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Il Giro d'Italia di Dylan

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Buongiorno / pomeriggio / sera / notte a tutti

^^ Eccovi la grande storia del Giro d'Italia di Dylan, il lungo viaggio che un ragazzino milanese deve compiere per riuscire a diventare, un giorno, un bravo Allenatore di Pokémon. Buona lettura!

Il Giro d'Italia di Dylan

Capitolo 1: La partenza

Stavo volando. Su un Charizard, un magnifico esemplare di Charizard. Un dragone maestoso, grande, imponente, bellissimo, superbo, con un aspetto fiero stampato sul volto e una fiamma lucente sulla punta della coda. Rimanevo estasiato, steso a pancia in giù sulla morbida pelle del mio Pokémon, di un vivido colore arancione. E volavo, volavo felice, ancora più in alto del sole, perdendomi nell'immensità del cielo, con il vento che mi sferzava la faccia e mi scompigliava i capelli, facendomi sentire parte integrante di quel mare di vento, come se fossi fatto di pura aria. E Charizard condivideva le mie stesse emozioni, si beava di viaggiare in quello spazio astrale che non finiva mai, sentendosi leggero e pieno di gioia, di una gioia mai vista prima...

Improvvisamente una candida nuvola apparve davanti a noi. E il dragone vi si immerse, e io mi sentii ancora più estasiato, circondato da una candida sensazione di freschezza, mentre davanti vedevo solo bianco su bianco...

"SVEGLIAAAAA!!!"

Dylan sobbalzò e aprì gli occhi di scatto, con un tuffo al cuore.

"Alzati, idiota! È la quarta volta che ti chiamo! Va' a fare colazione prima di fare ritardo dalla Professoressa Stud!" Urlò la voce di prima.

"Si, mamm..." Biascicò Dylan, con fare assonnato.

"Ti aspetto in cucina. Vedi di muoverti o i Pokémon migliori se li prenderanno gli altri. Ti ricordo che non sei l'unico aspirante allenatore qui!"

"Si, si, vengo..." rispose, allontanando da sé le coperte del suo letto.

Dylan si alzò, pensando ancora al suo sogno. Un sogno fantastico dove volava su un Charizard. Era davvero realistico, ma purtroppo per il ragazzo si trattava soltanto di una visione notturna, anche se sperava ardentemente di poterlo realizzare un giorno o l'altro. "Che diamine, però, c'era bisogno di svegliarmi in quel modo? Era un sogno così bello..." pensò Dylan, seccato.

Ma Laily, la mamma, aveva i suoi buoni motivi per farlo tornare così brutalmente con i piedi per terra. Da qualche giorno, infatti, la Professoressa Stud, uno dei maggiori studiosi Pokémon dell'Italia, era tornata con una sfilza di nuovi mostriciattoli appena catturati. Queste creature misteriose erano state catturate durante l'ultimo viaggio della professoressa affinché quella mattina venissero distribuite ai ragazzi di Milano che, per la prima volta, aspiravano a diventare degli Allenatori di Pokémon. Tutti i bambini, una volta superata la scuola per allenatori, a dieci anni ricevevano in dono il loro primo Pokémon e con esso partivano per l'Italia allo scopo di sconfiggere i migliori allenatori del Paese, i Capipalestra, per poi puntare ancora più in alto e battere la Lega Pokémon, ottenendo così il titolo di Campioni. Dylan, ovviamente, non faceva eccezione, tuttavia aveva deciso di continuare a frequentare la scuola per allenatori per altri due anni, in modo da approfondire ancora di più le sue conoscenze sui Pokémon. Così quel giorno, dopo dodici lunghi anni di attesa, Dylan era finalmente pronto per intraprendere il suo cammino da Allenatore.

Dylan si mise davanti allo specchio che aveva in camera sua per ultimare i preparativi del grande giorno. Lo specchio riflesse un ragazzino di statura media, né magro né robusto, dai capelli scuri appena tagliati, con una maglietta rossa, un paio di jeans azzurri sbiaditi, un gilet blu scuro, scarpe da ginnastica, orologio analogico. "Ci siamo!" Si disse Dylan, emozionato, prendendo il suo zaino da viaggio. Non vedeva l'ora di partire per la sua avventura.

"Ciao mamma, ciao papà! Vado!" Esclamò il ragazzo avvicinandosi alla porta di casa.

"Ehi, aspetta!" rispose Laily, andando incontro al figlio insieme al marito, Frank. "Parti via per un viaggio lunghissimo senza sapere né se né quando tornerai e ci saluti così?"

"Emh... scusate" fece Dylan, imbarazzato.

"Lasciati abbracciare, amore" disse la mamma, stringendolo a sé "Oh, finalmente anche tu parti con i Pokémon! È meraviglioso! Mi sembra di tornare bambina!"

"Buon viaggio e buona fortuna, Dylan. Goditi la tua esperienza! Sono sicuro che ce la farai!" augurò Frank con orgoglio, battendogli una mano sulla spalla

"Oh, è bellissimo! Dylan, tesoro, stai attento! Non parlare con gli sconosciuti. Non farti mettere i piedi in testa dagli allenatori più grandi, dimostra loro chi sei! Non buttare via subito tutti i soldi che hai, spendili con saggezza. Tratta bene i tuoi Pokémon e considerali amici, non schiavi come fa certa gente. E, mi raccomando..." incalzò Laily, interrotta dal marito, che continuò: "Beh, le solite raccomandazioni le sai. Ora vai altrimenti si fa tardi."

"Emh, si. Vado. A presto! Tornerò a salutarvi qualche volta!" concluse Dylan, abbracciando i suoi genitori per poi uscire di casa.

La giornata era splendida. Il tiepido sole primaverile infondeva un calmo tepore nel cuore della gente, quel giorno, quasi come se stesse invitando anche i grandi a seguire i bambini, imbracciare gli zaini e partire per la loro avventura. Salutando per l'ultima volta i suoi genitori, Dylan si avviò per la città di Milano in cerca del laboratorio Stud. L'aria era fresca ma la città era così affollata, quel giorno, che le macchine strombazzavano da tutte le parti, in pieno contrasto con la poetica tranquillità del giorno. Dopo un quarto d'ora di cammino, Dylan scorse il laboratorio. Era un edificio alto e largo come un negozio e pieno di vetri, tuttavia quella mattina era riconoscibile non tanto per l'aspetto ma per la folla di bambini eccitati e impazienti ammucchiati all'ingresso. "Oh, no! Devo sbrigarmi prima che mi freghino il Pokémon!" Pensò Dylan, correndo in mezzo alla folla, cercando una qualche scusa per avanzare in quella calca. Era incredibile vedere tutta quella gente in attesa davanti all'edificio che parlava, gridava, sgomitava e si alzava in punta di piedi per vedere cosa succedeva. Incredibile per due motivi: uno, il laboratorio era aperto da meno di cinque minuti; due, quei ragazzi che facevano a gara per entrare per primi erano gli stessi che durante i giorni di scuola entravano in classe con almeno dieci minuti di ritardo inventandosi le scuse più banali per giustificare la loro mancata puntualità. Eppure eccoli lì, tutti i ritardatari delle scuole, puntualissimi come un orologio, piazzati davanti al laboratorio in attesa di avere il loro animaletto.

Il tempo passava e Dylan era sempre più agitato perché non voleva perdere il suo Pokémon preferito per uno stupidissimo minuto di ritardo. Erano anni che sognava di possedere un Charmander e ora che ne aveva la possibilità non poteva sopportare l'idea che uno dei ragazzini davanti a lui potesse essere l'acquirente dell'ultimo Charmander disponibile del laboratorio. Quella specie di Pokémon era rarissima e non tutti potevano permettersela. Finalmente, mentre la massa di bambini davanti a lui diminuiva a poco a poco, ecco che venne il suo turno e, con un misto di impazienza, eccitazione e timidezza, Dylan entrò nel laboratorio.

L'interno era un locale tutto bianco con diversi macchinari e computer. Era composto da una stanza grande centrale circondata da altre camere più piccole, ma al momento sembrava che tutto il personale lavorasse nella sala principale, chi ad analizzare qualcosa, chi a sistemare oggetti, chi a scrivere, chi a fare altro. La Professoressa Stud, seduta davanti ad un tavolo al centro della stanza, vedendo un nuovo ragazzino dentro il suo ufficio, sorrise e gli andò incontro, esclamando: "Benvenuto, ragazzo! Questo è il mio laboratorio. Mi presento: sono Bookie Stud, dirigente di questo laboratorio di ricerca per Pokémon nel quale io e i miei assistenti ci occupiamo di studiare i Pokémon di questo mondo!"

