guggiammi

Ospedale

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Visto che ne ho scritti tre nel giro di due giorni e non accenno a fermarmi (forse quando comincerò a sentirmi mentalmente più stabile. forse), eccovene un altro. Enjoy.


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Centro città. Dieci e mezza del mattino.


Giovanni scese dall'autobus e balzò sul marciapiede. Un Sole stanco faceva capolino ogni tanto tra le nuvole grigie. Fischiettando si diresse verso il grande ospedale della città. 


 


Il grande ospedale era una struttura vecchia di quarant'anni, con un sacco di pini nel cortile d'ingresso che erano cresciuti in modo piuttosto disordinato e così avevano sfaldato il manto stradale; privando così di fatto l'ospedale di una zona di scarico per i pazienti che non fosse d'intralcio a chiunque altro si fosse trovato a passare di lì. Di conseguenza, la strada che passava davanti all'ingresso era quasi sempre paralizzata dal traffico, tra vetture che cercavano un parcheggio, vetture che cercavano un posto sicuro dove scaricare i propri malati e vetture che volevano semplicemente passare di lì ma trovavano l'impresa più difficile del previsto. I negozi che trovi nei pressi di un ospedale, notò mentalmente Giovanni, sono sempre di una tristezza inaudita: ortopedici, farmacie a fiotti, negozi di carrozzine e altri attrezzi per disabili, bar che sembrano fatti ad uso e consumo dei malati e dei vecchi. Mai che si avvistassero un negozio di articoli per neonati - o una ditta di onoranze funebri, anche. Era come se i due estremi, nascita e morte, fossero stati banditi da quelle strade e lì ci fosse spazio solo per quello che c'era nel mezzo. Malattia, dolori ed infermità.


 


Giovanni varcò il cancello di ingresso, ma invece di dirigersi all'entrata principale si diresse sul lato della struttura. Fece il giro dell'edificio, passando accanto alle porte a vetri e alle finestre degli uffici amministrativi. Si trovava ora sul retro dell'ospedale. Superò un paio di magazzini, girò attorno ad una scala antincendio e lì trovò la persona che cercava. Abitudinario.


 


Mario se ne stava appoggiato alla sua scopa, avvolto in una tuta in sintetico verde acqua, una sigaretta stretta tra le labbra, gli occhi socchiusi, l'espressione di chi ha dormito sei ore negli ultimi sei mesi. Salutò Giovanni con un leggero cenno del capo. Giovanni tirò fuori un sorriso sarcastico.


 


"Ed ecco a voi Mario, indefesso lavoratore per un mondo più pulito! Come va il tuo nobile impego nel sociale, Mario?"


"Vaffanculo, Giova'. Appena sono arrivato stamattina un tipo ha vomitato nell'ingresso. Poi sono andato a pulire il parco sul retro. Come al solito era tutto pieno di preservativi, fazzoletti e siringhe. Lavorare alle pulizie in questo posto è un mestiere infernale."


"Avresti dovuto intraprendere una carriera universitaria rispettabile, mio sventurato amico. Le porte delle professioni sanitarie più nobili ti si sarebbero certamente spalancate, e con esse uno stipendio più che onorevole, assieme ad infinite gratificazioni sociali e morali. Invece ti sei ridotto a togliere gli stronzi che qualche tossico ha deciso di depositare nottetempo vicino alle cucine."


 


Mario fece il gesto di prenderlo a bastonate con la scopa. Giovanni scoppiò a ridere, poi gli posò una mano sulla spalla.


 


"Dai Mario, che sto scherzando. Oggi a che ora stacchi?""Alle cinque. Sarà un trauma arrivare vivi in fondo alla giornata."


"Non ti arrendere. Piuttosto, hai mica sentito il nostro comune amico? Che cosa ha per noi in serbo questa settimana?"


"Dici Max? Il solito - tre scatole di pasticche varie, una o due di gocce assortite. Niente siringhe monouso questo giro, dopo gli ultimi controlli di quei rompipalle dell'azienda sanitaria anche lui deve andarci piano, a truccare l'inventario delle scorte. Se lo beccano finiamo tutti nei casini, e grossi anche."


"Già. E noi non vogliamo finire nei casini, o almeno non in ulteriori casini. Sai già come pagarlo?""Sì, sì, non ti preoccupare. Stasera a fine turno mi faccio passare tutto."


"Ottimo. Ti va di offrirmi un caffè? So che i distributori per i dipendenti sono piuttosto economici."


"Non ho un soldo in tasca, al momento."


"Ti rendi conto che se provassimo, come dire, a rivendere ai tossici di questa città - che sono molti, per inciso - quello che portiamo via dalle scorte dell'ospedale potremmo realizzare un guadagno considerevole, vero? Intendo, invece di spararci tutto noi del gruppo nel giro di una settimana e mezzo. Nessuno è mai vissuto col culo coperto a forza di buttare già Xanax."


"A volte mi è venuto il pensiero, sì. Ma poi ho capito che per sopportare uno stronzo del tuo calibro stordirsi di psicofarmaci è l'unica soluzione possibile.". Mario sorrise, poi gettò a terra la sigaretta.


 


Giovanni gli sorrise di rimando, poi lo abbracciò prendendolo a pacche sulla schiena.


"Coraggio, bellezza. Ci vediamo stasera. Attento a non farti troppe infermiere, mentre non ci sono io in giro a controllarti."


Mario assunse un'espressione grave. "Dai, non fare queste battute. Lo sai che mi dai noia."


Giovanni sogghignò. "Già. La tipa del concerto. Com'è andata, alla fine?"


Mario sorrise serafico. "Fine del turno, tesoro. Devo tornare al mio lavoro. Ti racconterò poi."


 


Giovanni simulò l'atto di mettersi sull'attenti. Mario ricambiò il saluto, poi rientrò nell'ospedale.


 


Di nuovo in strada, Giovanni si ritrovò a fissare la sua immagine riflessa nella vetrina di un negozio di sanitari. Gli anfibi, i jeans a sigaretta, la stretta giacca modello militare, la testa rasata, i pesanti occhiali da sole. Fosse nato qualche centinaio di chilometri più ad est si sarebbe detto un commissario politico. Fece il gesto di salutare un interlocutore immaginario alzando il pugno sinistro. Scoppiò a ridere. Una signora che passava di lì trascinandosi ad un bastone lo guardò interdetta. Lui le rivolse un leggero inchino; poi, sempre ridendo, prese a camminare verso la fermata del bus.


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