guggiammi

Paranoica

2 risposte in questa discussione

(sono ancora vivo, sì)
Quando uno si sente triste, la vita glielo piazza sotto la coda e non fa altro che bere caffè e fumare sigarette viene fuori roba del genere. Buon divertimento.
Come sempre, critiche costruttive e non, offese e minacce sono ben accette.

-----

 

Giovedì notte. Circolo Arci. Due del mattino.

Giovanni se ne sta seduto in veranda, i piedi distesi, afflosciato sulla sedia. La luce al neon ronza senza tregua. Ha lo sguardo fisso davanti a se. La bocca chiusa, senza espressione.

Marco e Giorgio siedono dentro al circolo. Sono ad un tavolo, Marco appoggiato sui gomiti, Giorgio a braccia conserte. Marco fissa il posacenere. Giorgio sta fumando una Marlboro.  In realtà, più che fumarla la stringe tra le dita. Davanti a loro due Moretti ormai tiepide portate controvoglia a metà. Nessuno dei due parla.

 

Mario è appollaiato su una sedia vicino al televisore. Lo osserva con lo sguardo fisso. Il televisore è sintonizzato su un canale di notizie non-stop. Sembra che presto gli americani attaccheranno quel paese ad Est. Il giornalista elenca in maniera febbrile le dichiarazioni dei vari diplomatici. Sul video scorrono le immagini di portaerei, carri armati in mezzo alla sabbia, fumo nero che si alza tra i minareti lontani, ragazzi con una bandana in testa che impugnano fucili per le strade di una città nel caos.

 

Mario guarda la televisione ma non la vede per davvero.

 

Un barista, vecchio, dai folti baffi grigi e dalla calvizie pronunciata, sta appoggiato dietro al bancone. Non sta guardando i ragazzi o la televisione. Non sta guardando le tazzine sporche nel lavabo, o i bicchierini di grappa accatastati lì vicino, o le bottiglie di amaro o nient'altro. Se ne sta semplicemente lì, in attesa.Ad un altro tavolo due vecchi giocano a briscola, sempre in silenzio. È l'ultima mano. Contano i punti. Il grasso ha vinto. Il magro fa un cenno del capo e gli passa le sue carte. Il grasso rimescola il mazzo.

 

Nel bagno, Pierfranco detto Piero si sta frugando in tasca. Estrae una boccetta. La boccetta recita "Valium, 5mg". Estrae una piccola pillola bianca. Esita, fa per rimettersi in tasca la boccetta, ne estrae un'altra. Inghiotte le due pillole. Getta indietro la testa, chiude gli occhi, poi si rilassa e si guarda allo specchio. I capelli neri arruffati, la barba in disordine, occhiaie. Si sciacqua la faccia, sospira alla sua immagine riflessa nello specchio. Poi torna nella sala con gli altri.

 

Giorgio si è acceso un'altra sigaretta, che fuma con la stessa convinzione di quella prima. Ovvero senza convinzione. Mario ha preso a dondolare sulla sedia, avanti e indietro. Marco è sempre lì, immobile sui suoi gomiti.Pierfranco detto Piero tossisce senza mettersi le mani davanti alla bocca, rumorosamente.

"Andiamo, ragazzi. Muoviamoci da qui."

 

Parcheggio. Due e mezzo del mattino.

I cinque si dirigono verso l'automobile, parcheggiata a pochi passi dal circolo Arci. La notte è buia e silenziosa, l'aria fredda e pungente. Una luna rachitica fa capolino lontano, dietro un colle. Neanche lei sembra granché intenzionata a fare nulla. La macchina è una Fiat Tipo. È sporca e malandata. Ha perso tre cerchioni su quattro. Lunotto e parabrezza sono lerci. Fin da fuori si possono vedere il disordine e la trascuratezza che regnano all'interno. A nessuno dei cinque passeggeri del mezzo importa un cazzo, in realtà.