"Emh... Salve, Professoressa. Sono Dylan Fortress ed è la prima volta che entro qui. Sono venuto per ricevere il mio primo Pokémon e..." iniziò Dylan, arrossendo.

"Tranquillo, non c'è bisogno di essere così agitati" disse la professoressa, incoraggiandolo. "Vieni, ti faccio vedere i Pokémon che ci sono. Scegli pure con comodo." continuò, mentre accompagnava il ragazzo verso il tavolo al quale era seduta prima. Sul tavolo erano posizionate tante sfere diverse, bianche e rosse, ognuna sopra un foglio di carta che conteneva le informazioni sui Pokémon contenuti in esse. Dylan guardò meravigliato il tavolo pieno di capsule cercando tra di esse quella che conteneva il suo Pokémon preferito, sperando ardentemente che non sia stato già scelto.

"Avanti, scegli la tua Pokéball!" lo esortò la professoressa "Scegli con saggezza, una volta preso un Pokémon qui non potrai tornarlo indietro!"

"Si, si... Ecco!" esclamò Dylan, prendendo in mano una delle Pokéball in prima fila. Il foglio sotto di essa aveva l'illustrazione di una piccola salamandra tozza di colore arancione con la pancia gialla e gli occhi grandi. "Charmander, eh?" disse la signora "È molto raro. Viene chiamato Pokémon Lucertola ed è di tipo Fuoco. Sicuro che vuoi averlo con te?"

"Si!" rispose Dylan senza esitazione.

"Bene. Sei pronto? Ricordati che i Pokémon non sono giocattoli. Hanno una loro vita e una loro mente e allevarli comporta una grande responsabilità per l'Allenatore. Sei pronto per assumerti questo dovere?"

"... si." rispose nuovamente Dylan, dopo una breve riflessione.

"D'accordo. È tuo. Tieni!"

"...G-Grazie. Grazie davvero!" ringraziò Dylan, con gli occhi lucidi per la felicità.

"Non devi ringraziarmi! Vedi di trattarlo bene, però. È schivo per natura. E poi mi ci è voluta una giornata intera per catturarlo, non fartelo scappare!" Concluse la professoressa.

"V-Va bene... Grazie ancora..." disse il giovane, allontanandosi.

"Ehi, non vorrai mica andartene senza questi!" risprese la signora Stud

"Eh? Ah, si... è vero..."

"Tieni, tutti gli allenatori ce li hanno. Queste cinque sfere Poké sono indispensabili. E tieniti anche il Pokédex!"

"Oh... grazie... wow!" esclamò il ragazzo, sorpreso. Aveva per le mani un Pokédex, una specie di computer che funzionava da enciclopedia Pokémon portatile. Bastava digitare il Pokémon desiderato o puntare l'aggeggio contro di esso e subito il Pokédex forniva moltissime informazioni utili sul Pokémon selezionato. Un allenatore non poteva pensare di andare oltre casa sua senza uno strumento del genere e Dylan si stupì di essere stato così emozionato da dimenticarselo. Così, profondendosi in ringraziamenti e saluti, il ragazzo, diventato ormai un allenatore ufficiale, uscì dal laboratorio, pronto per iniziare la sua grande avventura.

Che ne pensate? La continuo?

Per continuare, però, mi servirebbe che tutti voi mi trovaste più sinonimi possibili dei verbi usati mentre si dialoga, dato che non posso ripetere sempre "disse", "disse", "rispose", "disse", "rispose", "disse", "rispose", "rispose" XD

Grazie dell'attenzione. Commentate in tanti, anche in negativo

^^

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Bello

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ecco il 2° capitolo. Buona lettura.

Il Giro d'Italia di Dylan

Capitolo 2: L'incontro

"Ehi, anche tu qui?" disse una voce. Dylan si girò per vedere chi aveva parlato e, diventando improvvisamente più serio, riconobbe tra la folla Boris, uno dei suoi compagni di classe più antipatici. Si era ritirato dalla scuola due anni fa dopo aver finito gli studi, tuttavia quell'anno non riuscì a trovare un buon Pokémon per iniziare il suo viaggio, così rimase ad aspettare il prossimo ritorno della professoressa Stud in modo che potesse trovare un compagno da viaggio all'altezza delle sue aspettative. Dylan sospettava, però, che quella del Pokémon era tutta una scusa: in realtà Boris voleva partire insieme a lui così avrebbe avuto moltissime occasioni per infastidirlo. "Non credevo che avresti avuto il coraggio di venire a prendere un Pokémon qui, Dylan. Non avresti fatto meglio a rimanere a studiare per altri due anni?" continuò Boris, senza neanche dare al suo interlocutore il tempo di parlare. "Scommetto che ti sei dovuto scegliere un Pokémon di seconda o terza mano, vista la tua solita fortuna" riprese.

"Sempre a dare fastidio, eh? Speravo di non incontrarti più dopo la scuola, sai?" rispose Dylan, seccato.

"E perché mai? Io sono contento di vederti, sei sempre stato la mia vittima preferita!" disse il ragazzo, divertito. "Sei riuscito a trovare un Pokémon decente lì dentro o erano già finiti?" continuò.

"Fammi passare, Boris, stiamo bloccando il passaggio!"

"Non me ne vado finché non mi dici che Pokémon hai preso!".

Dylan sapeva che il bulletto voleva conoscere il suo Pokémon solo per poterne scegliere uno più forte del suo, perciò non rispose e cercò di andarsene facendosi spazio tra la folla.

"Ehi, dove vai? Ti ho fatto una domanda!" esclamò Boris, raggiungendolo.

"Levati!"

"Che maleducato che sei! Rispondimi, non te lo rubo mica!"

"Ho preso Charmander, va bene? Ora cacciati che c'è gente che deve passare." rispose esasperato Dylan, pentendosi di aver fatto nomi.

"Charmander? Bah, potevi prendere di meglio. Possibile che ti sia accontentato di una semplice lucertola? Perché non ne hai preso uno più utile?"

"Hai finito?"

"Si, si, OK, ho finito... Addio, e vedi di non andare a fuoco che già hai una testa calda di tuo!" gridò Boris, sparendo tra la folla. Dylan, arrabbiato, corse nella direzione opposta del laboratorio della professoressa, sperando di non avere più tra i piedi un impostore del genere. Era già stato tanto il fatto di avercelo avuto come compagno di classe e non voleva proprio incontrarlo nuovamente anche durante il suo viaggio. Decise di non passare da casa sua e di partire per la sua strada sia perché aveva già salutato abbastanza i genitori sia perché era probabile che di lì passasse anche il suo compagno, dato che abitava da quelle parti.

"Ora si prenderà un Pokémon di tipo Acqua" pensò Dylan. "Fa sempre così, cerca sempre di partire avvantaggiato rispetto agli altri e dato che Charmander è di tipo Fuoco e l'Acqua batte il fuoco quel bullo si prenderà uno Staryu o uno Squirtle o qualcun'altro che sappia sparare acqua. Ma gliela farò vedere io, altroché!". Dylan, infatti, in quei due anni di scuola in più, approfondì non tanto l'allevamento dei Pokémon né tantomeno la sua cultura generale su questi animali particolari. Studiò, invece, le materie scientifiche e le tecniche di lotta, convinto che una mente fantasiosa come la sua unita alle sue conoscenze sul mondo lo potesse aiutare a superare qualunque ostacolo. Dylan non aveva mai amato la forza bruta come molti dei suoi coetanei. Al contrario, riteneva che le lotte tra Pokémon non fossero delle dimostrazioni di forza né tanto meno un modo per dimostrare la propria superiorità. Le considerava delle pure competizioni amichevoli nelle quali ogni allenatore cercava di comprendere meglio i propri alleati Pokémon e reagire di conseguenza, lavorando soprattutto con la testa, senza lanciarli nella mischia come fanno molti bambini incoscienti che si reputano allenatori senza neanche avere idea di quanto sia gravoso il loro compito. "Che si faccia pure una squadra intera di Pokémon d'acqua, gli farò vedere cosa vuol dire essere un vero Allenatore con la A maiuscola!" esclamò tra sé.

