero diventato un virus con un’alta carica virale ma al contempo innocuo, da tenersi vicino come si stringono i peluche quando si è piccoli.
Inevitabilmente, con il passare del tempo il mio carattere cambiò. Mi sentivo usato da Andrea e dentro di me non volevo che questa cosa capitasse mai più.
Divenni duro, cattivo, aggressivo e poco rispettoso del prossimo. Ero la rappresentazione dell’egoismo, dell’essere senz’anima, un irriducibile stronzo pronto a fare solo i miei interessi.
Promettevo mari e monti alle persone senza davvero crederci o tentare minimamente di rispettare gli impegni presi. Mi sentivo a posto con me stesso. Vivevo la giornata e non mi importava se qualcuno ci rimanesse male per quello che facevo, perché alla fine il prossimo non era nessuno ai miei occhi.
C’erano alcuni momenti in cui pensavo a quel prato in cui atterrai arrivato sulla Terra. Ricordavo i cadaveri infilzati come spiedini alle croci. Ridevo pensando a quelle persone. Ero orgoglioso: io ero vivo, loro no. Io ero sopravvissuto a tutte quelle cose, loro erano morti, disintegrati sotto il peso della loro incompetenza, io no. Io vivevo, respiravo, potevo assaggiare l’asfalto delle strade e la pelle delle persone.
 
Una sera Andrea mi chiamò al telefono. Mi voleva incontrare a tutti i costi, superando quelle che erano le mie resistenze in merito. Accettai, non molto convinto in realtà. L’appuntamento era sul terrazzo di un ristorante a tre stelle, nel centro della città.
Quando lo vidi un terrore si insediò dentro di me, e le mie viscere cominciarono a contorcersi.
Andrea possedeva un paio di ali, ben nascoste fino a quel momento. Ali non piumate, come quelle degli angeli, ali di pelle grigia. Quelle da pipistrello.
Quelle del diavolo.
Sembravano forti, potenti, micidiali.
Sul suo volto era dipinto un inquietante sorriso, in cui riuscivo a capire finalmente tutto quello che mi era capitato: Andrea, colui che incontrai “casualmente” in un bar una mattina, era lo stesso essere che mi aveva gettato dal Paradiso. Sfregiandomi mi aveva privato delle mie capacità più potenti. Il resto, me lo aveva aspirato via con l’utilizzo delle parole. Sì, ho sempre riso di gusto quando mi descrivevano il diavolo come un nanetto rosso con corna e forcone. Ero cosciente che il vero male strozzava con nastri e guanti di seta. Non ti uccide con contratti firmati con il sangue, ma con le dolci parole e le carezze.
Eppure, quando mi ero trovato di fronte a questo “male” lo avevo abbracciato con tutto me stesso, non lo avevo riconosciuto soffocando quell’innato istinto che mi suggeriva di allontanarmi.
Il mio punto di vista era inevitabilmente mutato. Ora finalmente vedevo le cose per quello che erano realmente. Io, che ridevo dei morti di quel dannato prato, avevo fatto la stessa fine. Io ero morto come loro, peggio di loro.
Capii il motivo per cui non si lasciava guardare a fondo. Non custodiva il “Vaso di Pandora”, non voleva proteggermi da niente. Il problema era giusto l’opposto. Lui quel vaso lo aveva scoperchiato e svuotato, lasciando il nulla dentro di lui. Un nulla pesante.
Con un battito d’ali si alzò in volo e planò rapidamente verso di me, gettandomi dal grattacielo.
Non gridai nemmeno. Me lo ero meritato, in fondo. E probabilmente, il mio corpo ora sarebbe stato infilzato da una croce formata con il filo spinato...
Stavo cadendo...
...E ora sto cadendo....
...E sto attendendo la mia fine...
...Di nuovo.

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Schiavi di Lei
di BlazePower

 
 
Australia, 31/12/2014
 
“È... meraviglioso!”. Eveline non riusciva a trovare le parole per esprimere la sua sorpresa e la sua gioia. Tutto era iniziato qualche giorno fa, quando il suo fidanzato Angus l’aveva invitata a passare il capodanno in un posto incredibile, loro due soli. “Ti piacerà, ti piacerà, ricordati solo del costume da bagno!” fu l’unica risposta che le diede, prima di chiudersi nel silenzio più assoluto. La mattina del 31 dicembre, quando il fidanzato passò sotto casa sua per portarla al luogo dell’appuntamento, Eveline era tutta fremente di curiosità. Ma il posto che ora aveva sotto gli occhi superava di gran lunga i limiti della sua immaginazione.
“Ti piace?” le disse Angus, sorridente. “Questo è il lago Hillier, uno dei più interessanti d’Australia”. Ammaliata dal panorama, ci mise un po’ prima di tornare con i piedi per terra e fare quella domanda che le era venuta in mente da quando era arrivata lì: “Perché l’acqua è rosa?”. “Bella, vero? È data dalla presenza di alcune alghe e batteri unicellulari che producono sostanze di questo colore. Al mondo ci sono pochissimi laghi così.” rispose Angus. Si divertiva a leggere negli occhi della sua ragazza la meraviglia di chi si trova improvvisamente in un posto da favola. Il sole stava tramontando e il rosa del cielo, che filtrava dalle fronde degli alberi attorno allo specchio d’acqua, quasi si fondeva con la superficie dell’Hillier, creando un effetto incantevolmente romantico. Loro due erano lì, su una barca al centro del lago, a contemplare la bellezza di quel paradiso terrestre. “Oh, Angus!” sospirò Eveline, ammirata. “Come ti è venuto in mente un posto del genere?”. “Era il luogo migliore in cui passare un capodanno indimenticabile!” fece Angus. I due giovani rimasero in silenzio per qualche minuto, lei orgogliosa del suo ragazzo, lui orgoglioso della sua idea.
“Beh, che stiamo aspettando? Prendi il costume!” propose poi Angus, togliendosi la maglietta.
“Ti fai il bagno? Con quest’acqua sporca?” reagì Eveline.
“Non è sporca, è il suo colore naturale”
“Ma ci saranno sostanze nocive!”
“Secondo te potrei mai portare in un lago velenoso l’amore della mia vita?” chiese Angus, ridendo.
Eveline arrossì. “Ho già il costume...” aggiunse, ancora poco convinta.
“E spogliati, forza!” incalzò il ragazzo, rimanendo con un paio di boxer rossi e mettendosi delle ciabatte sintetiche. La fanciulla iniziò a svestirsi lasciandosi indosso un costume a due pezzi, anch’esso color rubino, poi tornò a guardare l’acqua e continuò: “Non so nuotare...”
“Tranquilla, tanto si tocca” rispose il fidanzato.
“Ma dai, chissà quanto sarà profondo il lago!”
Per tutta risposta Angus sporse le gambe a penzoloni fuori dalla barca e saltò, bagnandosi fino all’ombelico. “Tu che dici?” ribatté trionfante sotto lo sguardo sbalordito di lei.
“Sei sopra uno scoglio?”
“No, e il fondo è sabbioso. Dai, Evy, ti devo pregare in ginocchio? Non è neanche fredda l’acqua!” concluse Angus, dando segni d’impazienza.
La ragazza si arrese, si sedette sul bordo del veicolo e, cautamente, scivolò fino a toccare terra.
“Oh! Ce l’hai fatta!” fu l’esclamazione di lui. Eveline era troppo emozionata e le sue prime parole furono: “Wow... Sto festeggiando il capodanno facendomi il bagno con il mio fidanzato in un lago rosa... È incredibile...”. Fece un passo in avanti e finì per perdere l’equilibrio e cadere fra le braccia di Angus.
Il cuore di entrambi fece un balzo e i due si guardarono negli occhi. Era la prima volta che si trovavano tanto vicini l’uno all’altra. Le loro braccia si strinsero di più attorno alle loro spalle e provarono una gioia nuova, intensa, soave. Potevano sentirsi con tutti e cinque i sensi: con la vista osservavano ciascuno i candidi lineamenti dell’altro, i loro volti arrossiti, i loro corpi sinuosi; con l’udito udivano il battito dei due cuori, che scandivano il tempo all’unisono; con l’olfatto s’inebriavano ciascuno del profumo dei capelli del compagno; con il tatto si credevano ognuno parte integrante dell’altro, legati assieme dall’intreccio e dal comune tepore delle loro morbide braccia. Mancava solo il senso del gusto, che Angus ed Eveline sperimentarono nell’unire le loro labbra e baciarsi. All’improvviso sembrò loro di essere sospesi nel vuoto. Il mondo si dissolse. Si fusero insieme il rosa del tramonto, il rosa del lago, il rosa della loro pelle, divenendo un’unica e indistinta aura eterea color dell’amore. E i due amanti si persero nella dolce immensità della loro passione.
Ma nessuno dei due sapeva di essere osservato. Il fondale del lago non ospitava soltanto alghe e batteri, come credeva Angus, ma anche altri organismi ancora sconosciuti. Uno di essi, però, si sarebbe fatto conoscere molto presto: era un essere quasi invisibile, una manciata di cellule messe insieme, che formavano tuttavia un vermicolo dal potere immenso, in grado di resistere alle condizioni estreme del lago. Notando i piedi nudi di Eveline, il minuscolo nemico si infiltrò sotto l’unghia del suo alluce, attraversò la pelle del dito, entrò nei vasi capillari e si lasciò trasportare dalla corrente sanguigna, arrivando al cuore e raggiungendo finalmente l’encefalo.
 
Benvenuto su Plague Inc.
Sei un nuovo Verme Neurax. Per vincere devi evolverti e dilagare in tutto il mondo, portando all’estinzione l’umanità con l’epidemia definitiva!
 
Australia, 01/01/2015
 
Ce l’ho fatta. Sono riuscito ad infiltrarmi nel cervello di uno di loro. Ora potrò compiere la mia vendetta, a nome di tutte le poche colonie superstiti della mia specie sparse per il lago Hillier. Il mio nome è Lei. Sembra che abbia molti significati: per gli uomini dell’Italia indica semplicemente un esemplare femminile, per i catalani “legge”. Ma non m’importa come mi chiameranno gli esseri umani, né che effetto farà questa parola su ognuno di loro, l’importante è che muoiano. Tutti. Così come hanno ucciso tutti i miei compagni, calpestando il fondale del lago con le loro ciabatte e i loro stivali. Chissà poi di che materiale sono fatti; io ero abituato ad oltrepassare tutti i tessuti organici ma quelli sono impenetrabili. Ma ora che ho trovato una persona senza quelle strane coperture e sono entrato nel suo corpo, potrò fare giustizia della strage che loro hanno fatto della mia specie. Barbari! Perché ci devastate in quel modo? Non ci considerate neanche, forse neppure sapete della nostra esistenza! Ma ci penserò io a farmi conoscere, ah sì. Ride bene chi ride ultimo!
 
