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La Guerra Civile di Dahlia - 1

9 risposte in questa discussione

(modificato)

Sto scrivendo, dopo anni, una storia che mi è venuta in mente circa 5/6 anni fa, dopo aver iniziato a leggere il manga di Full Metal Panic sigma, anche se col tempo è variato molto.

Questo sarebbe il primo capitolo, so che è piuttosto lungo, ma vorrei chiedere a chi ha voglia di leggerlo il proprio parere :)

Buona lettura! :)

6/2/15 - Ho corretto e aggiunto qualche dettaglio :*

 

 

-          Sei sicura che vada tutto bene?

Si girò verso di me, i suoi occhi marroni riuscirono a penetrare la mia anima, anche nel buio e io non riuscii più a scollarle lo sguardo di dosso. Dio, quanto era bella.

Lo era sempre stata e purtroppo, non avevo mai smesso di pensarlo.

Continuò a guardarmi fisso in viso per qualche istante, che a me parve un’eternità, con lo sguardo perso nel vuoto e la bocca serrata.

Il suo sguardo si addolcì, e prese a guardarmi un altro punto del viso.

-          Certo. Stai tranquillo, è passato ok?

Le sorrisi involontariamente. Mi fidai di quelle parole.

Rimase ferma sull’uscio di casa rivolta nella mia direzione, si rigirava tra le mani le chiavi incerta se entrare o meno, io non parlavo. La mia mente era piena di lei e non riuscivo a dire niente che non potesse sembrare stupido. Ma in quel momento non mi importava.

-          Ora è meglio se entro.

Le sue parole mi risvegliarono dai miei pensieri, e deluso le sorrisi.

-          Certo, hai ragione è tardi. Buonanotte Gwen.

Mi mandò un bacio con la mano e si girò infilando le chiavi nella serratura, io presi in mano la mia bici.

Non potevo andarmene così. Lei doveva sapere.

-          Gwen, aspetta un momento!

Lei si girò nuovamente, i suoi lunghi capelli castani al riflesso della luna erano ancora più lucenti.

In quel momento mi bloccai, le parole che prima nella mia testa mi dicevano di dirglielo, ora tacevano e mi sentii nuovamente vulnerabile.

Le gambe mi tremavano e il cuore mi batteva all’impazzata. Il mio viso era in fiamme.

-          Niente di importante, scusa. Ci vediamo domani, non fare tardi mi raccomando.

Mi sorrise triste, ma non ci feci caso.

Tornai a casa pentito della mia codardia, ma ripromettendomi che glielo avrei detto in un altro momento.

Niente poteva più allontanarla da me.

Nel letto mi addormentai molto dopo, rigirandomi continuamente alla ricerca del sonno. Ci volle qualche ora, ma crollai in un torpore profondo senza sogni.

“Avrò tutto il tempo del mondo” pensai, “Inutile farlo ora.”

 

 

***

 

Non sono più sicuro di nulla. Ed è una sensazione che odio.

Ho sempre desiderato avere certezze nella mia vita; certezza di un lavoro, di una famiglia, di una casa in cui tornare.

Mia zia lo dice sempre, in tempi di guerra nemmeno il domani è una verità, la vita è fragile come ceramica, vetro che si spezza.

Non so se ciò più mi spaventa, o mi innervosisce. Vedere gli esseri umani cadere, morire come formiche mi rende impotente. Odio sentirmi così, ma non sono un soldato, non sono un governatore, sono solo uno dei pochi sopravvissuti di questo conflitto. Per ora.

Correvo verso la stazione della metropolitana quasi sicuro che, quella mattina, l'avrei persa e, insieme a lei, l'ultima possibilità di prendere delle provviste prima che arrivasse mezzogiorno. Scivolo sul mezzo poco prima della sua partenza, e vado a sistemarmi vicino a un finestrino, così nel caso di un attentato posso facilmente scappare rompendo il vetro.

Ho sempre amato durante i viaggi, anche prima che la guerra civile iniziasse, guardare fuori dal finestrino. Il paesaggio era rilassante, vedere il verde i campi delle periferie delle città di Dahlia era sempre stato uno spettacolo meraviglioso, per me.

Ma ora, invece, tutto questo è diventato uno spettacolo macabro.

La metropolitana non è più veloce come una volta, ma si iniziano già a intravedere le mura, abbattute, della mia città.