Il sole era alto nel cielo e Dylan decise di fermarsi in uno spazzo brullo con poca erba appena fuori Milano. Sedendosi per terra sia asciugò la fronte imperlata di sudore e decise di collaudare i suoi regali. Così prese il Pokédex e selezionò la voce "Charmander". Subito lo schermo del marchingegno si illuminò mostrando una figura uguale a quella vista nel laboratorio, raffigurante una lucertola arancione con una fiamma sulla coda, mentre una voce meccanica uscì dal Pokédex citando molte informazioni sui Charmander: "Charmander, il Pokémon Lucertola. È in grado di sputare fuoco dalla bocca e i suoi artigli sono affilati, nonostante le dimensioni. Un Allenatore alle prime armi che decide di allevare questo Pokémon farebbe bene a trattarlo con i guanti di velluto! Anche se in realtà basta un paio di guanti qualsiasi, purché non prendano fuoco." aggiunse, notando l'espressione stranita di Dylan che non aveva mai avuto dei guanti di velluto in vita sua. "Andiamo bene..." pensò, mentre la voce continuava a snocciolare cose che Dylan aveva già studiato, come il fatto che la punta della coda è indice della sua salute e del suo umore e che non deve spegnersi per nessun motivo altrimenti rischia la morte. Dopodiché il Pokédex concluse citando le mosse che sapeva usare il Charmander di Dylan nelle lotte, ovvero Graffio e Ruggito. "Ok, può bastare. È ora di dare un'occhiata più da vicino al mio nuovo Pokémon!" Disse Dylan, chiudendo il Pokédex e prendendo la Pokéball del suo nuovo amico dalla tasca. La sfera era morbida al tatto ed era ricoperta di gomma. Premendo un pulsante azzurro al centro di essa, Dylan la aprì gridando: "Charmander, vieni fuori!".

Un raggio di luce rossa uscì dalla Pokéball zigzagando producendo un sibilo simile a quello delle bevande gassate che si agitano, dopodiché il laser prese forma disegnando la sagoma di un Charmander, fino a far apparire la creatura in carne ed ossa. Dylan era emozionato: per la prima volta aveva un Pokémon tutto suo. Prima di quel momento solo a scuola gli era permesso di richiamare dei Pokémon ed era sempre controllato a vista da un'insegnante. Ma stavolta era solo, a tu per tu con il suo nuovo compagno di avventure, senza nessuno che gli dicesse come o cosa fare, libero di decidere quello che voleva, pronto a stringere una nuova, grande amicizia. La prima di una lunga serie.

Come vi sembra? Non esitate a commentare, posso migliorare solo se me lo dite voi!

:)

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Bella, aspetto il prossimo capitolo, solo una domanda, puoi scrivere un pochino più grande?

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ma è la scrittura normale del forum, com'è che non la leggi?

P.S.: editato il titolo del capitolo. Scusate per prima ^_^;

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Ho appena finito di leggere questi 2 capitoli e mi sembrano stupendi! Scrivi davvero benissimo, al contrario di molti altri! Comunque, ti posso assicurare che ripetere espressioni come "disse" o "rispose" va benissimo, quindi non c'è bisogno di trovare sinonimi.

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grazie, ora sto leggendo la fan fiction di Snorlite, magari oggi pomeriggio faccio il terzo capitolo

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Non male come fic, è pure scritta bene. Continua così!

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grazie. Se avrà successo si prospetta che sarà piuttosto lunga, dato che voglio essere più realistico possibile

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Salve. Scusate il doppio post e, soprattutto, scusate se vi ho fatto aspettare così tanto. Ero fuori casa e quando ero qui non scrivevo, perciò il racconto si è fermato un attimo, ma ora posso continuare a scrivere. Eccovi il 3° capitolo.

Il Giro d'Italia di Dylan

Capitolo 3: Come parlare ai Pokémon

Dylan ammirò estasiato il suo nuovo Pokémon. Era la prima volta che vedeva un Charmander dal vivo: la scuola per Allenatori di Milano non ne aveva nessuno a Dylan desiderava possederne uno da quando vide la sua immagine sul suo libro di testo. E adesso, finalmente, ne aveva un vero esemplare davanti agli occhi. Ma per far sì che nasca un legame duraturo tra Allenatore e Pokémon bisogna fare amicizia, e questo Dylan lo sapeva bene. Perciò il ragazzo aspettò che Charmander finisse di guardarsi intorno e lo salutò: “Ciao!”.

Per tutta risposta il Pokémon lo scrutò attentamente. Il bambino continuò: “Sono Dylan, il tuo nuovo Allenatore. Vorresti venire con me?”. Charmander continuò a fissarlo con lo stesso sguardo di prima senza proferire parola. “Ok, sono stato un cretino. Ho iniziato male” pensò Dylan. “Cosa potrei fare per convincerlo? Non so nemmeno se mi capisce quando parlo...” si chiese da solo il ragazzo, notando che la lucertola si era messa a sedere per terra, sbuffando una leggera nuvoletta di fumo dalle narici. Mentre il giovane continuava a lamentarsi da solo sul fatto che a scuola nessuno gli aveva spiegato come si convince un Pokémon, tuttavia, Charmander si rizzò in piedi, allarmato. Il ragazzo, vedendo l’animale scattare in quel modo, si guardò intorno e sentì un rumore di passi, così richiamò il Pokémon nella sua Pokéball e rimase all’erta, cercando di capire chi stesse arrivando. Riconoscendo, però, un uomo in camice bianco in lontananza, si tranquillizzò e gli andò incontro.

“Scusami tanto” iniziò il signore, senza fiato. “È stato un... un errore. Scusa...”

“Si calmi, prenda fiato, non c’era bisogno di correre e stancarsi tanto. Mi voleva dire qualcosa?” disse Dylan.

“Si... Sono un assistente della professoressa Stud. Devo aggiustarti il Pokédex, scusa!”

“E perché? L’ho usato poco fa e funzionava benissimo!”

“Si, ma manca il Traduttore. È una funzionalità che permette di tradurre il linguaggio dei Pokémon.” spiegò l’assistente, svitando il Pokédex di Dylan e inserendoci un microchip. “Funziona così: devi inserire questo microfono in questa presa, selezionare la lingua del Pokémon con il quale vuoi dialogare, come ad esempio il canino o il felide, e poi parlare al microfono, così il Pokédex trasforma le tue parole in versi. Quando, invece, parla il Pokémon il suo messaggio appare scritto sullo schermo del dispositivo. Tutto chiaro?” concluse, riconsegnando il Pokédex al ragazzo.

“Si... ho capito. Grazie mille. Ma senza microfono non funziona? Voglio dire, se scrivo le mie parole senza parlare il messaggio viene tradotto lo stesso?”

“Beh, si, volendo lo puoi fare. È molto più lento come metodo ma funziona lo stesso.

“Meno male, così non devo fare la figura dell’intervistatore ogni volta!” pensò Dylan, prima di esclamare, felicissimo: “Oh, signor assistente, non so proprio come ringraziarla!”

“Ma figurati, non serve che mi ringrazi. Anzi, scusa se ti ho aggiunto solo ora questa funzione, avresti dovuto averla già installata.” rispose l’uomo. “Beh, è tutto. Se hai domande da fare chiedi pure, altrimenti me ne vado e ti lascio godere la tua avventura. Allora? Come ti sembra la vita da Allenatore?” continuò.

“Emh... veramente non ho ancora iniziato... Ho appena visto il mio Pokémon e poi è comparsa lei. Ma, se non sono inopportuno, potrei chiederle come potrei convincere un Charmander a partire con me?”

Allora l’assistente gli suggerì le parole adatte da usare, consigliandogli anche qualche promessa da non mantenere con la scusa che gli animali, non essendo intelligenti come gli uomini, ci sarebbero cascati di sicuro. Dylan non voleva mentire a un Pokémon poiché la scelta che avrebbe dovuto prendere Charmander riguardava la sua stessa vita, ma in ogni caso ringraziò calorosamente l’adulto e lasciò che si congedasse da lui. Dopodiché il ragazzo prese un bel respiro e fece uscire il Pokémon dalla sfera poké, il quale subito prese a scrutare l’ambiente cercando di capire cosa avesse causato il rumore di passi poco fa.

“Charmander, vieni qui!” iniziò il giovane. “Vieni qui!” riprese, vedendo che la lucertola lo guardava fisso senza muoversi.