Giorgio si siede alla guida. Giovanni accanto a lui, sempre con lo sguardo fisso all'orizzonte. Gli altri tre si stringono dietro. Con un ronzio decrepito, il motore si accende. I fanali diffondo un'avvilente luce smunta. Illuminano un pezzo di terra abbandonato a sé stesso dietro il circolo. Nient'altro che sassi, sacchi di plastica vaganti, erbacce e merde di qualche cane randagio.

"Dove andiamo?", chiede Giorgio.

"Dov'è che siamo, prima di tutto?" fa lamentoso Marco da dietro.

"Vicino Cavr..." sussurra Mario.

"Vaffanculo dove siamo. Prendi di là, Giorgio." lo interrompe Giovanni. Gli altri restano lievemente sorpresi. Non lo sentivano parlare da qualche ora. Ha una voce roca e profonda, ma lucida. Lucida ed affilata, quasi.

Giorgio fa retromarcia, poi comincia a guidare nella direzione che Giovanni gli ha indicato. Pierfranco detto Piero, nel sedile posteriore, geme. Lascia andare un altro sospiro profondo. Chiude gli occhi ed inarca leggermente la schiena. Poi si rilassa ed è praticamente steso anziché seduto. Gli altri due stanno scomodi, ma non dicono nulla.

Davanti alla macchina solo buio. Alberi isolati, campi e vero buio di campagna. La Tipo, tossicchiando, si inoltra su una stretta lingua di asfalto.

Ai lati della strada dei fossi, pieni di acqua stagnante, verde. Puzza di marcio. Ma nessuno si ferma a sentirne l'odore.

 

Campagna. Tre e mezza del mattino.

Giorgio sta ormai guidando da circa un'ora. Giovanni ha preso a fumare, e se ne sta lì con un piede sul sedile, l'altro steso in avanti, il finestrino aperto il tanto che basta a far uscire il fumo. Fissa sempre il vuoto, ma stavolta con un'espressione più nervosa di prima. Febbrile.

Dietro gli altri tre se ne stanno in silenzio. Nessuno dei tre dorme. Anche Mario sta fumando. Getta la cenere sul pavimento della Tipo. Giorgio, il proprietario del mezzo, non sembra interessarsene. Marco fissa fuori dal finestrino. Pierfranco detto Piero sembra essersi leggermente ripreso. Tamburella con le dita sulle ginocchia, e guarda con svogliatezza la strada davanti a loro. Il paesaggio è di una monotonia devastante.

Marco sembra ridestarsi dai suoi pensieri. "Metti qualcosa alla radio", mormora.

Giovanni accende l'autoradio. Una voce vecchia ed impastata:

 

"... ed è quindi nella grazia di Dio che siamo stati creati, perché Egli..."

 

Giovanni cambia stazione.

 

"... la situazione sembra senza sbocchi, e le cancellerie di tutto l'Occidente si sono oggi consultate senza posa, per trovare una strategia condivisa che.."

 

"Ci sarà la guerra?" chiede a nessuno in particolare Mario.

"Ti preoccupa la cosa?" grugnisce Pierfranco ad occhi chiusi. "A te importa qualcosa se dei tizi ammazzano qualche altro tizio a qualche migliaio di chilometri da qui, se bombardano qualche ospedale pieno di tizi di cui neanche riesci a pronunciare il nome, se degli invasati danno fuoco ad una libreria secolare del cazzo, se qualche ragazzino orfano viene fatto saltare in aria da un Tomahawk mentre gioca nel cortile del suo merdoso orfanotrofio? Vorresti farmi credere che tutto questo ti preoccupa davvero, o che avrà qualche effetto tangibile sulla tua vita?"

Mario resta in silenzio. "No. In realtà non me ne importa niente."

Pierfranco sospira. "Benvenuto nel club, allora..."

Mario annuisce lentamente, si fruga in tasca ed estrae una boccetta di vetro. "Serenase gocce", recita l'etichetta. Mario mette la mano a conca, comincia a contare le gocce. Una, cinque, sette... perde il conto. Decide di abbandonare la posologia tradizionale e si attacca con la bocca alla boccetta. Ne prende una sorsata. Fa schioccare la lingua qualche volta, si lecca la mano, poi si rimette il Serenase in tasca. Fa schioccare le ossa del collo, poi si stende, cercando di rilassarsi. L'inquietudine che campeggia sul suo volto da' l'impressione che il farmaco non abbia ancora fatto effetto. O forse l'effetto che Mario cercava era proprio quello.