Esse furono erette su tutte le città del Regno cinquant’anni fa, sotto decisione del Dittatore, per proteggerci da eventuali attacchi.

Funzionarono, all’inizio della guerra, ma nessuno avrebbe mai immaginato un eventuale attacco aereo dall’alto.

È quasi buffo pensare come una società possa cambiare nel giro di mezzo secolo, dalla povertà, alla ricchezza, fino alla miseria più assoluta.

Lubante, la mia città, è ormai la più povera della regione, ma resta pur sempre una delle capitali dell’Impero. La ex capitale dei commerci marittimi, grazie alla sua posizione sulle coste ovest della regione era riuscita a sviluppare un efficiente sistema di rotte commerciali.

Non parlavamo più soltanto il dialetto, per poter vendere era necessario poter comunicare con tutti, non importava da dove venissero.

Iniziammo ad essere influenzati dagli altri popoli, ad accettare le monete estere, non solo quelle battute dall’Impero e quindi la pratica del contrabbando e delle vendite in nero iniziò ad essere sempre più frequente.

Immaginò fosse per questo motivo che ci attaccarono per primi.

La metropolitana si ferma, scendo alla stazione solo, la carrozza era vuota. Tutti preferiscono mezzi alternativi e più sicuri, ma io non ho molte scelte.

È appena sbocciata la primavera, eppure fa ancora molto freddo.

Mi avvio a passo svelto verso la piazza cittadina, luogo del mercato, che si svolge ogni giorno da mattina presto fino a mezzogiorno.

La gente è sempre troppa, e le bancarelle sempre troppo mal fornite: inizio a sgomitare per riuscire a prendere un po’ di cibo per la mia famiglia, giusto il necessario per arrivare alla fine della giornata.

I soldi non sono mai abbastanza, è difficile acquistare addirittura delle scorte.

Mi muovo velocemente verso la bancarella del pane, poi acquisto del latte, un’anatra e vengo trascinato dalla folla verso le ultime bancarelle, quelle meno affollate, quelle che vendono ciò che la maggior parte della gente, in tempi di guerra, non può permettersi: armi, animali, gioielli, beni, schiavi.

L’ultima bancarella è quella che ogni giorno mi incuriosisce sempre di più, appunto perché non ci sono mai entrato.

È una tenda, il venditore ne è all’interno. Nessuno ci può entrare, se prima non è sicuro di comprare almeno qualcosa; sono le regole della nuova società. Mi hanno detto che si tratta principalmente di spaccio d’ armi, in nero.

È raro vederci entrare o uscire qualcuno, solitamente sono solo soldati. Chiunque di questi tempi necessita di un’arma da fuoco per potersi difendere da mercenari o banditi la notte, nelle campagne, ma quasi nessuno se la può permettere. Oggi però, ne esce fuori una giovane donna, totalmente vestita e coperta da un lungo mantello nero.

Non mi era ben chiaro il suo aspetto, ma dalla lunga veste col cappuccio potevo intravederle il viso. Era una ragazza parecchio strana, dallo sguardo vitreo: aveva il volto spruzzato di numerosissime lentiggini. Forse troppe. I capelli erano lunghi e raccolti in una stretta treccia, di colore castano bruciato, che le ricadevano sulla veste nera.

Viene scortata da due uomini che portano due sacchi neri. Rimasi a osservarli finché non sparirono in un vicolo parallelo alla piazza, di quelli poco affollati.

Non diedi molto peso a quella vicenda, nonostante l’iniziale sorpresa di veder uscire da quella tenda una donna così giovane. Le campane della città iniziano a suonare allo scoccare del mezzogiorno, e tutti i mercanti cominciarono a disfare le proprie bancarelle e a nascondersi all’interno delle proprie case. Dopo il bombardamento avvenuto sei mesi fa, la gente ha paura di stare per le strade. Il coprifuoco è verso le nove di sera, ma già dopo le sei la città si svuota, non c’è più nessuno in giro, nemmeno i criminali, senzatetto, spacciatori o prostitute.

Torno alla stazione percorrendo la stessa strada che faccio di solito, che passa per il quartiere dove vivevo, vicino alla mia vecchia scuola.

E, come ogni giorno, inizio a pensare alla mia vita prima della guerra, e mi immagino cosa sarei potuto diventare. Ho diciotto anni, e tutta la vita davanti, ma sento già di essere morto ogni volta che vedo il mio mondo distrutto. Il mio quartiere, il parco, il vecchio municipio abbandonato dopo l’indipendenza dove coi miei amici andavo a fare parkour. Come ogni giorno, mi fermo davanti a casa sua.