Comparsa del Verme Neurax
Lei è un verme Neurax, rimasto nascosto per millenni. Ora gli umani hanno invaso il suo habitat naturale, dandogli la possibilità di diffondersi...
 
È ancora presto per attaccare. Per adesso mi limiterò ad evolvermi e diventare contagioso. Devo riprodurmi, moltiplicarmi e uscire da questo corpo per entrare nella scatola cranica degli altri esseri umani. E quando avrò contagiato tutti loro, allora sì che mi rivelerò per quello che sono! Il loro cervello è una tavola imbandita per me, pieno di neuroni da spolpare e di recettori ormonali da tappare e stappare a mio piacimento. Ci sarà da divertirsi, ci sarà. Ma meglio procedere per gradi: bisogna iniziare dalle piccole cose.
 
Sviluppata la modalità di trasmissione Uova 1: Il Verme Neurax produce uova che vengono espulse a migliaia dal cervello del portatore, aumentando l’infettività
 
India, 19/04/2015
 
Più contagioso dell’HIV
Lei ha infettato più persone al mondo che l’HIV. Si tratta di una malattia estremamente contagiosa
 
Australia, 23/05/2015
 
Neil non riusciva proprio a capire. Era da almeno un’ora che si sforzava di dare un nome a quella cosa. In tutta la sua carriera di medico non aveva mai visto niente di simile. Aveva davanti a sé una e-mail di un collega cinese che mostrava diverse fotografie di un campione di sangue analizzato e non notava niente di strano in esse, tranne un grumo nero che non ricordava di aver mai visto da nessuna parte. Rimuginò ancora un poco prima di chiedere aiuto al suo assistente. “Ronald, sai cos’è questo?” disse al suo compagno, chiamandolo dall’altra stanza.
Ronald arrivò, vide il tondino scuro nel sangue e rispose: “Bella domanda”.
“Grazie, eh! Mi sei di grande aiuto!” fece Neil, ironico.
“Che vuoi che ti faccia, se non lo so...”
“Almeno pensa a cosa potrebbe essere! Io ci ho ragionato un’ora buona e non ho risolto niente”
“Ah, beh, se non ce l’hai fatta tu... Il vetro del microscopio del tuo collega cinese è pulito?”
“Certo, altrimenti me ne sarei accorto!”
“Allora non ti so aiutare. Ci sono irregolarità nel sangue? I valori sono a posto?”
“Tutto OK, il paziente è sano come un pesce, però ha questa cosa strana nelle vene” confermò Neil.
Ronald iniziò ad incuriosirsi e prestò più attenzione a quella faccenda. “Vediamo... La siringa usata per il prelievo era pulita, no?” chiese.
“Che domande! Figuriamoci se non era pulita!” sbottò Neil. “E poi quella cosa là non è un componente del sangue, è diversa” proseguì.
“Allora è un invasore alieno venuto da Marte!” scherzò Ronald.
“Senti, io sono stanco e ti ho chiamato per aiutarmi: o fai il serio o te ne vai!”
“Calmati, dai! Mamma mia, quanto sei acido!”
I due medici rimasero a fissare quell’intruso per un po’, poi Neil, alzandosi, concluse: “Basta, mi sono seccato. Finiscila tu questa e-mail, io vado a farmi un caffè”.
“Va bene” rispose l’altro. “Però potrebbe davvero essere l’uovo di un patogeno sconosciuto...”
“Ancora! Vedi di non fare lo stupido!” ribatté il primo, uscendo.
Rimasto solo, Ronald si sforzò di farsi venire altre idee riguardo all’identità di quel puntino misterioso, ma più ci pensava più si convinceva di quello che aveva detto. Scrisse il resto del messaggio al suo collega cinese annunciando di aver scoperto un nuovo tipo di malattia dagli effetti sconosciuti. Incerto su come chiamarla, pensò al fatto che Neil si fosse stancato ad analizzarla e andò a cercare il termine “stanco” su un traduttore online. Quella parola in cinese faceva “lei”. E proprio “Lei” fu il nome del nuovo microbo.
 
Nuova malattia leggera si diffonde
Durante un normale controllo, un medico in Australia ha scoperto una nuova malattia di nome Lei. Sembra innocua ma verrà studiata. Altri paesi hanno riportato casi di questa malattia
 
Cina, 02/06/2015
 
Cina inizia a lavorare a una cura
Cina è il primo paese a istruire i medici a iniziare una cura per Lei. Senza ulteriori fondi, ci vorrà molto tempo
 
Accidenti, mi hanno scoperto. Non ci voleva, mancano ancora così tante persone da infettare e io non sono neanche passato all’attacco. Devo muovermi, ho bisogno di agire direttamente sugli esseri umani, senza perdere altro tempo a spargere uova. Mi sono già evoluto abbastanza in questo senso: le mie uova si schiudono facilmente una volta a contatto con gli uomini, sopravvivono in ambienti aridi e si lasciano trasportare da ogni tipo di insetto. Ora non posso più stare rinchiuso in queste scatole craniche, sarà meglio prendere in mano la situazione e vedere cosa ci posso fare con le materie grigie di questi strani animali.
 
Sviluppato il sintomo Breccia Neurale: Penetra nella barriera sangue/cervello per permettere l’accesso al cervello del portatore. Causa distonia, veloce movimento delle palpebre
 
Germania, 30/09/2015
 
Più contagioso del raffreddore comune
Lei ha infettato più persone al mondo che il raffreddore comune. Si tratta della malattia più contagiosa della storia
 
Bene, vedo che il mio piano ha funzionato. Sono già stati mobilitati parecchi Paesi in tutto il mondo per trovare un medicinale contro di me, ma ancora non c’è niente di cui preoccuparsi. Piuttosto, ora ho espanso le mi capacità e ho iniziato a produrre filamenti capaci di penetrare tra le cellule nervose: posso finalmente manipolare il comportamento degli uomini, scaricando ormoni di ogni tipo e facendo passare loro la voglia di fermarmi ma, anzi, invitandoli a contagiare gli altri!
 
Sviluppato il sintomo Immaturità: La produzione di ormoni è alterata con conseguente riduzione di maturità. Bassi livelli di igiene aumentano l’infezione
 
Italia, 01/11/2015
 
Matteo si stava divertendo tantissimo. Da un paio di anni faceva l’operatore in una delle fiere del fumetto più importanti d’Italia. Quella volta era il responsabile della sezione dedicata ai cosplay e si passava il tempo a registrare su una lista persone di ogni età vestite da personaggi di ogni genere. Erano quelli che avrebbero partecipato ad una sfilata, tra qualche giorno, in cui tutti avrebbero votato il costume più bello. Era incredibile notare come i ragazzi e gli adulti ci mettessero tanto impegno nel travestirsi nei loro eroi e antagonisti preferiti, quasi come se volessero realmente entrare nel mondo dei videogiochi. Anche lui, del resto, si era costruito un abito adatto.
           Notando due cosplayer che passeggiavano davanti al suo stand, Matteo li chiamò a sé e disse: “Ciao, ragazzi! Volete partecipare anche voi alla sfilata?”
“Mah, non so... Tu che dici?” chiese il primo al suo compagno, indeciso.
“Nah, non vale la pena. Hai visto i costumi degli altri?” rispose il secondo.
“Avanti! Vi vergognate?” incalzò Matteo.
“Non è questo, è che ci sono cosplay migliori in giro” disse il giovane.
“E allora? Avete paura di perdere? Dai, non siate timidi! Potreste conoscere altre persone con le vostre passioni, vi divertirete!”
“No, grazie, non è il caso”
“Sicuri?” si rassegnò l’operatore. “Non ci perdete niente a partecipare, eh! È una bella gara, e poi...”
“Davvero, preferiamo stare a guardare i vestiti degli altri!” lo interruppe il primo. “Lei, piuttosto, ha davvero un bel costume. Sfilerà insieme agli altri?”
“No, purtroppo sono l’organizzatore e non posso farlo.”
“Peccato. Però possiamo farci una foto con lei?”
“Certo! Un attimo quando mi sistemo” esclamò, leccandosi il palmo e passandoselo tra i capelli per pettinarsi meglio. Poi abbracciò i due ragazzi e si mise in posa.
“Poteva pure pulirsi quella mano prima di mettermela sulle spalle...” commentò il primo giovane.
“Che, ti ho sporcato la maglietta?” fece Matteo, strofinandosi le dita sui pantaloni.
“Ma no, è che si possono trasmettere malattie. Non ha sentito parlare di Lei?”
“Di chi?”
“Di Lei, quel parassita che ha contagiato mezzo mondo! Gli studiosi dicono che ha effetti strani!”
“Perché, che fa?”
“Non si sa bene, ma agisce a livello cerebrale. Può essere pericoloso!”
“Ma sì, certo, ora che ti ho contagiato ti verranno crisi epilettiche e inizierai a pregare quel coso come se fosse un dio!” reagì l’organizzatore, ironico.
“Non scherzi su queste cose!”
“Dai, giovane, se ti fai venire l’ansia per colpa di questo allarmismo generale finisci per diventare ipocondriaco! Rilassati!”
“Vabbè, andiamo, che dobbiamo vedere gli altri stand!” fece il secondo cosplayer all’amico, troncando la discussione. I due si allontanarono borbottando, lasciandosi dietro di loro Matteo, che li guardava male.
           Ma il ragazzo era stato infettato per davvero. Quell’operatore era davvero malato di Lei e non lo sapeva. E grazie a lui quel verme, a forza di strette di mano, abbracci e parole dette all’orecchio, si diffuse tra i vari partecipanti di quella fiera e dilagò a macchia d’olio per tutta l’Italia nel giro di poco tempo, anche grazie agli altri infetti sparsi per la regione.
 