Giovanni osserva la scena, ghigna e poi torna ad armeggiare all'autoradio.

Musica elettronica. I cinque dell'auto si destano all'improvviso dal loro torpore.

Fissano l'apparecchio ad occhi sgranati.

 

 

" ...die fahrbahn ist ein graues band, weiße streifen, grüner rand..."

 

 

È un attimo. Giorgio porta il volume al massimo possibile. Giovanni ha un'espressione eccitata sul volto, fanatica quasi. Mario comincia a singhiozzare ad occhi chiusi, rumorosamente. Marco si abbandona ad un mugolio indistinto. Pierfranco perde definitivamente il controllo e comincia a ridere nervosamente, senza riuscire a trattenersi. Giorgio preme sull'acceleratore. La Tipo sale di giri con un ululato da bestia sofferente. Il motore urla impaurito. La velocità sale, e parecchio.

 

Giorgio prende a spegnere ed accendere i fari. Li spegne, poi dopo una decina di secondi li riaccende. Ad ogni nuovo lampo di luce i cinque si aspettano di veder spuntare qualcosa in mezzo alla strada. Qualcosa che freni definitivamente la loro corsa impazzita. Ogni volta che Giorgio fa scattare i fari, Giovanni urla "VAI!". La tensione all'interno dell'abitacolo cresce in maniera esponenziale ad ogni nuovo "VAI!". Sono ormai cinque minuti che questo giochetto va avanti. Fino ad ora la strada è stata un lungo, dritto nastro d'asfalto. E se ci fosse una curva?...

 

Al cinquantesimo "VAI!", la curva si materializza davvero. È ad una settantina di metri. Giorgio inchioda, sterzando con tutta la potenza che le sue grosse braccia pelose riescono a generare. Se finiscono nel fosso sono morti. Il pensiero li sfiora tutti e cinque, ma in realtà non sembra preoccuparli granché. Le gomme hanno cominciato a slittare. Il fosso è sempre più vicino.

 

Con una manovra al limite del sovrumano, Giorgio riesce a rimanere in carreggiata e a riprendere una traiettoria sicura, sfiorando il canneto e le acqua fetide per pochi centimetri.

 

La macchina è ormai in quinta a pochi chilometri orari, tossisce, arranca, si spegne. La musica svanisce. Giorgio rimane con le mani incollate al volante, Giovanni a bocca aperta, gli altri tre non si sono pisciati nei calzoni ma poco ci è mancato. Giorgio si passa le mani sulla faccia. Sussulta, come per trattenere un conato di vomito. Poi gira la chiave. La Tipo si mette di nuovo in moto con la stessa svogliatezza di quando erano nel parcheggio dell'Arci. L'eccitazione è sparita dalle facce dei passeggeri. È di nuovo tutto come prima. Noioso, mortalmente noioso.

 

Giovanni accende di nuovo la radio. I Kraftwerk sono spariti. Dopo un po' di ricerca, e dopo altre voci lamentose che parlano di guerre, religione e carestia, altra musica elettronica.

"Chi è questo? Jarre? Sì, è Jarre. Questa è Equinoxe, o cosa?..." fa Marco speranzoso.

"Non è Equinoxe. È Oxygène." risponde Pierfranco triste.

"E allora fanculo anche Jarre", sentenzia Giovanni. Mario si lascia andare ad un "uh-uhm" di approvazione. Giovanni spegne la radio.

 

Campagna. Quattro e venti del mattino.

"Devo pisciare. E devo anche buttare giù qualcosa. Non ne posso più di guidare" annuncia perentorio Giorgio.Silenzio assenso degli altri quattro.

