Rough Diamond [Capitolo 1 - In corso]

#1

Ho appena pubblicato il primo capitolo di questa FF su Wattpad e sul mio blog, dunque mi sembrava d'obbligo postarla anche qui.
Non conosco le regole di formattazione dei post in questa sezione, dunque ho preso come esempio altre fanfiction già postate. Se sbaglio qualcosa, ditemelo tranquillamente.
Il mio obiettivo, con Rough Diamond, è quello di riscrivere Pokémon Diamante e Perla (con alcune aggiunte da Platino) sotto forma di romanzo di formazione.
Ecco una breve sinossi:

Lucas detto Diamante vuole disperatamente giocare a baseball, mentre Pearl ha il sogno di viaggiare per la regione di Sinnoh e diventare un campione di Pokémon proprio come suo padre.
Sarà una disgrazia ad avvicinarli e accompagnarli durante un lungo viaggio, entrambi ora sicuri di un unico obiettivo: diventare Campioni della Lega di Sinnoh.

Indice Capitoli:

***

Capitolo 1

Zaino in spalla, prese la strada che portava al lato sud coi due Bidoof che lo seguivano senza far rumore, e sotto il sole estivo percorse a passi larghi un paio di chilometri come se nulla fosse, senza fatica alcuna.

Aveva un piano, e aveva intenzione di seguirlo diligentemente. Più di questo, era sicuro che ce l’avrebbe fatta, perché tutto era stato calcolato nei minimi dettagli. Persino i Bidoof gli erano parsi più svegli di quanto aveva immaginato, e allenarli in quel modo non convenzionale non si era rivelato un granché difficile. Non pensava sarebbe stato facile, certo. Ma come diceva suo padre in occasioni del genere, sapeva di essere già a metà strada.

Arrivò davanti al campo e si stupì nel vedere così tante persone a seguire gli allenamenti della Duefoglie Juniores. Sapeva che la squadra aveva una buona nomea, ne conosceva benissimo il perché, ma non aveva idea che fossero così tanto seguiti. Anche perché, a detta sua, il baseball era un po’ da sfigati: gli sport veri, quelli belli, erano quelli che ti portavano a vedere tanti posti nuovi, non ti rinchiudevano di certo in un triangolo o diamante o campo o recinto. Ma a ognuno il suo, si disse, lasciando perdere il senso di claustrofobia che persino un enorme campo da baseball gli provocava.

Per prima cosa, prima ancora di entrare nel cancelletto, si accovacciò e cercò di imporre ai Bidoof uno sguardo autoritario, ma benevolo, ma sicuro. Una gran parte del suo piano dipendeva strettamente da loro, dunque doveva essere sicuro di poter far affidamento sui due. Quelli squittirono all’unisono, come sfogandosi in un sonoro sì!, e ciò gli diede sicurezza: non erano strettamente suoi, li avrebbe liberati una volta finito il tutto — ma già iniziava ad affezionarcisi.

Si rialzò di scatto, fece un respiro profondo ed entrò nel campo. Vide una palla descrivere un enorme arco nell’aria, giocatori che correvano di qua e di là, una baraonda calcolata in cui non riusciva a dare un senso alle cose. Sapeva giusto che qualcuno doveva lanciare una palla, qualcun altro afferrarla. Non sembrava complicato, ma richiedeva uno sforzo, e attenzione. E lui non aveva mai avuto troppa attenzione per cominciare.

Spostò gli occhi attorno a sé e saggiò con la vista gli altri presenti: famiglie in ferie che passavano così il martedì pomeriggio, adolescenti intenti a tubare sugli spalti, bimbi che si riempivano di patatine e altre schifezze confezionate e, per ultimo, qualche Pokémon domestico qua e là. Un paio di Machop aiutavano a trasportare degli scatoloni fino all’entrata degli spogliatoi, situata vicino alle scale che salivano a fianco delle gradinate.
Lui comunque si posizionò sui posti a sedere più in alto, in modo da avere una visuale perfetta lungo tutto il campo, che visto da lì aveva davvero la forma di un diamante. Ci mise poco a individuare la sua preda, o meglio futuro collega e fidato compagno. L’aveva visto diverse volte a scuola, ma mai sul campo; era esattamente come l’avevano descritto. La divisa portava il numero 4 sulla schiena, e dalla cintura, a coprirgli parte del sedere, pendeva un enorme guantone da ricevitore. Cosa inusuale, dal momento che aveva una mazza in mano e stava per colpire la palla in arrivo.