“Andiamo bene, se non mi capisce neanche quando lo chiamo ne ho di strada da fare!” pensò Dylan, che provò a chiamare Charmander per la terza volta il quale, dopo un attimo di esitazione, si avvicinò. Sollevato, l’allenatore prese il Pokédex, ci attaccò il microfono e, notando che il Pokémon si era allontanato alla vista di quello starno aggeggio, gridò: “Fermo!”. La lucertola, sentendo la voce del Pokédex, si bloccò, girandosi a guardare il ragazzo con un’espressione sconcertata.

“Sono io, Dylan. Parlo la tua lingua grazie a questo macchinario” spiegò il giovane, riuscendo a tranquillizzare il Pokémon, il quale emise dei versi che il Pokédex tradusse con: “Cos’hai nelle zampe?”

“Zampe? Ah, no, si chiamano mani. Tranquillo, non voglio assolutamente farti del male.” rispose Dylan, emozionato per il fatto di poter parlare a un Pokémon.

“Ma che è quel coso?” insistette Charmander.

“Si chiama Pokédex ed è un libro elettronico che traduce il linguaggio umano in quello dei Po... degli animali” disse il ragazzo, fermandosi appena in tempo per non nominare la parola “Pokémon” e far arrabbiare il suo amico. Era sicuro, infatti, che se lo avesse chiamato in quel modo lo avrebbe offeso, dato che quella parola vuol dire “mostro tascabile”. perciò cambiò discorso e iniziò: “Charmander, devo parlarti.”.

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Allora: Fai capitoli davvero troppo lunghi l'ultimo non l'ho letto perchè mi annoiavo non perchè non scrivi bene ma perchè è lungo! Spezzettalo e lascia più suspance! Comunque bello!

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Veramente il terzo è più corto del secondo e del primo...

Dov'è di preciso che avrei dovuto lasciare più suspance?

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Veramente il terzo è più corto del secondo e del primo...

Dov'è di preciso che avrei dovuto lasciare più suspance?

In generale!

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Ma ancora non è successo niente, che suspance devo mettere?

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Allora: Fai capitoli davvero troppo lunghi l'ultimo non l'ho letto perchè mi annoiavo non perchè non scrivi bene ma perchè è lungo! Spezzettalo e lascia più suspance! Comunque bello!

Come fai a dire che i capitoli sono lunghi? Sono sicuramente meglio così che non quelli di 10-15 righe che ho visto in giro...

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Come fai a dire che i capitoli sono lunghi? Sono sicuramente meglio così che non quelli di 10-15 righe che ho visto in giro...

Certo, anche quelli sono "sbagliati". Ma io ho detto solo di accociarli un pò per rendere una cosa bella meno noiosa!

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Beh, se non riesci a leggere un racconto Pokèmon da una pagina e mezzo mi chiedo come tu possa fare i compiti di Storia / Geografia / Filosofia / Antologia / Latino / Letteratura / ecc. :P

vabbè, intanto ho fatto il 4° capitolo. Prendetevi un po' di tempo per leggerlo perché è lungo due pagine e mezzo di word, quanto il 1° capitolo.

Buona lettura ^^

Il Giro d'Italia di Dylan

Capitolo 4: Una difficile decisione

“Che vuoi?” domandò bruscamente Charmander.

“Beh, ecco... volevo farti una richiesta. Non so, forse... forse per te sarà difficile... forse...” fece Dylan. “No, basta. O parlo per bene o il Traduttore mi farà girare la testa!” si disse, accorgendosi che tutte le volte che si interrompeva il Pokédex gli faceva letteralmente il verso.

“Volevo chiederti se saresti disposto a viaggiare con me, Charmander.” pronunciò finalmente il giovane. “Ci divertiremo, esploreremo i luoghi più belli della Nazione!” aggiunse, prima di sentire il mugolio del Pokémon, che il Pokédex tradusse con: “Si, si, lo so dove vuoi andare a parare...”.

“In che senso?” chiese Dylan”

“Nel senso che so cosa volete da noi voi... umani, giusto? Si, voi umani. Ci fate fare la guerra! Ci fate ammazzare a vicenda!”

“Ma non è vero!” esclamò Dylan, colpito. Un inizio del genere non se l’aspettava per niente.

“Si, invece!” continuò Charmander, in tono sempre più acceso. “Ho visto altri della tua specie che costringevano alcuni animali a combattere e addirittura, se uno dei due moriva, l’altro era felice! Non negarlo!” proseguì.

“Non stanno così le cose!”

“Ah, no? E allora dove sbaglio? Dillo, avanti!”

“Noi umani non uccidiamo nessuno, anzi! Abbiamo dei centri medici costruiti apposta per voi!”

“Non ne avremmo bisogno se non ci facesse scannare a vicenda, razza di...”

“Ti ripeto che nessuno viene mai ferito così gravemente come dici tu! Le lotte tra animali sono delle competizioni, non delle battaglie. Sono solo semplici gare nelle quali ogni animale dimostra la propria forza e l’amicizia con il proprio Allenatore e viceversa, in modo che sia gli animali sia gli Allenatori migliorino le proprie capacità.”

“Chi sarebbe questo «Allenatore» di cui parli?”

“L’essere umano che tiene in custodia i propri animali. In questo caso, per esempio, io sono il tuo Allenatore, Charmander.”

“Oh, ma guarda! Voi esseri umani ci usate per fare delle lotte e vedere chi è il più forte, senza fregarvene minimamente di noi e del nostro dolore. Ma vi pare giusto? Noi animali siamo forse solo oggetti per gli Allenatori?!”

La risposta lasciò Dylan di stucco. Non avrebbe mai creduto possibile che un Pokémon potesse protestare in tal modo: sapeva che queste creature erano intelligenti ma non immaginava che lo fossero fino a questo punto. Tuttavia dovette ammettere che, in fondo, Charmander aveva ragione. Le persone, infatti, si servono dei Pokémon per moltissime cose, dal lavoro all’assistenza, fino alle lotte, nelle quali spesso alcuni allenatori forzano i Pokémon a lottare fino allo stremo delle forze, schiavizzandoli e ferendoli. Non tutte le persone si comportano così con queste creature, tuttavia nessuno poteva dire che Charmander avesse tutti i torti.

“Beh? Non parli? Non ti difendi? Ammetti che la tua specie ci tratta peggio delle bestie?” riprese il Pokémon lucertola.

“Non generalizzare. Hai ragione, qualcuno di noi vi tratta malissimo, ma non tutti.” ribatté Dylan. “E comunque io non mi comporto in quel modo orribile.” aggiunse.

“Dimostralo!” disse il Pokémon.

“Te lo dimostrerò durante la nostra prima lotta!” incalzò il ragazzo.

Charmander lo fissò con uno sguardo sospettoso ma stupito, senza parole. “Centro! L’ho convinto, finalmente!” pensò Dylan in quell’attimo di silenzio.

“Starò a vedere, ma appena mi tratterai male me ne andrò via.” replicò il Pokémon, stizzito.

“E dove?”

“... Lontano da te!”

“Ma hai una casa?”

“Certo!” gridò Charmander.

“E sapresti arrivarci da solo ora come ora?” chiese l’Allenatore.

Charmander si zittì di nuovo, ma stavolta il silenzio era diverso e dall’espressione addolorata della lucertola Dylan capì che il Pokémon stava pensando alla sua vita prima di essere catturato.

“È stata tutta colpa di quei mostri vestiti di bianco!” reagì Charmander, con le lacrime agli occhi, riferendosi agli assistenti del laboratorio Stud. “Hanno mandato delle bestie aliene stranissime e orrende a cercarmi e quando sono arrivate in casa mia hanno lanciato raggi di luce e distrutto tutto! Mamma e papà sono riusciti a scappare ma io... io sono stato assalito da quei... quei... quei cosi! Mi sono liberato da loro correndo tutto il giorno nel bosco vicino casa, perdendomi, cercando di trovare i miei genitori. Alla fine ero stanco, ero affamato, ero rimasto solo... e sono ricomparsi quei mostri! Mi hanno torturato. Io non potevo fare niente, sentivo solo un male terribile, credevo di morire... E poi un umano mi ha lanciato una palla bianca e rossa e io sono stato risucchiato dentro di essa! È... È stato orribile, non ho potuto liberarmi. Mi hanno imprigionato! E adesso sono solo con un umano sconosciuto che mi farà violentare a-altri animali per divertimento! Diventerò un assassino! Ma perché?! Perché proprio a me! C-Cos’ho fatto di male?! Cosa? COSA?!” esplose il Pokémon, singhiozzando incontrollatamente.