Giogio individua il luogo idoneo alla sosta in un ampio spiazzo vicino ad un campo, sul bordo della strada. Parcheggia la Tipo, apre la portiera ed esce. Gli altri seguono a ruota, tranne Mario che rimane seduto al centro del sedile posteriore. Giovanni apre il bagagliaio, rovista un po' e tira fuori cinque bottiglie di birra. Le apre e le distribuisce in giro. Poi si siede sul cofano della vettura, a gambe incrociate.

 

Davanti a loro c'è un immenso campo avvolto in una bassa nebbia stagnante. Della luna si è ormai persa ogni traccia, magari è nascosta da qualche nube o magari anche lei si è arresa alla noia e ha deciso di andarsene a morire in qualche angolo di cielo solitario. Pur non essendoci una luce artificiale per chilometri, di stelle nel cielo se ne vedono pochissime. Quelle poche che si vedono sono del tipo agonizzante, lontanissime e fioche, già morte da migliaia di anni e la cui luce ci arriva solo adesso. Che inutile stronzata, pensa Giovanni, molti di quegli stupidi puntini sono morti da un casino e la cosa migliore che gli sia venuta in mente di fare è farci arrivare la loro immagine con secoli di ritardo, come se potessimo attualmente fare qualcosa per salvarle. Ma siamo troppo lontani, non possiamo in alcun modo salvare una stella morente e sopratutto, anche se potessimo, non ce ne importerebbe un cazzo. Inutili sassi luccicanti. E la Moretti che sto bevendo è calda, fa ancora più schifo del normale.

 

Giorgio ha appoggiato la sua birra vicino alle ruote della Tipo, e adesso si è allontanato di una decina di passi per pisciare. Marco se ne sta appoggiato alla vettura, testa bassa. Fuma una sigaretta, e sembra immerso nei suoi pensieri. Pierfranco è seduto per terra, qualche metro più avanti. Canticchia fra sé e sé:

 

"... mai mai mai capirai, cosa penso e cosa faccio

mai mai mai capirai, perché ho i tagli sopra un braccio..."

 

Canticchia e mima una linea di basso nell'aria. Ma neanche questo sembra dargli soddisfazione. Dopo un minuto o poco più smette, e torna silenzioso. Giorgio intanto ha finito di pisciare. È tornato a prendere la sua birra. Ha una brutta cera.

 

"Come ti senti?" gli fa Giovanni senza guardarlo.

"Di merda. Deve essere la birra, o la stronzata che abbiamo fatto prima in auto, o la roba che ho preso prima di partire. Mi brucia lo stomaco. Forse ne ho prese troppe, di quelle pasticche."

"Vomita, se ti fa sentire meglio. O calati qualcos'altro. Dovremmo avere ancora qualcosa in bauliera. Tanto qui nessuno verrà a romperci l'anima. Siamo in un posto dimenticato da Dio. Fatti di roipnol, o sparati un acido. Qualsiasi cosa e qualsiasi stato alterato di coscienza sono meglio che vedere questo panorama di merda."

"Non lo so. Erba? Ne abbiamo?"

"Qualche grammo di fumo soltanto. Altrimenti abbiamo anche del litio. Magari quello ti aiuta a tranquillizzarti."

Giorgio resta per qualche momento immobile, pensoso. Poi si allontana a passi strascicati, si inginocchia e vomita copiosamente. I suoi rantoli echeggiano nell'aria immobile della notte.

"Tanti auguri e felicità..." mormora Giovanni, prima di alzare la sua bottiglia come per brindare al gesto di Giorgio.

 

Marco intanto si è tirato su la manica della felpa. Si osserva il braccio sinistro. Prima che possa dire qualsiasi cosa, Mario gli risponde da dentro la macchina.

"Non ci pensare. Non ora, non qui. Se qualcosa vai storto e finisci in overdose ci tocca lasciarti a morire come uno stronzo qualsiasi. Con questo non voglio dire che tu non sia una stronzo qualsiasi, proprio come tutti noi. Ma forse, e dico forse, mi dispiacerebbe lasciarti a crepare sul bordo di un campo di merda. Senza contare che tua madre comincerebbe a chiedermi che fine hai fatto, e anche gli sbirri, e io non saprei proprio cosa cazzo dire. E poi domani è venerdì, è il giorno del tuo giretto settimanale al SERT. Il giorno del metadone. Fatti un'altra sigaretta, vai."