Quasi la vedo uscire, a volte. Vedo i lunghi cappotti che portava e i suoi capelli scompigliati dal vento, salutarmi distrattamente e correre verso la fermata dell’autobus. Vedo il suo sorriso.

Arrivo a casa che il sole sta tramontando, mio zio non è ancora tornato e consegno la spesa a mia zia, che inizia già a preparare la tavola.

Ci siamo trasferiti in questa casa subito dopo il bombardamento, lasciando la città. Da che ho memoria, ho sempre vissuto con i miei zii, non ho alcun ricordo o legame con i miei genitori naturali. Mi hanno cresciuto come un figlio e mi hanno sempre dato tutto. Solitamente, durante la guerra, la società promuove i ragazzi giovani a offrirsi volontari per diventare soldati, ne fanno una questione d’onore, le solite stronzate. Io non ci andai, più per i miei zii che per me stesso; temevo mia zia da sola in città, un posto così pericoloso per una donna sola. Temevo i banditi, i saccheggi, gli attacchi e i bombardamenti.

Arriva il buio e rientra mio zio, dopo una dura giornata di lavoro.

Lavora nel deserto da mattina presto fino a sera, insieme ad un altro gruppo di uomini e ragazzi sopravvissuti. Si occupano di costruire rifugi sotterranei nel caso di un ulteriore emergenza di guerra. È un lavoro duro, che lo invecchia ogni giorno che passa.

Pure mia zia è invecchiata molto, rispetto a sei mesi fa, è difficile percepirlo ma leggere rughe le stanno piano piano scavando il viso e i suoi capelli di un nero corvino stanno iniziando ad avere dei riflessi argentati.

Consumiamo il pasto in silenzio, come sempre, rimaniamo sul divano una mezz’oretta a sentire le ultime novità sulla radio e poi ognuno si ritira nella propria stanza, cercando di addormentarsi, anche se il sonno, ogni giorno che passa, si fa attendere sempre di più.

Quella notte mi addormentai dopo poco, ma fui svegliato dal suono del telefono in camera dei miei zii. Dopo cinque minuti apparse mio zio, aprendo la porta della mia camera con gran rumore, con un fucile in mano:

“Muoviti Ed, i soldati da Ambrosia hanno appena superato il confine del deserto!”

Stavamo per essere attaccati di nuovo.

Modificato da bulbarevolution
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Molto bello.

Complimenti

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Molto bello.

Complimenti

 

ti ringrazio moltissimo! :)

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ti ringrazio moltissimo! :)

 

prego :)

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Wow, sembra molto interessante come storia (sia per la trama che per il metodo di scrittura).

Congratulazioni, non vedo l'ora di vedere il seguito ^^

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Wow, sembra molto interessante come storia (sia per la trama che per il metodo di scrittura).

Congratulazioni, non vedo l'ora di vedere il seguito ^^

 

ti ringrazio tantissimo! :)

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Interessante, sono curioso di leggere il seguito ^^

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Interessante, sono curioso di leggere il seguito ^^

Grazie mille! :) Avevo intenzione di correggerlo un po e aggiungere qualcosa (forse) e poi attaccare col secondo capitolo ma non so quando ancora :) comunque lo pubblicherò qui ! :)

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bozza prima parte Capitolo 1 - non mi convince la descrizione della lotta.

 

Quando sei sotto attacco, pensi a due cose: mettere in salvo la tua famiglia, e poi, eventualmente, mettere in salvo te stesso.

Mi butto giù dal letto e velocemente indosso i pantaloni e la giacca, ficco in tasca il mio orologio e quei pochi spiccioli che mi rimangono nella tasca e scendo di corsa giù dalle scale.

Ci buttiamo in strada e ci uniamo alla folla di persone che sta marciando verso i fienili abbandonati del paese, guidata dalle pattuglie di volontari, di cui fa parte anche mio zio.

Ci separiamo, quindi: mio zio armato va a dare loro supporto e io rimango con mia zia e gli altri civili.

Attraversiamo un lungo pergolato in cemento che sta cadendo a pezzi e ci rifugiamo all’interno di un vecchio magazzino, abbandonato prima della guerra.