Dylan ascoltava quello sfogo con un groppo al cuore e le viscere contratte per l’orrore. Davvero era successo tutto questo? Davvero la professoressa Stud e i suoi collaboratori, per far sì che lui possedesse un Charmander, hanno dovuto distruggerne la tana e strapparlo con la forza dalla sua famiglia? Era uno scandalo, una vergogna. D’improvviso gli venne l’impulso di tornare a casa e di liberare Charmander, ma si trattenne. Avrebbe fatto male, infatti, ad abbandonare quella povera creatura al suo destino, lontano da quello che resta della sua vita, privato degli affetti familiari, costretto a vivere di stenti e senza amici o, peggio ancora, con il rischio di essere catturato da un Allenatore davvero crudele. Provò ad immedesimarsi nel suo Pokémon, immaginandosi al servizio di un uomo alto due metri che lo costringeva a uccidere per gioco altre persone, anche se erano suoi amici. Tentò di far finta di essere a casa immaginando, tutt’ad un tratto, un alieno che sfonda la porta e distrugge ogni cosa. Fece apparire nella sua mente l’immagine di se stesso che corre come un forsennato per tutta la città di Milano cercando di scappare dal marziano il quale, invece, lo tortura con raggi psichici, gli lancia una Pokéball e lo cattura. No, era troppo. Era decisamente troppo, si ripeté il giovane, non sarebbe mai e poi mai dovuta capitare una disgrazia del genere a un povero innocente. Catturare Pokémon è una crudeltà, una violenza, un’infamia. Ma lui, Dylan Fortress, non sarebbe mai caduto nello stesso, imperdonabile, errore comune. Così il ragazzo si promise con tutto il cuore che non avrebbe mai osato catturare un Pokémon se questo non avesse accettato volontariamente di viaggiare con lui.

Intanto Charmander continuava singhiozzare disperatamente, seduto per terra, farfugliando versi che il Pokédex trasformò in lamentele come: “Pecchè io, cosò fat-dmale. Pecchè prpriammè? Io nn centr... non offattonie-tte...”. La sventurata lucertola piangeva così tanto da non riuscire nemmeno ad articolare le parole, tanto grande era la sua sofferenza.

“Povero Charmander...” pensò Dylan, con gli occhi lucidi per la compassione. “Mi dispiace, mi dispiace molto che tu abbia dovuto patire tutto questo. Spero che durante il nostro viaggio tu possa essere contento di avermi come Allenatore. Chissà, forse mentre saremo in giro per l’Italia potremo ritrovare i tuoi genitori...” pensò il giovane. Poi, attendendo che il Pokémon liberasse tutte le sue lacrime, notò come era passato velocemente il tempo: quella mattina era andato al laboratorio alle ore nove, quindi l’assistente deve essere venuto verso mezzogiorno per sistemargli il Pokédex e adesso l’orologio segnava l’una e quaranta minuti.

Finalmente la lucertola, dopo qualche altro minuto di pianti, si calmò e Dylan provò a riprendere il discorso, cercando di rassicurare la creatura: “Charmander...” chiamò. “Mi spiace tantissimo che tu abbia sofferto così duramente. Davvero. Vedi, io potrei anche lasciarti andare ma non avresti un posto in cui vivere. Saresti costretto a perderti in questi territori, vivendo vicino a un insediamento umano, senza sapere se e quando mangerai e rischiando di essere predato da altri animali. Restando con me, invece, avrai cibo, alloggio e assistenza. Vieni insieme a me, avanti, è la cosa migliore.”

“Migliore per te!” tentò il Pokémon, con la voce ancora strozzata per i singhiozzi. “Io non voglio combattere!” aggiunse.

“È meglio, invece.” proseguì Dylan. “in questo modo potrai crescere e diventare forte in modo che, da grande, potrai vendicarti di quei mostri orribili che ti hanno portato fin qui!”.

Charmander alzò la testa di scatto e guardò Dylan negli occhi. Poi disse: “In che senso?”

“Quelle bestie ti hanno distrutto ogni cosa, cacciato dalla famiglia e costretto a vagare nel bosco per un giorno intero prima di imprigionarti definitivamente e consegnarti agli umani. Se ce li avessi davanti cosa vorresti fare loro?” chiese il ragazzo.

“... Male. Fare del male. Li picchierei con tutta la mia forza!”

“Appunto. Quindi è bene che tu lotta contro altri animali così, un giorno, diventerai così forte da punirli per quello che ti hanno fatto!”

Al sentire quelle parole Charmander chinò il capo e rifletté intensamente, ma proprio quando Dylan era certo di averlo convinto rispose: “Inutile. Non credo che li rivedrò un’altra volta.”

“È probabile, invece.” spiegò il ragazzo, cercando di non perdere la calma proprio in quel momento. “Dovremo viaggiare per tutta la regione, quindi forse li ritroveremo. E magari troveremo anche i tuoi genitori!” aggiunse, giocandosi la sua ultima carta.

“Davvero?” fece il Pokémon, sorpreso.

“Può darsi. Non so dove siano in questo momento ma di sicuro non stanno qui. Se verrai con me avrai buone probabilità di rivederli.” disse il giovane, ormai sicuro di averlo persuaso. Il Pokémon lucertola, sentendo quell’ultima frase, tornò a riflettere ancora più intensamente di prima, con lo sguardo acceso da una debole scintilla di speranza, la prima espressione felice che Dylan riuscì a scorgere in quel volto.

Nel frattempo, però, il ragazzo stava iniziando ad innervosirsi e a sentire fame. Guardò l’orologio con la lancetta delle ore sul due e pensò “Dai, ma che ci vuole a dire di si? Chiunque, nelle sue condizioni, accetterebbe di venire con me. Ma non ha fame? Certo, non mi aspettavo per niente di dover cominciare il mio cammino da Allenatore convincendo un Pokémon in questo modo... spero proprio di non dover ripetere l’esperienza!”. Poi, notando che l’animale ancora non rispondeva, cercò di trattenere la sua impazienza e concluse: “Allora, Charmander. Decidi: o resti qua, solo, abbandonato, vicino ad un centro umano, costretto a cercarti il cibo da solo anche se non è commestibile, rischiando la morte; oppure mi segui, restando lontano dai pericoli, con la certezza di avere ogni giorno qualcosa da mangiare e posto per dormire e con la speranza di ritrovare mamma e papà, un giorno”.

Charmander ascoltò la proposta e rimase a pensare in silenzio ancora per un minuto. Poi, finalmente, alzò il viso, guardò negli occhi il suo Allenatore, trasse un profondo respiro e pronunciò: “D’accordo. Vengo con te!”.

per favore, commentate ;_;

A proposito, il nome della professoressa è diventato Bookie Stud, dato che quello di prima era un nome reale. E non preoccupatevi della richiesta del primo post, dove avevo chiesto di darmi dei sinonimi di "dire" e "rispondere", ora ne ho trovati una cinquantina :D

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(modificato)

Beh, se non riesci a leggere un racconto Pokèmon da una pagina e mezzo mi chiedo come tu possa fare i compiti di Storia / Geografia / Filosofia / Antologia / Latino / Letteratura / ecc.

Si, ma quello si deve fare. Io ti ho solo dato un consiglio, tu puoi ascoltarlo o no :)

P.S. bello, il più bello fra i tre. Uau l'ho letto in un minuto!

Modificato da Nape Scrittore!

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Bello, un Charmander anarchico!

E mi hai fatto quasi sentire in colpa con la storia della cattura del pokèmon...

Continua così!

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stavolta mi servirebbe un consiglio: avevo in mente di scrivere un capitolo che però, più che portare avanti la storia, si sofferma sulle riflessioni di Dylan. Lo scrivo o passo avanti ed entro nel vivo dell'azione?

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stavolta mi servirebbe un consiglio: avevo in mente di scrivere un capitolo che però, più che portare avanti la storia, si sofferma sulle riflessioni di Dylan. Lo scrivo o passo avanti ed entro nel vivo dell'azione?

Azione!

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stavolta mi servirebbe un consiglio: avevo in mente di scrivere un capitolo che però, più che portare avanti la storia, si sofferma sulle riflessioni di Dylan. Lo scrivo o passo avanti ed entro nel vivo dell'azione?