Dati preoccupanti riguardo a Lei
Gli scienziati hanno dimostrato che Lei teoricamente potrebbe manipolare i pensieri umani a suo vantaggio. Necessarie ulteriori ricerche
 
Brasile, 01/01/2016
 
Cura completata al 50%
La cura per Lei è completata al 50%
 
È passato un anno da quando ho infettato il mio primo essere umano. Allora ero un semplice verme nascosto sotto la sabbia del fondo dell’Hillier, ora invece sono diventato l’incubo del mondo. Tutti i ricercatori della Terra sono impegnati a darmi la caccia, ma vedremo chi la vince. Non lo ammettono, ma anche loro sono persone come le altre e corrono il rischio di ammalarsi. Anzi, alcuni lo sono già e iniziano a dare segni di squilibrio. Intanto mentre loro si affannano a studiarmi e a scoprire i miei poteri io ne ottengo di altri.
 
Psicosi presenta sintomi mutati
Lei ha compiuto una mutazione e ha sviluppato il sintomo Psicosi: I filamenti regolano i recettori di dopamina, inducendo stati di psicosi occasionale e cambi di personalità per accogliere meglio il verme
 
Visto? Sì, anch’io a volte ho alcuni sbalzi, come gli psicopatici, anche se i miei mi portano a sviluppare nuovi poteri, non a creare danni. Ma guarda... Che bella cosa, ora posso stravolgere i malati fino a tal punto! Chissà cosa succederà combinando la psicosi con altri sintomi interessanti...
 
Sviluppato il sintomo Aggressività: L’intercettazione ipotalamica causa odio e violenza irrazionali, specialmente verso le autorità e i non infetti
 
Sudafrica, 05/03/2016
 
Sviluppato il sintomo Adorazione: Scariche di testosterone e estrogeni manipolano le emozioni del portatore creando il desiderio di diffondere l’infezione
 
Danso smise di lavorare, colto da un pensiero improvviso. Era da qualche mese che tutto quello che faceva gli sembrava insensato. Era uno dei ricercatori più bravi in ambito medico e fin da subito si era occupato di analizzare il nuovo parassita insieme ai suoi collaboratori. Era una malattia davvero complessa, immune ai più diversi farmaci e difficile da studiare in laboratorio. Gli sembrava quasi che Lei si sentisse osservato e facesse di tutto per non farsi neutralizzare. Ma d’altronde, più passava il tempo e più si convinceva che Lei non fosse davvero un nemico come tutti dicevano, come lui stesso aveva detto, anzi gli era sorto il dubbio che, in fondo, il verme Neurax che stavano tenendo sotto osservazione poteva rivelarsi non solo innocuo ma addirittura utile agli esseri umani. Colto da tali pensieri, non si accorse che Jarumb, uno dei suoi colleghi, lo stava chiamando. “Danso, sveglia! Passami quella piastra!” disse. Danso si riscosse e allungò la mano verso la capsula di Petri indicata, che conteneva alcune colonie di Lei sulle quali bisognava testare un antibiotico. Prima di prenderla, però, ebbe un brivido e si bloccò, per poi abbassare il braccio con un “No” secco.
“Come no?” Jarumb lo guardò storto. “Dobbiamo vedere se resiste all’acid...”.
“No, lascia perdere. Stiamo sbagliando tutto” lo interruppe Danso.
“Ma che dici?” rispose Nyameku, un altro dottore. “Abbiamo provato tutti gli altri medicinali e...”
“Non c’entra, abbiamo lavorato male fin dall’inizio. Non dobbiamo uccidere Lei!”
“Come sarebbe...?” I due sbarrarono gli occhi.
Danso continuò: “Non capite? Lei lo sa che stiamo cercando di eliminarlo, apposta è diventato così molesto! Dobbiamo potenziare le sue qualità, invece: aiutandolo si potrebbero scoprire molte cose sul cervello!”.
I ricercatori non credevano alle loro orecchie. Era davvero Danso quello che parlava? Era davvero convinto di quello che stava dicendo? Faceva sul serio?
“Che scherzi sono questi?” urlò Jarumb, arrabbiato. “Dove ti vengono queste idee malsane? Là fuori c’è gente che muore per colpa di questo microbo e tu pensi ad aiutarlo? Lei deve sparire!”
“No, che diamine! Perché non mi ascolti? Lei è una risorsa!”
“Lei è un verme!”
Fu un attimo: Danso mollò un gran pugno sul naso all’altro, che rovinò a terra sanguinante. Nyameku fissava con paura il suo collega mentre sputava con disprezzo sul corpo del malcapitato, insultandolo pesantemente. “Verme sarai tu!” ripeteva in continuazione.
“Cos’hai fatto?! Non dirmi che... che...” esclamò, esterrefatto.
“Perché mi guardi così? Se lo merita!” fu il commento dell’aggressore.
“Tu sei malato... Tu sei malato!” Nyameku corse ad attivare l’allarme, terrorizzato dal dottore posseduto. Il laboratorio piombò nel caos, tra lo squillo acuto e improvviso della sirena e Danso che rovesciava a terra tutti gli strumenti di ricerca, trasformando il pavimento in un mosaico di schegge di vetro e macchie di acido, in preda ad una rabbia incontrollata. Risollevatosi a fatica, Jarumb corse a fermare quello schizofrenico, mentre l’altro aiutante era scappato dalla stanza a chiedere aiuto. “Non mi toccare, mentecatto!” gridava l’infetto al sano, respingendolo con tutte le sue forze e lanciando fuori dalla finestra le piastre e le siringhe contaminate. Ci volle l’intervento della sicurezza per trascinare a forza Danso fuori dal laboratorio e farlo sedare, mentre questi si dimenava come un ossesso, sputando addosso ai medici infedeli e maledicendo la loro ostinazione a ricercare la cura, a trovare il farmaco che avrebbe debellato il verme Neurax una volta per tutte, cambiando per sempre la vita dell’uomo. Ma intanto Lei, fuoriuscito dal laboratorio, continuava ad espandersi e a mietere vittime.
 
Sudafrica inizia a crollare
La vita quotidiana in Sudafrica sta iniziando a diventare difficile a causa di Lei. La ricerca della cura inizia a rallentare
 
USA, 13/04/2016
 
Presidente degli USA ammalato
Nonostante abbia accesso ai migliori farmaci, il Presidente ha contratto Lei. Non è ancora chiaro se il Presidente manterrà la sua carica
 
Caraibi, 20/06/2016
 
Sviluppato il sintomo Devozione: Scariche di dopamina e serotonina obbligano il portatore a pensare costantemente al verme scatenando intense scariche di piacere
 
“Apri quella porta!”, “Vieni con noi!”, “Perché ti nascondi, infame?”, “Fuori! Fuori!”. La massa di gente accalcata lì intorno gridava frasi di questo e di altro genere. Erano andati tutti da Mortimer Lastgate, l’unico dell’arcipelago a non aver ancora contratto Lei. Ognuno dei presenti, una settimana fa, aveva sentito l’istinto di andare in giro a trasmettere quella malattia, diventata ormai la loro unica ragione di vita, finché, non avendo trovato nessuno che non fosse già stato contagiato, si era diretta alla villa di quel signore, cercando di penetrarvi in tutti modi possibili. Pur di convertire l’ultimo umano rimasto, quei posseduti non volevano lasciare il luogo neanche per tornare alle proprie case e nel giro di qualche giorno si era venuta a formare una vera e propria tendopoli davanti a quel palazzo.
           Il signor Lastgate guardava quel macabro spettacolo con disgusto e preoccupazione. Era un grande e ricchissimo uomo d’affari e possedeva una grande proprietà nelle isole caraibiche, ma era anche ipocondriaco: appena scoprì che esisteva un verme parassita che poteva entrare nel cervello e controllare le persone lasciò le sue imprese ad un collega e si rifugiò nella sua tenuta, lontano da tutto e da tutti. La sua villa era tanto grande quanto protetta e inoltre, da quando quella turba di appestati aveva iniziato ad assediarlo, aveva chiuso e serrato tutte le porte e le finestre, lasciando libere solo le condotte per l’aria, che erano poste in alto e quindi irraggiungibili. Aveva provviste alimentari solo per un mese e sperava in cuor suo che fossero sufficienti. Non poteva sopportare l’idea di dover scegliere tra il morire di fame o il cadere in preda a Lei e pregava che quell’essere mostruoso uccidesse quegli esaltati, o almeno li mandasse via a cercare altri bersagli. Mica era l’ultimo sopravvissuto della Terra, lui. O forse sì? L’idea che tutte le altre persone del mondo fossero state contagiate lo metteva in ansia, lo faceva sentire indifeso, rendeva inutile la sua resistenza ad oltranza contro quel verme. Provò ad andare in cucina e bere un bicchiere d’acqua per calmarsi, ma arrivato lì sbiancò.
Aveva visto una cosa che non avrebbe mai e poi mai voluto vedere: una zanzara sul muro. Entrata senza dubbio dai bocchettoni dell’aria (forse anche a causa degli scellerati al di là della porta), si stagliava lì, immobile, ignara di essere una delle principali cause di diffusione del morbo, fregandosene delle occhiate terrorizzate che le lanciava l’ultimo uomo sano rimasto. Il signor Lastgate, colto dal panico, prese un vecchio giornale, la prima cosa che vide, e menò una botta forte sull’insetto, finendo per mancarlo, farlo volare per la stanza e perderlo di vista. “No! Non può andare così!” gridò Mortimer, chiudendo la porta. “Non devo farlo scappare! Devo ucciderlo, prima che lo faccia lui!” concluse, girando lo sguardo dappertutto. Non era mai stato così teso in vita sua. Ogni fibra del suo corpo faceva silenzio, cercava di cogliere il minimo rumore, il minimo spostamento d’aria, il minimo indizio per localizzare quella maledetta zanzara. Lo sforzo lo faceva sudare, il sudore lo irritava e prudeva, il fastidio lo innervosiva, la distrazione continua lo rendeva agitato, l’agitazione lo faceva stancare: il risultato fu che il poveretto rimase a grattarsi dappertutto per una decina di minuti, sbuffando, senza capire se il formicolio che sentiva era dovuto all’insetto o alla sua ansia. D’un tratto si ritrovò il nemico davanti agli occhi e, lasciando cadere il giornale, batté le mani di scatto. Riaprendole vide la zanzara morta spiaccicata, circondata da una ripugnante macchia di sangue. Del suo sangue.
           “No! No! Non può essere...” biascicò, prima di sentire un bruciore allarmante dietro il collo. Quell’essere viscido era riuscito a pungerlo. Piangendo disperatamente, Mortimer Lastgate corse in bagno, si lavò le mani, prese del cotone, si tamponò la zona ferita con acqua ossigenata, cercò di riparare l’irreparabile in qualche modo. Ma ormai era troppo tardi: nonostante i suoi mesi di isolamento volontario, i suoi tanti sforzi per respingere il germe ad ogni costo, Lei l’aveva colpito.
 