Marco lo fissa per qualche secondo, poi annuisce con aria triste. Si tira giù la manica e si accende un'altra sigaretta.

 

Campagna. Cinque e ventisette del mattino.

Giorgio siede al posto di guida, sognante. I cinque sono ancora sul bordo del campo. Giorgio alla fine si è fatto una canna, e sembra essersi tranquillizzato. Marco ha buttato giù un po' di litio ed è riuscito a scacciare per qualche ora il demone dell'eroina. Dorme nel sedile posteriore. Accanto a lui anche Mario dorme. Si è fatto un'altra sorsata abbondante di Serenase. Giovanni è ancora seduto sul cofano. Osserva i tre con un mezzo sorriso. Pierfranco è in piedi, a braccia conserte. Anche lui osserva i tre.

 

"Guardali." sussurra Giovanni. "Sono tutti saliti sul treno per il meraviglioso mondo dei sogni dei tossici. Giorgio ha un'espressione tranquilla. Magari sogna di essere Maciste in qualche stupida battaglia di proporzioni epiche. Magari adesso si sta pestando con Ercole, o sta assediando qualche città dal nome cretino, o magari ancora è finito all'Inferno e sta andando ad infilare il piede su per il culo di Satana. Forse la parte della battaglia è già finita e adesso è nella sua tenda con trenta concubine. Chi lo sa. Magari nei suoi sogni Maciste è finocchio, e lo sta prendendo dal demonio in persona. Qualunque sia lo scenario, sembra che se lo stia godendo."

Pierfranco ride. Osserva per qualche secondo Mario, poi commenta.

"Mario mi sembra leggermente a disagio. Magari gli è presa male e sogna di essere in quel film di Pasolini."

"Salò?"

"Sì, quello. Magari in questo momento è costretto a mangiare la merda, o i fascisti lo stanno frustando a sangue. A meno che non sogni di essere uno dei gerarchi. In quel caso, conoscendolo, si sente ancora peggio. Preferirebbe mangiare i chiodi, piuttosto che anche solo sognarsi di essere una camicia nera."

Giovanni ride. "Pensa, Piero, magari invece sta sognando sì Salò, ma mescolato a qualcos'altro. Magari al posto dei gerarchi ci sono i Kraftwerk. Magari lo frustano a tempo di Radioaktivität. Pensa a quanto sarebbe scenografico. O altrimenti gli hanno strappato le gambe e gli hanno saldato dei cingoli. Forse sta diventando un robot, nel suo cervello. Per lui sarebbe il migliore dei mondi possibili. Un robot non diventa un tossicodipendente. Al limite si fa un olio minerale di tanto in tanto, ma poi finisce lì."

 

Si fissano negli occhi, poi ridono entrambi. Quando gli eco delle risate si spengono, fissano Marco. Marco dorme, e sembra tranquillo. All'apparenza.

"E di lui, che mi dici?"

Giovanni sbuffa. "Non lo so, Piero. Marco è un eroinomane. Di quelli grossi, pure. Non vorrei trovarmi nel suo cervello per niente al mondo. Spero solo per lui che il litio lo abbia calmato. Nel peggiore degli scenari possibili, in questo momento sta affogando dentro ad una siringa. O lo stanno sciogliendo su un cucchiaino. O forse è già morto, e adesso vede la sua autopsia in diretta. È sdraiato su un lettino all'obitorio, e due tizi lo stanno aprendo come una scatola di tonno per vedere quanta merda ha dentro. Magari è già finito all'Inferno, ed ha incontrato Giorgio. Se invece il litio ha funzionato, allora è in una stanza bianca, asettica, con un neon che ronza discreto. Non c'è niente attorno a lui per chilometri, la stanza è grossa come dieci cattedrali. Anche la sua testa è vuota. Questo per lui sarebbe un sollievo enorme."