Saremo quasi un centinaio di persone; mi assicuro che mia zia stia bene e la lascio insieme alle altre donne, poi inizio ad aiutare i volontari e a distribuire coperte e a fornire assistenza agli anziani o a chi inizia a sentirsi male.

Iniziano gli spari.

Urla si levano all’ interno del magazzino, e i volontari imbracciano le armi e a due a due escono per fornire aiuto e proteggere i civili. Io non esco, rimango dentro e insieme ad altri giovani cerco di tenere sotto controllo la situazione; sentiamo agli spari, sempre più vicini.

All’improvviso, il muro posteriore del magazzino crolla a causa di una granata, e rimaniamo scoperti.

Spaventati, in mezzo alle urla, riuniamo tutta la gente al centro della stanza, ma ci rendiamo conto che non è abbastanza. Se rimaniamo fermi, prima o poi ci troveranno e non avranno problemi a farci fuori tutti. L’unica è provare a respingerli, e a sperare in una ritirata.

Augurandoci di riuscire a resistere.

Mi guardo intorno, nessuno dei volontari è rimasto all’interno del magazzino, e nessuno di loro è tornato. Ci siamo solo noi giovani a tenere sotto controllo la situazione.

Siamo spaventati tutti, ma qualcuno deve uscire per coprire il lato posteriore del magazzino, è molto probabile che riusciranno ad entrare dal lato posteriore appena crollato.

Rimango e aspetto, che magari qualche ragazzo giovane si alzi, o qualche poliziotto anziano decida di organizzare una rete di difesa, ma nessuno fa nulla.

Secondi diventano ore, nell’attesa che qualcuno si dia una mossa. Le ragazze tengono gli occhi abbassati, gli anziani ci guardano con lo sguardo fisso, con gli occhi stanchi, in fondo non so nemmeno quanto gli importi di vivere ancora. Alcuni ragazzi litigano sul da farsi, ma nessuno si rende conto quanto siamo veramente in tiro. Cosi capisco che se voglio fare qualcosa di concreto, lo dovrò fare da solo.

Imbraccio un fucile e esco dal muro posteriore appena crollato tenendomi il braccio libero sopra la testa, sperando di trovare una situazione tranquilla.

Non c’è nessuno in vista, decido di sporgermi ai lati della strada ma non di spostarmi da li; non ci tengo a morire come uno sciocco, voglio solo proteggere chi c’è all’interno.

Faccio lo stesso tragitto un paio di volte, ma mi rendo conto che è inutile: sono coperto, loro non mi vedono, è vero, ma io non posso vedere loro. Se dovessero superare l’edificio che ci è davanti non farei più in tempo a bloccarli, saremmo troppo vicini e vincerebbero di sicuro loro uno scontro frontale contro un ragazzino di diciotto anni che non ha mai toccato un’arma.

Cammino lentamente e quasi non sento più niente, il ronzio nella mia testa è troppo forte. Mi avvicino al muro e mi sporgo appena, per controllare che non ci sia nessuno.

Le strade sono vuote, tutti gli spari provengono dalla strada parallela, mi tranquillizzo un momento.

Ma non faccio in tempo a tornare indietro che un proiettile mi colpisce di striscio il viso. Inizio a sentire il sangue caldo colarmi sulla guancia destra, e il mio fisico riesce a muoversi solo grazie all’adrenalina. Non ho mai sparato in vita mia, non l’ho mai voluto fare.

I rumori degli spari si fanno sempre più vicini al magazzino.

Sto al coperto, ma allo stesso tempo cerco di avere una visuale il più ampia possibile per non essere preso alla sprovvista. La situazione è ancora tranquilla, per ora. Fin troppo forse.

Avverto uno sparo più forte alle mie spalle, che copre le urla crescenti all’interno del magazzino; le orecchie mi fischiano ma mi giro e vedo che alcuni soldati sono entrati e stanno puntando le loro armi addosso ai civili.

Non ho il tempo di ragionare,

Con uno scatto cerco di raggiungere il luogo anche se so che è un idea folle, ma qualcosa mi blocca. Sento una forte pressione a livello del torace, qualcuno mi ha bloccato, è una presa forte, sicura. Ho la vista appannata, ma intravedo una macchia di colore verde.

  • Bella stronzata unirli tutti in un solo punto!

Un colpo secco mi colpisce alla testa, e macchie nere iniziano a coprirmi la vista.

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