Dipende da te, se pensi che un capitolo riflessivo serva a migliorare la storia mettilo, altrimenti se pensi che possa essere evitabile non metterlo. La fic è tua, fai come piace a te! ^^

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Accidenti, da quanto non posto! Scusate ma ero impegnato/svogliato e ho finito solo ora il capitolo. Spero che non vi siate dimenticati la storia precedente (tanto siamo solo al capitolo 5 e non è successo niente di particolare). Eccovi qui, comunque,

Il Giro d'Italia di Dylan

Capitolo 5: La vita da Allenatore

Dylan si bloccò, sorpreso. Dopo un’ora e mezza di parole, ce l’aveva fatta. L’aveva persuaso. “Davvero verrai?!” chiese il ragazzo, fremente di gioia.

“Si, davvero. L’hai detto tu, è la cosa migliore!” rispose il Pokémon, più deciso. “Però… per favore, rispettami. Non farmi del male.” aggiunse.

“Tranquillo, non mi permetterei mai di maltrattarti!” rispose Dylan, incoraggiante. Charmander, per la prima volta da quand’era con gli esseri umani, sorrise. L’Allenatore, così, felice per la nuova amicizia, allargò ancora di più il suo sorriso. Poi prese del cibo dal suo zaino e mangiò insieme al suo Pokémon.

Nei giorni a venire Dylan continuò il suo viaggio percorrendo la strada che porta da Milano a Trento insieme a Charmander. Al Pokémon non piaceva stare rinchiuso nella Sfera Poké perché si sentiva immobile, impotente, estraniato del mondo, lasciato alla mercé di chiunque, senza alcuna possibilità di fuga o di difesa, perciò il giovane gli permise di seguirlo a piedi raccomandandogli di non scappare, cosa che non successe. Nel frattempo Dylan preferì non far combattere la sua lucertola a causa della dolorosa situazione emotiva dovuta al distacco netto e improvviso dalla sua famiglia, ma la tenne comunque allenata facendole fare esercizio tutti i giorni. “Se vorrai vendicarti di quei mostri, un giorno, dovrai essere capace di tre cose: colpirli per primo, attaccarli duramente e resistere ai loro colpi.” era solito ripetere a Charmander. “ma, soprattutto, dovrai tenere conto anche dell’aiuto che puoi trarre dall’ambiente e trovare i loro punti deboli. Se riuscirai a mettere in pratica queste cinque cose sarai sempre in grado di vincerli!”. Dylan era convinto, infatti, che la forza di un Pokémon non risiede tanto nelle sue capacità fisiche, ma nella sua astuzia nel sorprendere gli avversari.

Una sera, dopo un allenamento piuttosto intenso, mentre il ragazzo riempiva la ciotola di Charmander con dei croccantini fatti in casa, la lucertola sbuffò per la stanchezza, facendo uscire un getto di fumo dal naso. L’Allenatore, felice, aprì il Pokédex per parlare il linguaggio del suo animale e si complimentò: “Bravissimo, Charmander! Ti stai rafforzando! Tra poco diventerai abbastanza forte da lanciare fuoco!”

“Sul serio?” chiese il Pokémon, incredulo.

“Come no! Guarda che bel fumo che hai soffiato. Con un altro po’ di allenamento farai faville! Letteralmente!”

“E come fai ad esserne così sicuro?”

“Vedi… a noi umani piace conoscere la natura, perciò studiamo gli animali. Non ti sei mai chiesto perché ti chiamo sempre «Charmander»?”

“No. Pensavo fosse un nome a caso. Ha un significato?”

“Sì, e si riferisce alla capacità di sputare fuoco della tua specie.”

“Ma io non so sputare fuoco!”

“Un giorno ci riuscirai. Anche i tuoi genitori lo sapevano fare, vero?”

Charmander si rabbuiò sentendo nominare i suoi genitori, ma rispose: “Si, lo sapevano fare.”

“Allora ce la farai anche tu. Vedrai, quando li incontreremo saranno felici di avere un figlio forte e capace come te!”

Il Pokémon sorrise e si dedicò finalmente a mangiare i suoi croccantini, mentre Dylan iniziò ad addentare uno dei panini rimasti nello zaino. Dopo qualche minuto si sentì un verso: “Hnayah”.

Il ragazzo si girò verso l’animale, riprese il Pokédex e corresse: “Dylan! Mi chiamo D-Y-L-A-N”. Già dal primo giorno l’Allenatore aveva cercato di far imparare il suo nome a Charmander ma lui non riusciva ad articolarlo neanche dopo quattro giorni di convivenza. Dylan, tuttavia, non lo rimproverava né si lamentava di questo poiché è ovvio che un animale non sappia parlare in italiano. Pochissimi Pokémon sono in grado di capire il linguaggio umano, ma l’Allenatore, seppur non molto convinto di riuscirci, sperava di far imparare a Charmander almeno il suo nome. Perciò non si scompose e riprese: “Comunque che c’è?”.

“Voi umani avete un nome anche per gli alieni che hanno attaccato me e i miei genitori?” domandò Charmander, pensieroso.

“Non so, non me li hai mai descritti. Com’erano?”

“Spaventosi. Orrendi. Mostruosi. Schifosi.”

“Vabbè, ovvio, ma ti ricordi che aspetto avevano?”

“Mmh… boh. Veramente scappavo subito appena li vedevo. Però… erano tutti marroni. Si, marroni erano. E poi erano vestiti…”

“Vestiti?”

“Si, avevano qualcosa simile a quello che hai tu al collo…” disse il Pokémon, alludendo al colletto del gilet di Dylan. “E avevano gli occhi colorati…”

“Colorati come?”

“Non mi ricordo. Però avevano una testa gigante, mamma mia. Era enorme, davvero. Ed erano senza piedi, o almeno io non visto nessun piede.”

“… Mah, non mi viene in mente niente. Non so se li conosco…” rispose il ragazzo, riflettendo. Non gli pareva di aver studiato niente di simile a scuola e non aveva mai visto che tipo di Pokémon usano gli scienziati e gli studiosi del laboratorio Stud. “Boh, non mi pare di averli già visti. Se mi verrà in mente qualcosa te lo dirò, va bene?”

“Si, grazie” rispose Charmander.

L’indomani Pokémon ed Allenatore ripresero la via per Trento. Era ancora mattina quando si misero in viaggio e tutto era calmo e silenzioso. Dylan camminava, felice delle sue passeggiate con Charmander, immerso nella quiete nel paesaggio, finché una voce familiare attirò la sua attenzione: “Ehilà! Ma guarda te chi si rivede!”. La voce proveniva da una persona seduta dietro un macigno che Dylan non aveva notato. La voce riprese: “Allora ti sei preso davvero un Charmander, eh? Bah! Dove credi di andare con una minuscola lucertola come quella?”

“Che ci fai qui, Boris?” domandò Dylan, seccato per l’incontro.

“Che ci faccio? Che domande sono? Vado a battere il Capopalestra di Trieste, ovvio!” ribatté Boris.

“E ci vai a piedi? Sono più di 400 chilometri di strada!”

“Perché, tu non ci stai andando a piedi?”

“Io ho i miei motivi per andare a piedi. E rispondimi.”

“E che motivi avresti, di grazia?”

“Non ti interessa. Rispondimi, ho detto.”

“Se te lo chiedo mi interessa, genio!”

“Umpf. A piedi ho più tempo per fare allenare Charmander. Ti basta come motivazione?” rispose Dylan, sempre più innervosito.

Boris si mise a ridere e continuò: “Ahahahah. E tu vorresti allenare un Pokémon così inutile? Ma torna a Milano e riconsegnalo alla Professoressa Stud, per favore! Con un tipo così non riuscirai neanche a superare le prime due Palestre!”.

Intanto Charmander, non capendo il linguaggio degli uomini ma intuendo che il nuovo essere umano lo prendeva in giro, iniziò ad accigliarsi.

“Perché, tu che Pokémon hai scelto, Squirtle?”

“Ehi, come fai a saperlo?”

“Lo immaginavo.” disse Dylan “Sei sempre stato così prevedibile. Cerchi sempre di partire avvantaggiato rispetto agli altri e sapendo che io ho scelto un Pokémon di tipo Fuoco ne hai preso uno di tipo Acqua. Non è così?”

“Ovvio. Se posso essere il più forte già dall’inizio perché non dovrei esserlo?”

“Allora perché non hai preso un Pokémon di tipo Erba? Le prime due palestre sono specializzate nell’uso dei Pokémon Roccia e Acqua e l’Erba è avvantaggiato contro entrambi, quindi perché hai scelto Squirtle?”