Si svolse tutto in pochissimi attimi, e subito dopo il ragazzo lasciò cadere la mazza a terra e si mise a correre. Il famosissimo aspirante giocatore professionista, Lucas soprannominato Diamante, si lanciava a perdifiato lungo tutto il perimetro del campo, passando i piedi sulle varie basi mentre la palla sostava ancora in volo. Aveva qualcosa che lo rendeva diverso dagli altri giocatori, forse il fisico ben allenato, forse la determinazione che sembrava trasudare da ogni poro. Sì, pensò Pearl, era proprio quello giusto.

***

Pearl aspettò che l’allenamento finisse, e dopo aver guardato i ragazzi entrare negli spogliatoi per cambiarsi si piazzò davanti all’uscita in attesa di Diamante, i due grossi roditori al suo fianco. Poteva sembrare strano, o curioso, o vagamente inquietante, e se ne rendeva conto. Attorno a lui c’erano ragazzine che aspettavano i loro ragazzi o spasimanti, ma non altri amici maschi. Più che sentirsi in imbarazzo, però, Pearl si sentì quasi orgoglioso. Era cameratismo, quello? Del resto, lui e Diamante avrebbero dovuto condividere molti spazi assieme da quel momento in poi, quindi era bene che si abituasse alla sua presenza e che non ci fosse nulla di imbarazzante o strano. Era solo un ragazzo che aspettava un altro ragazzo fuori da una porta. Solo quello.

Aspettò minuti, e poi altri minuti e altri minuti ancora, finché l’atteso uscì a passi veloci, portando un borsone sulla spalla destra, testa china e un cappellino con la visiera calata sugli occhi.

«Diamante,» disse Pearl. E Diamante si fermò a guardare lo spettacolo che si trovava davanti agli occhi. Poi Pearl iniziò con la pantomima già programmata. Testa alta, occhi fermi.

«Sono in molti, ogni anno, i ragazzini tra i tredici e i quindici anni che decidono di intraprendere un viaggio nel mondo.»

Diceva le parole in tono solenne, con una certezza invidiabile in contrapposizione ai piedi che gli tremavano tutti. «E sono in tantissimi a partire dalle proprie città nella regione di Sinnoh col compito di diventare Maestri.»

Non si curava degli sguardi degli altri presenti, solo di quello di Diamante. E sapeva che le parole potevano essere l’arma più potente di tutte, perciò decise di affilarle per bene e colpire.

«Determinazione. Allenamento. Raggiungimento dei propri ideali. Queste sono le tre tappe fondamentali del cammino di un allenatore vero, imprescindibili da qualsiasi tipo di percorso.»

Le aveva provate così tante volte, così tante volte.

«Un cammino composto da viaggi, fatiche, amicizie. E soprattutto, lotte

E in quel momento esatto, alla pronuncia di quelle ultime due sillabe, i due Bidoof si scontrarono con veemenza. Era chiaro, a un allenatore (o aspirante tale) che i due stessero lottando. Ma i movimenti goffi e incerti dei due Pokémon, che erano poco più che cuccioli, facevano sembrare lo scontro più un incontro sessuale in cui ognuno dei due esserini tentava di prevalere sul corpicino dell’altro.

Diamante si fece scuro in volto, più annoiato che in imbarazzo, e Pearl avvertì una fitta familiare all’altezza del petto. Ma non poteva arrendersi lì. Era già a metà strada.

«Coloro che compiono questo viaggio si chiamano Allenatori di Pokémon. Catturano i Pokémon e si affidano a loro, fedeli compagni, per diventare sempre più forti e superare i propri limiti.»