"Forse è tranquillo, ma in un altro senso. Magari è diventato il segnale di un oscilloscopio. Magari in questo momento Marco è una sinusoide che ronza felice."

"Lo spero. Forse invece è un segnale radio che viaggia nello spazio. Attraverso le immensità del niente, e c'è una vista fantastica. Miliardi di stelle, soli, cazzi assortiti. Sempre meglio del cielo che c'è qui stanotte, questo è certo."

 

Pierfranco fissa Giovanni per qualche secondo. "Non lo so, Giovanni. Te l'ho ripetuto mille volte, secondo me dovresti fare lo scrittore. O il musicista. O qualcosa del genere. Ti vengono sempre delle idee così brillanti."

"Quando la qualità media delle idee che senti ogni giorno è al livello dei liquami industriali, anche un'idea mediocre ti sembra un capolavoro del cazzo. Ti senti il J. D. Salinger dei pezzenti."

Pierfranco annuisce lentamente. Si siede sul cofano accanto a Giovanni. Tira fuori una canna dalla giacca di pelle.

"Ci facciamo un giro anche noi? Poi più tardi chiamiamo gli altri e decidiamo che fare della giornata."

Giovanni annuisce dolcemente. Cominciano a fumare.

Nessun segno, neanche lontano, dell'alba.

 

Campagna. Sei del mattino.

Giovanni riapre gli occhi. Non si è mai addormentato. Ma non si sente stanco. L'effetto del fumo comincia a scemare. Si sente bene. Il cielo all'orizzonte comincia a rischiararsi. Sono parcheggiati esattamente verso est. "Precisi come un neurochirurgo del cazzo", pensa Giovanni.Si passa una mano sul cranio rasato. Non sa se svegliare gli altri o lasciarli per un altro po' nel loro torpore. Accanto a lui Pierfranco è rannicchiato sul cofano. Sembra la vittima di un incidente stradale.

 

"Magari sogna di essere nella basilica di Santa Sofia a Istanbul. Magari invece sogna di essere in metropolitana. Boh. Non posso certo entrargli in quella testolina del cazzo per scoprirlo."

Sorride. Si alza in piedi, e nonostante sia restato ore perfettamente immobile le gambe non gli danno il minimo disturbo. Si mette a pisciare. Mentre è lì nota una Moretti abbandonata, la prende e la finisce. Si chiude la zip dei pantaloni, torna alla macchina. Adesso si intuisce chiaramente dov'è che spunterà il Sole.

Gli salta in testa, non sa neanche lui perché, When the levee breaks dei Led Zeppelin. Lo prende per qualche momento la malinconia. Si sente un peso all'altezza della bocca dello stomaco. 

 

"Il Sole sorgerà anche oggi, e al Sole di noi poveri bastardi non gliene frega niente. Non gliene frega niente di me, di Piero, di Marco, Mario o di Giorgio. Siamo abbandonati a noi stessi, abbandonati ai nostri cazzi, l'Universo intero se ne fotte, le stelle bruciano, tutto continua ad andare avanti come niente fosse, le guerre continuano a scoppiare in continuazione, la gente si spara, si impicca, si taglia le vene, si fa saltare per aria e a nessuno importa niente. Potevamo finire in un fosso e crepare come degli idioti stanotte e il massimo che ci sarebbe spettato sarebbero stati un trafiletto nella cronaca nera e due o tre mazzi di fiori posati sulla curva. Hemingway lo ricordano ancora oggi, di noi si ricorderebbero giusto gli agenti del fisco e nessun'altro. Ci è toccata un'esistenza insignificante, fatta di noia, e alla fine moriamo soli."

 

Giovanni fissa l'orizzonte. Il Sole, il vecchio stronzo bollente, fa capolino all'orizzonte.

 

"Ma forse un'esistenza del genere tocca a tutti, alla fine. Magari anche Hemingway pensava le stesse cose che penso io, prima di aprirsi la testa a doppiettate. C'è qualcosa di consolatorio in questa prospettiva, anche se non riesco ad inquadrare con precisione cosa."