“Perché così sono più forte di te, no?” replicò Boris.

“Il tipo non è tutto nelle lotte. Ci vuole abilità. Soprattutto l’abilità.”

“Si, si, tutte scuse. Dici così solo perché hai paura di perdere la tua prima lotta in Palestra, poverino!”

“Non è vero!”

“Allora dimostralo! Ti sfido!” Esclamò Boris, divertito, lanciando la sua Sfera Poké.

che ve ne pare?

Se vorrete comparire nella storia potete iniziare a fare richiesta dicendomi nome e Pokémon che vorrete(se poi è necessario cambiare Pokémon perché uno di quelli che avete scelto compare già vi avverto). Non illudetevi, anche se iniziate a fare richieste adesso comparirete solo più tardi.

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se,per caso passi per l'apennino Tosco-Emiliano(castel di casio) nella fic mettimi con un (metti Pokémon solo di prima gen , se così mettimi con un Gengar o se anche di 2 gen con un meganium FEMMINA ) tks :)

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dimenticavo, le richieste vanno fatte per MP e vanno indicati nome (di persona) e Pokémon

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bel capitolo ;)

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Bel capitolo! Nulla da dire!

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Accidenti, da quanto non posto...

Eccovi il Capitolo 6.

 

Il Giro d'Italia di Dylan

Capitolo 6: La prima lotta


Dalla sfera poké di Boris scaturì una luce che in pochissimo tempo prese l’aspetto di uno Squirtle, un Pokémon molto simile ad una tartaruga ma con la pelle completamente liscia di colore celeste in grado di reggersi in piedi sulle zampe posteriori. Aveva una coda arrotolata un po’ strana per una tartaruga comune e anche il guscio e il ventre, rispettivamente marrone con motivi geometrici e giallo, erano insoliti. Ma gli Allenatori erano abituati a vedere ogni genere di creatura e gli Squirtle erano una delle specie meno spaventose se venivano paragonati agli altri animali strani, perciò Dylan non si sorprese di vederlo. Charmander, invece, diventò alquanto sospettoso e guardò torvo il nuovo arrivato, chiedendosi chi fosse e perché era in compagnia di quell’essere umano.
“Allora? Che te ne pare del mio Squirtle, eh? Ammettilo, è molto meglio di quella tua lucertola fiammeggiante!” iniziò Boris.
“Hmpf! Staremo a vedere.” rispose Dylan, in preda ad una lotta interiore. “Accidenti, e ora che faccio? Mi ha sfidato, non posso farmi indietro. Se mi arrendessi contro di lui, poi, me lo rinfaccerebbe per tutta la vita. Ma non credo che sia giusto far lottare il povero Charmander dopo tutto quello che ha passato... Cavolo, che cosa posso fare?” pensò, guardando preoccupato il suo Pokémon. Charmander intanto continuava ad scrutare Squirtle, che ricambiava lo sguardo come per valutare se era in caso di fare a botte con un pivello del genere. Come i figli imitano i genitori e gli animali imparano dai loro padroni, infatti, anche i Pokémon, convivendo con il loro Allenatore, finiscono per assumerne lo stesso modo di pensare e gli stessi atteggiamenti: la tartaruga, con aria beffarda, stava fissando la lucertola come per schernirla, sicura del fatto che avrebbe potuto sbarazzarsene in poco tempo e analogamente Charmander stava osservando Squirtle e i suoi modi di fare, chiedendosi perché mai quello strano essere lo stesse prendendo in giro e cosa volesse da lui.
Dylan, notando i due Pokémon che si scrutavano vicendevolmente, prese il Pokédex e iniziò a chiamare il suo animaletto, scatenando una lunga risata da parte di Boris.
“Che hai ora?” chiese Dylan al ragazzo.
“Ahahah! Ma che fai, parli con le lucertole? Ahahah!” rispose il bulletto. Dylan lo ignorò e si rivolse di nuovo al suo Pokémon: “Charmander, ogni giorno che abbiamo passato insieme ti sei allenato per poter affrontare un altro animale. Ti ho visto quando cacciavi lungo la strada. Hai fatto sempre più progressi e sei cresciuto. Te la sentiresti ora di mettere in atto quello che hai imparato?”. Charmander lo guardò con un’espressione interrogativa, mentre Boris continuava a ridere sempre più. “Charmander...” continuò Dylan, cercando apparire calmo “Te la sentiresti di batterti contro l’altro animale?”.
Il Pokémon lucertola si irritò improvvisamente ed emise un ruggito, voltandosi verso il suo allenatore. Squirtle, divertito da quello scatto, sorrise di scherno e Boris si piegò in due dal ridere, esclamando: “Ahahahah, sei un grande! Ahahahah! Solo tu! Solo tu puoi fare certe cose... ahahahah!”
“Finiscila di sbellicarti, Boris! Che diavolo c’è di tanto divertente?” rispose di rimando Dylan, deriso.
“Ahahahah... non è possibile... Solo tu puoi chiedere al tuo Pokémon di combattere! Ahahah... Cose da pazzi! Ma si può mai?”
“Cosa ci sarebbe di così eclatante nel chiedere di sfidarsi, eh?”
“Ma come si fa? Chiedere per favore di lottare a un Pokémon... A un Pokémon! Sul serio, ma che cavolate ti hanno rifilato in quei due anni di scuola in più? Non sai far lottare un Pokémon?”
“Sei tu che non hai un minimo di buon senso da chiedere le cose agli altri invece di importi! Scommetto che il tuo Squirtle l’hai costretto a lottare un sacco di volte, vero?” replicò Dylan, sdegnato.
“Certo, e non sai come mi ascolta... molto più ubbidiente del tuo moccioso lì che aspetta che tu gli firmi l’autorizzazione per combattere! Guarda qua com’è bravo... Squirtle, usa Azione!”
Fu un lampo: la tartaruga si lanciò di peso contro Charmander, facendolo rotolare sull’erba. Il Pokémon lucertola non fece in tempo ad alzarsi che subito Squirtle lo investì un’altra volta, facendogli male.
“Fermo! Come ti permetti!?” gridò Dylan. “Avanti, è tutto qui quello che sai fare? Ma pensa te, e io che credevo di sfidare un’eccellenza, il campione della scuola!” lo provocò il bullo. Dylan, colpito nell’orgoglio, fu preso da un moto di rabbia e, vedendo che Charmander stava scappando da Squirtle, gli disse: “Charmander, reagisci! Fagli vedere quello che sai fare!”
Il Pokémon Fuoco, allora, si voltò verso il suo nemico e prese a graffiarlo, facendolo cadere a terra. Boris, improvvisamente più serio, intervenne: “Allora quella lucertola arancione qualcosa la sa fare. Squirtle, schiaccialo con Azione un’altra volta, non puoi perdere contro quel coso!”
Squirtle si alzò e saltò sopra Charmander, ma questi lo schivò facilmente e riprese a graffiarlo, come sentiva dire dal suo allenatore. I due Pokémon si azzuffavano disordinatamente, scontrandosi e graffiandosi a vicenda, finché a Dylan non venne un’idea: “Charmander, lancia del fumo e attaccalo di nascosto!”. Il Pokémon lucertola tossì una grande nuvola di fumo che lo avvolse insieme alla tartaruga la quale, spaventata, non riusciva più a vedere niente né a respirare né a evitare di essere preso a botte dal Charmander.
“Ehi, non vale! Che sono questi trucchi?” iniziò Boris.
“Non sono trucchi, è una mossa di Charmander, si chiama Muro di Fumo. Tipica dei Pokémon Fuoco, avresti potuto farla usare anche tu se non avessi scelto Squirtle...” rispose Dylan.
“Mi stai prendendo in giro? Quel Pokémon è malato, come fa a buttare tutto quel fumo?”
“È una mossa, idiota. Anche il tuo Squirtle ha problemi, allora, dato che può sputare acqua.”
“Non vuol dire niente, un conto è acqua, un conto è fumo. E ringrazia ancora non sa “sputare acqua”, come hai detto tu. Se sapesse usare Pistolacqua a quest’ora avrei già vinto!”
“Non lo sa usare? Ma pensa te... avanti, è tutto qui quello che sai fare?” ribatté Dylan
“Mi fai il verso? Ora ti aggiusto io! Squirtle, Ritirata! Ficcati dentro quel maledetto guscio e riparati!”.
Squirtle, che si stava ancora strizzando gli occhi anche se il fumo si era ormai diradato, si sdraiò a terra e cercò alla meno peggio di entrare dentro il guscio, nonostante le ferite dei graffi di Charmander, che continuava a colpirlo, gli dolessero. La testa di Squirtle non entrava dentro il carapace e mentre la tartaruga continuava invano a subire i colpi di Charmander, Boris imprecava contro il suo Pokémon, lamentandosi di lui che si faceva mettere sotto da una pappamolla, che non riusciva neanche a stare in piedi quando lotta, che non riesce ad entrare dentro al guscio come fanno tutti nonostante lui l’abbia allenato fin dal primo giorno. Finalmente, con un grande sforzo, la testa di Squirtle si infilò dentro il guscio e Charmander non riuscì più a colpirlo.
“Oh, era ora! Che ci voleva a far entrare la testa?”
“E smettila, Boris! Mamma mia, possibile che devi lamentarti così tanto?”
“Che ne sai tu di quanto mi devo lamentare? Fatti gli affaracci tuoi. Squirtle, usa Colpocoda!”
Da dentro il guscio uscì la coda di Squirtle. Subito Charmander si avventò su di essa ma, prima che potesse colpirla, quella ritornò dentro e uscì da un altro foro del guscio. Charmander cercò di inseguirla e si ritrovò a ruotare intorno al guscio mentre Squirtle lo faceva stancare agitando la coda e prendendolo il giro. Ma proprio quando Charmander stava per arrendersi a Dylan venne un’illuminazione: “Charmander, presto, soffia fumo dentro il guscio!”
“No, No!” fu il grido di Boris. Ma Charmander seguì il consiglio dell’allenatore e sbuffò nel guscio, il quale si agitò di scatto prima che da esso uscisse uno Squirtle tutto nero, stanco, graffiato e con gli occhi arrossati in preda ad un violento attacco di tosse. Non ci volle molto perché il Pokémon d’Acqua si buttasse per terra, piangente, col fiatone e senza più forse.
“Bene” concluse Dylan. “È esausto, non credo proprio che possa combattere ancora in quelle condizioni. Ha vinto Charmander!”.