Al mondo non ci sono più persone sane
L’ultima persona sana del pianeta di recente ha contratto Lei
 
Australia, 21/06/2016
 
Ce l’ho fatta, ho preso il controllo dell’intera umanità! Non mi resta che spingerli tutti al suicidio, costringendoli ad estinguersi con le loro stesse mani! Ma... un attimo... Se gli uomini muoiono, cosa ne sarà di me? Gli altri animali della Terra li ho già infettati e sfruttati per diffondermi su scala mondiale. Molti di loro sono morti, altri moribondi, ma nessuno aveva un sistema nervoso tanto appetibile quanto quello delle persone. Dovrei distruggere le mie pedine migliori e accontentarmi degli avanzi? Finirò per perdere i miei soldati e dominare un mondo di scarti? E, morti gli scarti, sarei costretto a campare di stenti, nascondendomi nel terreno e tornando a vivere come un anno e mezzo fa, quando ero ancora un vermiciattolo del lago Hillier? È questo il destino dei patogeni? È questo il mio destino?
           No, non posso accettarlo. Io non sono fatto per razziare il pianeta e poi andarmene via insieme agli altri. Io non merito una fine tanto ingloriosa, una morte autoindotta di questo genere! Io sono diverso: ho infettato l’intera specie umana; ho ucciso più persone della peste, della spagnola, del vaiolo; ho soggiogato al mio volere gli altri viventi, schiavizzando perfino l’animale più intelligente della Terra! Non scomparirò come tutte le altre pandemie del passato, assolutamente. Io vivrò per sempre!
 
Sviluppato il sintomo Trascendenza: L’overdose di ossitocina e vasopressina spinge il portatore in uno stato allucinatorio che lo porta a venerare il verme Neurax come divinità
 
USA, 01/08/2016
 
Il presidente degli Stati Uniti d’America, l’uomo più potente di quel che restava del mondo, non riusciva più a tenere sotto controllo il governo della sua nazione da quando era stato contagiato dal verme. Aveva iniziato ad avere continui mal di testa, fino a sfociare in violenti sbalzi d’umore e comportamenti strani e controversi. Il suo segretario temette moltissimo per la sua sanità mentale e stette molto in pensiero per la politica del Paese, ma ora capiva tutto. Il capo l’aveva fatto per Lei, e lui si pentì di quelle volte in cui aveva cercato di fermarlo, di farlo ragionare, di valutare delle decisioni alternative alle sue. Ora lo ascoltava in tutto ed era disposto a seguire tutti i suoi ordini, anche a costo di morire. Sarebbe stato davvero un grande onore sacrificarsi per il presidente, il più fedele seguace del vero dio, l’unica divinità che si manifestava apertamente per quello che era: un essere onnipresente e onnipotente sceso sulla Terra che piegava al suo volere ogni creatura dell’universo. Lei aveva il diritto di farlo, perché aveva formato il mondo e poteva distruggerlo a suo piacimento. E la specie umana, nata per mano di quel sacro morbo, aveva il dovere di onorarlo e obbedirlo in ogni suo comando, per quanto sembrasse assurdo.
           Ora i due si trovavano nell’ufficio della Casa Bianca, come ogni mattina. “Ha ordini per oggi, signor presidente?” cominciò il segretario.
“Nessuno, nessuno” rispose l’altro. “Lei ha intenzione di riposare, oggi”.
“Ha ragione, signore. Ha avuto un gran da fare per aprirci gli occhi!”
“È vero. Ah, quanti errori, quante scelleratezze sono state compiute negli ultimi anni! Da quando gli australiani hanno scoperto che Lei si manifesta nel nostro mondo sotto forma di verme, ne hanno avuto paura. Non si sono mai stancati di ricercarne i punti deboli, di trovare una cura che la scacciasse, di fermare da sua invincibile avanzata. Stolti! Anche il nostro popolo ha commesso tali empietà. La nostra ignoranza ci stava per far commettere l’assassinio più grande della storia, un deicidio! Ma Lei è grande e misericordioso e ci ha perdonati dall’alto della sua infinità pietà, facendoci rinsavire, entrando nelle nostre menti e nei nostri cuori per non lasciarci mai più. E pensare che la cura era quasi pronta! Ci siamo fermati appena in tempo...” concluse, con un sospiro.
L’assistente lo ascoltava, piangendo in cuor suo tutte le sue colpe. Ma gli dispiaceva moltissimo di non essere d’accordo con lui sull’ultima frase: la verità era diversa, più triste e funesta.
“Signor presidente...” balbettò. “La sanità non si è ancora fermata...”
“Che cos’hai detto?!” Il capo sussultò, spaventato.
“L’antidoto sta per essere completato. Qualche medico sta continuando le ricerche di nascosto!”
Il presidente afferrò l’altro per il colletto e lo spinse al muro. “Stai dicendo sul serio? Giura che non stai scherzando! Giura!” gridò.
“È... È vero, signore... M-Mi dispiace...”
“Perché non me l’hai detto prima?!”. Era su tutte le furie. “Presto! Prendi un’arma, raduna la sicurezza, chiama tutti quelli che incontri. Bisogna fermare quei dissennati! Vai, vai!” sbraitò. Il segretario corse via.
           Il presidente, rimasto solo in preda ad una rabbia incontrollata, prese a svuotare tutti i mobili della stanza, scaraventando all’aria tutti gli oggetti che prendeva. Ben presto il pavimento si riempì di documenti, lettere, buste, scartoffie, oggetti più e meno pesanti, soldi, statuette rotte e schegge di vetro. Cercando di sfogarsi, lanciò persino un fermacarte di pietra contro la finestra, frantumandola in mille pezzi. Ansimante, continuò a rovistare nei cassetti della scrivania trovando finalmente quello che cercava: una pistola. L’aveva caricata personalmente e la teneva lì nei momenti di bisogno. E quella volta c’era davvero bisogno di usarla: i miscredenti dovevano morire. Tutti. Al più presto. Prima che la cura venisse completata. Prima che qualche esaltato decida di mandare a morte l’essere a cui doveva la vita. Era tempo di combattere gli eretici. Sentiva che quello era il suo obiettivo, la sua missione, il motivo per cui era stato creato. Questa consapevolezza di essere in guerra dalla parte del bene gli dava vigore, gli infondeva una forza incredibile. Un’improvvisa scarica di ormoni lo fece sprofondare in un’estasi, una gioia nuova, intensa, soave, inesprimibile a parole. “È... meraviglioso!” fu il suo ultimo pensiero.
 
Mondo, 08/08/2016
 
VITTORIA!
Tutto il mondo adora Lei come signore e padrone. Gli sforzi per curare l’epidemia sono cessati e l’umanità si avvia verso un oscuro futuro di schiavitù
 
 
 
La seguente opera è ispirata liberamente al videogioco Plague Inc. di proprietà della Ndemic Creations. Tutte le citazioni presenti nel testo appartengono a tale videogioco e sono state inserite nei limiti previsti dalla legge (art. 70 l. 633/41). Ogni riferimento a persone o cose realmente esistenti è puramente casuale.

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Satellite.
di Quello_nello_Specchio

 
 
Il cielo fuori dalla finestra socchiusa è di un grigio tenue, pare incerto se aprirsi sull'azzurro o incupirsi definitivamente.
La chitarra è appoggiata obliquamente sulla sua gamba, appoggiata sul bordo del letto, ed accetta con apparente stizza le sue dita rudi, il suo tocco graffiante ma al contempo mirato, lungamente allenato, sorprendentemente accurato. Il risultato è un suono sporco, vago, che volteggia per un po' in mezzo alla stanza per poi accoppiarsi con la sua voce grezza, puramente grezza, ben lontana dall'essere intonata.
« Ti ho rivisto ieri notte, con la testa stavi più in alto di un aquilone ed io non riuscivo a saltare fin lassù ».
« Un aquilone? Ma non l'hai già usato per “La notte sogno parcheggio in centro e birra gratis”?»
« No, non credo. Non ho mai usato “aquilone” in un testo » i suoi occhi restano fissi sulle corde, pensa all'accordo appena suonato, « ne sono sicurissimo ».
« “Quindi l'unica soluzione è impiccarsi ad un aquilone”; è la strofa finale ».
« Ah ».
« Già ».
« Mi sa che ho usato “aquilone” anche per “Il cugino magro di Galeazzi” ».
« Gran bel pezzo, quello ».
« Puoi dirlo ».
L'amico è accanto al letto, seduto su uno di quegli sgabelli a vite con la seduta mobile, gira lentamente su sé stesso, con aria meditativa, tamburella con le dita sulla base prima di levarsi in piedi.
« Se vuoi puoi restare qui a pranzo, ti va? Il testo, comunque, mi piace, puoi sempre togliere aquilone e mettere qualche altra cosa, che ne so: aereo, dirigibile? Dai, mangia con me, dovrei avere del tonno fresco in frigo ».
« Aereo mi sballa la metrica, ed abbiamo già usato dirigibile in “Troppo facile innamorarsi dalla terza in poi”. No, ti ringrazio, non mi va di mangiare il tonno direttamente dalla scatoletta come fai tu ».
« Deltaplano? Dimenticavo che tu sei fan di Masterchef, mi spiace capo, ho finito tutto il filetto alla Wellington stamattina a colazione. Dai, non abbiamo ancora usato deltaplano in nessuna canzone! Forse ho anche del mais in salamoia ».
« Deltaplano può andare. Lo provo più tardi e ti faccio sapere ».
Mentre l'amico si accinge a consumare un pasto che sarebbe lusinghiero definire frugale, lui rimette insieme i suoi fogli, gli appunti e le bozze dei suoi ultimi brani – ma non prima di aver scritto e sottolineato “deltaplano”.
« Oh » geme, esasperando per gioco la delusione, « quindi rifiuti la mia ospitalità! »
« Dai, non fare il coglione » taglia corto. « Ti ho già detto che mi vedo con qualcuno a pranzo ».
« Ah già, vero ». Afferra una forchetta. « Salutami Cristina » aggiunge aprendo la scatoletta.
« Cristina? » Si sorprende a pronunciare questo nome con malcelata nostalgia. « Ci siamo lasciati due mesi fa » aggiunge poi quasi sottovoce.
« Oh, scusa amico ». Smette di masticare. « Mi sarà passato di mente ».
L'inaspettato e imbarazzato silenzio che ne consegue ristagna per qualche istante di troppo tra le pareti della stanza, tra i due amici, tra gli sguardi improvvisamente spenti, tra le dita tese adesso troppo lontane dalle corde della chitarra silenziosa.
« Tranquillo » risponde finalmente ridestandosi dall'immobilità. Subito dopo, rivolgendosi più a sé stesso che all'amico, aggiunge: « Fregatene, non è importante ».
« Allora ci sentiamo più tardi. E buon pranzo» conclude.
Raccolte le ultime carte, ripone la chitarra nel proprio fodero ed esce di corsa dalla stanza e dalla casa con un ultimo saluto a voce alta.
 