Qui fece una pausa per riprendere il fiato, perché aveva detto tutte quelle cose in fila e non voleva perdere poi il filo del discorso. I Bidoof, invece, continuavano imperterriti. In ogni caso, Diamante sembrava attento; il problema era che non sembrava entusiasta.

Accompagnò il resto delle frasi con ampi gesti delle braccia, serrando e dischiudendo i pugni per aggiungere vigore e, questo pensava, credibilità. «Gli Allenatori viaggiano per la regione e assieme ai Pokémon sfidando gli otto Capipalestra, che conferiscono a coloro che li sconfiggono in battaglia delle medaglie. E solo chi ha tutte le otto medaglie di Sinnoh può provare a sfidare i più forti, i più temibili, i migliori.»
Pearl intravide l’indizio di uno sbadiglio sulla bocca dell’altro, così alzò il tono.


«Solo i più forti possono sfidare i superquattro e diventare campioni!»

In quel momento uno dei due Bidoof, come da copione, si buttò contro l’altro di testa, spingendolo contro il muretto. Quello che subiva, però, si spaventò più del dovuto e iniziò a strillare. Diamante, invece, guardava la scena con più domande che interesse.
In un istante Pearl si sentì avvilito. Voleva richiamare il Bidoof a sé e rassicurarlo, accarezzarlo e chiedergli scusa per averlo coinvolto in quel piano strambo (voleva chiedere scusa a tutti, in realtà: ai due Pokémon e anche a Diamante), ma non c’era tempo. Aveva ancora una possibilità.


«Diamante!» strillò, e la voce gli si ruppe in gola, generando uno stridio da bambina. «Tra un mese i ragazzi tra i 13 e i 14 anni potranno iscriversi alla lega di Sinnoh! E io, Pearl Shusterman, voglio viaggiare con te!»

I Bidoof si fermarono e lo guardarono confusi. Le ragazzine che si erano messe a fissare la scena ridacchiarono, aggiungendo epiteti non troppo carini. Diamante, invece, si era appena abbassato la visiera del cappellino sulla fronte, sempre più bassa, fino a coprire del tutto gli occhi. E in tono freddo, ma non cattivo, aveva pronunciato le due parole che Pearl temeva di più: «No, grazie.»
Il giocatore di baseball iniziò a spostarsi da lì, camminando per uscire dal cancelletto, e in quel momento Pearl sentì qualcosa dentro di sé rompersi. Sentiva di star arrossendo, e le risatine goliardiche tutte attorno non aiutavano. Sapeva anche che avrebbe dovuto farsi tutta la strada fino a Duefoglie Nord coi due Bidoof sottobraccio, ormai esausti dalla ‘lotta’, e sapeva che, come inizio di una carriera da allenatore, come inizio di un viaggio, tutta la situazione poteva essere classificata con una semplice parola: schifo.


Guardò Diamante oltrepassare il cancelletto, e in quel momento riuscì a rubargli un ultimo sguardo: gli occhi dell’altro ragazzo erano di un marrone intenso, bruciante, e in essi dimorava tutta quella determinazione che Pearl aveva sempre ammirato, il motivo ultimo per cui voleva che si unisse a lui nel viaggio. Voleva qualcuno che capisse cosa volesse dire avere un sogno, e sapeva che quel ragazzo, di cui tutti parlavano a scuola per i corridoi, che aveva visto correre con una luce nello sguardo, avrebbe capito. Perché erano uguali, i due, e Pearl lo sapeva.

Ma Diamante non si voltò più. Camminò per la strada principale e Pearl rimase a fissarlo finché non fu scomparso dal suo campo visivo. I due Bidoof gli leccavano le caviglie.

Coloro che avevano assistito a tutta la scena erano ancora lì, e formavano un semicerchio silenzioso in cui il divertimento stava velocemente lasciando spazio allo scherno. E qualcuno lo chiamò per nome, qualcun altro per cognome, e qualcun altro ancora per uno dei tanti insulti che già riceveva a scuola e in strada e ovunque andasse.

Prese un Bidoof in braccio, e poi, con fatica, anche l’altro.

«Andiamo,» disse loro, e seguito dalle risate dei coetanei si allontanò dal campo a passo spedito.
 
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