 

...

spero che mi verrà la voglia di continuare. Scusate ancora l'attesa :(

 

Sono molto bene accetti consigli, suggerimenti e critiche

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bel capitolo, anche se con la fic vai proprio a rilento :(

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era ora che continuassi...

Capitolo 7

 

Il Giro d'Italia di Dylan

Capitolo 7: Diversità di pensiero

 

 

“Non può essere! Non è ancora finita!” urlò Boris, sgomento.

“Che dici? Guardalo! È stramazzato per terra, cos’altro può fare?” rispose Dylan.

“Non è possibile che io abbia perso la mia prima lotta contro quel verme schifoso di un Charmander! Squirtle! Alzati, per la miseria!”

“Basta! È finita, punto. Non ce la fa più.”

“Sta’ zitto!” ruggì Boris. “Io sono il suo Allenatore e io decido se deve combattere o no! Squirtle, muoviti ad attaccarlo, non startene là buttato per terra!” continuò, chinandosi davanti al suo Pokémon ormai esausto che quasi non aveva le forze neanche per issarsi in piedi.

“Vergognati. Come puoi essere così spietato da urlargli in quel modo?” disse Dylan, visibilmente schifato da quell’atteggiamento.

“... Con te farò i conti più tardi, mollaccione!” farfugliò Boris, facendo rientrare nella Pokéball il povero Squirtle. Poi si voltò verso l’altro ragazzo e sibilò: “Te la farò pagare. Ci rivedremo molto presto, noi due. Molto presto.”

“Spero di non rivederti mai più, invece!” ribatté Dylan, imbracciando il suo zaino e facendo per andarsene. “Addio. E che tu possa provare al più presto le stesse sofferenze del tuo Squirtle! Andiamo, Charmander.” aggiunse, allontanandosi.

Charmander, che fino a quel momento era rimasto in disparte, fu felice di andarsene dalla tartaruga attaccabrighe e, soprattutto, da quell’umano sfruttatore. “Non finisce qui, Dylan. Prima o poi mangerai la polvere!” Esclamò la figura di Boris, ormai un trattino all’orizzonte. Dylan per tutta risposta accelerò il passo e continuò per la sua strada.

Quella sera, dopo aver camminato per un pezzo, il ragazzo e la lucertola si sedettero uno accanto all’altro vicino ad un fuoco e consumarono la cena insieme. “Charmander.” iniziò il ragazzo, accendendo il traduttore del Pokédex. “Hai visto anche tu, no?”. Il Pokémon lo guardò, perplesso, e Dylan riprese: “Hai visto con chi abbiamo avuto a che fare oggi. È scandaloso che certe persone tengano degli animali con sé. Hai fatto bene ad accettare di viaggiare insieme a me piuttosto che di essere lasciato libero, giorni fa. Ci pensi che poteva vederti qualche... qualcuno come lui e catturarti?”. Il Pokémon non rispose. “Charmander... che c’è, non dici niente?”. “È presto per parlare.” rispose il Pokédex, traducendo i versi della lucertola. “Ancora non ti conosco.”

“Hai ragione, però non puoi dire che ti ho mai trattato come quello lì.” disse Dylan.

“Questo no, finora. Finora...”.

“Non lo farò. Davvero, non permetterò che tu venga oltraggiato in quel modo”.

“Come no...”

“Charmander, allenandoti diventerai sempre più forte. Molto più forte di quanto non lo sia io. Non ci metteresti niente a ribellarti e scappare da me.” Charmander si rizzò sulla schiena, attentissimo. “Tuttavia... non ti darò motivo di arrivare a tanto.”

“Vuol dire che non mi farai alcun male?”

“Esattamente.”

“E che mi dici della lotta contro l’animale blu, allora?”

“... Ha iniziato lui, io ti ho solo detto come reagire.” fu la prima scusa che venne in mente a Dylan.

“Certo, certo...”

“E perché mi hai ubbidito e hai fatto quello che ti dicevo io, dato che hai così poca fiducia in me?” domandò l’Allenatore.

Il Pokémon si zittì di nuovo. Ci mise un po’ di tempo a riprendere la parola, non aspettandosi una tale domanda, ma continuò il discorso: “Perché... i tuoi consigli erano la cosa migliore da fare”

“Allora ti fidi.”

“...”

“Sei offeso per la lotta che ti ho fatto fare?”

“...”

“Dai, è solo una gara.”

“...” La lucertola continuò a stare in silenzio.

“Ascolta, Charmander. Le lotte non sono soltanto questione di chi vince o chi perde. Perché hai deciso di venire con me qualche giorno fa?”

“... Per rivedere mamma e papà...”

“E perché ti ho detto che avresti dovuto lottare?”

“... Per fare in modo che da grande possa affrontare quei... cosi che mi hanno assalito...”

“Appunto. Quindi non fare quella faccia, il combattimento è un modo per migliorarsi. Pensa a quelle nuvole di fumo che hai sbuffato: se non ti fossi allenato non saresti stato in grado di lanciarle. E tra poco riuscirai anche a sputare fuoco. Tutte queste mosse e abilità particolari tu le sai fare già, ma se non le metterai in pratica non potrai mai usarle. E qual è il momento migliore per metterle in pratica, oltre al combattimento? Pensa anche che tutte queste cose che stai imparando ti serviranno nella vita.”

“... Hai ragione...” rispose Charmander, valutando le parole del ragazzo

“Visto? Quindi non la prendere a male se ti dico di lottare. Si tratta di mettere in pratica quello che sai fare.”

Charmander annuì e tornò in silenzio. Dylan, soddisfatto del suo discorso, posò il Pokédex, spense il fuoco e lasciò che il Pokémon si coricasse per terra, prima di addormentarsi.

L’indomani il ragazzo e la lucertola si misero in cammino per la loro strada finché un cartello non fece capire loro che erano ormai quasi arrivati. Così, accelerando il passo, i due giunsero alla seconda città del loro viaggio, situata in una valle immersa tra le alpine vette del nord Italia, attorniata da boschi e bagnata dalle chiare acque dell’Adige, che riluceva alla luce del sole in lontananza.

Dylan emise un profondo sospiro, felice: era finalmente arrivato a Trento.

 

vorrei che coloro a cui commento sempre la loro fiction si prendano la rivincita criticandomi, è giusto aiutarsi a vicenda. Sperando, ovviamente, che la storia valga la pena di essere letta

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