 
Sceso in strada, superate ancora un paio di porte ed un grande portone in ferro prima di uscire definitivamente dall'appartamento, si blocca un attimo.
È abituato al grigiore metallico della città, un alone artificiale carico di umori urbani e smog stantio che spesso si confonde con le nuvole cariche di pioggia sopra la sua testa. È abituato anche all'indifferenza dei passanti, maratoneti solitari ed instancabili che iniziano la propria personalissima corsa con le prime luci del sole e si riposano solo quando sopraggiunge la sera; non è questo che lo turba, ma il fatto stesso di essersi adattato a tutto ciò.
Quando è successo, si chiede, quando ha iniziato a non far caso al grigio perenne di questa città? Quando ha smesso di cercare l'odore ed il colore del mare affacciandosi alle finestre? Quando si è dimenticato del freddo, secco, pungente, inconsueto, sotto strati e strati di vestiti mai indossati prima? Quando si è abituato al tanfo di questa aria, una miscela terribile di cibo etnico – indiano, cinese, tailandese, vietnamita – e gas di scarico? Quando ha sentito il nome di lei per l'ultima volta? No, a quello non ci si abitua mai. Si può dimenticare, convincersi di aver dimenticato. Illudersi. Prendersi in giro. No, non vuole pensare. Non vuole pensarci. Il freddo fa bene. Ama sentire il freddo secco del primo pomeriggio direttamente contro il proprio viso. Anche questo freddo, anche questa aria gelida, speziata e mefitica; basta ignorare tutti gli elementi extra e concentrarsi sul freddo. Il freddo c'è sempre stato e lo ha sempre accompagnato mentre imparava a conoscere questa sua nuova casa. Mentre conosceva le nuove persone che gli stavano vicino. Mentre conosceva lei. Lei che non sentiva mai freddo. Ecco, ci risiamo: ritorna tutto a lei. Si odia per questo. Odia la sua debolezza, il suo ricadere nella nostalgia per qualcosa di ormai concluso; qualcosa che non lo riguarda più. Odia la sua apparente tranquillità. L'indifferenza con cui lei ha reagito alla loro rottura. Odia il fatto, anzi, la consapevolezza di essere l'unico a provare ancora qualche sentimento nostalgico. O forse è sempre stato l'unico a provare qualche sentimento? Scuote la testa. Quando si soffre si tende a guardare tutto sotto una luce negativa e così facendo si pensano cose prive di alcun fondamento che generano solo altra sofferenza. No, no, questi sono giochi di parole pericolosi e controproducenti: quando si entra nella sfera emotiva, la semantica smette di avere una valenza univoca, perché nell'espressione dei sentimenti non si può prescindere da variabili esterne inafferrabili e incontrollabili di cui il tempo e lo spazio sono solo l'espressione più evidente e riconoscibile. L'unica cosa che si può fare è ricordare il passato come un album di fotografie. La cosa più difficile da fare è non idealizzare queste immagini di un passato che ormai non ci appartiene più. Mantenersi saldamente ancorati al terreno, analizzare il tutto attraverso alcuni punti fermi. Ciò che hanno avuto è stato reale. Quello che hanno condiviso, luoghi, momenti, oggetti, è stato reale. Questo non può cambiare. Così come non può cambiare il fatto che tutto ciò sia finito. O, detto in un altro modo, che quelle fotografie non sono e non possono essere la rappresentazione del presente.
Nel suo presente è appena sceso in strada, ha percepito una timida scia di freddo insinuarsi sotto il cappotto ed è in netto ritardo per il suo appuntamento pomeridiano.
Sbuffa, osserva rapito la nuvoletta di vapore da esso stesso creata e si incammina.
 
 
Ha appena voltato l'angolo quando sente un piccolo tremore provenire dalla parte alta della gamba. Allunga la mano, tira fuori il cellulare dalla tasca dei jeans e senza curiosità controlla il display: un nuovo messaggio di Giò.
Elicottero?
Elicottero? Elicottero. E, a seguire, una serie di faccine dall'incerto significato. Questo era il contenuto del messaggio.
Evidentemente l'amico, Giovanni, stava ancora pensando alla strofa di quella canzone. A modo suo sa essere premuroso. Lui che mangia perennemente cibo spazzatura senza curarsi minimamente dell'estetica del pasto, niente tavole apparecchiate per lui; non è importante dove, come o persino cosa mangiare, l'importante è tappare il buco nello stomaco il più in fretta possibile e poi tornare a studiare la melodia della canzone di turno.
Quanto era ridicolo, Giovanni, la prima volta che si era presentato da lui con la chitarra in mano: una polo sgualcita semi-infilata dentro i pantaloni, nessuna cintura, una toppa sulla gamba destra – o era la gamba sinistra? – i capelli cortissimi, le mani e le dita rosse, martoriate per le prime ore di pratica, e gli occhi, quegli occhi verdi che ha sempre, segretamente, invidiato all'amico – erano lucidi, come possono esserlo solo gli occhi di un bimbo che ha finalmente ottenuto il giocattolo che ha desiderato da giorni e giorni. Eppure, anche se le tracce del recente pianto lo tradivano un poco, già quella volta indossava il suo sorriso beffardo, spavaldo e sinceramente compiaciuto che da allora lo ha sempre accompagnato.
Adesso, probabilmente, aveva un aspetto più da rocker, da musicista bello e dannato – anche se bello non lo era mai stato – ma dietro quella variegata e definita peluria che gli ricopriva buona parte del viso, oltre i capelli lunghi e la puzza di sigaretta che aveva incollata alla pelle, c'erano sempre le pessime magliette e gli occhi verdi del suo amico.
Mongolfiera?
Forse era il caso di rispondere a questo secondo messaggio, ma non voleva interrompere il passatempo dell'amico, aveva già fatto il burbero pochi minuti prima, non voleva esagerare; e poi era affascinato dal fanciullesco entusiasmo che sapeva conservare Giovanni.
Gli pesava un po' ammetterlo, ma ultimamente trovava i propri testi fin troppo stucchevoli. Gli sforzi per ricercare la frivolezza a tutti i costi, l'autoironia come imposizione qualunque fosse la tematica trattata o semplicemente quella ricerca di termini ed espressioni adolescenziali per accattivarsi il “pubblico” – cioè quei quattro stronzi che li ascoltano il venerdì ed il giovedì sera nell'irish pub di proprietà dello zio di Giovanni – e far dimenticare loro i brutti pensieri della vita di ogni giorno; la vacuità di tutto ciò stava diventando fin troppo gravosa per lui e per il suo modo di far musica.
Aliante?
L'amico, invece, sembrava avere altri problemi per la testa.
Rimette in tasca il cellulare, vincendo la tentazione di spegnerlo, e supera con un balzo una pozzanghera al centro del marciapiede. Prosegue per altri cinquanta metri prima di fermarsi ad un semaforo pedonale.
 
 
In piedi, stretto accanto ad una mezza dozzina di sconosciuti, controlla la propria casella e-mail mentre attende che l'omino rosso ceda il passo al suo collega in verde; le dita scorrono sullo schermo infruttuosamente, ripone lo smart-phone nel borsello a tracolla con ostentata impazienza.
Ha sempre odiato questo semaforo.
No, non è esatto. C'è stato un tempo in cui sostava con piacere, quasi con tenerezza, presso questo incrocio: ovviamente erano i giorni in cui stava con lei.
Si morde istintivamente il labbro inferiore, come a volersi auto-punire per avere evocato di nuovo la sua immagine. Lei, di nuovo lei; riesce ancora a intravederla ai bordi di questo marciapiede: in piedi sotto una flebile pioggia di fine gennaio, i capelli rossi, corti, il cappotto nero stretto sopra la vita da una cintura sottile e quella gonna di pile al ginocchio, quasi a voler dimostrare quanto fosse realmente insensibile al freddo. Si erano abbracciati, lì, senza nessun motivo particolare, non per un gesto od una frase particolarmente toccante pronunciata in precedenza e neanche per le birre che entrambi avevano bevuto senza parsimonia, ma solo per il comune desiderio di sentirsi stretti l'uno all'altra; la sua testa premuta contro il suo petto, non si curavano minimamente delle luci colorate e dei passanti che si alternavano attorno a loro.
Era scattato il verde e poi il giallo, lo osserva lampeggiare con distacco prima di vedere ricomparire il rosso.
Cerca di scuotersi, di allontanare dalla mente quei ricordi di un passato non troppo lontano ma ormai superato; pensa a qualcosa di più concreto: il meeting di lavoro di questo pomeriggio, le scadenze della settimana o cosa manca nel frigo.
Il suo sguardo vaga, impalpabile, tra le immagini di umanità varia presenti in questo piccolo angolo di strada. C'è una ragazza carina, troppo carina (e giovane) per lui, con delle grosse cuffie giallo fluo.
“ Un'altra alternativa omologata ” pensa. “ Vuol far sapere al mondo che lei è diversa, lei non è come tutti gli altri, lei è in possesso di una personalità unica e non convenzionale, e l'unico modo di far passare questo concetto nella società attuale è quello di gridarlo a voce alta in faccia a tutti, ostentare ed esasperare la propria presunta originalità ”.
Ci sono uomini e donne di qualunque età, tutti vestiti malamente, grigi e rintanati nei loro cappotti per rifugiarsi dall'aria gelida e dietro di loro, dall'altra parte della strada, un paio di occhi verdi che lo fissano.
Deglutisce con improvviso imbarazzo. È sorpreso dalla sua reazione, dentro di sé prova sentimenti contrastanti di incredula felicità, di nostalgica compartecipazione ma anche il tepore di una intimità perduta ma non dimenticata. Ed invece, nonostante questo caleidoscopio interiore, la sua prima reazione è di imbarazzo.
Si sono visti – certo che si sono visti – quegli occhi sbarrati e fermi su di lui esprimono una sorta di titubanza.
Decide di essere lui a compiere il primo passo: solleva semplicemente una mano e mostra il palmo in segno di saluto. In risposta riceve un sorriso fatto con leggerezza, senza teatralità, ma non per questo privo di calore o significato.
In questi piccoli gesti è racchiusa tutta la gioia per l'inaspettata riunione ma anche un minimo disagio fisiologico per questa insolita situazione, ma tutto scompare in fretta, ritorna con forza l'affiatamento dei giorni passati e l'unico desiderio è quello di recuperare in fretta gli anni di amicizia arretrati.
Si sente improvvisamente ridicolo per aver provato imbarazzo nei confronti dell'amico, nei confronti del suo vecchio amico Giovanni. Certo sono cambiati, i capelli sono meno lunghi e spettinati e le cinture alla vita stanno un po' più strette, ma tutto ciò è ininfluente, ciò che conta è questo sorriso sul viso e riscoprire ancora intatto questo senso di complicità.
Il semaforo scatterà tra pochi istanti, ormai. Una leggera impazienza prende possesso della sua persona, colora ed avvolge tutto attorno a lui; il cielo sembra meno plumbeo, i pedoni meno anonimi e ostili, i giovani meno ridicoli, il passato meno doloroso. Ed è così che giunge alla più banale delle conclusioni: il tempo prende e il tempo dà.
Verde.
 