 

Si gratta il culo, poi torna a sedersi sul cofano della macchina.Campagna. Sei e trentuno del mattino.Ad uno ad uno, gli altri componenti del gruppo si svegliano. Sbadigli, stropicìi d'occhi, colpi di tosse. Giovanni ha inforcato gli occhiali da sole. Salta in piedi, ghignante.

"Sveglia, bellezze! Il Sole ha ricominciato a rotolare nel cielo, e noi non siamo morti! Consideratela una vittoria. Propongo di andare a farci una colazione da qualche parte, e poi sarete liberi di pensare a come riempire l'ennesima pallosissima giornata."

 

Giorgio si passa le mani nei capelli, sugli occhi, sulla barba."Mi sento delle occhiaie terrificanti."

"Hai delle occhiaie terrificanti, effettivamente."

"Porca miseria. Almeno tu, Giovanni, le hai sempre le occhiaie terrificanti. Hai la faccia talmente scavata che sembra che ti ci abbiano infilato un martello pneumatico. Per te è normale."

"Lo prendo come un complimento, tesoro. Avanti, ragazzine. Pisciate se dovete, e se ce l'avete duro evitate di toccarvelo troppo. Non voglio che qualcuno si faccia una sega nella stessa macchina in cui sono io."

 

Risate stanche si alzano dall'abitacolo. Dopo pochi minuti, i cinque sono di nuovo in movimento.

 

"Dove andiamo a fare colazione?"

"Se non ricordo male, dietro quella collina lì c'è un paesino. Hanno un fornaio discreto."

"Ottimo. Set the controls for the heart of the sun, dunque. Vamos!"

 

Il paesino è ancora immerso nel sonno. I cinque siedono al tavolino di un bar. Hanno preso un paio di cornetti a testa. Pierfranco sta bevendo un succo d'arancia, Marco ha preso dell'acqua. Gli altri caffè.

 

"Allora," esordisce Giovanni, "che cosa fate di bello oggi?"

Marco risponde per primo. "Io mi faccio scendere al SERT, se non vi dispiace. Poi da lì torno a casa da solo, abito vicino. Penso che dormirò."

Giorgio annuisce. "Anch'io penso che dormirò. Prima però mi faccio una cacata di quelle colossali."

Mario sembra pensoso. "Io oggi dovevo vedere la ragazza che ho conosciuto l'altra sera al concerto. Uscivamo per prendere un caffè. Penso che cercherò di riposarmi qualche ora, prima."

Giovanni gli batte sulla spalla, sorridente. È sinceramente contento per lui. Non capita tutti i giorni. Mario sente che Giovanni non lo sta sfottendo, e gliene è grato. Gli sorride di rimando.

"Piero, se oggi provassimo a farci un giro all'Università? Dovrei avere uno o due corsi nel pomeriggio."

"Mmh. Sì, direi che ci può stare. Ma sentite un po', avete qualche progetto per stasera? Perché oggi è venerdì, e oggi comincia la Festa dell'Unità. Che ne dite?"

"Ottimo! Vino, compagni e canti popolari! Non avrei saputo chiedere di meglio. Al limite dopo andiamo a farci un giro per Reggio e ci cerchiamo un locale dove suonino dal vivo. Punk, elettronica, qualcosa." fa Giovanni tra un tiro e l'altro di sigaretta.

"Per me va bene. Adesso, se abbiamo finito, ci dirigiamo verso casa? Non vorrei addormentarmi alla guida. Non ci siamo ammazzati ieri sera, mi dispiacerebbe morire oggi."

"Certo, Giorgio bello. Avanti, ragazzi. Muoviamoci da qui."

 

I cinque si dirigono verso la Tipo, barcollanti ma tutto sommato felici. Forse felici è una parola grossa. Non eccessivamente tristi, forse.

Giovanni accende la radio.

 

"... bombardieri dei paesi NATO dispiegati durante la notte... attaccati i primi bersagli degli insorti... i primi report parlano di un numero di vittime nell'ordine delle..."

 

Giovanni spegne la radio. Da qualche parte, qualcuno sta peggio di loro.

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