 
Attraversa con cautela la strada nonostante il semaforo sia ancora rosso, è in ritardo all'appuntamento e non ha voglia di perdere altro tempo.
Procede a passo spedito in direzione del locale in cui lei lo attende per prendere un caffè insieme.
Che brutta espressione “ehi, prima o poi prendiamoci un caffè insieme”, quante volte l'ha sentito pronunciare da amici, amiche o semplici conoscenze occasionali? Non ha mai capito questa voglia globale di bere del caffè in compagnia; lui il caffè lo beve in fretta, in piedi, mentre è ancora bollente, senza zucchero, e solo alla fine di un pasto abbondante; non ci trova nulla di socievole, nulla di glamour in una tazzina di caffè.
Certo, comprende bene che tale invito non dovrebbe mai essere preso alla lettera, è quasi un'espressione idiomatica, un rito, una frase da pronunciare per propiziare l'incontro tra due persone atto a conoscersi meglio. Ma è proprio questa contraddizione, questa disonestà intellettuale, che lo disturba: perché non dire semplicemente “ehi, vediamoci e facciamo conoscenza così potrò decidere meglio se ho voglia di infilarmi o meno nelle tue mutande!” Ah, le norme del vivere sociale! Ah, questa incoerenza del chiedere una cosa intendendone un'altra!
Mentre pensa queste cose ridicole, perfettamente conscio che è solo un modo per tenere occupata la mente, per esorcizzare la tensione che prova per l'imminente incontro; mentre questi pensieri gli ingombrano la testa, il passo finalmente rallenta e sopraggiunge la consapevolezza di essere arrivati a destinazione. Non ancora, in realtà, perché la strada su ci si trova adesso è in posizione sopraelevata rispetto all'ingresso del bar e bisogna superare una piccola scalinata di mattoni e cemento per arrivare al piano sottostante.
Una semplice ringhiera metallica si dipana dalla balconata del marciapiede e contorna le scale in tutta la loro estensione, fino alla base. Prima di iniziare la discesa, si affaccia un attimo e scorge subito lei.
È l'unica seduta presso un tavolino all'esterno. Anfibi rossi, un cappotto nero cinto sopra la vita ed una borsa mollemente appoggiata sopra le gambe incrociate; ma più di tutto il resto, nota con stupore che indossa gonna e collant: evidentemente il freddo non la infastidisce – a differenza di lui.
Supera il primo scalino ma non può fare a meno di continuare ad osservarla da lontano.
Alcune ciocche di capelli rosso scuro, scappate dal cappello stretto sulla testa, scendono sul suo viso incorniciandolo. Si ferma un attimo e sorride compiaciuto.
Prima che possa riprendere a muoversi, percepisce una vibrazione provenire dal telefonino, lo estrae con calma e legge.
Satellite?
“ Satellite ”. Un ghigno liberatore si dipinge sul volto. “ Suona bene, suona proprio bene. Bravo Giovanni, stavolta hai fatto centro. Potrei usarlo anche come titolo per la canzone, in fondo quello attuale, “L'eterna lotta tra il bere e il male” è così banale. Bravo Giò ”.
Rimette il cellulare in tasca, percorre con aria soddisfatta gli ultimi gradini e saluta Lucia con un forte abbraccio.
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Silenzio
di Mens



C'è rumore, là fuori.
Molto, troppo rumore. Una velenosa cacofonia infernale che si insinua a piccoli passi, istante dopo istante, in ogni microscopica fibra del mio essere risuonando orribilmente e riducendola al nulla, sacrificando il mio essere nel nome di cosa, poi? Qualche assurda divinità o qualche glorioso principio umano o inumano o disumano o il Mondo o l'Universo o l'Esistenza stessa? Troppo, troppo grande, troppo, troppo in alto. Troppo come questo maledetto rumore.
Non è sempre stato così. O forse sì, e io ero troppo stupido o ingenuo per riuscire ad arrivarci, povero inutile ragazzino che ancora s'illude della verità dell'Ordine o almeno della sua naturalezza. È così, è certamente così, il rumore esisteva ma io ero sordo. Tutti sono sordi, o fingono di esserlo sacrificando le proprie facoltà mentali in nome della propria tranquillità non potendo quindi mai arrivare alla vera tranquillità perché il rumore là fuori e dentro e in ogni tempo e luogo non fa che ululare selvaggio e aspro e forte e folle come solo il caos e il tumulto sanno essere. Sbagliano, facendo così. E non potrò mai ringraziare a sufficienza qualunque sia il nume glorioso o la sua relativa assenza che mi permise di riconoscerlo. Ore giorni mesi anni secoli millenni fa, che importa, il tempo non importa, niente importa di fronte all'eternità.
Ed è proprio in nome di essa che agisco. Non in nome del paradiso o dell'inferno o della volontà del dio o della dea o degli dèi o delle dee o degli spiriti o degli uomini, bensì di ciò che sta oltre, del fine ultimo, del glorioso e onnipotente divoratore di intere eternità a sua volta eternità ultima e immane.
Il Silenzio.
Colui la cui voce è nascosta e soffocata e affogata e violentata e trucidata continuamente in ogni giorno ora minuto secondo da tutte le altrem, invidiose e becere e ignoranti e incapaci di percepire la sua assoluta purezza e delicatezza e innocenza, la stessa che alla fine non potrà che portare alla sua vittoria. Con il tempo, molto tempo, abbastanza perché intere galassie nascano e muoiano e rinascano e rimuoiano e così via e ancora e ancora e ancora giù a spirale tuffandosi nel pozzo magnifico e terrificante della vera eternità.
Troppo, troppo tempo. La Sua pazienza è infinita, poiché Egli non esiste. E a ciò vi è necessità di porre rimedio. Poiché la sua esistenza, essendo falsa, è l'esatto opposto di semplice da postulare e affermare e confermare. Nessuna grande opera si è mai realizzata da sola, senza l'aiuto di alcuno, se non forse l'esistenza stessa, e quale opera potrebbe mai eguagliare l'intera esistenza se non il suo esatto ed assoluto contrario? Nessuna grande opera è mai esistita senza sacrifici.
Sacrifici di cosa? Chiunque se interpellato non potrà fornire altro che la propria versione e idea e opinione e tanta altra velenosa robaccia e spazzatura di tal calibro, ed è proprio questo il problema. Sacrificio per la pace. Sacrificio del sé per la pace, io morirò mai voi vivrete. Sacrificio del nemico per la pace, loro moriranno affinché noi viviamo. Tutti passi in avanti verso la gloriosa verità, forse in apparente contraddizione ma ben oltre e infinitamente al di là delle contraddizioni: il sacrificio totale ed assoluto in nome del Silenzio, ché Egli possa infine regnare sovrano su ogni cosa. Ed è proprio questo che infine capii e per cui lavorai e lavoro e lavorerò per sempre fino alla fine e oltre.
Né mi illudo che si tratterà di un'impresa semplice, o di essere in grado di completarla prima che il mio corpo cessi di funzionare consegnandomi ad una falsa eternità, ad un Silenzio che mi illuderò di sentire ma che in realtà non potrà ancora esistere. Forse un albero che cade in una foresta remota provoca rumore pur non essendovi alcuno in grado di percepirlo? La risposta mi pare palese.
Che fare, dunque? Rinunciare? Sarebbe indegno di tutto ciò per cui ho vissuto e vivo e vivrò. Non potrò contemplare il Silenzio, sono sufficientemente disilluso e maturo da essere in grado di comprenderlo. Ma se anche il Silenzio non è che una mera meta asintotica ciò non significa che non sia disposto a tendervi per ogni giorno e ora e minuto o secondo o frazione infinitesima di essere che mi è ancora concesso.
Là fuori, il rumore si sta facendo assordante. Mi duole ammettere la mia responsabilità nello scatenamento di una tale orrenda violazione del Silenzio. Ciò potrebbe apparentemente denotare una contraddizione delle mie affermazioni, ma dopotutto non è forse vero che negare una tesi può costituire il primo passo per giungere infine a provarla? Il rumore mi attanaglia e mi tortura, ma è proprio nella mia percezione di esso che ha luogo la mia espiazione per averlo causato.
Durerà ancora a lungo, non ne dubito, è durato fino ad ora e non essendo la prima volta che mi trovo costretto a causare rumore conosco alla perfezione lo sviluppo dei fatti in simili situazioni. Ma cesserà, prima o poi. Accade ogni singola volta. Tutto cesserà.
Suppongo sia giunto il momento di andarmene. Dopotutto, la mia presenza in questo luogo non è più necessaria. Anzi, è potenzialmente molto pericolosa per il Silenzio: senza dubbio, il rumore che ho causato ha fatto in modo che i Suoi nemici abbiano cominciato a seguire le mie tracce.
Potrei rimanere ancora un po', forse. Aspettare che arrivino. Offrire nuove vittime sull'altare del Silenzio, come già è accaduto in numerose occasioni. Non mi dispiacerebbe affatto farlo. Ogni sacrificio, anche il più misero, è un passo in avanti nella strada che conduce a Lui. Ma è pur vero che, con il passare del tempo, i nemici del Silenzio si sono fatti più astuti e agguerriti, e comincio seriamente a temere per la mia incolumità. Non dubito che anche in condizioni di prigionia la mia missione possa continuare, sempre che siano ancora disposti a concedermi tale possibilità, ma si tratterebbe comunque di una situazione eccessivamente delicata perché possa considerarla con leggerezza. Non sono certo opposto ai sacrifici: ho vissuto di essi sin dal giorno della mia prima memoria. Ma in questo caso si tratterebbe di un sacrificio del tutto inutile, tale addirittura da poter mettere a repentaglio la mia missione per conto del Silenzio. E non sono disposto a correre un tale rischio.
Prima di lasciare questo luogo, suppongo per sempre, chiudo gli occhi e mi metto in ascolto per l'ultima volta, sperando forse, nel profondo del mio essere, di cogliere una remota e debolissima eco del glorioso Silenzio a cui ho sempre anelato.
C'è rumore, là fuori.
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Il Fuoco degli Dei
di Juliette

 
“Nacqui nell'isola di Vulkania, non molto lontano dalla grande città che dà il suo nome a queste terre. Mio padre possedeva un appezzamento di terra nella Contrada, dove pascolavano nostre greggi. Mia madre si occupava della casa e degli scambi con i vicini agricoltori. Il nostro terreno confinava con il territorio delle Grandi Pianure ad est, mentre a sud-ovest c'era l'enorme piana dove sorgeva la città di Vulkania. A nord le colline e gli intricati boschi circondavano i terreni degli agricoltori e dei pastori. Oltre le colline si trovava il territorio delle montagne, le bianche vette sembravano lambire il cielo. Si diceva che gli angeli, figli di Elios, il dio Sole, si riposassero su quelle vette, dopo i lunghi voli di perlustrazione dell'isola.
La mia famiglia non venerava Elios, ma una divinità minore e meno considerata: la dea Physis. La dea della Luna, come narra la leggenda, diede alla luce quattro figli, ancora prima che nascesse la vita sulla Terra. Crono governa il fuoco, Urano dirige i venti, Gaia cura la terra e Oceano regna sulle acque. La dea e i suoi figli diedero vita al mondo, come lo conosciamo oggi: una lacrima della Madre fece nascere la vita e loro si adoperarono affinché tutto crescesse rigoglioso e ogni specie avesse il suo posto nel grande mosaico della natura.
I miei genitori, appena nata, mi consacrarono a uno dei figli della dea della Luna, come era tradizione. Per loro non fu difficile scegliere a quale divinità avrei legato la mia vita. Infatti i miei capelli rossi erano un chiaro segno di appartenenza alle schiere di Crono. Mentre crescevo, lo spirito del dio del fuoco forgiò il mio carattere; sentivo crescere in me l'ardore di voler conoscere il mondo e così partii. Lasciai i miei genitori, senza sapere che non li avrei mai più rivisti.
La prima tappa fu obbligatoria. I mercanti, che passavano per la Contrada, dipingevano la città di Vulkania come un paradiso: strade lastricate d'oro, osterie dove cibo e vino non finiscono mai, palazzi le cui torri si perdono fra le nubi, cavalieri nelle più scintillanti armature, giardini infiniti ricchi di fiori dai colori inimmaginabili. Il viaggio fu lungo e più faticoso del previsto. Disponevo solamente del mio cavallo e di un piccolo pugnale. Non era ancora il tempo in cui i briganti controllavano le strade, ma volevo essere prudente. La notte la temperatura scendeva molto e dormire senza la protezione di un tetto e di quattro mura è più difficile di quanto si possa immaginare. Avevo paura. Finalmente arrivai a Vulkania, dopo una settimana di viaggio. All'inizio i racconti dei mercanti sembravano prendere forma sotto i miei occhi. Un largo fossato proteggeva le alte mura della città, a cui si poteva accedere da un unico ponte ben sorvegliato da un manipolo di guardie in alta uniforme. Appena varcati i cancelli, però, l'immagine che vidi fu tutt'altro che idilliaca. Le strade erano sporche e mal tenute, ad ogni angolo un bambino chiedeva la carità e i palazzi dei benestanti erano separati dal resto della città da un'alta cerchia di mura. Mi sembrò l'inferno e non il paradiso. Nonostante la mia prima impressione di Vulkania fosse così negativa, riuscii a ricredermi un po'. Nella parte povera della città si trovavano il teatro, dove vari artisti si esibivano ad ogni ora, e la biblioteca, ricca di libri di ogni genere. Passai molto tempo a leggere della storia dell'isola, delle leggende, delle divinità, di Physis e della sua rivalità con Elios.
La mia fede in Crono cresceva, ero giovane e pensavo di poter cambiare il mondo. Sui libri leggevo che il fuoco purificatore può bruciare ogni ingiustizia e che la stessa Physis aveva affidato questo compito al suo figlio prediletto. Lui avrebbe dovuto portare la parità fra gli uomini, spazzare via il culto di Elios e mettere sul trono i meritevoli. Erano leggende e semplici parole scritte su carta, ma non mi importava. Credevo in Crono e nella sua forza, ma non avevo il potere necessario per la realizzazione dei miei sogni. Non mi mancava la volontà e fu proprio questo che mi fece notare da Elsien. Al primo sguardo sembrava un semplice artista di strada, a cui ogni tanto piaceva esibirsi a teatro, recitando le proprie poesie e cantando le avventure degli eroi più famosi di Vulkania. Lo conobbi in biblioteca, mentre leggeva un volume che aveva suscitato il mio interesse qualche giorno addietro. Era un tomo antico, che parlava di leggende dimenticate. La dea della Luna e i suoi figli erano i protagonisti di tali storie e si narrava come i loro diretti discendenti fossero in grado di usare speciali poteri, spostare gli oggetti con il pensiero, creare palle di fuoco, librarsi a qualche centimetro da terra, rendersi invisibili e così via. Ricercavo il potere e pensavo che la conoscenza potesse portarmi nuova forza. Elsien mi mostrò la via per trasformare tutto ciò che avevo imparato in un'arma per raggiungere i miei obbiettivi.
Era un uomo misterioso, che non amava parlare di sé. Lasciava che fosse la poesia a comunicare i suoi pensieri e i suoi stati d'animo. Non fu mai molto chiaro con me, mi poneva continuamente domande e cercava di far vacillare le mie certezze. Un giorno ci incontrammo nel fitto di un bosco vicino la città. Da quella notte la mia vita non fu più la stessa: le leggende, che credevo essere solo racconti, divennero realtà. Finalmente avevo trovato il potere che tanto bramavo. Elsien mi mostrò che le capacità umane si estendono oltre i confini che tutti conosciamo. La nostra mente può essere capace di materializzare ciò che vogliamo, al costo di privarci di una parte della nostra forza vitale. Una freccia scura, contornata da un alone blu, si formò nella mano destra dell'uomo, che prontamente la lanciò contro un albero vicino. La freccia si conficcò nella corteccia, ma, come si era materializzata, sparì in un battito di ciglia. Avevo trovato la via per il potere ed Elsien poteva guidarmi lungo quell'irto cammino. Fu l'inizio di un difficile allenamento, che mi mise alla prova fisicamente e mentalmente.
Gli stregoni non sono solo persone dall'intelligenza fuori dal comune, ma sono anche dotati di una forza fisica non indifferente. Una magia, concepita nella mente del fruitore, può materializzarsi solamente grazie ad una forza vitale straordinaria. Imparai che la concentrazione e la capacità di astrarsi dal mondo sono le qualità principali di chi pratica incantesimi. All'inizio credevo che tutto fosse possibile, invece presto scoprii che non era così. Ci sono dei limiti che neanche uno stregone può oltrepassare. La forza vitale è chiamata mana e un fruitore alle prime armi non ne possiede molto; sfruttare troppo la magia in un solo giorno, consumando tutto il proprio mana, può portare a conseguenze ben gravi. Alcuni stregoni in passato abusarono dei loro poteri e pagarono il loro errore con la propria vita. Cercai di apprendere tutto quello che potevo da Elsien. Mi spiegò che esisteva un ordine di Stregoni e lui ne faceva parte, ma avrei dovuto superare una prova, per potervi accedere.I miei primi tentativi di materializzare qualcosa furono fallimentari. Il mio desiderio di imparare, conoscere e raggiungere il potere, erano ben più forti delle mie capacità.
Lasciai la città di Vulkania e tornai nella Contrada. Erano anni che non vedevo le pianure in cui ero cresciuta e la mia casa. Pensavo che un periodo di allontanamento dal mondo corrotto della città avrebbe potuto darmi la spinta necessaria per raggiungere ciò a cui tanto aspiravo. Percorsi all'inverso la strada che feci anni prima e mi resi conto che molto era cambiato. La via non era più indicata da grandi lastre di pietre, che erano state abbattute e distrutte. Le case che costeggiavano il sentiero erano abbandonate e nessun mercante sembrava percorrere quella grande via che dalla città portava in tutta l'isola. Una sola parola poteva spiegare tutto: briganti. Ormai i regnanti si preoccupavano solamente di difendere la città e avevano lasciato il resto dell'isola in mano a bande di malviventi, che si approfittavano dei poveri e di chi non era in grado di difendersi da solo. Scelsi delle strade secondarie e per giorni non incontrai nessuno. Seguivo la costa per non perdere la rotta e in breve tempo giunsi alla Contrada. Ero contenta di essere a casa, ma fu una felicità che durò il tempo di un respiro. Era giorno inoltrato, da lontano scorsi la mia casa o quello che ne rimaneva. Era stata distrutta da un incendio. Le fiamme avevano cancellato la mia giovinezza. Ricordo ogni attimo, come fosse ieri. Scesi da cavallo, soffiava un leggero vento che faceva muovere il mio mantello lungo la schiena. I miei lunghi capelli rossi mi coprivano la fronte e circondavano il viso, accarezzando le guance. C'era nell'aria un odore di muschio, proveniente dai boschi non molto lontani. Camminai fino a dove si ergeva l'ingresso della mia casa. Quel che rimaneva della porta era a terra, arso dalle fiamme. Poggiai la mano sinistra sul muro. Era freddo e sporco di fuliggine. Sospirai, mentre sentivo le lacrime scendermi lungo le guance. Strinsi la mano destra, come a formare un pugno. Chiusi gli occhi e lo vidi, come se stesse accadendo in quel momento. Osservai la mia casa bruciare: le fiamme partirono dalla stalla, inghiottirono il fieno e si fecero strada lungo il tetto in legno. Abbracciarono i muri con il loro calore e raggiunsero l'ingresso, rendendo inaccessibile l'unica via di fuga. La luna splendeva alta in cielo e sembrava non avere cura alcuna per quel che accadeva sulla terra. Quell'immagine così viva, unita alla forza della disperazione e alla fede in Crono, così radicata in me, mi permisero di padroneggiare l'incantesimo del fuoco per la prima volta. Sentii la mano destra che diventava sempre più calda. Quando aprii gli occhi il mio pugno era circondato da piccole fiamme rosse. Prima fui stupita e poi capii che avevo mosso il primo passo verso la conquista del tanto agognato potere. Decisi di abbandonare la mia umanità e di diventare uno strumento di Physis e di suo figlio Crono. Avrei cambiato il mondo. Ero giovane e ingenua.
Mi rimisi in viaggio, dovevo ritrovare Elsien. Ogni sera mi esercitavo e cercavo di riprodurre quelle fiamme, alimentandole con la rabbia che cresceva dentro di me. Realizzai di essere pronta, quando riuscii a creare una sfera di fuoco sul palmo della mia mano e a lanciarla, come fosse una freccia, verso una roccia non molto lontana. La gilda degli stregoni mi attendeva ed Elsien mi condusse lontano dalla città e dalla Contrada, in un luogo inospitale e temuto da tutti. Il mio spirito ardeva forte e non mi sarei certo lasciata spaventare dalla scalata che mi attendeva. Il maniero, rifugio della gilda, si trovava fra gli alti picchi innevati, all'estremo nord dell'isola. Riuscii a combattere il freddo grazie alla mia capacità di creare fiamme. Elsien non fu di nessun aiuto, continuò ad addestrarmi e a mettermi alla prova, ma dovetti superare con le mie sole forze quegli ultimi ostacoli. Era il mio maestro ed era giusto che agisse così. Il castello si mostrò a noi, all'alba del quarto giorno dall'inizio della scalata. Non proverò mai più la stessa sensazione, che sentii quando attraversai il portone per la prima volta: un misto di eccitazione e timore, che quasi mi fece cedere le gambe. Ero stremata, ma sempre più convinta di aver compiuto la scelta giusta. Non ricordo bene cosa accadde nelle ore successive. Mi ritrovai davanti a tre figure incappucciate, in un'ampia sala circolare. Il rito di iniziazione cominciò e mi fecero bere uno strano intruglio che mi bruciò la gola, poi caddi in un sonno che durò giorni. Quando mi svegliai, avevo il simbolo della gilda, una stella con un occhio al centro, tatuato vicino alla scapola destra. I primi giorni al maniero furono i peggiori, ero stata ammessa nella gilda, ma ero solo una novizia e la scalata verso il trono era ancora molto lunga. Gli stregoni anziani custodivano i libri del potere in una stanza delle segrete, a cui potevano accedere solo pochi eletti. Venni affidata a Demetra, una degli stregoni che si occupavano dell'addestramento dei novizi. Mi assegnò difficili esercizi, ma appresi nuovi incantesimi e il mio mana crebbe. I figli di Physis guidavano il mio cammino, la mia forza magica si sviluppava seguendo la fede a cui tanto ero legata: imparai a far tremare la terra, aizzare le acque e richiamare il vento, ma era ancora il fuoco il mio compagno più fedele. Le fiamme, che riuscivo a creare, crescevano di giorno in giorno e si facevano sempre più pericolose. I miei progressi vennero presto notati dagli anziani, che mi promossero a Magister Elementale e mi affidarono una missione. Dovevo cercare nuovi fruitori e quindi lasciai il castello per tornare a Vulkania. Erano passati tre anni.
L'isola era ormai in mano ai briganti, mentre assassini e ladri si aggiravano per le campagne. I piccoli villaggi dovevano rivolgersi a compagnie di mercenari per proteggersi. I governanti rimanevano chiusi nel loro castello. Il popolo era troppo stanco e affamato per rivoltarsi. La città non era cambiata molto, ma si respirava un'aria diversa, fatta di rassegnazione e timore. C'era ancora chi venerava Elios, ma il culto stava perdendo potere, offuscato dalla codardia dei regnanti e dalla brutalità di chi deteneva il potere fuori dalle mura della città. Era un periodo sfavorevole alla ricerca di futuri stregoni ignari delle proprie capacità, ma ebbi un colpo di fortuna o almeno credetti che fosse così. Alastor era un giovane, arruolatosi da poco nella  guardia cittadina, che spesso stanziava all'ingresso della città. Uscivo frequentemente da Vulkania e i controlli sui viandanti si erano fatti più serrati, vista l'alta criminalità. Pioveva a dirotto e indossavo un mantello con un ampio cappuccio che, in parte, nascondeva il mio viso. Mi fermò prima che superassi il cancello d'ingresso, preoccupato di lasciar entrare chissà quale brigante. Ci guardammo negli occhi e scambiammo poche parole. Mi lasciò andare, porgendomi le sue scuse e presentandosi. Alcuni giorni dopo lo rividi in piazza, durante il mercato. Il suo senso di giustizia e la sua ingenuità mi colpirono, mi ricordarono lo spirito con cui lasciai la Contrada. I miei racconti su Physis e su Crono lo incuriosirono, così iniziò a visitare spesso la biblioteca. Pensavo che stesse percorrendo quella stessa strada che avevo intrapreso anni addietro e lo incoraggiai a proseguire con gli studi. Avrei capito il mio errore solo qualche mese più tardi. Elsien cercò di mettermi in guardia, ma ormai ero troppo coinvolta: vedevo me stessa in lui e credevo veramente di poterlo aiutare, mostrandogli la via per il potere. Quindi decisi di portarlo nella foresta fuori dalla città, come aveva fatto il mio maestro. La luna rischiarava appena la nottata, facendo capolino tra le nubi. La luce riusciva faticosamente a filtrare attraverso i rami degli alberi, era autunno e le foglie adornavano ancora le chiome. Allungai il braccio verso Alastor e aprii il palmo al cielo. Una piccola fiamma prese vita sulla mia mano, si lasciava cullare dal vento, ma scoppiettava di vita propria. Il suo sguardo si trasformò da stupito a terrorizzato. Non aprì bocca e scappò. La fiamma si spense e rimasi da sola nel buio della notte. Avevo scelto la persona sbagliata e vi avevo riposto troppe aspettative. Credevo che lui mi rispecchiasse, invece era solo una pallida sfumatura di ciò che ero stata. Realizzai tutto ciò troppo tardi, quando ormai ero già incinta. Non so se fu questa ennesima delusione o la vita che cresceva dentro di me, ma i miei poteri si stavano rafforzando e sentivo il mana scorrere nelle mie vene come mai prima d'ora. Tornai al maniero degli stregoni, lasciandomi alle spalle Vulkania ed Alastor. Non avevo abbandonato i miei propositi, anzi credevo fermamente in Crono e nella Dea Madre, ma dovevo acquisire  altro potere per dare inizio alla purificazione del mondo. Gli anziani avvertirono il mio cambiamento e, nonostante non avessi portato a termine la missione, mi diedero il rango di Primo Elementale. Questa promozione mi aprì le porte della biblioteca nelle segrete. Finalmente misi le mani sui più potenti incantesimi che gli stregoni avessero mai concepito. La mia gravidanza, unita alla conoscenza che stavo acquisendo ,mi diede il potere che tanto avevo bramato. Dovevo solo completare la mia ascesa e fu meno difficile di quanto pensassi. Convinsi i novizi a seguire il mio piano e diedi inizio alla rivolta contro gli anziani. Chiesi udienza ai tre stregoni a capo della gilda e li raggiunsi nella stessa sala in cui aveva avuto luogo la mia iniziazione. Portai con me cinque novizi, quelli che si erano dimostrati più bravi nel combattimento e più avidi di potere e conoscenza. Il mio ventre ormai mostrava i segni di una gravidanza inoltrata, sapevo che non sarei mai stata più potente di come lo ero allora, perché potevo contare anche sulla forza vitale del mio futuro figlio. Non ci fu bisogno di parole, gli anziani capirono troppo tardi quello che stava succedendo. Una palla di fuoco, scaturita dalle mie mani, colpì il primo; una freccia magica si conficcò nel collo del secondo; mentre il terzo riuscì ad alzare uno scudo di ghiaccio per proteggersi da un altro dardo. Richiamai nuovamente il mana per diventare invisibile, giusto in tempo per schivare un fulmine lanciato dall'anziano. Era in netta inferiorità numerica e non era più abituato alla lotta. Un novizio lo distrasse, mentre un altro lo avvicino alle spalle e lo trafisse con un coltello. Ero già seduta sul trono centrale, quando tornai visibile. Ero a capo della gilda.
Il mese successivo nacque Ephemes. Aveva i capelli rossi, come i miei, e gli occhi blu del padre.

La religione mi portò dove sono ora, ma ormai sono troppo vecchia per dare un nuovo volto al mondo. Ho portato Physis nella gilda, ho istruito i novizi affinché seguissero gli insegnamenti dei figli della Dea. Ho cresciuto mio figlio come un vero stregone. Suo padre si è rivelato un codardo, ma sono certa che lui non lo sarà. A breve prenderà il mio posto su questo trono. Ho preparato tutto, affinché lui possa riuscire dove io ho fallito.”

“Come mia madre aveva preannunciato ora siedo sul trono della gilda degli stregoni. Fui consacrato a Crono, come lo fu lei. Sento il fuoco ardere in me. Farò bruciare l'isola di Vulkania e la dominerò da quassù. Nessuno potrà opporsi.”

Così iniziò la più sanguinosa guerra che Vulkania abbia mai conosciuto.
 
FINE
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